COMPAGNO DI SCUOLA

"..... dove sono dove siete quando eravamo 1.000 - 10.000 - 100.000 non è possibile che fuori non c'è più nessuno non è possibile che non sento più niente che non sento più una voce un rumore un respiro non è possibile che fuori c'è solo un immenso cimitero...." N. Balestrini (Gli invisibili)

ROMANZI RACCONTI E POESIE GIOVANILI

1/11/202679 min read

L'amico è colui che, se ne va via,

a te muore una strada nel tuo borgo.

Nino Pedretti

Parte I

Nicola parla, e parla sottovoce, come 10 anni fa quando in birrerie come questa, più da paese che da una città come Roma, tra pensionati, ladruncoli ed emarginati di ogni specie, credevamo di progettare la rivoluzione. 10 anni fa avevamo 14 anni, io Nicola e Fabio. Credo dipenda dal solito meccanismo della memoria, quel quadro scintillante di verde che mi invade il pensiero, se torno a quegli anni.

La scuola era di mattoni rossi, tre piani in tutto, costruita a rettangolo, con in mezzo un cortile dove nell'ora di educazione fisica si giocavano i tornei scolastici di calcetto, e le ragazze fumavano ai bordi del campo, ogni tanto gridavano per incitare, poi tornavano a ripassare la lezione dell'ora successiva.

Le falci e il martello si sprecavano, sui muri e da ogni parte, nel bagno, sulle porte, nelle borse di Tolfa che ciascuno di noi, con esagerato orgoglio portava anche semivuota, quasi a voler dire in ogni istante: sono un compagno. Ed anche per me cominciò così, quasi per gioco, un po' come si inizia a fumare. E come il fumo, la politica divenne per me un vizio incontrollabile, e lo è tuttora.

In questo io e Nicola siamo simili, lui il vizio ce l'ha dentro si può dire dalla nascita, il padre metalmeccanico, me lo ricordo ancora quando studiavamo a casa sua al Labaro, che arrivava con quella tuta azzurra, il viso percorso di mille rughe, gli occhi di un castano chiarissimo, e fondo, i capelli grigi e radi, il naso grosso e le spalle anche, un pezzo d'uomo che sembrava uscito dal manifesto di Novecento, quello con la scritta "sarà una rivista che vi seppellirà". Esistono per davvero, questo pensai la prima volta che lo vidi, gli operai di cui mi parla mio padre, e mi sembra come uscito da un libro di storia, da un periodo qualunque che si possa ricomprendere tra la rivoluzione industriale ed oggi. E ne ero ammirato, benché non potessi sopportare quella puzza di sigaro che si sentiva a stargli un po' più vicino. Lui si metteva lì davanti a noi, ascoltava per un po' mentre ripetevamo la lezione di storia, poi prendeva a sfogliare con gesto uguale e scettico il testo di Villari, non credeva nelle parole, scritte o parlate che fossero, per lui contavano solo i fatti ed il lavoro: e infatti lo riponeva quasi subito, e se ne andava di là a cercarsi qualcosa da fare.

Alle volte, prima che scendesse all'osteria, provocandolo un pochetto, riuscivamo a bloccarlo per una mezz'ora con noi, e lui parlava del sindacato, della partecipazione dei lavoratori alla gestione dell'azienda, e mi apparivano, in quei racconti, storie uguali, e diverse di fatica, a volte prevaricazione, assemblee e picchettaggi. E mi sembrava, nell'incoscienza mia e di Mantovani, quell'operaio specializzato, ex partigiano che ci stava addirittura a sentire se obiettavamo qualcosa, che il bene e il male fossero così facilmente distinguibili ed identificabili: le tute azzurre erano i buoni, le giacche i cattivi: non sapevo ancora che un giorno, mi sarei deciso e costretto da me ad indossare giacca e cravatta. Nicola, invece, già sapeva, e voleva: sarebbe entrato anche lui nell'azienda, e di lì, avendo studiato, avrebbe preso a fare il sindacalista "partendo però dalla base", come precisava ogni volta che se ne parlava.

Nicola parla sottovoce, ha il viso quadrato, grosso, i capelli corti, d'un biondo vivo, giovane, ma la barba è incolta, il viso trascurato, e gli occhi, piccoli e d'un verde intenso e profondo, tradiscono una nostalgia che è quasi amarezza: l'amarezza di sapere che quei giorni di cui si sta parlando sono ormai trascorsi, e non torneranno più. Fabio, invece, è alto come Nicola, un po' più longilineo, ha gli occhi chiari anche lui, d'un azzurro trasparente, liquido, ma i lineamenti del volto sono un po' più ingentiliti, il naso piccolo e la bocca anche, il classico tipo che ispira alle donne quel tanto famigerato senso di protezione. Poi ci sono io, asciutto, di media statura, le spalle ben dritte e proporzionate, le gambe non troppo lunghe, il profilo corto e gli occhi scuri, i capelli neri e corti. Ma non siamo al completo, mancano tutti gli altri, primo tra tutti Luigi, il più piccolo, era un anno avanti, un po' il cucciolo della cricca, ma non è che non lo abbiamo chiamato, piuttosto non può venire, lo vedemmo l'ultima volta quasi sei anni fa.

L'aula che ci capitò il primo giorno di scuola, era un ex gabinetto di scienze, con tre file di banchi per otto scalini, come all'università, e la cattedra aveva attaccato da un lato un lavello un po' abbassato rispetto allo spigolo, dove in seguito imparammo a nascondere appunti e libri durante le interrogazioni.

Ci ritrovammo subito e facilmente in sintonia, 24 quanti eravamo, i compiti di greco li passava Nicola a tutta la classe, e alle interrogazioni, come ho detto, il suggerimento arrivava sempre, vuoi dal lavello al bordo della cattedra, vuoi da uno dei banchi in prima fila: senza contare che spesso non serviva, perché in effetti, tra le interrogazioni programmate e la buona dose di impegno ed interesse che mettevamo nello studio, eravamo quasi sempre preparati. A ricreazione, col tempo, cominciarono a vedersi le prime sigarette che assieme alla politica, ci contagiarono presto quasi tutti.

Nicola fu l'unico che non prese mai tra le dita una sigaretta: E' una debolezza diceva, ed a guardarlo, così robusto nei suoi maglioni a collo alto, i jeans di velluto e la pedule, biondo e sorridente, alto già quanto lo è ora, veniva di pensarlo invincibile. In tutto.

Con le ragazze. La più carina della classe, e forse di tutto l'istituto, era Nicoletta, occhi verdi un po' a mandorla, e capelli morbidi, d'un sensualissimo castano rossastro, seni già grandi, miss "bel culo" per tre anni di seguito, aveva sempre qualcosa da ribattere o rimproverare a chiunque, tranne che a Nicola. Ecco perché, quando dopo appena due mesi si misero insieme, per restarci poi durante tutti i cinque anni, a tutti noi sembrò che quella loro storia fosse già scritta su qualche libro del destino. In compenso, però, scherzammo a lungo su quell'accoppiamento nominale Nicola e Nicoletta, gli invincibili, la coppia in assoluto. Arrivavano al mattino tutti e due sulla vespetta 50 di lei, con calma Nicoletta prendeva a legarla in cortile, mentre Nicola già si informava su chi fosse di turno alle programmate, istruiva tutti su come si sarebbe svolta la mattinata, raccontava della riunione della sera precedente in sezione a Ponte Milvio, poi quasi scuotendosi si chinava ad aiutare la ragazza, ma non smetteva di parlarmi o di guardare storto qualche tipo con gli stivali di El Charro, o il cappelletto bianco e blu, a righine, da fascio. Ogni mattino, a vederlo, si sarebbe detto che dovesse succedere chissà che cosa, proprio quel giorno, e trasmetteva a tutti quella tensione e quell'entusiasmo che contagiò, per primo, proprio me. In classe, poi, era Nicoletta che teneva i rapporti con i professori, come un tramite naturale tra noi e loro, mentre a ricreazione, durante l'ora di educazione fisica si formava spontaneamente un capannello dove era Nicola, indiscusso e pacificamente accettato come leader del movimento studentesco dell'istituto: fu anche eletto nel consiglio d'istituto, nella lista di sinistra.

Ciò naturalmente lo portava ad essere in vista, sempre, nel bene e nel male: così quella mattina che vennero dei fasci col viso coperto, a scattare fotografie nella marea di studenti che s'affollavano in attesa delle otto e trenta, fu lui ad organizzare una sassaiola collettiva che provocò addirittura l'intervento della polizia, con fermi ed identificazioni di cui Nicola fu, appunto, la prima vittima. Era l'epoca delle autogestioni, e grazie a quel fatto, per tutti i quartieri limitrofi si sparse la voce che la nostra fosse una scuola rossa, cosicché i pochi fasci che ne facevano parte, badavano bene a non farsi troppo notare; si limitavano ad organizzare assemblee alternative a quella di istituto, scarsamente frequentate, e al più si limitavano a volantinare ogni tanto, dopo essersi assicurati, però, che ci fosse in fondo alla via una volante del commissariato di zona.

Io ero stato, fino a metà di quel primo anno, legato soprattutto a Fabio, col quale avevo fatto assieme sia le elementari che le medie, e Luigi, un magrolino più di me, che sognava soltanto di diplomarsi, poi iscriversi a Medicina e di lì, una volta laureato, andare a fare del bene in qualche paese del terzo mondo. Ma presto, a queste amicizie si aggiunse, forte e istintiva quanto se non più delle altre due, quella con Nicola. Andò così. Si era sì e no a marzo del primo anno scolastico, i prati del villaggio, sotto le palafitte, erano belli asciutti all'uscita di scuola, e ci fermavano spesso lì con tutta la classe, il sabato, ché si usciva alle 12,30. Motorini e vespette parcheggiate lungo il marciapiede, qualcuno steso sui prati a godersi quel primo sole, l'aria ancora un po' pungente: avevo un maglione di lana grossa, con sopra l'eterno giaccone di velluto, una sciarpa scozzese arrotolata al collo alla meno peggio, jeans e pedule come sempre. E come tutti. Si può dire che c'era una divisa invernale, che si indossava fino quasi a primavera inoltrata, ed una estiva: jeans, scarpe da tennis e camicetta colorata, da maggio a luglio.

Giocavamo un po' disposti a gruppo, io e Luigi, sputando in aria la gomma americana, e poi facendo a gara a chi la riprendeva in bocca senza che cadesse in terra. Nicola quel giorno non s'era visto, a scuola, ed era passata neanche una settimana dalla sassaiola: ingenuamente, non ci aspettavamo che potesse esserci qualche rappresaglia.

A un tratto vidi avvicinarsi una serie di vesponi bianchi, tre o quattro, e riconobbi subito da lontano, erano a viso scoperto, quelli di Euclide, a Piazza Carli. Fu un attimo, durante il quale non ebbi neanche il tempo di avere paura, fecero prima un giro in tondo guardando in volto tutti quanti uno per uno, poi si fermarono a semicerchio intorno a me, che tentavo di restare impassibile, e Luigi, che, m'accorgevo, era spaventato a morte. Quello che conduceva la fila, e che ora mi faceva segno di avvicinarmi, lo conoscevo: conoscevo il suo nome il cognome, l'indirizzo addirittura, alle elementari era già grosso e pienotto come ora, Corradini, non m'aveva mai dato l'impressione di un prepotente. Anzi, a quanto ricordavo, gli si dava del ciccione, e lo vedevo fremere e trattenere a stento le lacrime, in quinta elementare, soffrendo d'esser preso in giro. Fingendo di non conoscermi assolutamente: – Dai, sei sordo? – ripeté – avvicinati che ti devo solo parlare. Se volevo dartele, ero già venuto io, lì dove sei –.

Paura, ma anche rabbia, perché pensavo che il "ciccione" era forse diventato un teppista per rivalersi verso gli altri di quegli scherzi che tanto dovevano averlo ferito anni prima. Ed anche ora, mentre nessuno dei suoi osava fiatare, incitarlo o dargli consiglio, era come se recitasse una parte che non gli stava, non gli stava proprio. Almeno ai miei occhi. Comunque era indubbio l'ascendente che doveva avere sui suoi compari.

E così non potevo esitare oltre, se non m'avvicinavo io, lo avrebbe fatto lui, lo avrebbe fatto e, ritenendosi provocato davanti ai suoi, non si sarebbe certo limitato alle parole. M'avvicinai, le mani in tasca, senza guardare dalla parte dove stavano i miei compagni di scuola, ma dovevano essere tutti fermi, avevano 14, 15 anni, le botte a quell'età fanno molta paura.

– Così tu tiri le pietre addosso ai camerati! – fece, e poi guardando verso gli altri: – Ma non mi interessa...posso far finta di nulla... se mi dici dove abita quell'altro, quello biondo che era con te. Non lo vedo qui.

Ero un carattere molto istintivo, allora, ma non sapevo aggredire, né fuggire. D'altronde tradire Nicola, questo non lo avrei fatto comunque: primo, perché era un compagno, secondo, perché quando parlava di politica si rivolgeva sempre a me, ciò doveva significare che, pur non essendoci ancora una grande confidenza, aveva fiducia nel mio modo di pensare e di agire. Mi voltai, come se non esistesse per niente, il camerata Corradini, e tornai verso Luigi, che, mi accorsi, ancora teneva in mano la gomma da masticare e mi guardava a metà tra l'ammirato e lo spaventato.

– Hei! – mi sentii richiamare con un'aria di paziente superiorità che non sopportai, e così:

– Fottiti! – risposi esasperato – fottiti, hai capito... brutto ciccione. –

Quello scese dal vespone, mi venne incontro e tentò di colpirmi con un calcio. Mi scansai. Stavolta tirò un pugno dritto nello stomaco, e mi ritrovai piegato in due, su me stesso, e poi uno schiaffo forte sulla guancia. Poi, tutto nero è quanto ricordo, mi dissero che avevo reagito con un calcio rabbioso sullo stinco di Corradini, subito m'avevano raggiunto e bloccato altri due; poi uno strillo, la voce di Nicola, quattro compagni che avevo visto una sera di sfuggita in sezione, i fascisti che fanno quadrato davanti alle vespe. Ancora qualche schiaffo, qualche spintone, un paio di urli. Infine parlamentarono a lungo, mentre Luigi e Cristina mi si facevano intorno, e poi a mano a mano tutti gli altri.

La cosa fu risolta secondo le regole della convivenza: due camerati s'erano beccati delle sassate in volto, la settimana prima, ed io ero stato picchiato, che non succeda mai più, ci si raccomandò da entrambe le parti, ed io m'avvicinai che ormai la tregua era praticamente sancita.

– Glie le avremmo potute dare di santa ragione –, mi spiegò Nicola quando si furono allontanati ma prima o poi qualche altro compagno ci avrebbe rimesso. – Contento di non trovarti tanto ammaccato... almeno mi sembra che ti sia andata abbastanza bene... sbaglio? –

– Volevano il tuo indirizzo... – mi guardò annuendo – ma non glie l'ho dato! – gli annunciai fieramente.

Nicola sorrise come un antico guerriero, mi tese la mano, gliela strinsi forte. Ormai ero suo amico, più di prima, sentivo che gli altri mi osservavano e ne ero molto compiaciuto.

Parte II

Al liceo, cui arrivammo tutti quanti non senza qualche difficoltà nell'ultimo anno di ginnasio, soprattutto in Latino e Greco, scoprimmo la Filosofia. O meglio. La prima scoperta, fu in realtà la professoressa di storia e filosofia, una donnetta bassina e cicciotta, che faceva di tutto per mostrarsi eccentrica e, in qualche modo, interessante. A parte l'abbigliamento, improbabili tailleurs e calze a rete che avevano l'unico risultato di renderla ancor più goffa, s'avvicinava ogni mattina con passo da pantera al primo banco, lasciatole vuoto, sul quale sedeva poggiando i piedi sulla sedia, rivolta ovviamente verso la classe.

Più che le idee dei filosofi, ci teneva a mostrare di conoscerne le abitudini ed i fatti più privati, quasi potesse convincerci di aver chiacchierato in qualche salotto, ad esempio, con Bacone o Kierkegaard.

Nell'ora di letteratura, invece, pareva di essere più in un collettivo politico che in un'aula scolastica, era permesso fumare, sedersi sui banchi, interrompere la spiegazione e, qualche volta, affrontare temi di attualità politica, piuttosto che la poetica del Manzoni o del Leopardi. Tutto ciò grazie ad un professorino che odiava Dante e Petrarca, il Tasso e i decreti delegati. Ma era coltissimo e, salvo rare eccezioni, non approfittammo mai di questa sua disponibilità. Come sempre in ogni liceo classico, furono gli insegnanti di scienze e di matematica a dovere affrontare rifiuti di collaborazione, preghiere per avere qualche volontario da interrogare, o fughe collettive durante le lezioni. Per il resto, la vita nostra di gruppo continuava ad essere più o meno la stessa.

