CERCANDO UN ALTRO EGITTO
"... non c'è nessun motivo di essere nervosi/ mi dicono agitando i loro sfollagente/ e io dico non può essere vero/ e loro dicono non è più vero niente..."
ROMANZI RACCONTI E POESIE GIOVANILI
1/11/202632 min read


Parte I
Non è più vero niente, adesso, o forse non lo era neanche allora. Il ricordo era fortissimo eppure la mia vita, come quella degli altri, è cambiata del tutto, e stento a trovare una continuità nei fatti, le persone, le idee e le trasformazioni.
Ricordo.
Facevamo le scritte a Balduina, subito dopo la morte di Giorgiana Masi.
Balduina era un quartiere nero, ci abitava e ci abita tutt'ora gente che ha i soldi, e se uno ci gira per dieci minuti, anche adesso, è facile trovare le camionette della polizia di Stato che proteggono le abitazioni private di tutti questi signori.
Negli anni settanta, di sera non ci girava nessuno, c'era il coprifuoco, potevi solo incappare in qualche auto-civetta della polizia, o in qualche pattuglia di fascisti, ed in entrambi i casi, se eri vestito in un certo modo, ti perquisivano e poi te le davano pure.
Così noi ci preoccupavamo di mettere un palo in fondo alla via, in modo da essere pronti a filare. era tanto una cazzata inutile, fare le scritte, quanto pericoloso essere beccati a farlo. Salivamo su da Ponte Milvio con le nostre moto perennemente smarmittate e rumorose, io avevo il Corsaro della Morini, e Chicco un gilera 150, si era in 4, perché c'era anche Sara, che non si perdeva mai neanche un istante di attivismo politico, e Simone col suo eterno cappellino di lana rossa in testa, anche in primavera. Mauro, al tempo, già faceva dentro e fuori dai commissariati, dal 17 febbraio, quando era stato fermato per la prima volta all'Università, ed ogni volta che c'era una cazzata qualunque lo cercavano tutti, fasci e poliziotti.
Avevamo 16/17 anni, che erano pochi per capirne davvero qualcosa di politica, e soprattutto per riuscire ad interpretare la serie convulsa degli avvenimenti. Tuttavia, come è facile a quella età, eravamo certi ed arroganti di avere ragione; bisognava mobilitarsi per stroncare il giro di vite imposto dalla crisi economica, il compromesso storico era una cazzata, i poliziotti degli assassini servi del regime, ed il PCI sbagliava. Scendere in piazza, gridare, sfasciare vetrine, fare assemblee, creare opinione, mobilitare gli studenti nella solidarietà alle classi più deboli, agli operai, agli sfruttati. Me ne stavo lì, con la bomboletta a spray rossa, a contemplare la scritta: "Giorgiana Masi: 12/5/77: omicidio di Stato. Aut. Op.", con disegnata a fianco la falce e martello. Sento il rumore dei vesponi in fondo alla via, e mi sento smarrito per un attimo, ho paura. Sono di certo dei fascisti che "pattugliano" le zone calde della città, ed anche se è preferibile vedersela con loro che con certi cani di poliziotti che girano in borghese, che se ti pigliano per una cazzata qualsiasi te le danno in cinque contro uno, poi ti puntano una pistola alla tempia, ti portano al commissariato e lì giù altre botte; anche se è preferibile che dobbiamo filare.
Lui sul corsaro, con Sara sulla sella che lo tiene stretto per non cadere, viene veloce verso me e Chicco, che intanto prova ad accendere il Gilera, ma questo non vuol saperne di partire. Simone e Sara sono sempre più vicini, ma il Gilera non parte, ed i fasci stanno per arrivare, sono tre vesponi, vengono verso di noi con l'aria dei giustizieri, e quei loro maledetti cappellini di lana a cerchi concentrici bianchi e blu. Così: – Dammela! –, grido a Chicco che esita.
– Dammela, coglione! – gli ripeto indicando la molotov che avevamo destinato alla macchina di un fascio che ha pestato un compagno della sezione di P.te Milvio, e che abita qui vicino. Finalmente Chicco mi tende la bottiglia e poi ricomincia a litigare con l'accensione della moto.
Accendo lo stoppino, è questione di attimi, se sbaglio di un secondo mi scoppia in mano, poi che cazzo gli racconto a papà e mamma. Simone che ha capito, sfriziona per accelerare, e Sara guarda verso di me, poi si gira perché ormai sono abbastanza vicini da poterli scavalcare con un lancio, e così ho tirato la bottiglia. l'ho tirata e dopo un secondo la strada si è infiammata, un bagliore che davvero fa paura, non ne avevo mai vista una sul serio, dal vero, intendo.
Il Gilera si accende, monto dietro, e Chicco anche schizza via, i vesponi si sono fermati, i fasci sono scesi e gridano qualcosa che non capisco, e ciò mi basta per sincerarmi di non aver colpito nessuno. Anche Sara guarda verso di loro, poi si volta e mi sorride compiaciuta. I suoi capelli castano rosso scintillano come frecce colorate, ed io la amo.
Sono le dieci di sera, raggiungiamo gli altri a P.te Milvio scendendo giù come pazzi per la panoramica, perché sulla Camilluccia c'è sempre qualche posto di blocco della polizia. Mentre racconto tutto ai compagni più grandi che sono avanti alla sezione, fottendomene di quelli che vorrebbero rimproverarci per "queste condotte tipiche dell'Autonomia, perché così la sinistra ci rimette", sento che Sara mi osserva in continuazione, ammirata e contenta per la decisione dimostrata.
Quando infine la accompagno a casa, in moto da dietro non fa che accarezzarmi i capelli neri, arricciati per la lunghezza, sono secoli che non vado dal barbiere, questo è uno dei crucci maggiori di mio padre.
Ricordo ancora, due mesi dopo, la stessa ragazza, con i jeans scoloriti e gli occhi grigi, sottili e un po' felini, profondi e smarriti, mentre fuma su un prato, seduta all'indiana e cerca di darsi un tono di cinismo mentre mi dice che è incinta, e che intende abortire.
Che poi sposarsi in Chiesa, o al Municipio, alla fine non fa più molta differenza agli occhi della gente, ci sono cose ormai acquisite che non fanno più scandalo. A questo penso mentre si conclude la cerimonia nella quale Chicco e Paola si sono sposati. Ho 28 anni, la cravatta mi stringe il collo, sarà la seconda o la terza volta in tutta la mia vita che la indosso. Sara non sa camminare sui tacchi è chiaro, infatti non fa che ridere sottovoce mentre si appoggia alla mia spalla. La trovo insolitamente viva e spigliata oggi, oltre che un po' buffa così messa come una signorina, che s'è anche truccata e si vede proprio che non è abituata neanche a questo.