La mattina si decideva di comune accordo se entrare a scuola, o magari andarcene a visitare i Musei Vaticani, o Castel S. Angelo, o la Galleria Borghese o, magari, fare una semplice gita a Fregene, con la chitarra. Il pomeriggio si studiava fino a una certa ora, io sempre con Nicola e Fabio, e Luigi che ogni tanto riusciva ad accodarsi a noi; poi ci si vedeva al villaggio tutti assieme o, nei pomeriggi di pioggia, in casa di qualcuno a sentire o fare della musica, il sabato sera, poi, gli spaghetti da "Naso", a ponte Milvio, di fronte alla sezione, erano un fisso cui si venne meno raramente. Naso era un omino un po' tarchiato, ma non sgradevole: parlava proprio romanaccio puro, era fissato con Coppi, di foto del quale aveva tappezzato le pareti del ristorante, odiava il calcio e spesso e volentieri si lasciava andare a qualche moina con qualcuna delle ragazze.Il pomeriggio, poi, d'inverno specialmente, se promettevi di non intralciare mentre preparava il locale, o meglio quella stanzetta con 6/7 tavoli dai quali esso risultava costituito, ti lasciava entrare e ti portava anche da bere al tavolo, come in una birreria qualunque. Per l'occasione, tirava fuori i classici boccali, forse gli stessi dai quali stiamo bevendo stasera, della Wührer. Se poi al momento del conto ci scopriva in difficoltà, s'avvicinava con l'aria di non volersi far sentire dai pochi altri avventori, dicendo sottovoce: – A riga’, che ve devo da dì: dateme 'n po' quello che c'avete... fa lo stesso nun ve state a formalizza’... – Ed anche per questo, Naso era e rimase a lungo il nostro punto di ritrovo preferito. Quel posto, naturalmente, lo aveva scoperto Nicola, anche in sciocchezze come questa Nicola era sempre il primo, così come soprannome che dentro di me, ed in silenzio, gli attribuivo: l'invincibile.

Nicola era un punto di riferimento per noi tutti, era un po' il leader del gruppo, ma non per questo autoritario. Parlava di tutto, con tutti, senza mai distinguere né snobbare neanche i "secchioni". Qualunque cosa ci fosse da fare, che riguardasse il "gruppo" nella sua totalità, bastava rivolgersi a lui, che sapeva sempre come, dove, quando. Parlava con tutti, ed ascoltava tutti, mai ricordo di aver visto qualcuno che risultasse schiacciato dalla forte personalità dell'invincibile Nicola, benché di qui all'essergli davvero amico ce ne volesse: come per tutte le forti personalità, non gli era facile trovare chi fosse all'altezza di stargli appresso in qualunque occasione, ascoltare capendo realmente, controbattere addirittura, magari convincerlo al punto di fargli cambiare idea: ciò che riusciva a me per un verso, che lo seguivo in tutto, e a Fabio che ci teneva anch'esso, dato il carisma di Nicola, a mostrarsi pubblicamente "all'altezza". E siccome era un buono, e sapeva voler bene, Nicola si ritrovò col tempo a legare anche con Fabio, un po' alla volta, cosicché si arrivò a considerarci tutti e tre inseparabili.

Nicola discuteva perfino coi fascisti, in assemblea, per mantenere la promessa fatta al segretario di Sezione di non provocare altre risse; Nicola era capace di risolvere in un istante, con una sola veloce intuizione, quel problema che in 4 o 5 ci ha affannato per un pomeriggio intero, in un garage umido, davanti alla testata smontata di un Morini 125; Nicola stava con la più carina della classe, ed anche qualche pariolina mostrava di preferirlo, sotto sotto, ai fascistelli dell'istituto; Nicola giocava bene a pallone, spesso era assente per importanti questioni di politica che lo trattenevano giù in Sezione e nel '77 era stato, appena quindicenne, nel cortile enorme dell'Università a fischiare al sindacato assieme ad altri mille compagni, aveva resistito con loro alle cariche dei celerini, ed assieme a molti di loro era stato fermato, nel disordine generale, identificato e schedato come soggetto pericoloso; Nicola spiegava l'evolversi del movimento studentesco, e tutti capivano, o fingevano di capire l'importanza politica di quei fatti di cui erano testimoni loro e protagonista lui. Si aveva davvero, ad ascoltarlo, l'impressione certa e inconfutabile di stare partecipando alla storia, e che all'indomani avremmo potuto dire, con orgoglio, "c'ero anch'io".

Invece non ci fu mai un domani, almeno non come veniva dato immaginarlo dalle previsioni e dalla tensione di cui Nicola ci pareva il tramite predestinato; vennero gli anni di piombo quella fiammata si andò spegnendo via via più veloce, e quando ormai il '77 era solo un ricordo, per i pochi di noi che ne avevano davvero capito l'importanza e le dimensioni, ci ritrovammo tutti scaraventati nell'ultimo anno di liceo, in un clima stagnante di prospettive di radicali cambiamenti, dovere affrontare, ciascuno per proprio conto, gli esami di maturità, con quel che, di ben più reale e definitivo, supponemmo ne sarebbe seguito.

Ma prima di quel momento dovette succedere ancora qualcosa di importante, per me, che avrebbe inciso giorno dopo giorno nella mia crescita.

Fu nel gennaio del '78, in primo liceo: avevo 16 anni, il viso un po' meno bambino, magari, senza ammetterlo, un po' stanco di aver sempre bisogno di Nicola per smontare un cambio, trovare conferma ad una mia interpretazione, un mio progetto, per sentirmi incoraggiato a parlare in assemblea o in sezione, contraddicendo qualcun altro. Non che Nicola mi facesse pesare tutto questo, ma è che in effetti lui era sempre più svelto, tempista, ragionevole, era sempre un passo avanti a me, in tutto. Dandomi sicurezza, per il fatto di essergli amico, ma provocando in me anche una certa insofferenza, a tratti, che davvero mi sembrava di non saper muovere un passo senza di lui. Gli volevo e gli voglio tuttora, un bene dell'anima, come a un fratello, ma sentivo dentro di me una strana oppressione, o insofferenza che dir si voglia, poiché avrei voluto dimostrargli, per una volta almeno, di sapermela sbrigare da solo, e l'occasione, benché la cercassi, non veniva mai. Fino, appunto, a quella sera.

Avevo un giaccone di velluto beige, foderato all'interno, che mi piaceva da morire. Sul mio Benelli 125, assieme a Luigi, stavo tornando da Prima Porta dove eravamo andati, come ogni mercoledì, a dare ripetizioni ai ragazzi delle medie. Attività, questa, che consideravamo quasi alla stessa stregua di una missione: eravamo convinti che la cultura, lo studio, l'istruzione, fossero le basi necessarie e sufficienti, per un individuo, alla formazione di un'autonoma coscienza civile. Insomma, senza lo studio, non si possono capire molte cose: lo stesso Mantovani, che aveva solo la V elementare, s'era letto e studiato con pazienza, diceva, un sacco di libri tra cui anche Marx e Gramsci. Lo aveva fatto ai tempi dei fatti di Ungheria, e soltanto allora s'era finalmente deciso e convinto che il comunismo, come ogni altra utopia, passa attraverso una prevaricazione. Il fine – diceva assumendo un'aria di grande saggezza – giustifica i mezzi –. E qui Fabio, il più irriverente e sfrontato tra noi, non mancava di proporgli la contraddizione tra un'idea come quella Marxista, di uguaglianza e solidarietà sociale, ed un principio come quello Machiavelliano della Ragion di Stato. Era a quel punto che sentivo vacillare tutte le mie certezze ideologiche, giacché non ho mai sopportato di scoprirmi in contraddizione, ed era a quel punto che Mantovani tirava fuori il suo asso nella mancia, e grazie a quelle tante e faticose letture cui si era caparbiamente applicato, prendeva a parlare come un vero intellettuale: – Se la tua idea è giusta, qualunque tipo di ostacolo non è altro che una vera e propria reazione mascherata da opposizione... e come ogni reazione è provocata dalla resistenza dei gruppi egemoni alla affrancazione delle masse, in corso o già realizzatasi, e se la tua idea è giusta.... bada bene devi esserne ben convinto... – e nello scandire queste frasi guardava soprattutto me, sapendomi ben attento a quel che stava per dire – allora quella che tu chiami violenza è solo lo strumento unico per la giustizia! –, concludeva quasi stesse tenendo un comizio, poi riassumeva quell'aria altera ed orgogliosa di sempre, tornava ad aspirare il sigaro che stringeva tra i denti: – Ma queste sono soltanto le solite menate di tutti quegli intellettuali del pirla! – aggiungeva quasi a volersi giustificare, e prendere le distanze da tutte quelle parole pensate e scritte che s'era scoperto d'un tratto a salirgli in bocca. E tornava a piallare una vecchia porta, o a rimontare un vetro di qualche finestra: – pala e piccone gli ci vorrebbe – ripeteva tra sé – altro che parole – ... e soltanto nel lavoro, si capiva, egli trovava davvero delle risposte, o forse soltanto non sentiva più il bisogno di far domande.

Dunque, mentre con Luigi spiegavamo la storia e la letteratura ai ragazzi di 12, 13 anni, in uno stanzino messoci a disposizione dal partito, era come se stessimo costruendo altre decine di coscienze orgogliose e caparbie, come quella dell'operaio specializzato Mantovani, fieri e presuntuosi di quella missione di cui ci ritenevamo allora responsabili.

Avrei fatto il professore di Lettere, questo pensavo nell'oasi dei miei 16 anni, mentre Luigi mi invitava a deviare per Ponte Milvio, "così risaliamo dalla Flaminia Vecchia e ci fermiamo un momento da Mondi". – Ti vorrei proprio vedere giù nel terzo mondo, con queste tue voglie improvvise di bignè al cioccolato –, gli feci ironico, ma acconsentii a deviare per il percorso che mi aveva suggerito.

Parcheggiammo la moto sul piazzaletto antistante il locale, Luigi mi precedette verso l'entrata, mentre io avevo notato una ragazza seduta sul Boxer, che mangiava un gelato e si guardava intorno con aria quasi strafottente. Ma ne rimasi colpito soprattutto e solamente perché riconobbi in lei una delle tante ex di Fabio, e ciò bastò a classificarla, benché ci fosse nel suo sguardo qualcosa di diverso rispetto a quelle stupidine di cui Fabio era sempre circondato.

La maggior parte dei ragazzi che sedevano ai tavoli, indossavano il classico giubbetto panno, Camperos ai piedi, e mi guardavano storto. Soltanto mentre Luigi usciva, e mi porgeva un bignè al cioccolato, di cui non avevo assolutamente voglia, capii che tutti quegli sguardi dovevano essere motivati dalla copia del Manifesto che avevo lasciata appoggiata sul sellino della moto: e infatti due abbastanza alti, d'improvviso si alzarono e si diressero proprio verso il mio Benelli grigio. Come sempre in queste occasioni, mi sentii mancare il fiato, e il cuore che prendeva a battermi in petto ad una velocità indicibile.

Aspettavo soltanto che ci fosse una provocazione aperta, poi avrei agito e tutto sarebbe durato un attimo: la presenza di Chiara, così mi pareva si chiamasse quella ragazza sul Boxer, era uno stimolo e insieme un vincolo a non lasciar cadere quel gesto che ora compivano i due, di prendere il giornale in mano, e cominciare a strapparlo senza neanche guardare dalla mia parte, arroganti e sicuri che nulla avrei detto o fatto visto che erano fisicamente più grandi di me. Ma non fu così. Aspettai che tornassero a sedersi al tavolino dal quale si erano alzati, e che raccogliessero i complimenti taciti del resto del branco per la loro bravata. Quindi mi avvicinai e, mi viene da ridere ancora adesso, a ripensarci, spiaccicai il bignè che ancora intatto avevo in mano, sulla testa di uno di loro.

Poi, mentre ne seguiva una colluttazione con altri due o tre che s'erano alzati, ed io cercavo di mantenermi appoggiato con le spalle al muro sì da potermi difendere meglio, Luigi che nel frattempo era riuscito a non farsi notare, correva verso la moto e da sotto la sella estraeva la catena ed il lucchetto. – Via... via... – urlava, terrorizzato come sempre in queste circostanze, e quell'urlo assumeva proprio perciò una risonanza quasi inumana, da far venire i brividi, e nel frattempo agitava, rotandola sopra il capo la catena, e faceva in modo, avvicinandosi, che intorno a me cominciasse a farsi il vuoto.

Sembrò tutto finito ci guardavamo ancora in cagnesco, ma sembrava che si fossero calmati mentre m'avvicinavo lentamente alla moto, con Luigi, e stavo per accenderla. Fu in quell'istante che sentii un grido femminile, mentre ero distratto dall'accensione difettosa del Benelli: era Chiara, mi girai, mi scansai d'istinto e riuscii ad evitare che m'arrivasse una catenata in testa. Poi vidi gli altri avanzare verso di me, erano in cinque, quasi tutti più grossi "stavolta" pensavo "le busco davvero", e ciò che mi preoccupava era che potesse andarci di mezzo anche Chiara, che m'aveva avvertito poco prima e non appena inizia me la prendo con uno solo, come m'ha insegnato Nicola, perché tanto prenderle per prenderle almeno ad uno la voglia glie la fai passare: così riesco a spingerlo a terra, e comincio a riempirlo di calci, ed è come se non sentissi la botte che cominciano ad arrivarmi addosso, e che tra un po' mi faranno cadere.

– Fermi! fermi! –, sento urlare, e mi accorgo che in pochi attimi i protagonisti della rissa non mi sono più intorno, si allontanano velocemente sui vesponi, urlando minacce a me e Luigi, mentre quello in terra viene aiutato ad alzarsi, ha il viso buono, forse ho sbagliato a prendermela con lui. Rifiuta con orgoglio ogni aiuto, si pulisce addosso, avvia la Vespa, e se ne va senza fretta, con dignità. Mi giro, li vedo.

Sono Marco Rovelli e Claudio Martini, due compagni di sezione, più grandi sia d'età che nel fisico, alle manifestazioni stanno sempre nel servizio d'ordine, ben noti anche tra i fasci, ora capisco la fuga improvvisa dei miei avversari. Non sono scesi dal Morini 3/½, e non scendono tuttora, è bastato che apparissero: – Conviene che sparite in fretta di qui, – mi fanno – stasera per Vigna Clara e dintorni converrà non girare da soli –. Faccio un cenno col capo, orgoglioso che si rivolgano proprio a me, salutano e vanno via, dicendo che hanno fretta.

Credo che non potesse esserci un modo più esaltante nel quale potessi conoscere Chiara, le andai vicino, mi offrii di scortarla fino a casa: – tu... non sei la ragazza di Fabio? – le chiesi a un tratto con voce stupidamente ansiosa, lei scosse il capo sorridendo, e mi feci coraggio di chiederle una sigaretta.

Restammo imprudentemente ancora un po' da Mondi a parlottare tutti e tre, ci tenevo a sancire davanti agli altri avventori la mia legittimazione a star lì; in un posto al confine esatto tra due zone, Ponte Milvio e Vigna Clara, una rossa e l'altra nera, e per quella sera fu come se l'avessimo conquistato io e Luigi quell'avamposto.

Poi accompagnammo Chiara a casa, in via Jacini, aspettando addirittura che s'affacciasse alla finestra per confermarci d'essere ormai al sicuro, poi lasciai Luigi a via Gosio, ed arrivai a via Nitti, dove abitavo io, portai la moto in garage, badando bene che non ci fossero fasci ad attendermi, salii in casa e mi presentai a tavola che era giusto l'ora di cena.

E mentre mia madre mi domandava ansiosamente cosa avessi fatto allo zigomo, mio padre, giornalista indipendente di sinistra: – finirà questa storia!!... raccontami che magari un giorno se me lo fanno passare, ci scrivo un articolo sulla situazione nei quartieri neri... –, mi diceva, e con orgoglio gli sedetti accanto per dirgli tutto: finì che restammo alzati fino a tardi, fumando e bevendo assieme, come due compagni di lotta momentaneamente rientrati in trincea.