C'è da dire che Chicco è figlio di un questore, e lavora da circa un anno come archivista al Ministero degli Interni. Veramente il sogno di suo padre sarebbe stato di vederlo commissario di polizia, ma lui non si è voluto prendere la laurea, così ha fatto questo concorso di gruppo B che guarda caso gli è andato bene.
Ed ecco il suo rinfresco, con la girandola dei complimenti, i genitori che si scambiano convenevoli, le battute di noi amici sulla prima notte di nozze, con Simone che dice "ma se ormai avete già fatto tutto il possibile, nel campo del sesso, finisce che stasera ve ne dovete andare al cinema per essere originali".
– Ma no... ma no... – dico io – stasera scopano, dai... –
– Ma cosa scopano, – ribatte Monica – ma sai che novità, se sono due anni che non fanno altro... – e aggiunge ridendo, ed anche noi ridiamo a questo punto: – Sarà… ma secondo me c'è più gusto del proibito ad andare al cinema... almeno per loro è certo più originale!! –
Con Sara abbiamo fatto tardi, in Municipio, ed io non ho avuto ancora il tempo di salutare tutti, così mi devo decidere a girare tra gli altri per aiutarli, e soprattutto cerco di raggiungere Simone e Monica, con i quali abbiamo pronunciato le battute di poco fa da una parte all'altra del salone di questo circolo invernale, quello del Ministero degli Interni, naturalmente. E a mano che ci spostiamo, lenti perché Sara ha difficoltà a muoversi con i tacchi, ognuno che incontro mi chiede del lavoro, di come va, di cosa faccio. Io rispondo come posso, dico che ho finito da poco il militare, e che ora che ho la laurea in lettere devo un po' guardarmi intorno, ma ho 28 anni e più e sono indietro, terribilmente indietro nel lavoro. Perché in realtà vivo di guadagni saltuari dando lezioni di latino e greco, oltre che di chitarra. Sara non dà peso a questo aspetto della mia vita, e d'altronde lei è l'unica con la quale ancora avverto una solidarietà abbastanza forte da tenerci vicini, mentre gli altri mi sembrano tutti diversi, a partire da Chicco, che invece di provare la strada del giornalismo, come ci eravamo ripromessi di fare insieme, si è messo a fare l'impiegato; o Paola che è contabile nella ditta del padre, da quando ha finito il liceo, ed anche lei si è cristallizzata nel microcosmo che è riuscita a ricavarsi con l'aiuto della famiglia di origine, proprio lei che non faceva che ripetere che il padre era troppo autoritario, era un fascista, diceva sempre, ma si vede che però la paga bene.
Finalmente arrivo da Simone, laurea in Architettura, nessun lavoro all'orizzonte, che fuma una delle sue puzzolentissime super-filtro, con Monica, la ex di Mauro, al proprio fianco. Lo abbraccio volentieri, è molto che non lo vedo, ha i capelli corti e la barba lunga sul visetto tondo da ragazzino.
– Come va giù alla cooperativa? – chiede lui a Sara.
– Si guadagna poco... – risponde lei venendo subito al dunque, perché alla fine quella è diventata la curiosità tipica di ogni nostro incontro tra ex liceali.
– Forse – dice Monica che indossa una camicia fuxia un po' scollata sui seni sempre grandi, e infatti al liceo la chiamavano Kriss-Kross, – questo fatto delle traduzioni non funziona molto bene?... magari c'è poco lavoro? –
Sara scuote il capo e si ravviva i capelli, il lavoro c'è, spiega, ma è tanto e sottopagato, d'altronde questo è il prezzo, la fatica ed il poco guadagno iniziali, che si paga per non lavorare sotto padrone. Poi sorride, e sorride, sorride ma non le viene da dire altro.
Ed io la riconosco in quest'ultima considerazione, mi sento orgoglioso e contento di lei, mi pare ancora di rivederla tale e quale ad ora, nell'aspetto fisico, ma aveva 17 anni ed era un putiferio, con me, con noi, con gli altri della banda, che ovunque fossimo quello era, per la sua e la nostra arroganza, il centro di tutto.
Il centro di tutto era la scuola, in quella classe dalle pareti gialle, piene di scritte politiche e disegni osceni, col manifesto di Che Guevara appeso sulla cattedra al posto del tradizionale crocifisso, Sara seduta sul davanzale della finestra, che sbuffa quando la prof. esasperata le dice di buttare via la sigaretta ché in classe non si può fumare, e chi lo dice? chiede lei, è vietato risponde la prof., e Sara ribatte che in classe, come ovunque, "è vietato vietare" e tutti le battiamo le mani.
Il centro di tutto era ad un concerto di De Gregori, Guccini o Bennato, quando essere così in tanti a provare la stessa emozione, ti faceva sentire parte d'un universo talmente vivo, presente e tangibile da sembrare eterno, da dover durare fatalmente all'infinito. E poi il centro di tutto erano gli zoccoli olandesi coi calzini grigi di lana grossa, le gonne a fiori e i jeans scoloriti e sdruciti spesso appositamente ridotti in quel modo, le borse di Tolfa, i capelli lunghi, la chitarra e le lunghe discussioni sulle dinamiche interne del "gruppo", di qualsiasi gruppo, a partire dalla classe fino alla società, perché il collettivo era un sentimento forte e indistruttibile, che un po' ci è rimasto anche ora. Il centro di tutto era, ovviamente, il nostro ingenuo proposito, e la presunzione infantile che lo accompagnava, di poter cambiare i meccanismi del sistema capitalistico-comunista, di ribellarci allo schiacciamento dei più deboli, in fabbrica, a scuola, nella società, nel terzo mondo, nei paesi a regime dittatoriale, e infatti le olimpiadi in questi paesi non si dovevano fare, per mostrare la solidarietà della comunità internazionale con gli oppressi di ogni nazione.
Il centro di tutto erano le corse in moto, le assemblee, la tensione sociale che si avvertiva intorno, che ti coinvolgeva, ti faceva capire con chiarezza che qualcosa non andava e che bisognava lottare in prima persona per cambiare, e allora anche il nostro modo di vestire, che ostentava rifiuto per la logica dell'apparire tipica del modello americano, era anch'esso un modo di fare opinione, e perciò politica.
Voglio andarmene di qui, cerco di farlo capire a Sara. Lei mi guarda, buffa col rossetto, dal fondo dei suoi occhi ancora giovani: – Andiamo a casa – mi fa sottovoce, e così appena è possibile ce la filiamo.