Quella era stata la prima volta che ero riuscito a levarmi dagli impicci senza l'aiuto di Nicola. Questi sarebbe intervenuto in mia difesa perché mio amico, e mi avrebbe fatto sentire per l'ennesima volta come un pulcino sotto la chioccia. Ma Claudio e Marco si erano fermati, senza neanche conoscermi se non di vista, perché erano due compagni, così come eravamo io e Luigi, e tra compagni ci si aiuta indistintamente, a prescindere dall'amicizia.

Insomma, se non ci fossi stato io, ma un altro, quella sera Marco e Claudio sarebbero intervenuti ugualmente, e tutto ciò mi faceva sentire, mentre fumavo senza timore avanti a mio padre e gli raccontavo i fatti, finalmente autonomo ed emancipato dall'affetto protettivo di Nicola.

Quel senso di solidarietà indistinta, spersonalizzata e perciò maggiormente preziosa, che regnava tra compagni, nel senso politico della parola, e faceva sì che bastasse una chitarra, un giaccone di velluto o di pelle; una moto scassata od una copia del Manifesto, perché scattasse la molla del reciproco e spontaneo parlarsi, darsi del tu, offrirsi da fumare e venire in aiuto in occasioni come quella di quella sera; tutto questo già sarebbe bastato a farmi sentire al sicuro, nella mia acerba ma preziosa adolescenza. Ma non c'era solo questo.

C'erano i compagni di scuola, con i quali ci si riuniva al pomeriggio a casa di qualcuno per discutere strategie di politica nella scuola, ascoltando cantautori o country americano, fumando uno spino che girava lentamente da una mano all'altra (e che io, tra l'altro, non imparai mai a saper "rollare"), o bevendo un goccetto; altre volte il pomeriggio lo si passava avanti a un motorino da riparare, mentre le ragazze se ne stavano distese o sedute sui prati del villaggio, e qualcuno suonava la chitarra e qualcun altro si preparava la lezione del giorno dopo perché era di turno alle programmate; ognuno faceva qualcosa di diverso, ma tutti facevano ogni cosa insieme, nello stesso posto, nello stesso momento, e se c'era un concerto di Bennato o Venditti o De Gregori o Dylan, si andava avanti tutti insieme, non esisteva che qualcuno rimanesse a casa. Poi c'era il nostro punto di riferimento, la taverna-birreria-osteria e quanto altro si vuole, da "Naso", a Ponte Milvio, proprio davanti alla sezione del PCI, in un vicolo stretto e lurido, tra un'officina di un meccanico amico di Nicola, e una ricevitoria del lotto.

Infine c'erano i miei amici, ed erano Nicola e Fabio. Eravamo inseparabili. Non so perché, visto che di fatto avevamo caratteri diversi, e soprattutto Fabio rispetto a noi altri due.

Lui riusciva sempre a scherzare, scherzava in continuazione, ma aveva la capacità di diventare improvvisamente serio quando c'era una ragazza nuova su cui far colpo, o ci si trovava in sezione e si capiva che non era aria di far gli spiritosi. Con le ragazze ci sapeva fare a volte meglio di noi, e spesso sfotteva Nicola, per quel suo lungo accoppiamento con Nicoletta senza neanche un tradimento, e me, per la lentezza e la timidezza di cui ero schiavo nei confronti dell'altro sesso. E quando in primo liceo finalmente mi misi con Chiara, e per farlo non dovetti, come sempre avevo fatto in precedenza, chiedere consiglio a Nicola, e neanche a Fabio, sentii dietro gli scherzi di quest'ultimo, che in realtà era contento per me:

– A me non importava nulla di lei... però è carina... non preoccuparti, vai tranquillo. Ah... sappi che io non ci ho fatto nulla –, e queste erano state le prime cose che s'era premurato di dirmi. Ragionava da solo, Fabio, sapeva essere opportunista, sapeva adattarsi, e non giurò mai su null'altro che non fosse la nostra amicizia, giacché pure le donne, per lui, erano e sono tutt'ora soltanto una distrazione; eppure quella fiducia che sempre, ed istintivamente come era nella natura di entrambi, io e Nicola gli conferimmo, si dimostrò fondata, perché in ogni occasione veramente importante, davanti a qualsiasi pericolo serio, Fabio seppe sempre mettere da parte la sua voglia di divertirsi, ed agire da uomo, con una lucidità ed una determinazione che Nicola: – Se si adoperasse con lo stesso impegno in politica, – diceva – sarebbe uno dei migliori del movimento. E' rivoluzionario mancato, perché si dà da fare soltanto quando le cose lo colpiscono in prima persona –.

Ma Fabio come ho detto, dimostrò di sapersi e volersi muovere con la stessa determinazione quando i fatti andarono a colpire, qualche anno dopo, il nostro amico Nicola.

Io, dal canto mio, avevo cominciato a lasciarmi crescere un po' di più i capelli, ed evitavo di radermi più di una volta ogni dieci giorni: scoprivo che ciò mi conferiva un'aria più interessante, gli occhi fondi e neri, il viso un po' scavato, un'atmosfera virile e decadente intorno alla mia persona, alla quale, e nella quale, giocavo ogni mattino prima di uscire. Chiara fu per me la prima esperienza davvero seria, e dopo un avvio un po' contrastato, aveva due anni meno di me, e non sopportava, all'inizio i miei continui riferimenti alla politica, mandandomi però in bestia, le cose cominciarono ad andar meglio. E così, a metà del II liceo, si può dire che la nostra storia aveva già un equilibrio, Chiara aveva stretto amicizia con Nicoletta, e credo le era servito molto, anche perché Nicoletta era una che sapeva vivere e trattare con la gente; io Fabio e Nicola, solidali fedeli e inseparabili, ormai, vivevamo il culmine della nostra amicizia da adolescenti, fatta di promesse, sogni e progetti più o meno sentiti, che occupavano ogni momento di riflessione che nella giornata si creasse. E il tempo passava.

Parte III

Ultimo anno di scuola, eravamo al Circeo, a casa di Cristina, la tradizionale gita dei cento giorni dall'esame di maturità.

S'era partiti con tre macchine e qualche moto: infatti 18 anni li avevamo compiuti ormai quasi tutti, e non avevamo perso tempo nel prendere la patente. E poi c'era anche chi, come Cristina e Fabio, guidavano appena con il foglio rosa. Fabio, perché era incosciente, Cristina invece aveva le spalle al sicuro: era figlia di un magistrato. Partimmo di venerdì, alla faccia di tutte le superstizioni, e si può dire che nei tre giorni che restammo al mare successe tutto quanto ciò che, ancora, doveva succedere per completare, in bene e in male, la nostra esperienza. Il tempo delle lotte, come lo chiamavamo in quel periodo, era ormai terminato, Vigna Clara e Monte Mario non erano più zone pericolose, e addirittura a scuola si giocava a pallone assieme agli stessi con i quali, fino all'anno precedente, s'era fatto a botte in Assemblea; non c'era più un motivo di distinzione tra rossi e neri, e le idee che, seppur diverse, ciascuno in buona fede aveva coltivato tanto a lungo: eravamo ormai solo dei ragazzi che, ad un passo dalla fine delle scuole e di un'età che fino a ieri era apparsa immortale e interminabile, estranea al senso continuo del divenire tutto intorno, cercavano di divertirsi il più possibile prima che l'esame di maturità segnasse, definitivamente, ed in modo inderogabile, quel trapasso di cui già cominciavamo ad avvertire i contorni in maniera più concreta e definitiva. Ma il problema del crescere assieme sta proprio in questo, e cioè nel fatto che viene inevitabilmente il momento nel quale le differenze escono fuori, e la differenza più grande e insormontabile, in qualche modo determinante di tutto il corso futuro della sua vita, si manifestò in quei tre giorni, e riguardava proprio Nicola. Ma andiamo con ordine.

In questo clima nuovo e ambiguo eravamo partiti la mattina presto, dopo esserci ritrovati davanti alla scuola, e durante il viaggio non avevamo fatto altro che superarci, rincorrerci sputarci e farci gestacci con le mani, lungo la Pontina sgombra, fino all'imbocco della fettuccia di Terracina, dalla quale si apriva, assieme a decine di altre, la strada privata che portava al comprensorio dove era la casa di Cristina. Arrivammo. La villetta era proprio in riva al mare, una costruzione bianca sul genere di quelle di Sperlonga o di Vieste. Si entra da un giardino nel quale c'era addirittura un dondolo, Fabio e Nicoletta, si misero subito a sedere lì, e cominciarono a sfotterci mentre scaricavamo ciascuno il suo zaino, e Nicola scherzando, faceva dei segni come a dirle "ne parliamo dopo".

Le stanze erano due, più un soggiorno, bagno e cucina, e mentre Luigi e Cristina cominciarono a giocare con la pompa del giardino bagnando tutti quelli che gli passavano a tiro, gli altri buttarono a terra, proprio nel soggiorno, zaini e sacchi a pelo, e nel giro di pochi minuti quella stanza piccola per 15 quanti eravamo, sembrava già un accampamento in piena regola. Cristina Nicoletta e Giuliana andarono a ficcarsi nel bagno per fare una doccia, e mentre sentivo lo scroscio dell'acqua, i loro strilli e quelli di qualche ragazzo che davanti alla porta contrattava per ottenere di entrare a lavar loro la schiena, io presi per mano Chiara, uscimmo, e ci dirigemmo verso la spiaggia, che mancava poco al pranzo.

L'unico errore che fece Fabio, fu quella storia con Nicoletta; – Ma quella te l'ho perdonata – gli fa Nicola spegnendo la cicca nel posacenere rosso, e la mano ancora oggi gli trema; sicuramente a causa del ricordo – ... a quel tempo tu eri ancora più scemo di adesso – e sento in quell'offesa un affetto sterminato, giacché solo noi siamo capaci di offenderci, insultarci e prestarci una camicia o trentamila lire, e fare ognuna di queste cose con lo stesso intento d'esserci d'aiuto. Ma chi non ha vissuto cose così, non può capire – ed essendo scemo – continua Nicola, ed a me riesce di sorridere – non potevi giammai capire che a una donna oltre che scoparla, si può anche volerle bene... tanto bene.... amarla... anche se sono ormai due mesi di seguito che tenta di convincerti a fare l'università, dopo le scuole, e non riuscendoci ti dice in continuazione che "sei troppo rigido", con lo stesso tono con cui si dice a qualcuno "sei un cretino"... forse, in fondo aveva ragione...... – si volta quasi stia per piangere, Nicola, e mi guarda come se per una volta potessi essere io a dargli delle certezze – ma non credo che avesse ragione... – non lo crede, ed è soprattutto per questo che il modo in cui s'è conclusa la sua storia con Nicoletta appare, a lui, a me e perfino a Fabio, un tradimento che ancora oggi fa un male cane, e lo porta a stringere forte il viso, gli occhi, e le mani, perché a Nicola non piace piangere davanti a nessuno, neanche a noi.

Ed ecco Fabio che si alza, gli si china incontro, e lo bacia, e verrebbe da fargli una foto a questi due, che sembrano un quadro letterario di fine ottocento, fumo, alcool, il ricordo di una donna, e del dolore grande da dividersi, in parti uguali, da buoni amici: dentro una bettola la stessa di sei anni fa, in un angolo di Roma assente da qualunque cartina turistica. Provo a collegare, attraverso il filo della logica, tutto ciò che è accaduto in questi anni e per farlo non è necessario andare in ordine cronologico: l'anno scorso Nicola è uscito da prigione, c'era stato una settimana solamente, quanto basterebbe a ciascuno per arrogarsi di decidere la morte o la vita di chiunque, compreso se stesso. Ed oggi siamo qui, praticamente da 4 ore, adesso sono le 21. Smetto di pensare tra me, svelo agli altri due il filo segreto della mia mente, m'accorgo che stavamo cercando d'indovinarlo da qualche minuto, già:

– Nel Marzo dell'80 ci eravamo dati appuntamento, ricordate?... –

– Qualunque cosa accada – ripete Fabio come fosse allora – il 21/3/86 ci rivedremo da Naso, sposati, emigrati, e addirittura militari... – e qui sorride, perché lui ha indosso la divisa da ufficiale, ha scelto la carriera militare – diserteremo, divorzieremo o torneremo dall'America, ma ci incontreremo. Questo è un giuramento su quanto di più sacro esiste: la nostra amicizia –.

Anche Nicola si ricorda, tutti ricordiamo, come potrebbe essere altrimenti: – Fu la promessa tre ragazzi, ... ed ora siamo forse tre uomini... Nicola non fumare così tanto – gli faccio, e lui sorridendo mette via la MS; – ... è una debolezza aggiungo – e sorridiamo tutti e tre poi torno a ripercorrere, ad alta voce, il sentiero dei ricordi.

Chiara era venuta con noi, ed assieme alla nuova ragazza di Fabio, Daniela, costituiva l'unica ospite nella realtà un po' esclusiva che era per noi il "gruppo". Indossava una gonna a fiori su un fondo verde acqua, un maglione di lana grossa di identico colore, stivali di pelle col tacco abbastanza alto, e un giaccone di renna chiara, spesso, che la riparava dalla brezza marina. Io, che avevo la barba incolta come al solito, ed i capelli neri più arruffati del solito, la guardavo mentre procedeva con attenzione avanti a me, nella sua camminata incerta e molto femminile, stringendosi nella giacca dal freddo, ed i capelli castani e morbidi, abbastanza lunghi, quasi le si perdevano nel vento. Superammo un chioschetto chiuso, accanto al quale stavano barche a vela disarmate e wind surf, e ci sedemmo quasi sul bagnasciuga, l'uno di fronte all'altra. Guardava il mare agitato, che pareva dello stesso colore del suo maglione, il suo profilo e quelle labbra piccole, socchiuse, un po' da bambina, mi stringevano qualcosa dentro, che non so dire.

– Sei sicura di non sentirti in imbarazzo? –

– Non hai ancora capito, Luca, che di Fabio non mi importa niente, dopo tutto questo tempo. E neanche prima, sai? Tu sei suo amico, ma a volte mi sembra che voi ragazzi su certe cose stentiate a capirvi... le ragazze per lui sono solo un gioco, la politica è solo un gioco... –

– Gli amici no! – la interruppi come se stesse per guastarmi il senso e la solidarietà di noi tre che, davanti allo sguardo piccolo e un po' ironico di Naso, ci caviamo dalle tasche tutti spicci che abbiamo per pagare il conto, o che ci arrovelliamo, magari prendendoci a spintoni, sulla testata aperta d'una moto, o giochiamo a pallone in circolo, al villaggio, e non facciamo entrare nessuno tra noi, solo Luigi ogni tanto, perché nessuno è capace, come noi, di passarsi una palla per ore, senza farla mai rimbalzare in terra...

– Forse no... e poi... con lui neanche ci sono andata... lo sai? –

Abbassai lo sguardo, avevo poco più di diciotto anni, e il solo pensiero che lei potesse essere stata di un altro, chiunque fosse, mi terrorizzava, nonostante tutti i discorsi fatti mille volte sul sesso libero, le ridicole scenate di gelosia, l'indipendenza, la pillola, l'aborto, la libertà e tutto il resto, corna comprese. Forse, adesso me ne rendo conto, nei rapporti con le ragazze ero immaturo, era l'unico settore della mia esperienza nel quale sapevo di avere ancora qualcosa da imparare, ma certo non potevo rifarmi, per questo tipo di cose, all'esempio onnipresente della mia adolescenza: Nicola. Era qualcosa di troppo diverso ed inspiegabile, quella sensazione acuta e lancinante di nostalgia, mai provata prima, che conobbi nell'osservare Chiara mentre giocando con la sabbia, seduta a gambe incrociate, rispondeva alla domanda che le porsi d'istinto, quasi senza accorgermene:

– No... – e mi guardò dritto negli occhi – non l'ho mai fatto con nessuno... fino ad oggi – aggiunse con un velo inquieto di dolcezza, che era al tempo stesso una domanda nei miei confronti, e mi sentii un po' sciocco, perché, mi pareva, un motivo preciso. Riuscii a trattenermi, forse è soltanto che non ebbi il tempo di ragionare su quella sensazione, perché voltandomi verso casa, vidi che dal cancelletto del giardino venivano giù gli altri, al completo.

Restammo lì tutto il giorno, mangiando dei panini a pranzo, ed a sera accendemmo il fuoco: la fiamma durò fino a notte tarda, e noi lì davanti, stanchi ed appagati per aver giocato a palla quasi tutto il pomeriggio, ed esserci fatti in continuazione scherzi con l'acqua.