Casa nostra è un monolocale a Boccea, 450.000 lire al mese, più condominio, luce gas eccetera, cosicché quello che io e Sara riusciamo a guadagnare in un mese se ne va quasi tutto per avere un tetto sulla testa. Dentro ci sono trent'anni: Ecce Bombo – Bianca – Hair – Porci con le ali – poi il poster di Che Guevara lo stesso che era in classe e che Sara ha staccato prima di uscirne l'ultimo giorno di scuola della nostra vita, poi la foto del vietnamita falciato dai mitra yankee, la stessa di Bennato. I mobili sono quanto abbiamo raccolto dalle case degli amici e dalle nostre di origine, poca roba, come dicevo è un monolocale, necessita solo di un letto, un armadio che poi non usiamo perché siamo entrambi molto disordinati, ed un tavolo tondo con tre sedie. Se vengono ospiti, infatti, si mangia in terra, sul tappeto.
Una sola finestra, con sotto un cortile dove i bambini giocano nei pomeriggi assolati, dalla quale li sento che mi chiamano perché scenda giù a dirigere gli allenamenti della loro squadra di calcio, o gli insegni qualche finezza stilistica col pallone. Questo per me è un passatempo che mi ricarica molto, riescono sempre a trasmettermi il loro curioso entusiasmo, soltanto che devo fare attenzione a che Sara non faccia troppo caso a questa mia amicizia con loro, ché poi diventa triste se vede che adoro i bambini, ed anche lei li adora, ma quando è successo eravamo troppo giovani, e dopo l'aborto questo, tra noi, è rimasto sempre un argomento tabù.
Mi sono affacciato inutilmente, è già tardi, ed il cortile è deserto: così me ne sto alla finestra e continuo a guardare senza motivo.
Puoi chiudere per favore?... ho un po' freddo... chiede Sara con un filo di voce.
La accontento, chiudo il vetro, e mentre lo faccio il mio viso mi appare per un istante riflesso: gli occhi verde chiaro ed i capelli crespi, il profilo regolare e la bocca grande. Mi volto, ho i jeans sbottonati e sono scalzo, tutto quel buio fuori della finestra mi dà un senso di solitudine, mi fa avvertire il freddo della stanza, vorrei fare una corsa in moto, ma la moto l'ho venduta il mese scorso per comprare la 500 perché così se piove Sara può usarla per andare alla cooperativa.
Mi siedo sul bordo del letto, lei ha il profilo sottile, i capelli sparsi sul cuscino e gli occhi, ora sono socchiusi, forse pieni di stanchezza e di calore insieme.
Mi tendo su di lei, le sfioro una guancia.
– Sei molto stanca... vero? – Annuisce senza guardarmi.
– Sono un po' stanco anch'io – aggiungo poi – e non solo fisicamente... la realtà è che diventa sempre più difficile non fare confronti con quelli intorno... mi sento come se fossimo rimasti fermi, io e te... –
– Alludi al fatto che Chicco e Paola si sono sposati oggi?... –
– Non solo... non è tanto questa cosa formale che è il matrimonio, ma più in generale la vita che conducono gli altri... ad esempio, non sono entrato alla Biblioteca Nazionale come mi aveva proposto mio padre, perché non volevo farmi raccomandare… e a cosa è servito?… Chicco s'è messo a fare l'impiegato, lasciandomi solo con la nostra antica idea di entrare come giornalisti al Manifesto... Monica, invece di fare il medico, s'è impiegata alla poste abbandonando l'Università dopo pochi esami, e quelli che sono andati avanti negli studi, come Simone, hanno scoperto che anche per loro, anche per quelli come noi, in qualsiasi campo, senza raccomandazione è difficile lavorare, mantenere sé stessi... bel risultato per gente che doveva cambiare il mondo... –
– Ti prego... – m'interrompe ancora senza guardarmi – ...basta parlare del passato... sono stanca del passato... sono stanca di tutto... non capisci che abbiamo quasi trent'anni, ormai… che non possiamo ragionare ancora come ragazzini... – e poi tace, forse si sta addormentando, forse s'è solo chiusa nei suoi pensieri... in entrambi i casi mi ha deluso, e non ho voglia di replicarle alcunché. Mi convinco che dice così perché stiamo in un periodo difficile, perché è stanca ed il lavoro non le va ancora bene come dovrebbe, e rimango ad osservarla in silenzio, una gamba le sbuca da sotto la coperta, ha la caviglia sottile, il piede affusolato, la pelle liscia, un corpo ancora giovane. Ma dentro? Com'è dentro Sara? E' stanca continuo a ripetermi steso col viso al soffitto, fumando e rivedendo, per l'ennesima volta, il suo sguardo aggressivo o impietoso, lo stesso col quale le era così facile condannare per un niente, chiunque le esponesse un pensiero diverso dal suo. Così era lei a 17 anni, così ero io, così eravamo tutti. E lei, soprattutto, non si può certo dire che facesse scelte e valutazioni di comodo.
Sua madre una ex sessantottina, che non s'è mai capito perché invece di abortire quando giovanissima rimase incinta, ed era già prima del 68, l'ha messa alla luce senza neanche sapere chi fosse il padre. Sara non ha stima di lei, me ne accorgo perché studiavamo insieme, e mentre studiamo la madre viene lì, è bellissima, la prima volta che la vedo, somiglia un po' alla Maraini, certo più giovane, con gli stessi occhi chiari, ma ha molto più seno e si muove in modo volutamente inconsapevole della propria sensualità. Ci prende una sigaretta, s'avvicina allo stereo, fa per abbassare il volume, Sara solo allora la prende in considerazione, benché sia già da qualche minuto nella stanza:
– Perché? – le chiede con lo sguardo feroce e impotente d'una belva ferita
– Devo correggere alcuni compiti – replica l'altra senza neanche voltarsi. Ne avrò almeno una cinquantina di questi qui che scelgono di provare il preappello... – ed esce senza restituirmi l'accendino che ha preso poco fa.
– Poveri coglioni… tanto li boccia tutti... – commenta Sara, ed i suoi occhi mi feriscono per l'orgoglio ed il risentimento che vi traspare.
– Come, li boccia? – faccio io scettico... – proprio lei?... –
– Certo... che non lo sai che tutti i contestatori appena si sistemano danno addosso agli altri, si scordano di tutto... lei insegna all'Università, e sai quanti professori ha insultato, lo sai sì, me lo ricordo che alla sera li aspettavano in strada e glie le davano... facevano bene, per carità, perché erano certi bastardi... ma lei, ad esempio, e gli altri come lei... ma cosa credi che si comportino meglio di quelli contro cui contestavano al tempo dell'Università?… –
E questa considerazione, che non conoscevo mi sconvolge, immagino un rancore sotterraneo tra queste due donne, madre e figlia con neanche vent'anni di differenza, e non mi capacito di come sia possibile, però c'era un rancore, e infatti Sara da quando vive con me non è andata più dalla madre, e soprattutto non le ha mai chiesto alcun aiuto. Per lei uno o aveva ragione o aveva torto, non c'erano vie di mezzo, e a 17 anni non avrebbe mai detto una cosa come quella di ora, non avrebbe mai detto che qualcosa non le importa, non lei. Così rimango sveglio anche dopo che ho finito la sigaretta, a guardare il soffitto, non ho voglia di sfilarmi i calzoni, avrei solo voglia di carezzare Sara, di parlarci ancora, ma lei sta dormendo, è stanca, e continuo a chiedermi perché a volte penso d'essere l'unico ancora con l'inferno nel cuore.
Michela è avvocato. Non è la prima volta che la vedo, infatti è lei che ha difeso Mauro nel suo continuo andirivieni tra carceri e commissariati al tempo dell'emergenza.
C'è da dire che Mauro stava con Monica, che era in classe nostra, nonostante lei fosse più piccola di lui 6/7 anni, e così ogni tanto lo vedevamo, con quella sua giacca di velluto beige a coste, che portava sempre sia d'inverno che a primavera, quando veniva a prenderla a scuola, e lei ci raccontava molte delle cose che lui faceva, dal punto di vista dell'attivismo politico, e fu così che pur essendo la più ricca tra noi, era ben considerata nel gruppo, ma la chiamavamo "figlia di papà" come si faceva per altre persone di estrazione sociale troppo, troppo superiore al livello medio che, peraltro bisogna ammetterlo, era sul medio borghese per tutti noi.
Io legai parecchio con Mauro, e mi indispettivo quando, ormai essendo nel pieno dei suoi guai con la legge, lui mi diceva che la politica era tutta una "sola", e che bisognava dargli importanza relativa. La sua fiducia mi inorgogliva, era diventato per me un punto di riferimento umano, oltre che politico, e sebbene ogni tanto mi chiedesse qualche favore o mi tirava dentro in qualche iniziativa, devo riconoscergli il merito di avermi sempre tenuto lontano da certe iniziative un po' troppo rischiose. Michela, il suo avvocato, già l'avevo vista di sfuggita qualche volta, ed oggi me la ritrovo avanti inaspettatamente.
Siamo qui a Trastevere, in uno dei mille locali notturni del quartiere, dove si beve e si ascolta musica. Sara aveva da lavorare, e così sono venuto qui da solo. E Mauro è lì che suona, seminascosto nella penombra di questa specie di grottino scavato dentro un vicolo chiuso, suona ed è serio, non ama dare spettacolo, per lui la musica non è un'occasione per mettersi in mostra, per lui la musica è una cosa seria, tutto per lui è una cosa seria. Ha pochi capelli, ormai, e la barba incolta, indossa una camicia hawaiana, e a guardarlo uno si aspetta che prima o poi pronunci ancora la frase che ripeteva sempre allora:"io quando ho la mia musica me ne fotto di tutti", e infatti con uno strumento qualsiasi, perché lui suona la chitarra, sax e batteria, oltre che il piano, finalmente diventa egocentrico e chiuso come un "compagno" non avrebbe mai dovuto essere.
Lui suona, ed io sono qui con Michela che mi guarda insistentemente, e ciò non mi stupisce perché anche al ginnasio le ragazze più grandi si interessavano a me, merito di questa carnagione scura, i capelli neri e gli occhi verde chiaro, propri delle mie origini sarde.
Lei è nera di capelli, ha gli occhi azzurri e la pelle del viso, lievemente segnate dal tempo, non vale ad attribuirle più d'una trentina d'anni, anche se in realtà è coetanea di Mauro, e dunque deve averne almeno trentaquattro. E' truccata con gusto, indossa una minigonna che se uno non le guarda le gambe deve per forza sembrare strano: Mauro m'ha detto di tenermela buona, che ha un sacco di conoscenze e potrebbe aiutarmi, incurante della mia ribellione a questo suo intendimento.
Ecco che lui ci raggiunge, mentre la luce si fa meno soffusa, e la gente, dopo un breve applauso, riprende a chiacchierare. Gli tendo il bicchiere, e lui sorseggia il wiskey senza sedersi perché, spiega, tra pochi istanti deve fare altri due pezzi e poi ha finito.
– Avete già cenato? – chiede
– Non ancora... ma ti aspettiamo... no? – domando io, mentre lui si allontana scordandosi di annuire, e va verso gli strumenti, mentre Michela continua a tacere, mentre io mi chiedo che cazzo c'entra stasera Michela, ché avevo voglia di stare solo con Mauro, avevo bisogno, lo devo ammettere, di quell'aria di superiorità con cui mi ha sempre impartito consigli sul da farsi.
Comunque a cena, più tardi, chiede a Michela cosa si può fare per me, e lei risponde che non sa dirmi, che dovrei farle leggere qualcosa, perché un suo ex è una delle penne d'oro del giornalismo e senz'altro può inserirmi da qualche parte, certo sempre in un giornale più o meno prezzolato, per il Manifesto è più difficile, bisognerebbe avere rapporti molto stretti con qualcuno che ci sta dentro, non è come gli altri giornali che ci si entra spinti da fuori, e intanto io comincio a ribellarmi al me stesso che mi ha fatto accettare di chiedere una raccomandazione a qualcuno, poi mi chiedo perché non dovrei, mi sento un ragazzino, mi ripeto che ho quasi 30 anni, come ha detto Sara, e che devo crescere, però continuo a non sentirmi a posto per un meccanismo di quelli automatici, forse ingenuo ma incontrollato, e penso, poi, a Michela, conosco le donne, in molte mi hanno corteggiato, ed anche se non ho mai tradito Sara e si può dire che lei fin'ora è stata l'unica della mia vita, conosco le donne e mi immagino la scena di Michela che va a chiedere a un suo ex la raccomandazione per uno che ha già deciso di portarsi a letto, riconosco quello sguardo, mi indispettisce, ma faccio finta di nulla, in fondo, per una volta tanto potrei sbagliarmi io che sono convinto di non sbagliare mai, e in questa sequenza di pensieri dimentico le mie questioni di principio e mi ritrovo a prendere il biglietto da visita del suo studio legale, quello che lei mi porge dicendo di chiamarla per prendere un appuntamento.
Alla fine siamo fuori, sono circa le 2.00 del mattino, macchine enormi sfrecciano sul lungotevere, cariche di giovani ubriachi che corrono in discoteca, e Michela che tace, e che riesce a fingersi più interessata solo quando Mauro mi chiede notizie di Monica, ed io gli rispondo che è entrata alle poste, e lui già lo sapeva, è per questo che l'ha mollata, ed io mi inorgoglisco per questa sua estrema inutile coerenza cercando di capire che cosa ne pensa Michela che intanto fuma e nasconde lo sguardo dietro la sua frangetta alla francesina, di sicuro ha un parrucchiere costoso, centomila lire a messa in piega, o giù di lì.