Mi sembrò come se la luna si stesse spegnendo nella notte, un minuto dopo l'altro, poi guardai Chiara, e senza dir niente ci alzammo e ci incamminammo abbracciati verso casa.

Nessuno fiatò, e per una volta tanto, mi parve scontata e necessaria quella improvvisa riservatezza di cui tutti mi parvero capaci nei nostri confronti.

Il suo corpo nudo giaceva addormentato accanto al mio, mentre non riuscivo proprio a prendere sonno. In realtà non c'era una ragione che giustificasse la mia ansietà: avevo potuto rendermi conto, per quel po' che ne sapevo in materia, che Chiara era effettivamente vergine, e d'altronde nonostante fosse stata anche per lei la prima volta, era andato tutto bene. Nessun segno di nervosismo che potessi rimproverarmi di averle manifestato, anche se lei, parendomi in ciò già più donna di quanto io in quel senso mi sentissi uomo, s'era dimostrata molto più preparata di me alla cosa. Era stato un attimo veloce ed incosciente, del quale però adesso, in un altro tanto immotivato senso di potenza, ricordavo ogni dettaglio, e forse era proprio ciò a vietare il sonno. Cercai le sigarette sul comodino, ma sentii al tatto che il pacchetto era vuoto.

Feci allora attenzione ad alzarmi senza scuotere Chiara, poi sceso dal letto badai a coprire bene il sacco a pelo, ed uscii poi dalla penombra soffocante della stanza da letto.

Ero scalzo, e m'ero messo in jeans ed una camicetta gialla sbottonata, ma in realtà non sentivo freddo. Dal punto nel quale mi trovavo, vedevo il soggiorno buio e semivuoto, e ne deducevo che gli altri dovessero avere deciso di passare la notte in spiaggia. Però non avevo voglia di uscire. Così, siccome vedevo una striscia di luce provenire, assieme alla voce di Nicoletta, da dietro la porta socchiusa dell'altra stanza, la spinsi ed entrai.

Sul lettone matrimoniale vidi, appoggiata alla spalliera di legno, Nicoletta che, nuda e bellissima, teneva sul grembo Giuliana, carezzandole il collo e i seni. Lì per lì non volli rendermi conto della cosa, tanto ero stupito ed eccitato allo stesso tempo, e stavo per uscire quando Giuliana, accortasi di me;

– Oh… – fece per nulla imbarazzata – c'è qualche altro uomo che gira per casa come un fantasma?–

– Io… cercavo da fumare – feci come per giustificarmi, ché ora l'imbarazzo mi assaliva sempre e prendeva il sopravvento.

– Allora sei capitato bene, vietti a sedere che ci facciamo una canna… –

In realtà non avevo voglia di farmi addirittura una canna, ed avrei voluto tornare da Chiara, nella certezza che accanto a lei, stavolta, al sicuro da tutto, mi sarei finalmente addormentato. Era come se capissi che altro stava per accadere, e volevo andarmene, ma mi seccava ammettere così la mia sorpresa, lo stupore, l'imbarazzo. E poi tutta la situazione mi spaventava, temevo che potesse entrare qualcuno, o che rimanessi coinvolto in ciò che accadeva lì dentro. Fin'ora Nicoletta mi aveva soltanto guardato fisso mentre interloquivo con Giuliana; poi, come per rendermi meno a disagio scansò l'amica, e indossò una camicetta che le copriva a malapena, però, i grandi seni bianchi, e lasciava intravvedere facilmente il pube in trasparenza. Così ottenne l'effetto contrario, ma ero lì, e non sarei fuggito come un pupetto di 12 anni. Tentai di rispondere ai mille dubbi che mi attraversavano, e un po' anche per darmi un tono:

– Perché – hai detto "qualche altro uomo?" – le chiesi – chi altro c'è? –

– Fabio – fu la sua risposta, guardandomi dritto negli occhi come a voler studiare la mia reazione, e mi sentii morire. Ecco perché non avevo mai legato molto con Nicoletta; perché non mi era mai stato possibile stringere amicizia con una persona che non conoscessi a fondo, ed era sempre stato come se capissi che molte cose di lei mi sfuggivano, da sempre.

Fabio entrò in quell'istante, e mi guardò sorpreso e intimorito. Non disse nulla, e non gli chiesi nulla: lui continuava a tenere in mano le cartine e una paletta di stagnola che doveva avvolgere il cioccolato, mi fissava quasi atterrito, nell'indifferenza delle due donne: non mi trattenni nel dargli una manata sull'avambraccio, il fumo e le cartine gli caddero in terra e poi, senza guardare le ragazze, uscii di lì chiudendomi la porta alle spalle.

Tornai da Chiara, mi infilai nel letto con lei e stavolta, rimandando all'indomani ogni pensiero, mi addormentai in un istante.

Il mattino dopo non mi curai nemmeno di dove potesse essere Chiara, accorgendomi che il posto accanto al mio era vuoto: il mio primo pensiero fu Nicola. Mi diressi in cucina, dove Luigi, era seduto a far colazione: – Ciao –; – Ciao –, risposi.

– Le ragazze sono andate a far la spesa… –

– Chi? – gli domandai

– C'erano Chiara, Cristina, Giuliana, Nicoletta e Nicola.

– Anche Nicola? –, feci, e Luigi confermò con un cenno del capo. Poi chiese: – Senti Luca, mi presti la macchina? – Vorrei fare un giretto nel comprensorio… –

– Non ti ammazzare – gli dissi porgendogli le chiavi dell'auto, e mi accorsi, mentre finiva in fretta il suo latte, d'averlo fatto felice. Ringraziò di nuovo e uscì.

Guardai l'orologio appeso al muro: erano le undici, accidenti quanto avevo dormito! Chissà, magari in questo momento Chiara starà camminando per Terracina, precedendo il gruppo delle amiche assieme a Cristina, o Nicoletta, raccontandosi in segreto di questa notte. Mi sentii enormemente ridicolo e inutile subito dopo aver formulato questo pensiero, e prima che potessi analizzare più a fondo, e come mia natura, quella contraddizione, entrò fortunatamente Nicola. Una luce intensa e opaca allo stesso tempo navigava nel suo sguardo stanco, mi sedette di fronte, spiegandomi che all'ultimo non se l'era sentita di accompagnare le ragazze, ed era tornato indietro. Mi sedette di fronte, e stava lì, in silenzio poi, guardandosi intorno.

Io morivo di rabbia e di tristezza, e non sapevo se parlargli o no.

– Cos'hai grande capo? – gli feci a un tratto non potendone più, nella speranza che fosse lui, dicendomi quel che sapeva, a cavarmi da quell'impiccio. Raccolse il fiato, era la prima volta che lo vedevo così, come se gli pesasse addirittura parlare.

– Tu sapevi di mio padre? –

– Sì… cioè non so a cosa alludi… –

– La cassa integrazione a zero ore… –

Feci sì col capo, e volevo saperne di più. La cassa integrazione era un provvedimento governativo che assegnava dei contributi straordinari alle grandi aziende in crisi; per tutta la durata (spesso si trattava di anni) del finanziamento, i lavoratori erano lasciati a casa col minimo dello stipendio, in attesa che attraverso il contributo dello Stato, ed il lavoro dei pochi trattenuti, a turno, in fabbrica a lavorare, l'azienda uscisse dalla situazione di difficoltà. Sapevo tutte queste cose, perché qualche volta ne avevo parlato in sezione, incazzatissimi perché spesso la cassa integrazione non era altro che l'anticamera d'una serie amplissima di licenziamenti collettivi: il padronato, dicevamo noi, ed i fatti purtroppo ci davano ragione ogni volta, prima si mangiava finché possibile i soldi dello Stato, con la inevitabile compiacenza, ottenuta a mezzo tangenti, degli organi di sorveglianza dell'attuazione della cassa integrazione stessa; poi seguivano i licenziamenti, esportazione all'estero dei capitali, e altre porcherie. Ricordavo bene tutto questo, perché quando in sezione s'era parlato di questa cosa, ero rimasto sconvolto e inviperito dalla circostanza che gli organi di informazione, giornali, riviste e RAI, nascondevano all'opinione pubblica tutta questa vergognosa faccenda. C'erano stati addirittura dei suicidi di alcuni lavoratori che, per una serie di inadempimenti dall'alto, tipicamente ed esclusivamente italiani, s'erano ritrovati in busta paga, dopo ritardi di due o tre mesi, cifre come 200.000 lire o giù di lì, e s'erano ammazzati nella speranza di poter lasciare alla famiglia almeno una pidocchiosissima pensione: tutto questo, poi, era stato denunciato a livello di scandalo solamente su Famiglia Cristiana, e questo era quanto ci mandava di più in bestia, a me e gli altri, essere preceduti da una rivista ecclesiastica.

Comunque chiesi a Nicola di spiegarmi bene cos'altro fosse successo a Mantovani, benché ormai ne avessi un sospetto più che fondato.

– Ho telefonato adesso a casa, mia madre era disperata, lo hanno licenziato assieme ad altri 200.

– E lui che dice?

– Lo sai come è fatto lui… dice che il sindacato interverrà presto in questa situazione, che torneranno in piazza le grandi folle e che tutta questa manovra del padronato si rivolterà a favore del movimento operaio che ritroverà unità, solidarietà,… quasi è contento, dice che si annuncia in periodo nuovo di grandi lotte…

– Tu non ne sei affatto convinto… vero?

– Io penso che se il sindacato avesse voluto o potuto imporsi, lo avrebbe fatto già fatto prima di arrivare a questo punto –. E capivo che aveva ragione, era ormai più di due anni che questa situazione si trascinava, per la sua ed altre centinaia di famiglie, nella disattenzione della stessa classe operaia. Almeno di quella parte non colpita da situazioni del genere. E la gente, la gente comune, non solo non sapeva, ma neanche voleva sapere… almeno fin tanto che non ci fosse andata di mezzo in prima persona… non era solo un problema di informazione, il rischio era ancora più alto: che a nessuno, anche sapendo, potesse importare della sorte di un migliaio di famiglie che, in fin dei conti, e a bella posta, erano soltanto una minoranza. Come i pensionati, i disoccupati, e via dicendo. Gli esposi questo mio dubbio, gravissimo per ciò in cui avevamo creduto fino ad allora, e scoprii che ne era molto più cosciente di quanto credessi.

– Vedi – mi spiegò – va bene i problemi a casa per fare la spesa di tutti i giorni, le tasse e i libri di scuola, le spese di condominio, addirittura per momenti come questa gita… che, ho scoperto in questi due anni, e per quanto sia ingiusto hanno anche loro un costo… diecimila lire, ad averle o non averle, vuol dire stare con gli amici o non poterci stare…

– Non dire cazzate – lo interruppi – tu potrai stare sempre con noi, i soldi te li prestiamo io e Fabio, tra noi non sono mai esistiti questi problemi –.

Ma lui continuò come se non avesse ascoltato: – questa notizia mi fa sentire più vecchio di dieci anni… non ridere Luca, non so come spiegarti, non mi è mai successo, ma adesso… adesso ho quasi paura di tornare a Roma, domani mattina.

Era lì di fronte a me, Nicola l'invincibile, colpito nel suo unico punto debole, che era non tanto e non solo la famiglia, quanto e soprattutto il tradimento, come lo chiamò egli stesso, del sindacato, del suo grande ideale, e la politica che non gli appariva più, alla luce dei fatti di quei giorni, un tendere a situazioni di giustizia sociale sempre più solide… lo guardai fisso negli occhi, poggiandogli una mano sul volto, lo guardai forte in viso e:

– Non devi e non dovrai aver mai paura di nulla, finché noi tre staremo assieme – gli dissi, e lui, finalmente sorrise e fu come se tornasse, per un istante, quello di sempre.

E appena ebbi finito di dirgli questo, pensai con uno spasmo indicibile alla scena della notte prima, rividi Nicoletta con Giuliana sul grembo, e poi Fabio che mi guardava atterrito dal mio stupore, ma Nicola, non so come, quasi indovinando il mio pensiero, riuscì a farmi capire che noi tre eravamo ancora, e sempre, qualcosa di troppo forte per essere divisi. E così scendemmo in spiaggia, il cielo coperto, una luce falsa e il mare mosso il giorno prima, che minacciava chiunque s'avvicinasse, come fosse un gigante irato: comunque ci spogliammo, e ci tuffammo facendo a gara a chi saltava più in alto dei cavalloni. Amavo Nicola, con quel suo viso da antico guerriero, amavo Fabio, con la sua leggerezza in buona fede, e amavo me stesso, che da ieri, soltanto adesso lo capivo, amavo veramente Chiara. Nulla ci avrebbe mai divisi, pensavo trascinato dal risucchio delle onde, e insanguinato dalla loro schiuma viva; eravamo qualcosa di troppo forte per essere divisi da alcunché, Nicola, anche stavolta, aveva ragione.

– Come mi stanno? – fece Laura mostrando a Cristina i jeans che aveva lavato in varecchina, scoloriti e aderenti sul di dietro. E intanto Nicoletta urlava che qualcuno l'aiutasse a fare il sugo, Luigi suonava una canzone di Venditti, che ascoltavo spesso credendo di poterne capire a fondo il senso. Senza sapere che oggi, oggi che non l'ascoltiamo più, e neanche ricordiamo le parole a memoria, oggi soltanto quella canzone potrebbe, in parte, esprimere ciò che sentiamo dentro, a ripensare come eravamo, e come siamo diventati.

– "Compagno di scuola… – dice la canzone – compagno di niente ti sei salvato dal fumo delle barricate: compagno di scuola compagno per niente: ti sei salvato o sei entrato in banca pure tu?" – e tutti assieme, con Cristina che prende certi acuti inimitabili, e si guarda intorno sorridente, con quel suo fare splendido che le è valso il soprannome "pepsodent", cantiamo a presso a Luigi, che aveva detto, poco prima, "se suono io, voglio doppia razione di spaghetti". Ma dove li metterà, poi, magro com'è, m'aveva chiesto Giuliana.

Benché sembri strano, e non appaia dalle cose ora dette, quella sera, all'idea che il giorno dopo alla stessa ora saremmo stati di nuovo a Roma, per rimanerci fino a dopo gli esami, e la fine della scuola, fu come se ci stessimo salutando in partenza ciascuno per un viaggio diverso, lontano, con l'ansia di forse non più vederci. Un'impressione? non so, comunque in effetti quella fu davvero l'ultima volta che vivevamo un'esperienza tutti insieme, 15 quanti eravamo quelli del "gruppo". Perché gli esami, l'avevamo ben chiaro in testa, non erano come le programmate, erano per ognuno, volenti o nolenti, una faccenda privata. Nicola, poi, col suo destino che già si lasciava presagire con prepotenza, era lontano e solo più di tutti noi da quella sera stessa. E fu per questo, soprattutto, che mentre Luigi ci spiegava che dopo le scuole avrebbe rifiutato la divisa, perché la patria si difende con la pace, il disarmo e la lotta alla fame nel mondo e non in armi come dicono i politici, mi venne in mente quel giuramento che oggi ci ha riuniti ancora qui da Naso, a me Fabio e Nicola. E giurammo, solennemente davanti a tutti, che tra sei anni, qualunque cosa fosse accaduta, fossimo addirittura entrati in banca, come diceva la canzone, ci saremmo incontrati a parlare di questi giorni che ancora stavamo vivendo. Luigi, seduto con la Ranger EKO 12 corde, ci guardava e, benché volesse aggiungersi a noi, non lo fece. Ed anche questa, probabilmente, fu una piccola circostanza del destino.

Era neanche mezzanotte quando, dopo aver cantato ancora un po', decidemmo tutti d'accordo d'andarcene a dormire ché domani ci si alzava presto. E in quel saluto frettoloso e senza allarmi, come un avventore distratto e silenzioso, anche l'adolescenza si congedò da ciascuno di noi.

Parte IV

All'ultimo momento decisi di iscrivermi a Giurisprudenza, abbandonando così il mio vecchio sogno di fare il professore di italiano. Non ci fu un motivo ben preciso, non so perché feci ciò, tante volte il corso intero di una vita può essere influenzato da circostanze apparentemente irrilevanti, minime e imprevedibili. E d'altronde non fui l'unico a decidere diversamente da come io stesso, soltanto un mese prima, avrei creduto. Nicoletta approfittò di una zia che si trovava in America, e, un po' per imparare le lingue, un po' spinta dal desiderio di novità ed un'insospettata ambizione, andò a New York a studiare Marketing, l'equivalente, però più completo, della nostra Economia e Commercio. Cristina, che s'è laureata assieme a me, sta ora tentando il concorso in Magistratura. O meglio: Lei, volendosi schermire, parla di tentativo: in realtà, col padre che si ritrova, non avrà nessun problema a farcela. Se ne era già parlato, d'altronde, quando uscirono i quadri dopo gli esami, ed ognuno in buona fede, e in fondo a ben guardare non c'è molta colpa stando così le cose, si contava le raccomandazioni in tasca. L'unico male possibile è che in realtà, per 5 anni vissuti tutti insieme, s'era sempre detto che le cose andavano cambiate, no al clientelismo, no al sistema delle raccomandazioni, meglio la fame si diceva. Si diceva, già. Ma Nicola la fame, per certi periodi, l'ha fatta per davvero e dice che è brutta, orgogliosi come sono, lui e Mantovani, hanno sempre rifiutato qualunque aiuto che gli offriva da parte di chi, tra noi, aveva più possibilità. Nonostante suo padre continuasse ad aspettarsi l'unico aiuto possibile e lecito da parte del sindacato, e sua madre piangesse; nonostante il pretore del Lavoro abbia rigettato il suo ricorso per "carenza di legittimazione passiva dei convenuti", e ciò si sia reso possibile grazie allo scioglimento della vecchia ditta e la creazione di una nuova, diversa solo nel nome: quanto è bastato ad una magistratura, cui dall'alto è stato detto "attenzione, se riassumete Mantovani ci fate riassumere tutti gli altri, e son dolori", per trovare un appiglio, infondato, ingiusto, ma sempre un appiglio. Così s'è capito che aria tira, è inutile fare appello e pagare un altro avvocato e un altro lunghissimo giudizio.

Mantovani ha così deciso, dietro l'insistenza mia, della sua famiglia e dell'avvocato dal quale io lavoro, e che lo ha assistito in primo grado, di accettare l'assunzione in una di quelle società che creano apposta per i cassaintegrati licenziati, per farli star buoni, durare ancora qualche anno per poi fallire a loro volta. Ed anche quando avendo perso la causa, ci fu da firmare quel foglio col quale il lavoratore licenziato si impegna a rinunciare, in cambio dell'assunzione, ad ogni suo diritto ed azione verso il vecchio datore di lavoro; anche lì, dicevo, facemmo un ragionamento di convenienza, gli mancano pochi anni per maturare la pensione minima, probabilmente, lui almeno, sopravviverà. Gli altri più giovani non so, e non è dato saperlo.

Nel primo anno di università accaddero molte cose.

Ancora ci si vedeva abbastanza spesso, io, Nicola e Fabio. Eravamo tornati dalle vacanze, e ci si era visti tutti alla Festa dell'Unità, a Castel S. Angelo. Me la ricordo bene quella sera. Arrivammo con la Diane gialla di Nicola, con l'adesivo "nuclear, no thanks" sul retro, i sedili bruciacchiati dalle cicche, i freni rumorosi: Nicoletta era appena partita per gli Stati Uniti.

– Stasera niente donne – aveva esordito Fabio per darsi un tono, ci teneva a far vedere che quel che si diceva sulla sua ultima ragazza, con la quale resistette più a lungo e che, se non ci fosse stato il militare di mezzo, forse lo avrebbe accalappiato del tutto, non era vero. Avevamo parcheggiato molto distante, che Lungotevere era pieno di macchine. Tutti alla festa dell'Unità, perché si mangiava a poco prezzo, e c'erano film di Fassbinder e gruppi di semi professionisti che suonavano rock duro.

– C'è ancora qualcuno che ha delle idee – avevo detto passando vicino al palco dove un quartetto di sconosciuti cantavano una canzone di cui dovevano essere gli autori "Pershing Cruise ed SS 20, fuori i missili da tutti i continenti, faceva il ritornello, e Fabio mi disse di non atteggiarmi a nostalgico della rivoluzione. In realtà non era sbagliato quel mio modo di vederla, concordò Nicola, perché quelle feste erano ormai poco più che delle sagre di paese; politica non se ne faceva più molta, e i dibattiti erano disertati dai più giovani. Nicola, più di me, tutto questo non lo sopportava, così come non sopportava gli occhiolini della dirigenza del partito alla maggioranza. – Questo cacchio di PCI sta diventando una socialdemocrazia, non è più un partito di opposizione –.

– Esordì così quando ci sedemmo anche noi e chiedemmo ai compagni che servivano di portarci fettuccine e birra, la nostra cena preferita. E intanto, nel suo eterno maglione a collo alto, Nicola si guardava intorno come se da un momento all'altro dovesse accadere chissà che cosa. E a guardarlo così vivo e teso, mi pareva di essere a scuola, la mattina, quando scendendo dalla Vespa di Nicoletta, si guardava intorno con la stessa aria di voler capire. Di voler cambiare.

Fu così, d'istinto, e forse per la prima volta dopo più di 5 anni che eravamo amici, che gli chiesi di lei.

– E' partita un mese fa per gli Stati Uniti, va a studiare il marketing. Da brava borghese… – aggiunse poi scherzandoci su.

– Starà via 4 o 5 anni – fece Fabio

– A Natale dovrebbe tornare, almeno spero. Ma era strana, sapete, quando è partita. Era lontana, distante,… quasi direi che non mi sopportava, non sopportava i miei scherzi, i miei abbracci, il mio modo di guardarla, come se d'improvviso, ma da un giorno all'altro guarda, fosse cambiata. La sera prima che partisse, le giravo intorno col motorino, sotto casa, cantando "benzin, mabelle", come ho fatto per anni. E lei mi diceva che non sarei mai cambiato e di non cambiare mai… però lei aveva delle ambizioni, e questo fatto del cambiare me lo diceva a metà tra l'ammirazione e l'insofferenza… mi sentivo un idiota, non sapevo più che dirle, non me l'aspettavo di potermi ritrovare a doverle fare la corte per… come se non mi appartenesse… a doverle chiedere di … Accidenti, avete capito, no?! – Annuii, per levarlo dall'imbarazzo. Nicola era restìo a parlare di certe cose. Comunque doveva essere così tra loro, che s'incontravano senza un appuntamento preciso, ad un certo momento della giornata, e lì decidevano di amarsi. Mi pareva abbastanza grave, in effetti, che la sera prima che lei partisse, Nicola dovesse addirittura cercare di piacerle. Non era forse quello il momento nel quale tutto avrebbe dovuto accadere a maggior ragione d'istinto, senza preparazione, corteggiamento, senza alcuna forzatura, come sempre era stato? Evidentemente no, non era stato così, e s'incrinava, a quel racconto, un'altra delle tante perfezioni che, nell'adolescenza appena trascorsa, avevo sempre reputato eterne ed incapaci a mutare.

– Sarà il momento – feci senza troppa convinzione – anche per lei non sarà stato così facile salutarti. Lo sai, lei ha un carattere orgoglioso, e non è mai stata particolarmente espansiva…

– Grazie caro amico bugiardo – mi interruppe Nicola l'invincibile – se non ci fossi tu a badare alle mie illusioni, forse le avrei già perse tutte. La realtà è che Nicoletta, ormai, l'ho persa… sono certo che non si farà più viva… l'ho sentito mentre ci siamo abbracciati, all'ultimo, e lei guardava oltre me che guardavo, e si vedeva che s'aspetta di ricevere chissà quanto dalla vita, in cambio di questa separazione. Per tornare tornerà… ma quando? –

– Scommettiamo che tra neanche un mese t'arriva una bella letterina? – feci io, già sapendo, come in realtà avvenne, che quella scommessa l'avrei persa.

Uscendo dalla festa, prima di salutarci, Nicola volle conoscere quei ragazzi che avevamo ascoltato poco prima, e restammo con loro per una mezz'ora buona, ci fecero provare la loro Fender elettrica, discutemmo degli amplificatori e gli dicemmo che la canzone ci era piaciuta molto.

Quando fummo in macchina Fabio disse che il sonno gli era passato, e così volle assolutamente che si andasse a Castro Pretorio, a dar fastidio ai travestiti. Trattando un po', riuscimmo a farlo ripiegare sul Volturno, ché c'era anche lo spogliarello, e dal modo con cui prese ad inneggiare a Katia Rover e Norma Moreno, capimmo che c'era già stato altre volte.

– Ecco uno che non cambierà mai, sempre il solito maniaco sessuale – ma quella sera, dopo lo spogliarello e il film, decidemmo di deviare per via Veneto, al ritorno, dove per fortuna le cifre erano troppo alte, e così non se ne fece niente.

– Mi raccomando – fece Fabio salutandoci sotto il portone di casa sua – stasera niente seghe!

– Ma vaffanculo – gli rispondemmo in coro io e Nicola, ché stavolta se l'era proprio meritata.

Io, Fabio, Nicola e Luigi, e parte degli altri della comitiva, avevamo deciso di non chiedere il rinvio del servizio di leva, così da partire tutti assieme.

La speranza ingenua era quella di ritrovarsi tutti nella stessa caserma, nella stessa camerata, nello stesso gruppo di brande, perché era quasi scontato, ai nostri occhi, che la vita continuasse ad essere un filo continuo di momenti e sensazioni da conoscere, gustare ed anche soffrire insieme. L'idea di una separazione era impensabile.

Purtroppo, però la cartolina arrivò per primo a Fabio, sotto Natale, perché a nostra insaputa aveva fatto domanda per un corso AUC, vincendolo grazie ad un parente ammanicato con la sanità militare. E quando io e Nicola andammo ad informarci al Distretto, ci comunicarono che io sarei partito ad Aprile, destinazione Albenga, autista, 41 Fanteria.

– Ed io? – aveva chiesto Nicola.

– Tu – gli era stato risposto – risulti "a disposizione dell'Esercito Italiano"–.

– Cioè? –

– Cioè, quando si libera un posto ti chiamiamo –.

– E io che devo fare, stare ai comodi dell'Esercito Italiano? e se per caso mi capita un'offerta di lavoro… che gli dico, che posso partire dall'oggi al domani? –

– Quando si libera un posto ti chiamiamo. Tu non preoccuparti –.

Nicola s'era adirato, ed io quanto lui. Fortunatamente riuscii a rappacificarlo col sottufficiale dietro lo sportello, cui a un certo punto aveva risposto che era lui a doversi preoccupare ad andare in giro con quella faccia da stronzo. Dovetti fare da mediatore tra i due, prima che quello decidesse davvero di chiamare i Carabinieri come stava minacciando.

Nicola, con i suoi precedenti, aveva rischiato molto, anche quella volta. Capii quel giorno che qualcosa in lui s'era spezzato, e, cosa mai avvenuta prima, era realmente disposto alla violenza: lui, proprio lui che fino ad allora aveva alzato le mani raramente, per motivi gravi, e solo se provocato.

Luigi da un po' di tempo era scomparso, l'ultima volta che l'avevo visto s'era detto dispiaciuto del fatto che dovesse essere sempre lui a cercarci, ché non lo chiamavo mai. Ma il fatto era che noi tre avevamo le ragazze, io facevo già pratica da un avvocato dietro le forti insistenze di mio padre, Nicola aveva Mantovani e la politica a cui pensare, e Nicoletta che non scriveva ancora, Fabio era già a Cesano, e lo si vedeva di rado, perché come al solito, aveva una ragazza con cui trascorrere il tempo: non che abitualmente disertasse gli amici per le donne, ma stavolta, checché si schernisse, con Cinzia era una cosa che lo prendeva abbastanza. Così proposi a Nicola di andare da Luigi, e gli raccontammo della nostra visita al distretto Militare: lo vidi cambiare colore. Mi parve spaventato a morte, e capii che fino a quel momento ci aveva creduto davvero all'idea di ritrovarci tutti insieme sotto le armi.

Come ho detto, in quel periodo io, Fabio e Nicola avevamo un sacco di pensieri, le ragazze soprattutto, e perfino Fabio, si vedeva, aveva paura che durante un anno di militare si potesse perdere quanto fin lì costruito. E poi sulle caserme se ne raccontavano di tutti i colori, a partire dalla sporcizia, le prepotenze dei più anziani, la latitanza degli ufficiali, il cibo scadente e l'ostilità dei civili verso le sfumature alte. Presi da questo vortice improvviso di pensieri non avevamo il tempo di occuparci di Luigi.

Io avevo Chiara e l'università, a cui badare, e dall'avvocato dal quale stavo cercavo di capire più che potevo dell'ingarbugliata causa di lavoro di Mantovani, Fabio era per forza di cose raro a vedersi, e Nicola, che non riceveva più notizie da Nicoletta, seguiva con disperata ostinazione la situazione del padre rivolgendosi ora al Sindacato, ora al partito, ma senza ottenere null'altro che parole. E il labaro, con le sue case di tufo ed il mercatino rionale, la vineria e le sue piccole sterminate insufficienze quotidiane, era ormai il suo mondo.

Per parecchio tempo non ci vedemmo neanche con lui, dopo quel giorno, se non di sfuggita, e in occasione della causa di Lavoro di Mantovani.

– Venite avanti, cari – ci fece la madre di Luigi, tentando in qualche modo di trattenersi dalle lacrime.

Entrammo, non eravamo più di una decina, nel Marzo dell'82. Attraversammo un corridoio lungo e male illuminato, arrivando così ad un salone dove ci attendevano Carla, la sorella, ed il padre.

Dalla stanza vicina, nella quale dovevano trovarsi altri parenti, s'udivano a tratti, una serie mal soffocata di singhiozzi.

– Patrizio – fece la signora Colasanti – questi sono gli amici di Luigi. Qualcuno di loro lo ricordi senz'altro… Dio quanti siete... tutti dei tempi della scuola, vero?

Sfilammo inerti, con gli occhi arrossati, sebbene prima di entrare ci fossimo ripromessi di trattenerci, avanti a quelle tre persone, ed abbracciammo attoniti ognuno di loro. Tutto era accaduto troppo in fretta.

Luigi aveva chiesto all'ultimo momento di fare l'obiettore di coscienza, ma il permesso gli era stato negato dalle autorità: "le motivazioni, sia quelle religiose che le altre riconosciute dalla legge, non erano sufficientemente documentate". Questo ci disse il padre di Gigi, un uomo di media statura, sulla cinquantina, con la pancetta ed un dolore che gli spaccava il viso ad ogni parola. Carla, che aveva tre anni meno di noi e quel giorno non era andata a scuola, taceva, mentre la signora Colasanti ci interrogava, su cosa avremmo fatto, ché ormai le scuole erano finite da quasi un anno.

– Mi sembra di vederlo in ciascuno di voi, ragazzi…, siete stati tanto cari a venire… Gigi avrebbe fatto il medico, voleva andare nel terzo mondo ad aiutare i poveri… tu lo sai, vero Luca? studiavate spesso insieme… Dio? Dio santissimo, come si può morire a neanche vent'anni.

– E là il padre scoppiò in lacrime, così, come un bambino, e uscì velocemente dalla stanza. Carla lo seguì. Restammo soli e muti con la madre, che cercava di non smettere di parlare, ma si vedeva chiaramente quanto le pesasse.

– Queste cose le ha potute sapere sul posto mio marito, da un gruppo di colleghi di Gigetto che hanno accettato di parlare. Erano scioccati anche loro, poveri figlioli.

Pensate, hanno voluto che promettessimo di non fare i loro nomi all'inchiesta.

Dovevate vedere che visi, qualcuno senza neanche un filo di barbetta, poco più che bambini… ma come si fa a mettere dei bambini in un posto come quello, e ad accanirsi tanto per rendergli la vita impossibile… in caserma non ci hanno fatto neanche entrare e poi ci hanno raccontato delle cose… degli scherzi, come li chiamano loro, che sono una cosa disgustosa, gavettoni di… insomma non di acqua, e questa cosa dei nonni, le persecuzioni verso i nuovi arrivati, tutte cose ingiuste tutte violenze derivanti dalla noia e la cattività in cui si vive nelle caserme.

– Perché di certe reclute hanno paura anche i superiori, quando alle 18 escono in libera uscita… – interruppi io.

– Pensate, voi che lo conoscevate il mio Gigetto come poteva sentirsi, in mezzo a tanti delinquenti… – e lì smise del tutto di parlare, il viso contratto in uno spasmo incontenibile di dolore, con Giuliana, l'unica vera fiamma di Luigi, che questi aveva corteggiato a lungo ma senza ottenerne nulla di più che una specie di amicizia, le andava accanto e tentava di consolarla. Noi tutti tacevamo, in un'atmosfera inutile. Inutili quelle lacrime, inutile quel parlare di noi e del futuro, inutile sapere dal racconto della signora che aveva ripreso poi a parlare, che Luigi, si era ucciso senza un motivo apparente a seguito di uno stato di depressione che il ritrovarsi lassù in Friuli, tra tanta gente ostile verso la popolazione militare, a fare una cosa che lui odiava in virtù delle sue convinzioni, certamente aveva acuito.