Io avevo comprato una rosa da uno zingarello, e quando siamo all'altezza di P.te Garibaldi la poso avanti alla lapide a Giorgiana Masi, con Mauro che ha un moto di rabbia subito trattenuto e Michela che, finalmente, mi mostra il suo sguardo deciso e tagliente, per dire che tanto tra dieci minuti qualche stronzo senz'altro lo calpesta o lo ruba, quel fiore.
Qui ci salutiamo, lei mi rinnova l'invito a telefonarle, cercando una risposta d'intesa nel mio sguardo, io annuisco senza sorridere, lei mi bacia, anche Mauro mi bacia, e se ne vanno verso la macchina di lei, con me che resto qui, sul lungotevere spezzato dalle corse dei ragazzi in macchina, a guardarmi intorno, ho bevuto mica poco, e non riesco a ricordare dove cazzo ho parcheggiato la mia 500.
Il giornalista RAI uno ha polemizzato con Squittieri quando lui ha sostenuto che le istituzioni furono violente nel soffocare il movimento, e che la polizia in quegli anni picchiava e sparava più dell'autonomia, ed io mi ricordo ancora la trasmissione per radio, in diretta, con le urla dei compagni e il rumore delle botte, gli spari dopo l'irruzione, ed era la persecuzione della sola manifestazione del pensiero. Il libro di Balestrini l'ho letto, così sono venuto a vedere anche il film che ci hanno fatto su, che si chiama allo stesso modo, "gli invisibili". Ci siamo venuti tutti insieme, manca solo Sara, non so perché, non si sentiva di uscire.
E vedere il film è stato rivedere la verità. Era questo contrasto tra ciò che succedeva dentro il carcere, e la diversa versione del TG, attraverso registrazioni autentiche prese dall'archivio RAI. L'ennesimo tuffo nel passato, e poi, all'uscita, ancora più forte il contrasto con le auto lussuose, le vetrine dell'apparenza, l'indifferenza e vedere come tutti, tutti quanti hanno dimenticato, e non riuscivo ad accettare che anche Chicco fosse ormai diventato un impiegato qualsiasi: volevamo fare i giornalisti, ma anche lì ci voleva la spinta, e questo bastò a Chicco per cambiare idea, e a me per darmi sconfitto ancora una volta.
Più tardi siamo in birreria, parlo con Michela, che ormai esce spesso con noi, forse sarà vero che lo fa perché si trova bene, io, chissà perché, ero convinto che venisse perché le piacevo. Siamo tutti seduti intorno al tavolone di legno scuro, questo posto si chiama CIOE', ci sono due ragazzi e due ragazze che lo gestiscono, leggono solo il Manifesto e con lo Stereo mandano cantautori, folk americano, blues e pezzi del vecchio Dylan. Sono compagni di sicuro, hanno trovato la loro strada, vivono senza padrone e vestono come gli pare. Nessuno parla del film, anzi si discute se saranno prima Chicco e Monica, o qualcun altro a sfornare il primo figlio.
– E' triste morire senza figli – faccio ironico badando però a non farmi sentire, che poi è una precauzione inutile, visto che Sara non c'è.
– Bianca, di Nanni Moretti, scena finale,… – mi fa Michela sorridendomi complice.
– Ma cosa vuol dire?… Che c'entra ora? – mi chiede poi.
– Nulla – le rispondo, e mi sento sciocco. Sciocco e triste.
Mi porge l'accendino, così finalmente finisco di tormentare la sigaretta tra le labbra, ho bevuto anche stasera, e ciò mi fa sentire leggero e felice, oltre che sciocco e triste, anche se non so come sia possibile.
– Dai… – mi esorta… – sputa fuori. Dilla tutta!! –
Okay, glie la dico tutta. Parlo così, a ruota libera, oggi ne ho voglia, e lei potrebbe forse capire.
– Devi sapere che Sara, appena s'è laureata, ha lavorato un po’ con un professore universitario, uno dichiaratamente di sinistra, e il sogno di lei era proprio di entrare all'università… –
– Bene! –
– Bene un cazzo – dico io, tanto a parte Michela, nessuno ascolta ciò che dico. E vado avanti:
– Questo la sfruttava, le dava due lire mentre Sara passava anche delle nottate a leggere e tradurre certe cose che lui doveva poi pubblicare con la propria firma, con le quali poi ha guadagnato un sacco di soldi, sul lavoro di lei e degli altri come lei. –
– E di che ti stupisci? E' normale che accada…. –
– Non è normale manco per il cazzo!!! Accidenti, ma non lo capisci cosa penso? Io penso che da un democristiano, un socialista uno se la può aspettare… ma non da uno di sinistra con tendenze filo-estremiste, almeno sulla carta… quelli dovrebbero avere un ruolo nella società, essere i buoni… e i buoni non possono fare come gli altri… non ne hanno il diritto, capisci?… perché, io credo in loro e loro non devono deludermi…–
– Quello lì – continuo – è anche giornalista, e a suo tempo, quando ci fu il dibattito, aveva scritto un sacco di cose buone sul movimento, perché bisognava confrontarsi con i modelli culturali di questi giovani… il cui ruolo di rottura verso un sistema irrigidito nei suoi meccanismi di potere fini a sé stessi… e bla bla bla… –
– Non pensarci – M'interrompe.