In realtà queste sono cose che sotto naja le provano tutti, ma lui non aveva retto.

Ancora oggi a sentire Spadolini che dice che quelli che si uccidono in caserma sono "degli psico-labili" provo un senso sterminato di rabbia impotente, e vorrei piangere o sparargli in bocca. Ma per Luigi, fortunatamente non ci furono dichiarazioni di questo tipo. Il suo suicidio, dopo settimane e settimane di umiliazioni, era passato inosservato. I fatti di neanche un anno fa mi hanno invece insegnato che per fare degnare l'opinione pubblica di un pensiero sulle condizioni e la stupidità del servizio militare, di suicidi ce ne vogliono almeno una decina.

Uscimmo infine, dopo poco più di un'ora, con il sig. Colasanti che ci diceva, scusandosi per poco prima, di tornare a trovarli qualche volta, se avessimo voluto. Ci salutammo tutti, dandoci appuntamento per il giorno dopo al Preziosissimo Sangue, la Chiesa del quartiere, per le undici e trenta, l'ora della funzione.

Il funerale al giorno dopo, fu drammatico. E per drammatico intendo, almeno per me, il non riuscire ad avere la netta sensazione di quel che stava accadendo. Sembrerà sciocco, o forse macabro, ma mentre guardavo quella bara messa al centro, avanti all'altare, e il prete parlava inutilmente, perché la metà di noi non crede e non l'ascoltavamo, continuavo a ripetermi che lì dentro c'era Luigi, coi suoi capelli rossi, il viso piccolo e le scarpe, non mi riusciva proprio a capacitarmene.

Già, le scarpe, forse gli avevano lasciato le pedule, le stesse con le quali giocavamo a pallone, durante la ricreazione, nel cortile di scuola. A un certo punto 4 militari in divisa, della caserma Politanova la stessa di Luigi, vennero avanti a sollevare la bara. Mi resi conto che il prete aveva detto già "la messa è finita" tutti intorno guardavano in quel punto: tra i tanti visi riconoscibili quelli di molti del Liceo L. Caro, classe 62, anche alcuni fasci, anche Corradini, che si faceva il segno della croce. Avrei provato forse un senso di indulgenza e di rappacificazione, ma non ne ebbi il tempo, mi accorsi che i compagni di scuola, mentre quattro sollevavano la bara, avevano applaudito ma ora, vedendo che c'era anche un ufficiale stavano fischiando tutti in coro. Mi unii a loro, senza provare la benché minima consolazione.

Infine salimmo in macchina per seguire il corteo fino al cimitero: eravamo, nella Diane, io, Fabio, Giuliana, Chiara e Nicola che m'aveva chiesto di guidare al suo posto.

Fumavo.

– L'ultima volta che l'ho sentito era molto giù – diceva Giuliana – ma non che avesse detto nulla che lasciasse presagire ciò che avrebbe fatto –.

– Vi sentivate, allora? – domandai

– Sì… parlavamo a lungo, diceva che gli faceva molto bene sfogarsi con me.

Tutte le sere, verso le 9 mi chiamava… che fosse depresso l'avevo capito…, poi per tre sere di seguito sono uscita, m'hanno detto che ha chiamato, allora alla quarta sera sono rimasta a casa, nonostante m'avessero invitato questo gruppo nuovo che ho preso a frequentare, ma lui non ha chiamato… e neanche la sera dopo, e quella dopo ancora. Forse s'è sentito abbandonato anche da me… non so… l'ultima volta che ci siamo sentiti avevamo anche litigato… per scemenze… ma io è per tenere il punto che sono uscita… volevo… Dio Santo volevo dargli una lezione… una lezione capite? –

Qui avevo visto dallo specchietto retrovisore che Chiara era impallidita, e Nicola s'era voltato a guardare fuori dal finestrino.

– Su – aveva detto Fabio – non potevi sapere… –

– Non si può mai sapere, è questo che mi distrugge – rispose lei ormai singhiozzando senza più trattenersi… – non è giusto, morire così... ma poteva almeno aspettare che facessimo la pace! – gridò più forte, e si piegò su se stessa.

Quando uno muore bisognerebbe che il padreterno t'avvertisse, così hai il tempo di dirgli tutto quello che devi… non può essere che resta tutto così in sospeso… ma allora a che è servita tutta quella fatica fatta per diventare amici davvero, dopo i primi tempi…

Ed era vero, pensavo io, Giuliana aveva ragione. Come poteva essere che Luigi aveva dovuto morire prima ancora di crescere, di aprire un libro di Medicina, di imparare del tutto a suonare la chitarra… e mi sentivo in colpa anche io perché negli ultimi tempi non lo chiamavamo mai. Lui era sempre stato così: ci ammirava e ci amava, ma non era del tutto come noi, non so perché, forse per la sua timidezza, la stessa che gli ci aveva fatto impiegare mesi prima di dichiararsi con Giuliana, prima di baciarla, le poche volte che, all'inizio del loro rapporto, lei gli diceva di non volersi legare, e poi erano diventati amici. La stessa timidezza che rivedo in quella scena di tanti anni fa: il pulmino delle scuole elementari davanti casa mia, io guardo dentro e ci sono, fra gli altri, Gigi e Fabio, e quel mattino, più del solito, non sopporto la maestra cicciona con la verruca su una guancia, così getto il cestino nel pulmino, e scappo via attraversando la strada, la maestra grida, "Luca, torna indietro che fai?", e gli altri bambini attoniti, increduli, Fabio che scende di corsa e si accoda al mio bliz inaspettato, alla fine ci riacchiappano, e quando siamo quasi a scuola Gigi mi fa – senti, la prossima volta ci posso venire anch'io con voi? –

Non era mai troppo sicuro di essere benvoluto, e delle volte era anche seccante cercare di convincerlo del contrario.

Giuliana si sentì tirare su, era Nicola, si abbracciarono e vidi, sempre dallo specchietto, che anche l'invincibile, che per tutti quei due giorni interminabili aveva taciuto, ora piangeva come un bimbo, ed io vedevo quella scena in cui Giuliana era ancora più bella, pensavo a Luigi che l'amava inutilmente, a Luigi che aveva amato solo lei e forse non aveva mai avuto, prima, una ragazza, e pensavo, cosa cazzo pensavo mi vergogno, pensavo che Luigi non aveva di certo fatto l'amore con lei, non l'aveva mai fatto con nessuna ed era morto senza averlo fatto, e non era giusto, pensavo ridendo e piangendo per quel pensiero, non era giusto era impossibile che uno potesse morire senza ancora aver mai fatto l'amore. Da quel giorno passò neanche un mese; e partii anch'io per fare il militare. Quando poi tornai, seppi da Mantovani che nel frattempo era partito Nicola, e così per queste circostanze, passarono quasi due anni prima che ci potessimo rincontrare.

Tuttavia, prima che lui partisse e mentre io ero ancora sotto naja, Nicoletta si rifece viva con Nicola, me l'ha raccontato lui in una lettera che mi scrisse da una schifosissima caserma del Friuli dove già si trovava quando ebbi finito di indossare divise e scopare cortili di caserme. Ecco come andò.

Il sole accecante di Luglio colorava la strada del bar dove Mantovani sedeva al tavolo vicino alla finestra, col suo eterno sigaro puzzolente ben serrato tra i denti, ed aspettava, per accenderlo, che poco dopo le 17 cominciassero a rientrare in borgata i suoi compagni di gioco abituali, che smontavano all'incirca a quell'ora. Indossava la sua solita tuta azzurra, povero Mantovani, volutamente fingendo a se stesso di non sapere che la causa di lavoro era stata persa e che l'avvocato aveva sconsigliato il ricorso in appello, ed a vederlo era come se da un momento all'altro s'aspettasse d'essere richiamato in fabbrica.

Per il momento con lui c'erano due ragazzi sulla trentina, entrambi disoccupati, e quello più smilzo, che aveva anche i baffetti, era particolarmente nei guai: lo sapevano tutti, lì al bar, che aveva messo incinta la sua ragazza, e presto avrebbe dovuto sposare. Con loro c'era anche un pensionato che ogni tanto sputava in terra, e poi beveva, bestemmiava gettando la carta quando stava a lui, e poi tornava a bere, e si lamentava, nelle pause, perché "400.000 lire al mese non gli bastavano neanche per far studiare il figliolo, e sua moglie era costretta ad andare ancora a servizio, due volte la settimana, a casa di certi giù a Vigna Clara, lavare, stirare e via dicendo. Era chiaro, adesso, perché le donne dei ricchi erano ancora belle, alla stessa età della sua di moglie, perché avevano chi sgobbava e si imbruttiva al posto loro".

Nicola se ne stava fuori, con una maglietta bianca sul torace grosso, la barba incolta ed i jeans scoloriti, a fumare e domandarsi se valesse la pena di piantarla, per onestà, di tentare ancora di studiare, e mettersi finalmente a lavorare a tempo pieno lì dal meccanico a fianco a Naso. Ed era nervoso, contrariamente al solito, molto nervoso, e non gli riusciva proprio di entrare nella conversazione che dei ragazzi, tra i quali c'era anche una biondina di circa 15 anni che lo guardava con insistenza, tenevano pochi metri distanti da lui. Infine gettò la cicca, e si mosse verso il campo di calcio, che era proprio dall'altra parte della strada, e si sdraiò sul bordo, ché tanto i cancelli erano aperti. La Giustiniana calcio aveva appena finito gli allenamenti, e certi ragazzini ne approfittavano per improvvisare una partitella.

– Nicola… oh, Nicola, vié qua… facce vede qualche finezza daje… – gli fece uno col vocione che sarà stato alto sì e no un metro e mezzo, e teneva stoppato il pallone sotto un piede.

– No, Patrizio, oggi non mi va… –

– Daje, che dovemo prova’ gli schemi –

Nicola scosse il capo sorridendo come a volersi scusare.

– Vabbè – fece allora un altro – allora resta lì a fa’ er vitellone… – e poi rivolto sottovoce all'amico – ma che gli ha preso a quello… lì –

– Lascialo sta, che mo’ sta a aspetta’ l'americana… quella bona che se n'è ita 'n'America…

– Volete dallo quel pallone, a scimuniti! – fece un altro che doveva essere il capo, e quelli ubbidirono, scordandosi così di Nicola.

Nicola aveva smesso di guardare verso il campo, e se ne stava finalmente sdraiato a pancia in su a guardare il cielo, domandandosi come avrebbe dovuto comportarsi nel rivederla, ché a minuti sarebbe comparsa. Aveva telefonato quella mattina, mentre lui era in sezione, e così gli aveva lasciato detto dalla madre che sarebbe venuta lì verso le 17,30. E gli pareva che si sarebbe dovuto irritare, nel sentirsi considerare sempre così a disposizione, in fondo avrebbe anche potuto avere altro da fare, e non farsi trovare. Però non gli riusciva di adirarsi, era troppo forte l'emozione e la curiosità di rivederla quel pomeriggio stesso, e di sentire cosa gli avrebbe detto, se magari si fosse giustificata, in qualche modo, di tutto quel lungo ed improvviso silenzio. Forse avrebbe dovuto mostrarsi comunque adirato con lei, ma si ripropose di essere naturale, perché tanto non era mai stato capace di mentire: la bugia, su qualsiasi cosa, era del tutto sconosciuta a Nicola, e d'altronde fino ad allora non ne aveva mai avuto bisogno. Aveva appena chiuso gli occhi, che si sentì carezzare i capelli:

– Su, indovina chi sono! – fece una voce femminile, la sua voce!

– Una profuga – le rispose, poi aprì gli occhi e la vide, jeans e camicetta, come sempre, sorridente ed emozionata quanto lui, forse, e credette per un istante per un istante proprio come se si fossero visti ieri per l'ultima volta.

– Quando ho visto che al bar non c'eri, ho immaginato subito che stavi qui... a giocare all'allenatore – precisò indicando i ragazzini che giocavano, poi, vedendo che lui taceva, gli sedette accanto, ed anche Nicola si tirò a sedere. – Non mi dici niente? – domandò poi Nicoletta.

– Beh… è che non mi viene in mente niente… cioè… non so da dove cominciare… e poi che dovrei dirti? sei tu che dovresti avere mille cose fantastiche da raccontare. Sei stata in America, nel paese del più splendente capitalismo!

– Sì, fai lo spiritoso, sai! –

– Quanti soldi hai fatto, emigrante? – e si sentì di scoprirsi acido.

Per darsi un tono, e un po' perché non sapeva come e dove guardare, fece per cercare una sigaretta. La accese, e tacque imbarazzato.

– Hai ragione di essere arrabbiato con me... non mi sono fatta più sentire… ma vedi, laggiù ho tanto da studiare... –

Lui annuiva senza mostrarsi soddisfatto da quella spiegazione.

– No… Nicola non fare così, lo so che hai tutte le ragioni, ma non fare così, è da una settimana che sto immaginando questo momento.

Allora lui finalmente scattò: – Una settimana! Sai quant'è che io lo immagino e lo aspetto questo momento? 11 mesi! Signorina cara, sono undici mesi che non so più neanche se sei viva o morta! – Poi si pentì d'averle urlato, quasi si sarebbe scusato, se non fosse stato orgoglioso. Ma gli pareva, d'altronde, che visto che non riusciva era meglio continuare in quell'atteggiamento. Aspirò una lunga boccata, e: – Hai preso a fumare? – domandò lei finalmente accorgendosi della cosa, ma lui non rispose: – Senti facciamo una cosa? non ho voglia di litigare. Adesso ce ne andiamo a mangiare da qualche parte, così mi racconti dell'America, ed io degli amici quaggiù. Da Naso, ti và? –

– I miei sono al mare fino a domani sera… se vuoi… – fece Nicoletta e a quell'invito così scoperto, Nicola non seppe se indignarsi del tutto, perché era ormai evidente che lei lo stava usando come fosse un oggetto, o se fingere di non aver sentito: comunque si alzò senza fiatare, con calma.

Si alzò, e diresse verso la mini 90 di lei, che lo seguiva. Riconobbe la macchina, perché era la stessa che qualche volta, prima della maturità, la madre di Nicoletta gli prestava per uscire la sera. Lei gli porse le chiavi. Nicola aprì lo sportello, entrò dentro, accese e partirono. Mentre guidava, ci pensò ché erano almeno due settimane che, al pomeriggio, non usciva dalla borgata. Guidò senza fretta, in silenzio, e non si stupì, anzi improvvisamente si sentì rappacificato con se stesso, quando si accorse di aver guidato fino sotto casa di lei.

Parcheggiò, e salirono, con lei che adesso gli aveva preso la mano.

Cucinarono e cenarono assieme, come ai vecchi tempi, e Nicola s'era ormai rassegnato a che le cose andassero come dovevano andare. D'altronde adesso soprattutto, che lei s'era sbottonata la camicetta e intravedeva la pelle morbida dei grandi seni, sentiva di desiderarla nello stesso modo di prima. O forse anche di più, per quanto potesse essere strano. Ma era che ora, dopo tutto quel tempo e le cose accadute in quel primo anno dopo le scuole, tutto ciò che aveva assaporato durante l'adolescenza, non gli appariva più così scontato e sicuro, ed anche quella figura di donna avanti a lui, si colorava d'un ché di strano, un desiderio precario, breve, una sensazione di serenità sulla durata della quale non gli pareva di poter scommettere. Quando s'era fatto il giuramento, anche lì Nicola, come me e Fabio, aveva provato per un istante quella sensazione, ed era per questo che avevamo giurato, per poterci scommettere su altri dieci anni di amicizia. Ma ora, su quella donna e quel calore che lo stare con lei gli avrebbe procurato per qualche istante, magari tra neanche mezz'ora, non si sentiva di scommetterci, non gli pareva affatto scontato, né sicuro, né tanto meno capace di durare con certezza. Contrariamente a qualsiasi istante del tempo passato nel limbo dell'adolescenza. Tutte queste sono sensazioni delle quali abbiamo parlato spesso, e perfino Fabio pare capirle, ma lui non se ne fa un dramma. E' Nicola che le subisce con più stupore, mentre a me capita di volere e riuscire, almeno credo, a reagire con sufficiente determinazione: ciò avviene, forse, perché Nicola è sempre stato e sempre sarà disponibile al compromesso, al cambiamento, io sono sicuro che tra altri dieci anni lui sarà quasi del tutto lo stesso di ora, e di quell'estate del '82 che passò con Nicoletta, e degli anni della scuola, le riforme, i disordini, la musica dei cantautori con le loro proteste, Bennato, Guccini, De Gregori, i sogni e le aspirazioni, ancora incontaminate, d'una società più giusta.