– Ci penso invece. Io non sono uno di quelli che predicavano la nonviolenza e rimproveravano le frange più estremiste, chi lo faceva aveva già comunque qualcosa di suo, un lavoro sicuro, una famiglia, un aiuto da qualcuno, per cui poteva permettersi di dire stiamo calmi, pensiamoci su un attimo… ma prendi uno come Mauro, ad esempio, con il padre disoccupato, la madre ammalata e l'indifferenza intorno a sé, sia allora che adesso… –
– Quella di Mauro è una storia che non si può sintetizzare così in due parole, è difficile anche per me che lo conosco fin da quando eravamo piccoli… certo come dici tu è facile provare rabbia e voglia di spaccare tutto se nessuno ti ascolta… ma non è questa la politica… e d'altronde, scusa se te lo dico, io credo che la tua analisi sia abbastanza ingenua, oltre che presuntuosa, non si può distruggere tutto perché qualche cosa non funziona… –
– Questione di punti di vista – le ribatto, e vorrei cambiare discorso. Rimango zitto ad ascoltare la musica, poi mi decido a rivolgerle ancora la parola:
– Devo sembrarti uscito da un film di Nanni Moretti, con questo mio sentirmi inevitabilmente un disadattato… –
– No… è che non si può esigere la perfezione da qualcuno solo perché si ha fiducia in questo qualcuno… –
– Io da me la esigo!! Io non ero mica il solo a scendere in piazza quando sembrava che dovessimo cambiare il mondo!! Anche Chicco, ad esempio, lui non doveva fare l'impiegato, non lui che è uno che ha il cervello, lui non doveva accontentarsi, che diceva che avremmo fatto i giornalisti, oppure avremmo studiato legge per fare i pretori d'assalto, e quante cazzo di cose ancora dovevamo fare e poi non abbiamo fatto nulla… –
– Allora ok – sorride Michela frugandomi nel taschino per rubarmi una sigaretta, e nel farlo è lenta e sicura, come se esistesse già tra noi una complicità ed un intesa diverse e più profonde… – dai – mi esorta – dimmi quante altre volte ti sei sentito così. Fammi un esempio… su – e sorride ancora come se fosse un gioco, ed io ci sto, gioco con lei, bevo ancora e vado avanti:
– Allora, pure dopo Chernobyl, che era una cosa grave almeno quanto, se non di più, di ciò che succedeva quando ero adolescente, io sono andato con i radicali e D.P. a raccogliere le firme per i referendum contro il nucleare, e la gente ci dava addosso, andate a lavorare ci diceva, non capivano che cosa era successo, proprio come allora, non volevano capire che era una catastrofe che li coinvolgeva in prima persona, e i più non si fermavano al banchetto perché avevano fretta ché magari dovevano comprarsi un paio di scarpe, e mi sembrava assurdo questo non voler guardare l'evidenza, ed io pensavo alla canzone di De Gregori quando dice "non può essere vero e loro dicono non è più vero niente", e mi sentivo come in un sogno nel quale io solo ero sveglio, un mostruoso spaventoso sogno collettivo, dove stiamo tutti morendo e tutti lo sanno e tutti fingono di non saperlo, di non capire che stiamo morendo in fretta di stupidità e cattiveria, di veleno, mafia, camorra e stupida sottomissione ad una politica utile a sé stessa, e basta, non alla società, stiamo morendo di stupidità e cattiveria, e tra un po’ sarà troppo tardi per salvarci. –
Poi le ho detto un sacco di altre cose, le ho raccontato episodi, e lei non ha fatto altro che sorridermi ed ascoltarmi senza mai interrompermi, senza più contraddirmi, non so se per calcolo o per convinzione.
Quando paghiamo Michela si volta verso Mauro:
– Il tuo amico è troppo sbronzo per andarsene a casa da solo, così la sua auto la prendi tu, e lui lo accompagno io! – pronuncia con un tono che non ammette smentite, Mauro annuisce e gli altri fingono di non sentire.
Poi mentre guida:
– Mi dicevi che Sara farà tardi da una sua amica con cui sta lavorando? – chiede, ed io annuisco con un cenno del capo.
– Allora andiamo un po’ da me, non è neanche mezzanotte – decide, e continua a guidare senza fretta, e non si volta, attenta solo alla strada, aggiustandosi ogni tanto la gonna che le sale, con quella malizia un po’ ambigua che è tipica della donna che ti sta provocando ma non vuole dartene la certezza. Così sono salito da lei, e ci ho fatto l'amore, ed è la prima volta che tradisco Sara.
A notte alta sono tornato a casa mia a piedi, volevo passeggiare e poi è vicina a casa di Michela. Una volta dentro, me ne sto in piedi un paio d'ore ancora, appoggiato ad un angolo, come un coglione, fumando e tormentando la chitarra che tengo in braccio.
Penso che tra pochi giorni faccio 29 anni, e che sto in questa casa da quando ne avevo 20. E' la prima volta che tradisco Sara, e me stesso con lei, che mi deludo, insomma, e quando lei rientra faccio di tutto per sembrarle normale. Mi sembra di riuscirci, o forse è lei che non mi guarda nell'anima come sempre: dovremmo parlare, magari ha dei problemi.
Due mesi dopo
Siamo andati ai Castelli Romani, per festeggiare la mia assunzione ad una agenzia giornalistica, ed il primo lavoro grosso di Simone, che è stato incaricato da una ditta che deve soldi al padre, della ristrutturazione di una catena di negozi su V.le Marconi. Entrambi abbiamo fatto, agli occhi di tutti, finalmente un passo avanti nel lavoro, e così dovremmo anche riuscire a sentirci più integrati. Tutti hanno festeggiato felici, sì davvero felici, e soltanto Sara mi è parsa uguale al giorno prima e gli altri precedenti, come se ogni cosa, bella o brutta, per lei fosse ormai scontata. Poi però me ne sono andato via da solo, avevo promesso a mio padre che sarei passato a trovarlo.
Mio padre siede in salotto, mi chiede di aspettare mamma, che se le dice che sono passato da casa e non l'ho salutata ci rimane male. E' andata a fare la spesa, ma dovrebbe essere lì per tornare.
Mio padre, 50 anni, pochi peli grigi nella barba, gli occhi piccoli e un sorriso sempre più storto, ogni volta che lo vado a trovare lo vedo che sta per abbracciarmi poi ha pudore e così mi stringe forte la mano. Si vede che è stanco, non è più il ragazzo cui da bambino correvo incontro, e mi portava cavalcioni sul piede lungo tutto il corridoio, o mi veniva a chiamare all'improvviso, al pomeriggio, per fare un giro in macchina, "accidenti come corre", gli dicevo sempre e lui, 24 o 25 anni appena lo vedevo orgoglioso di piacermi.
Oggi ho indosso i calzoni con le pences e i mocassini e la giacca, per quanto ricordo non deve avermi mai visto con calzoni diversi dai jeans: ci sono cascato dentro a 13 anni e non me li sono più levati. E' felice per il mio lavoro, gli chiedo di mio fratello Stefano, Stefano ha 18 anni e si diverte, credo.
– Ah, Stefano dovrebbe essere qui a momenti, sta trafficando intorno alla Vespetta di una sua amica. C'è sempre un mucchio di ragazze che gli telefonano o lo vengono a trovare. A scuola non va tanto bene, in questo tu ci davi meno pensieri. Poi lui non è mai scontento, non fa mai quei musi che facevate tu Chicco e gli altri, lui ride sempre, e canta da solo, in continuazione, e fa il verso a tutti i comici, ora ha imparato ad imitare anche la parlata buffa di Troisi, vedessi come si diverte. –
Tace un attimo, rincorre un pensiero, poi riprende: – Se tu non avessi incontrato Sara, non so che rompiballe saresti diventato. Rido, ha ragione, Sara da giovane era un putiferio, una molla in continua espansione, si muoveva a scatti, aveva sempre qualcosa da dire e parlava sempre. Di giorno inventava un nuovo dispetto da fare al suo gatto, a quelli del piano di spora che si lamentavano se teneva acceso lo stereo dopo le 22, perfino a me faceva dispetti, ridevamo tanto.
– Senti… senti Marco… – ora mio padre parla sottovoce, come se nessuno nella casa, che pure è vuota, debba sentire – so che non mi riguarda, ma vorrei tanto saperlo… –
– Dimmi pà… – mi sforzo di non sfuggire il suo sguardo nel mio, e so già cosa sta per chiedermi.
– Senti ma è vero quello che t'ho sentito dire una volta a Chicco… non volevo, ma passavo vicino camera tua in quel momento… che Sara ha abortito un figlio tuo ai tempi della scuola… – sapevo, chissà perché, che prima o poi me l'avrebbe chiesto. Gli dico che, sì, abbiamo abortito un figlio nostro, di comune accordo, e sono cosciente di averlo fatto ancora una volta, è cattolico mio padre, ed ama me e Stefano, i suoi due unici figli, tanto da sentirsi responsabile in prima persona di ciò che facciamo, e quello sguardo di tristezza che lo cattura mi fa venir voglia di scappare. Fuggire da lui, che è ammutolito e da me, che ora ricordo tutto, l'aborto di Sara, quel lunghissimo silenzio che ne seguì tra noi, e quel senso di colpa e di rabbia insieme la prima volta che la scoprii, nei bagni della palestra, che piangeva e l'incoscienza era scomparsa dal suo viso, e mai più sarebbe tornata, lei stessa mi disse che a gridarli in corteo certi slogans non si capiva davvero cosa significasse un aborto, comunque di non preoccuparmi, che lo avrebbe rifatto, lo rifarebbe, se tornasse indietro, "18 anni sono troppo pochi per promettersi il futuro", e sorrideva: "lo dice anche Venditti!"
Mi volto, ho sentito qualcosa, è la voce di mamma, le vado incontro la abbraccio, grazie a lei il filo del passato si spezza, che mi succede?, ricordare non mi piace più di tanto, vedo troppi errori nel passato, da quando conosco Michela, da quando conosco e capisco, mio malgrado, quel suo modo lucido e obiettivo, impietoso e pragmatico, di vedere le cose.
Vorrei andare via, ma insistono perché resti a cena, Stefano mi racconta di una nuova ragazza, e mi mostra gli ultimi disegni che ha fatto: tutti a penna o matita, volti e corpi di adolescenti, innocenza e un brivido nitido di tristezza è ciò che dicono, e paesaggi sfumati, tratti sottili, sfuggenti.
– Ok paninaro – gli dico – cominci a piacermi – e mi piacerai ancora di più se riuscirete a "dimettere" la Falcucci.
Mi accorgo che non ho ancora perso quell'inspiegabile ascendenza su di lui, mi ammira non so perché, ed è contento di piacermi.
Quando vado via, mio padre, che da quando ci siamo seduti a tavola ha taciuto, mi abbraccia sulla porta, senza dir nulla, ed io lo ricambio, baciandolo con tenerezza e gratitudine. Mia madre, con discrezione, sorveglia quell'intimità e le scappa un sorriso colmo di sollievo. Stefano è già sceso in garage, ha la vespa da riparare.
Dall'inizio della mia relazione con Michela è trascorso poco più di un mese, ma a me sembra un secolo. L'ho vista spesso, ultimamente, perché Sara è quasi sempre alla cooperativa, il lavoro arriva sempre di più, si accumula, così vanno avanti, certe notti, a caffè e sigarette a casa di qualche collega. C'è qualcosa di strano in lei, solo ora me ne accorgo, non sembra più che cerchi qualcosa, al contrario di me lei ha già una sua dolorosa serenità, dolorosa e precoce, quasi senile, a volte, come se avesse capito tutto molto, molto prima di me. E' molto stanca, ma soddisfatta per questo lavoro che si è riuscita a "inventare", letteralmente, insieme ad altri compagni che conosco anche io, e sembra che ogni altra emozione le passi dentro senza ferirla o turbarla, perché ormai conosce tutto a memoria, e non ha nulla più da scoprire.
Solo ogni tanto riprende a farmi dispetti, mi schizza l'acqua in faccia per farmi alzare dal letto, o mi scorda la chitarra mentre suono, legge volentieri le mie poesie, mi parla del suo lavoro e le dispiace se non l'ascolto, ma la sera, anche se ci corichiamo presto, non facciamo quasi mai l'amore. E credo che a lei anche non manchi poi così tanto.
Michela, invece, dal canto suo, mi lascia tranquillo, non mi chiede alcuna scelta, e d'altronde sa che non la amo, e che probabilmente non amerò né lei né nessun'altra, dopo Sara, e dice che è contenta di avermi aiutato nel lavoro, che lo ha fatto perché lo merito, non per avere in cambio questa storia.
Sto dicendo a Simone tutte queste cose, siamo sotto casa mia che cerchiamo di regolare l'anticipo della mia 500. Sara oggi è tornata presto, e sta preparando il caffè.
Simone ha la mia stessa età, gli occhi scuri, la barba se l'è tagliata, però, Monica lo ha convinto che con il suo viso tondo non si accordava. Ha le spalle larghe, i capelli arruffati, e le mani sporche di morchia, che si asciuga con uno straccio:
– Che vuoi che ti dica, proprio io che sto con la ex di un nostro amico… sono cose che possono succedere, non dipende da noi, e se capitano bisogna solo avere l'onestà di essere sinceri… che non significa rinunciare a qualcosa che può darti cose buone… –
– Ma io non avevo mai tradito Sara, prima d'ora… e sto con lei dai tempi della scuola… –
– Ma senti un po’ – mi fa lui spazientito, come se parlasse a un bambino – …insomma ma dove vivi? Non lo vedi che è tutto cambiato… non ti accorgi di quanto tempo è passato… non puoi mica pretendere che tutto continui come ti aspetteresti, ci sono degli imprevisti, dei cambiamenti nella vita… mica tu la progetti come un palazzo e poi la tiri su così qualunque cosa accada… E' normale che stia cambiando anche il tuo rapporto con lei… nella misura in cui voi siete già cambiati… –
– Perché… tu trovi che io e lei siamo cambiati… –
– Lei di sicuro… non è certo quel putiferio che era a 17 anni, come ti piaceva definirla… io… io… – esita, poi la dice – io credo che più semplicemente il vostro rapporto stia finendo… –
– Finendo? – gli chiedo, e mi chiedo allarmato, perché nonostante tutto non ho mai voluto considerare la storia tra me e Sara come una cosa soggetta al divenire di tutte le altre, con un suo principio, uno svolgimento, e soprattutto una fine, per me lei è una certezza, e rifiuto a priori l'idea che possa abbandonarmi, questo dico a Simone.