Quella sera Nicoletta seppe di Mantovani, degli altri amici, di Gigi, della prof. di matematica, quella a cui avevamo fatto tanti dispetti, e che alla cena di classe, dopo l'estate degli esami, era venuta accompagnata dal padre, un bell'uomo sulla cinquantina, che ci guardava e ci parlava con fiducia, chissà lei che gli aveva raccontato su che rapporto stupendo aveva con noi, poverina. Così, seppe Nicoletta, nessuno se l'era sentita di comportarsi male, ed eravamo stati tutti gentilissimi, e alla fine lei si vedeva che in una sera soltanto ci aveva perdonato tre anni di arrabbiature e strilli inutili.

Poi Nicoletta raccontò che in America, nel giro che si era fatta le ragazze erano tutte troie che la davano via ogni sera dopo la discoteca, e quando lui fece domande un po' più precise, sembrò che volesse nicchiare.

– La vita a New York non è la mia, credimi – spiegò – a volte mi sento sola, più di quanto tu puoi credere… ma quella scuola è importante per me, e non tornerò indietro. Ormai è anche una questione di puntiglio… ci starò quattro anni e poi tornerò qui. Sono sicura che con una specializzazione così quotata riuscirò finalmente a entrare in qualche giornale. Ho fatto bene a scegliere una specializzazione così poco e mal praticata qui da noi… e Tu?…tu stai studiando? –

– Ho preso scienze politiche, ma non sto combinando nulla… la mattina vado da Lello il meccanico, lavoro un po' con lui, imparo il mestiere, e poi sto proprio di fronte alla sezione del PCI:–

– Già, eccolo qui l'eterno rivoluzionario, così se scoppia la guerra civile ti puoi arruolare senza perdere tempo! –

– Non scherzare…, – fece Nicola un po' contrariato... – è che mi manca l'entusiasmo per studiare… è tutto così diverso, mio padre senza lavoro, mia madre sempre più stanca col viso che ogni giorno le appare una nuova ruga… ricordi com'era bella soltanto qualche anno fa… prima che cominciasse questa maledetta storia della cassa integrazione, e poi del licenziamento, e poi la causa… soldi buttati via inutilmente… non ci hanno reso giustizia… gli stessi che si sono salvati dal licenziamento sono proprio quelli che il sindacato s'è premurato di raccomandare, adesso al tavolo delle trattative, col padronato, si patteggiano solamente le raccomandazioni, ma mio padre… da ragazzino… neanche 18 anni aveva… lo sai che è stato partigiano… lo sai che suo padre è morto alle Fosse Ardeatine? Lo sai che se tu sei una persona libera lo devi anche a lui… e tutti quelli come te, lo devono a quelli come lui, che oggi hanno pensioni da fame? E poi c'è Luca che ha la ragazza, sempre Chiara, vanno bene quei due… poi Gigi… e tutti che non si vedono più…

– E' la vita, scommetto… il tempo si fa sì che ognuno prenda la sua strada… ma che pensavi, che il gruppo durasse in eterno? –

– Nicola si fece più serio, nel risponderle: – Ridi, se vuoi, ma in effetti lo credevo –.

Nicoletta non rise, e allungò una mano sul tavolino, fino a quella di lui, stringendola forte

– Fabio… – continuò Nicola... – solo Fabio – e qui sorrise – è come prima, sembrano tutti cambiati, forse in peggio, non so, ma lui è tale e quale… –

– Lui era già peggiore allora! ironizzò lei – e Nicola la guardò con sospetto, poi vedendo che lei accennava a volersi schernire per quelle battuta poco felice, sorrise. Senza saper perché, sorrise, e lei anche, e risero insieme, alzandosi contemporaneamente, e a lungo, prima di baciarsi di nuovo, dopo quasi un anno.

Si staccarono.

– Se non mi giuri di scrivermi, quando a settembre tornerai in quella merda di paese… –

– Non posso giurarti nulla, tu sai che diventare giornalista è per me la cosa più importante, viene prima di tutte. Anche di te, lo sai, non so mentire… comunque non preoccuparti – fece lei guardandolo con malizia – mi hanno detto le mie amiche di laggiù… oh, me l'hanno detto, non farti venire idee strane… che gli uomini americani non valgono nulla... e poi un altro come te non c'è… di questo sono sicura…

– Ci scommetteresti? – chiese lui stando al gioco.

– Almeno, se ricordo bene… – e aggiunse parlandogli all'orecchio – quando ti dico di non cambiare mai, intendo anche e soprattutto riferirmi a quella cosa lì…

– Quale cosa? – scherzò lui.

– Ho capito, bisogna che si faccia un po' di ripetizione! –

– Ripetizione nel senso di una, due, tre volte e poi ancora? –

Nicoletta si lasciò prendere sottobraccio, e fingendosi adirata chiese:

– Ma che, anche nella sinistra ci sono i maniaci sessuali… gli stupratori? –

– Che c'entra, io mica ti stupro… a te piace mi pare; Che anche nella sinistra ci sono le troie? –

– Sì, ma non esagerare, eh? –

Basta. Tacquero, finalmente, dopo aver ritrovato a fatica un po' d'intesa nello scherzo verbale, andarono in camera da letto, e il resto venne da sé, come era sempre stato.

Nicoletta e Nicola si videro ancora, per tutta l'estate, e passarono anche una settimana al campeggio, ed alla fine ogni diffidenza sembrava aver abbandonato il mio amico.

Quando a settembre lei stava per partire, ed a lui contemporaneamente arrivò la cartolina per il militare, si videro sotto casa di Nicoletta, restando zitti a lungo, l'uno di fronte all'altra. Alla fine Nicola riuscì soltanto di dirle, guardando in terra:

– E' un casino. E' proprio un casino, amore –.

– Ci vedremo tra due anni almeno – fece lei del tutto scoraggiata, e forse quella sua scelta dovette pesarle, in realtà, più di quanto volesse far credere anche a se stessa.

Nicola scosse il capo, e nel suo sguardo c'era forse l'antico spirito guerriero:

– Quattro anni… vederci ancora un mese e poi non sapere nulla di te per altri undici, no! non mi sta bene... a meno che… ma no, in fondo hai ragione tu, scriversi non serve a niente –.

Adesso Nicoletta, che si scopriva nuovamente a pendere dalle labbra dell'altro, sembrava davvero che avrebbe addirittura potuto piangere, e cercò d'interrompere quel silenzio che di nuovo calava tra di loro: Beh... studia, almeno, mica vorrai fare il meccanico per davvero?

– Se lo deciderò, sarà così. – Fece lui orgoglioso.

– Va bene. La giornalista e il meccanico, la bella e la bestia! –

– Oh, bella poi!… e poi non si può fare altro che rimetter tutto alla sorte, guarda! – e faceva dei gesti con le mani, come se giocasse a carte: – Lei mischia le carte, vedi? poi tu le cambi, se non ti stanno bene, ma il punto che ti può entrare dipende sempre dalla fortuna. Poi quando hai fatto il tuo gioco, leggi – e qui fece come se stesse strillando la giocata – se esce la coppia è fatta… anche una coppia può bastare, a volte… –

Lei lo guardava come se credesse veramente in una risposta seria alle proprie domande:

– E allora? Cosa è uscito? –

– C'è scritto:" Fra quattro anni lo saprai" –.

E questo fu tutto quanto si dissero l'ultima volta che si videro, poi si abbracciarono a lungo, e infine si salutarono, lei salì in casa a preparare le valigie, e lui tornò a Labaro illudendosi che Nicoletta stesse piangendo, e vergognandosi per quel pensiero.

"Quattro anni, pensava, però non ci posso scommettere. Non si può scommettere su un giorno, figuriamoci su quattro anni". Aveva deciso all'ultimo momento, Nicola, di troncare del tutto ogni contatto, sebbene Nicoletta stavolta, lo sentiva, avrebbe risposto alle sue lettere. E, così per il tempo che seguì, il mio amico visse col rimpianto sempre più forte, lo stesso che cantano i poeti, di non essere stati avvertiti dal fato, quando i loro corpi s'erano stretti nella penombra della notte precedente alla separazione, che proprio quella volta dovesse essere l'ultima. Così pensò a diecimila cose che avrebbe, potuto dirle, ancora, e chiederle, se avesse saputo, o a quanto più forte la avrebbe voluta accarezzare e fissare nella mente ogni centimetro della pelle di lei, ed ogni sguardo, ogni parola ed ogni suono, anche il più stupido, anche il più buffo.

Così finì quel 1982, con Nicola già militare, e senza più una lettera della sua ragazza da aspettare, e da quel periodo gli anni scorsero più veloci, per lui, per me, per Fabio e tutti gli altri.

E capii, e so tuttora, che è vero quel che diceva mia nonna, che fino a 20 anni è un'eternità, e poi via, 21, 22, 23, e quelli dopo, appena il tempo di un respiro: "avevo vent'anni e vent'anni sembran pochi", mi pare che dica la canzone, "… poi ti volti a guardarli e non li trovi più". E infatti un giorno, magari oggi, t'accorgi d'essere grande, ormai, senza sapere come e quando, di preciso, sia avvenuto.

Tutto ciò ha influito tantissimo su Nicola. La sua coerenza, con le conseguenze dovute a quel suo mai volersi piegare al compromesso, lo ha logorato, acuendo in lui quel dolore che fu anche mio e di Fabio, quando capì che con Nicoletta era tutto finito per davvero, e che suo padre aveva perso la causa. E una sera che era in licenza, ed io avevo già finito la naja, mi disse addirittura che, se le BR invece di ammazzare i poliziotti avessero sparato sui "poltronofili" dello stato, sui politici, e se non avesse avuto il sospetto che la lotta armata alla fine non si risolvesse in altro che in un comodo pretesto più che sufficiente per giustificare la "reazione" che ne seguì, l'emergenza e tutto il resto, tuttora in corso, allora anche lui un mitra lo avrebbe impugnato. Soffriva con riserbo e dignità, il mio amico ma era esasperato, ormai, e neanche due anni fa la violenza scattò in lui, nei giorni seguenti l'ultima e più recente sconfitta della sinistra vera: il referendum sulla scala mobile.

Ecco cosa successe.

Quel giorno delle votazioni, verso sera, avevo appuntamento con Chiara per andare assieme ad una festa. Il risultato, non completo ma ormai abbastanza indicativo, del referendum aveva scosso anche me, non mi capacitavo come fosse possibile che i lavoratori dipendenti accettassero di pagare di tasca propria, pur di avere un governo, squallido, incapace, venditore di fumo ma, agli occhi di tutti, pur sempre governo. E m'ero presentato da lei in jeans, come al solito, ignorando la sua preghiera di mettermi in giacca e cravatta che quella da cui andavamo era gente "di un certo tipo". Non mi piaceva la gente di un certo tipo, perché ciò voleva dire gente borghese, e quindi egoista, rassegnata, traffichina e inutile alla società: non c'era nulla di buono da aspettarsi da queste nuove generazioni che spendono venti trenta mila lire in una sera, hanno sotto il sedere, a 18 anni, macchine che Mantovani non potrà mai permettersi dopo una vita che lavora, e vota Craxi e il pentapartito, fregandosene della vera sinistra, perché gli è stato garantito che così facendo tutto resterà come prima. E questo solo è quel che vogliono. Così m'ero presentato in jeans, e da un'ora circa, appoggiati al parapetto del Ponte Milvio, sopra il Tevere annegato dalle discariche abusive, non avevo fatto altro che vomitarle questa mia rabbia politica. Ed era stata ad ascoltarmi, in silenzio, guardandomi come se le avessi detto "non ti voglio più bene".

– Io ti capisco, Luca – s'era finalmente decisa a tentare d'interrompermi mentre quasi gridavo e gesticolavo, camminando in tondo, a tratti, per poi tornarle accanto e accendermi un'altra sigaretta, e dovevo certo sembrarle matto – io ti capisco, ma tu non capisci me –.

Mi guardava come se dovesse essere lei a scusarsi di qualche peccato, e il fiume, sotto di noi, scivolava umiliato e stanco come un vecchio inutile, verso la notte.

– Io lo capisco che tu sei irrequieto, parli della rivoluzione, la lotta di classe, la giustizia sociale… ma io queste cose le sento dire solo da te… e solo da quando hai finito le scuole… neanche quando eri sempre coi tuoi amici lo dicevi. Cioè – si volle correggere per paura forse di contrariarmi – prima parlavate e sembravate tanto arrabbiati, ma non si capiva con chi, e neanche tanto bene perché. Invece ora quasi mi spaventi quando fai questi discorsi, mi metti paura, mi piacevi di più quando ancora non stavi all'università –.

Sedeva composta sul parapetto, rivolta verso il fiume, aveva indosso un vestito nero di raso, le calze di nylon nero, le scarpe coi tacchi a spillo, e splendeva di innocenza nei suoi 19 anni appena compiuti. Le sue gambe affilate e sottili come coltelli cadevano giù verso l'acqua, e il vento giocava con i capelli e col vestito, spettinandola e scoprendole, ora, un ginocchio. E continuava a spiegarsi con pazienza, avrei voluto stringerla, baciarla lì tra tutta quella gente, ma come sempre non me ne sentivo capace, in pubblico.

Continuò. – Sei troppo insofferente… adesso non vuoi venirci con me alle feste non ci sei mai voluto venire... oppure mi fai questi scherzi, che prima mi dici sì, e poi non te la metti la giacca –.

Aveva ragione, cosa mi sarebbe costato mettermi la giacca, e farla contenta, per una volta almeno? Il fatto era che la giacca, nella mia cocciutaggine, mi pareva un compromesso già troppo faticoso alla mattina, quando senza tanta voglia, su consiglio di mio padre, andavo in tribunale con un avvocato amico suo.

– Noi ragazzi dell'85, come ci chiami tu e ci chiamano tutti gli altri, queste idee di cui tu e Nicola parlate in continuazione, non le abbiamo mai sentite… non è colpa nostra se nessuno ce le ha mai insegnate… –

– Certo che non è colpa vostra… hanno fatto in modo che tra noi e voi, due soli anni di differenza, ci fosse un muro insormontabile… ve le hanno rubate le idee ma non lo capite? –

– Vi hanno infinocchiato guarda la finanziaria e la Falcucci... sono ancora lì –.

Quest'ultima cosa glie l'avevo detta quasi urlando, e mi parve di avere esagerato.

– Guarda Fabio, come si adatta meglio... –

– Non parlarmi di Fabio! – urlai più forte ancora stavolta, Fabio aveva preso la carriera militare, perché l'esercito era l'unico posto nel quale fosse ben raccomandato, e non gli perdonavo né di essere un marmittone, né di far dipendere la sua vita da una raccomandazione: "sapessi quanto si rimorchia, in divisa!", m'aveva detto un giorno, ed era stato troppo, ormai consideravo un tradimento anche il suo.

Capii che mi nascondeva il viso apposta, ma non feci in tempo a richiamarla che: – Stai attento Luca – mi disse girandosi e guardandomi fisso negli occhi,... – se continui così non so quanto ancora potremo stare insieme… – e si voltò di nuovo, ma ormai avevo visto che piangeva. Era esasperata, esasperata dalla mia stessa esasperazione, ed improvvisamente mi calmai, capii anche che quella mia rabbia, finché si fosse sfogata in questi modi non sarebbe mai servita a nulla, bisognava che intervenisse quella razionalità che più volte, anche in passato, aveva dimostrato di poter arginare e meglio dirigere il mio istinto, come la diga devia il fiume dove l'acqua è più necessaria. Capii tutte queste cose, ed in un attimo decisi che, non potendomi mai immaginare con un mitra in pugno, né tanto forte da dettar regole del gioco, avrei accettato. Tutto. Avrei accettato le regole, quelle scritte e quelle non scritte, e le avrei volte a favore mio, e di ciò in cui credevo.

Raccolsi il pacchetto delle illusioni che l'adolescenza m'aveva consegnato, nel salutarmi, e decisi che per realizzarne almeno una, anche una soltanto, occorreva crescere, e crescere, con queste nuove intenzioni, non sarebbe stato poi davvero e troppo terribile. E in quel pensiero, che era anche un proposito per il futuro, scoprii d'essere già pronto per quel delicato passaggio che è la scelta d'essere, da ragazzo, finalmente uomo: ero pronto, ero già uomo ed in quel momento m'ero finalmente disposto a capirlo. Grazie anche a Chiara.