– Non sarà lei ad abbandonarti… – risponde cinico – e guarda che io le voglio un bene dell'anima, per me è come una sorella, però se vuoi un parere obiettivo, ti devo dire che secondo me tu stai bluffando con te stesso quando continui a stare con lei, perché lei è cambiata, ed anche tu, alleluia, stai forse decidendoti a crescere, stai cambiando… –
– Non è vero – lo interrompo con tono capriccioso, e si vede, da come mi guarda, che si aspetta ch'io cominci a battere i piedi in terra e frignare… – io non posso cambiare, io ho fatto di tutto per restare come ero… –
– Ecco, bravo… infatti ci sei riuscito, sei rimasto un perfetto stronzo – e scuote il capo, amareggiato, ride e scuote il capo: – Stronzo… stronzo – continua a ripetere, e gli offro da fumare, ridendo anch'io.
Sara mi chiama dalla finestra, le corro incontro, sono sotto di lei:
– Marco ti vogliono al telefono –
– Chi è? –
– Una certa dottoressa Salvini… che le dico? –
Ora salgo – le rispondo, Simone mi guarda ironico, e so perché, perché la dottoressa Salvini è Michela.
Sara è stesa accanto a me, ci siamo amati tutta la notte, tanto domani è domenica, e si può dormire. Quel poster di Che Guevara, simbolo dei miei 17 anni, appeso sulla parete di fronte al letto, mi sembra uscito da un posto lontano, lontano e irraggiungibile, quando Sara si volta, mi guarda fisso ed è serena, e la voce non le trema mentre mi chiede se Michela è bella, è come se ancora una volta, da chissà quanti anni ormai, per lei fosse già tutto scritto: – Molto! – le rispondo d'istinto, poi mi pento, ma tant'è, non voglio più nasconderle la cosa, d'altronde non posso mentirle, l'intimità tra noi è troppo, troppo profonda per insultarla con una bugia.
– Ci sei stato? – la sua voce calma e decisa, la stessa di sempre, non teme la mia risposta.
Annuisco, e mi sento morire dentro, qualcosa, un filo invisibile, l'unico superstite, s'è spezzato, ho questa precisa sensazione, e non potrà più ricomporsi. Il senso dell'irreparabile, simile a quello del tempo, s'impadronisce di me, e sento per la prima volta, scopro il ristoro che procura il senso acre e dolciastro, insieme, della rassegnazione. Poi parliamo a lungo, fino all'alba, ed io continuo a fissare nella mente ogni particolare di questo posto, il letto, la chitarra, i posters, i ricordi e le idee di quando entrammo qui la prima volta, non sono più gli stessi dentro di noi, non è più casa mia, continuo a ripetermi per vedere se fa male ma non sento nulla, e continuo in questi pensieri perché ormai, anche per me è tutto già scritto, così quando decidiamo non mi stupisco, mi chiedo soltanto come sia stato possibile impiegarci così tanto a capirlo che non è più casa mia e me ne devo andare, domani vado via di qui, ciao Sara, amore mio, abbracciami, adesso sì, finalmente adesso sì che soffro, che sento qualcosa, che voglio piangere e, guarda, mi riesce, piangi anche tu, ti prego, non morire di indifferenza come il resto del mondo, sii brava, stringimi anche tu, è finito tutto, non c'è più nulla, domani me ne vado ma tu non mi scordare mai. Poi basta, ci addormentiamo stretti l'uno all'altra, la fine del nostro sogno ci trova uniti.
Bandiere rosse, due anni dopo, il nuovo corso di Occhetto, migliaia di persone in Piazza del Popolo, sotto il palco dove De Gregori suona, suona e canta per la sinistra, per nuove speranze, per le nostre vite trasformate, i nostri cuori rimasti uguali.
E lì ho capito, finalmente, che indossare una giacca e dei calzoni meno consumati non significa aver tradito, non significa avere dimenticato. Ho capito, mentre suona "cercando un altro Egitto", che l'arroganza, ormai dissoltasi, svanita, scomparsa dalla mia vita, non significa avere perso, che crescere non vuol dire morire, che la vita non è solo adolescenza, che l'Egitto dal quale veniamo scacciati resta in noi, e ci accompagna, ed in un posto diverso dove poi si arriva, divisi e lontani, irriconoscibili esteriormente, portiamo con noi, nel più profondo, i segni e le immagini che hanno segnato le nostre coscienze a 17/18/19 anni, e siamo pronti a riparlarne, a rievocarli, a farli rivivere nel ricordo e nell'esempio, in quel po’ di vecchio e nuovo che ci accompagna e ci permette di riconoscerci, di volerci bene, di odiare ed amare le stesse cose, con un odio ed un amore ancora forti, insopprimibili, soltanto più nascosti dall'orgoglioso riserbo che merita qualcosa che vale.
De Gregori la canta con voce calma e triste, questa canzone, con triste e dignitoso riserbo la conclude, dicendo "amore mio naviga via, devo ancora svegliarmi", rendendo un prezioso omaggio all'adolescente che in ciascuno di noi è rimasto, quello pronto ancora a scagliarsi senza esitare sull'ingiustizia, l'ineguaglianza, il compromesso con cui i potenti della società e del mondo credono di manovrare le nostre vite, e in realtà restano schiantati sotto il fallimento etico della loro prepotenza, quello per cui ci sarà sempre un momento in cui i più ingenui chiederanno il conto e li faranno tremare.
Bandiere rosse, sotto De Gregori, e ancora il senso d'essere in tanti, di poter cambiare, di fare paura a chi è disonesto e la convinzione che ormai manca poco al loro fallimento, alla nostra vittoria, al comunismo, all'adolescenza di chi sta per capire chi è giusto e chi non lo è, ad altri cortei, voci di piazza, riunioni, occupazioni, manifestazioni e assemblee di giovani più giusti dei padroni e del capitalismo.
Così nell'incontro inaspettato con un ricordo, un'emozione, un istante del passato, ritorna un altro Egitto, che poi è sempre lo stesso, per me e quelli come me che non hanno mai voluto svegliarsi del tutto da questo immenso sogno collettivo.
E allora mi perdo nella melodia di De Gregori, assieme ad altre migliaia di compagni che non sono cresciuti quanto il potere avrebbe voluto, che ancora restano un po’ sognanti e desiderosi di cambiare, di creare una nuova giustizia sociale, e mi lascio annegare nel vortice dei propositi, le speranze, i valori, la passione, le certezze e l'arroganza fortissima, incrollabili, conservati nei nostri cuori, tramandati a questo presente di nuove aspettative, gelosamente custoditi nel ricordo lontano e sterminato delle nostre preziosissime, interminabili adolescenze.
Non c'è nessun motivo di essere nervosi, mi dicono agitando i loro sfollagente.
E infatti non sono più nervoso, non ho più paura, non abbiamo più paura, non c'è niente che non sia più vero, al di fuori di ciò che noi vogliamo che sia.
1989