– Andiamo – le feci con una dolcezza di cui non ricordo d'essere mai stato capace.

– Dove? –

– Passiamo da casa mia… che mi cambio i calzoni, e mi metto la giacca –.

– Ti metti i calzoni con le pences?… quelli che t'ho comprato per il tuo compleanno? –

Le feci un cenno col capo, lei sorrise e mi porse la mano piccola, che strinsi nella mia.

Ci incamminammo che era già buio, verso il Lungotevere, dove era parcheggiata la mia vecchia A 112 da "studente lavoratore", quale con orgoglio mi vantavo d'essere.

– A volte penso d'esser pazzo –

– No, non lo sei… è soltanto che ti preoccupi solo di te –. E mi sentii di nuovo un po' sciocco, come sempre m'accade, tutt'ora, quando mi scappa di bocca una frase troppo smielata.

Rincasai tardi, quella sera, ma trovai mio padre sveglio che m'aspettava:

– Ho già telefonato all'avvocato, Nicola ha picchiato un sindacalista, assieme ad altri due suoi amici, e neanche un'ora dopo li hanno arrestati a Ponte Milvio –.

Non dissi nulla, uscii con lui e andammo al Commissariato.


Parte V

Era ormai notte fonda, quando ci incontrammo con l'avvocato davanti al commissariato, che sta proprio a fianco della Chiesa, sulla piazza, all'imbocco di via Orti della Farnesina, e l'angoscia mi stringeva talmente tanto che avrei voluto pregare. Ed ebbi appena il tempo di trovarlo strano, giacché non ho mai creduto in Dio, almeno penso.

Faceva freddo, e il piantone ci disse che un certo "Mantovani Nicola, sì, l'avevano portato qui, dapprima, ma adesso l'avevano tradotto al carcere".

– Quale carcere? – domandammo. Stancamente l'agente rovistò tra alcune carte:

– Ah sì, a Rebibbia. Lesioni gravissime, è l'imputazione.

– Ma c'è stato l'interrogatorio? domandai, e quello, che era un uomo abbastanza ben piazzato, mi guardò con diffidenza.

– C'è stato l'interrogatorio? – chiese poi l'avvocato mostrando il suo tesserino, e finalmente gli fu risposto che no, non c'era stato interrogatorio, a quell'ora non s'era trovato un difensore d'ufficio, e poi non c'era fretta. Intanto era a Rebibbia, e l'indomani si sarebbe potuto vedere. Provai un istinto di picchiarlo perché diceva "non c'è fretta" Nicola era in prigione ma, ricordando quanto mi ero ripromesso quello stesso pomeriggio, pure a fatica, riuscii a ripetermi che se ne riparlava domani.

Non si può nemmeno provare a dirlo cos'è un carcere, quando vi entrai assieme all'avvocato il giorno dopo, mi parve come se non ne sarei più uscito. Provai una vergogna infinita, non so perché. Parlammo con Nicola, come sospettavamo era stato picchiato a sua volta, e così gli altri due con cui era, al momento dell'arresto.

Abbiamo saputo tutto attraverso i compagni che erano in sezione ieri sera, hanno preferito avvertire me, piuttosto che chiamare casa tua? Come stai?

Era seduto, e parlava sottovoce, per non farsi sentire dal secondino che ci osservava dall'altra parete, cui era appoggiato fumando, del parlatorio. Sai come fanno, successe così anche nel 77, dopo che ci fermarono all'università: ti caricano nel cellulare e ti danno un sacco di botte, attenti però a non lasciarti segni sul viso.

E infatti in viso, a parte una profonda stanchezza, e la barba incolta, non esistevano segni di alcun tipo.

– Senti, adesso dicci tutto, questo qui è l'avvocato, ti puoi fidare. Poi i tuoi li avverto io –.

E inaspettatamente, senza opporsi, ci disse tutto. Il sindacalista che aveva picchiato era uno che conoscevo, s'era presentato al bar sotto casa di Mantovani, credo che andasse lì in Borgata solo perché ci aveva l'amante. Anche Nicola lo conosceva, perché qualche volta s'era visto in sezione a fare grandi discorsi sulla lotta della classe operaia, che "non deve mai cessare", aveva detto proprio così. Allora Nicola s'era avvicinato al banco, aveva preso a parlarci e quando se ne era uscito coi soliti discorsi sulla lotta che dovrà durare all'infinito:

– Ma tu non sei uno di quelli che dicono di votare per il No al referendum?

Ma la lotta deve continuare solo quando fa comodo a voi, solo quando vi serve di portare migliaia di operai in piazza con un pretesto qualunque, per poi poter dire ai politici "guardate che ci siamo anche noi,… vogliamo la nostra fetta di potere, di soldi"? – gli aveva detto Nicola.

Quello, sentendosi esposto avanti agli altri avventori aveva risposto che "che cosa ne poteva sapere quel ragazzino lì della politica", e Nicola non aveva più retto, stava per gettarglisi addosso, ma poi era stato trattenuto: addirittura c'erano voluti due muratori robusti quanto lui. E poi, di fuori, con altri due lo avevano atteso vicino al campo di calcio, e l'avevano aggredito.

– Mi devi credere Luca, abbiamo smesso quasi subito, non che mi vergognassi, ma soltanto ho capito a un certo punto che non sarebbe servito a nulla neanche reagire così –.

Lo abbiamo lasciato lì e siamo andati in sezione, c'era una assemblea per le solite stronzate di organizzare la festa dell'Unità, quel verme invertebrato deve aver creduto che neanche gli spettassero quel po' di botte che gli erano toccate, e così ha avvertito subito la polizia. Il resto, praticamente, lo sai tutto.

– Dunque fammi capire – fece l'avvocato – eravate in tre. A mani nude, o avete usato bastoni, catene, non so? –

– No glie l'ho detto, non era stata premeditata –.

– Testimoni, qualcuno che ha visto? –

– Nessuno, credo –.

– E poi – feci io – se anche avesse visto qualcuno, starebbe zitto. Lì sono tutti amici di Mantovani –.

L'avvocato mi guardò interrogativo. – Mantovani è il padre di Nicola – mi corressi.

– Bene anche questo è un punto a nostro favore. Piccolo, ma è sempre qualcosa –.

E a mano a mano che l'avvocato interrogava Nicola, ed io stesso gli ponevo delle domande, ero eccitato e curioso di vedere se era vero ciò che avevo pensato il pomeriggio prima, durante la discussione con Chiara, che al sistema potevo strappare qualche vittoria, pure utilizzando le sue stesse regole, e fu praticamente anche quella mattina a decidere per il futuro mio e, naturalmente, di Nicola.

L'avvocato fece intervenire qualcuno presso il Giudice, al quale avevamo fatto istanza di libertà provvisoria, e riuscimmo ad ottenerla. Nel frattempo, in attesa dell'amnistia che si diceva imminente negli ambienti bene informati, riuscimmo a dimostrare, con i certificati medici, che in effetti non si trattava di lesioni gravissime, come aveva cercato di simulare il sindacalista, ed il reato fu derubricato a lesioni lievi. Perseguibile solo su querela di parte. E fu su questa circostanza che, facendo un piccolo strappo alla mia nuova deontologia, volli intervenire senza che Nicola sapesse nulla.

Assieme a Fabio, che si dimostrò così capace, lui che fa tutto solo per convenienza, di rischiare, ed anche grosso, per noi amici, così come in realtà avevo sempre creduto, andammo dal sindacalista, del quale conoscevo l'indirizzo, come ho già detto.

Andammo con la vespa di un amico di Nicola, che ce l'aveva prestata senza fare storie, non appena gli avevano detto perché ci serviva. Al bar tutti già sapevano che, a qualunque improbabile indagine successiva, avrebbero dovuto testimoniare che noi quella sera si era con loro.

Solo Mantovani non sapeva nulla di quella spedizione, e Nicola era in sezione.

Fabio guidava per una viuzza attraverso il boschetto, con i dossi per far rallentare le auto, una improbabile strada residenziale, proprio lì in borgata, lungo la quale, a poca distanza l'una dall'altra, stavano delle piccole villette dall'aspetto quasi buffo. Arrivammo davanti a un cancello più isolato dagli altri, scendemmo e nascondemmo la vespa dietro la curva. Poca luce, qualche pozzanghera sui bordi della strada, ci nascondemmo anche noi nella penombra, appoggiati ad una colonnina del cancello della villetta dove il sindacalista era venuto, come ogni giovedì, a trovare l'amante. Sentivamo un po' freddo, nei giacchetti di jeans scoloriti ma d'altronde li avevamo indossati proprio per darci un aspetto ancora più intimidatorio.

– Che dici fumiamo? – domandai.

– Certo, in fondo qui è come giocare in casa… anche se qualcuno ci vede non fa nulla. Dì... non avrai mica fifa? –

Scossi il capo per rassicurarlo. Trascorse altro tempo.

– Oh!, è già un po' che siamo qui, ma che è... non ce la fa… oppure è un superman, per cui i casi sono due, o non ha ancora cominciato, o deve ancora cominciare…

– Zitto cretino! –

Era sempre uguale Fabio, gli veniva da scherzare in qualunque circostanza si trovasse, aveva scherzato anche quando, dopo il CAR, gli avevano dato Pordenone come destinazione, e così era naufragato il rapporto con Cinzia, l'unica ragazza che gli sia mai piaciuta veramente.

I capelli corti, il profilo regolare, gli occhi chiari che sembravano ridere nell'oscurità, mentre guardava verso la porta del villino. D'improvviso, non l'ho scordato ancora, si fece serio, in un modo improvviso e mai visto prima, mi parve che in quel momento odiasse: il nostro uomo era uscito, e stava venendo verso l'uscita, attraverso il giardino. Era proprio come lo ricordavo, uno di media statura, con le spalle larghe e ben vestito, i capelli grigi e un po' crespi: la pubblicità dell'uomo che non deve chiedere mai, sicuro e integro, a vederlo così, è quel che appariva. Ebbi paura, senza un motivo preciso, che tutto potesse fallire, ma fu solo un attimo.

Fabio si calò il passamontagna sul viso, ed io mi allacciai in fretta il fazzoletto sulla nuca, abbassai più che potei il cappelletto di lana, fino a lasciare che mi si vedessero a malapena gli occhi. Quello aprì la porta con tranquillità, come se il mondo gli appartenesse, aveva soldi, donne, presunzione e bla bla bla che gli valevano tanti applausi ai comizi.

Ci vide, e si fermò. Gli eravamo proprio davanti, ed a vederlo ora da vicino, era più robusto di quanto ricordassi, e solo per un istante diede l'impressione di essere spaventato.

– Chi siete? – fece – Che volete? –

– Chi siamo non ha importanza – fu Fabio a parlare per primo – …bisogna che tu lasci in pace i compagni veri, e rompi le scatole solo alle merde come te!

– Ho capito – fece quello e si vedeva che adesso era proprio rilassato – siete amici di quel biondo, quello che ho fatto sbattere in galera.

– Adesso è uscito – lo corressi – e non ci tornerà. Non ci tornerà mai più, capito?, perché tu domani stesso ritiri la querela! – Ma nel momento stesso in cui gli parlavo così, avevo ormai capito che non avremmo potuto realmente spaventarlo, giacché era ormai chiaro che ci sottovalutava. E, forse, a ragione. Doveva aver capito così, d'istinto, che non eravamo dei picchiatori professionisti. Mentre ero assorto e titubante in questo modo, quello allungò una mano, cogliendomi di sorpresa. – Finiamola con questo gioco, bambini, è tardi e le mamme vi aspettano! – e con arroganza mi strappò dal viso il fazzoletto. Adesso poteva riconoscermi, e riconoscere me era come avere in pugno mio padre, che ogni tanto qualche articolo scomodo lo scriveva.

E fu lì che intervenne Fabio, senza darmi il tempo di reagire a quella situazione nella quale ormai mi trovavo, e mi stupì per la decisione con la quale agì: gli puntò in viso la pistola, sorprendendo quello anche me, e parlò veloce e senza interruzioni:

– Ti faccio un buco nel cervello. E un altro in bocca, così la smetti di prendere per il culo i lavoratori. Ascoltami bene… –

– Va bene – lo interruppe il sindacalista, che adesso cercava di tenerci buoni, doveva avere paura, finalmente – va bene, ma metti via quell'arma –.

– Ascoltami bene – continuò Fabio come se l'altro non avesse parlato, e continuava a tenerlo sotto tiro, ed anzi gli spingeva la canna della pistola contro la gola – tu adesso conosci lui biondo, ma non conosci me. Mentre io conosco te, la tua amante, so dove abiti e dove lavori: l'ho detto chiaro stasera, e la prossima volta che ti vengo a trovare non te lo ripeto, la prossima volta ti sparo in bocca! –

Ed ora gli stava proprio a un centimetro, e immaginavo sotto il passamontagna il viso di Fabio trasfigurato dalla rabbia, e la voglia, forse, di sparargli lì per lì.

– Se capita qualcosa ai miei amici – aggiunse poi – io ti uccido! E ora vattene! –

Ma quello taceva, ed era impietrito dal terrore e dalla sorpresa, e non si muoveva.

– Vattene! – gridò Fabio in un modo inumano, che spaventò anche me. E qualcuno certo, poteva avere sentito, così lo tirai via per un braccio, e fortunatamente mi seguì.

– Girammo l'angolo di corsa, accendemmo la vespa, e ci dirigemmo dalla parte opposta a dove era il bar. Quando fummo abbastanza lontani, facemmo un giro vizioso per la borgata, e infine ci dirigemmo nuovamente verso il luogo dell'appuntamento con gli altri.

– Non m'aspettavo che potessi farlo così bene, l'incazzato – gli dissi a un certo punto

– Sono incazzato scemo. E non scherzarci su – mi interruppe – che non è il momento –.

Ed io, fortuna che ero dietro di lui che guidava, sorrisi. E mi sentii uno sciocco per non aver mai capito prima, in tanti anni che lo conoscevo, che anche Fabio aveva delle cose dentro, per difendere le quali si sarebbe deciso anche alla violenza, una violenza improvvisa esasperata come quella che aveva minacciato poco prima. Ed una di queste cose era proprio l'amicizia mia e di Nicola. Adesso, ancora adesso, a ripensarci, mi viene la pelle d'oca, perché sono sicuro che se quello il giorno dopo non avesse ritirato la querela, Fabio sarebbe tornato da lui, e gli avrebbe sparato davvero. Ed anche agli occhi miei, col gesto di quella sera, Fabio si è riabilitato, soprattutto mi sentii di nuovo sicuro ed orgoglioso della sua amicizia quando più tardi, al Bar, mi disse che "non poteva sopportare di vedere Nicola che soffriva accidenti, ma che non gli dessi del finocchio, per quella confidenza". Eravamo, ormai, di nuovo forti e sereni, insieme più di prima. All'appuntamento da Naso, al quale mancava neanche un anno, ormai ci saremmo certo andati con la stessa macchina tutti e tre.

Poi Fabio ripartì per il nord, ed evitò di chiedere altre licenze, prima di quella che gli permette, stasera, di essere qui. Così non lo vedemmo, io e Nicola, nei mesi che seguirono.

E Nicola stesso, lo vidi poco: io, essendo ormai quasi alla laurea, studiavo molto, e lui aveva pausa lavoro a tempo pieno da Lello il meccanico. Ogni tanto ci si incontrava in sezione, dove andavamo come ora ci vanno tutti: a caccia di ricordi. Ma quando accadeva, un tacito riserbo, quasi scontato ci impediva di andare oltre i soliti convenevoli che si scambiano con ogni vecchio compagno di lotta. Aspettavamo, ormai certi che quel momento sarebbe venuto davvero, di incontrarci noi amici da Naso, allo scadere dell'appuntamento che ci eravamo fissati, anni prima sicuri finalmente che il tempo avrebbe potuto cambiare ogni cosa, fuorché la nostra amicizia.

Nicola ci guarda a tutti e due sorridendo:

– Accidenti – dice – questa non la sapevo! Dunque siete stati voi… ecco perché quel porco ha ritirato la querela in fretta e furia.

No, Nicola non sapeva quel che io e Fabio abbiamo ricordato questa sera, lo vedo che è sorpreso e quasi commosso, ora sorride come sei anni fa: – Lo dicevo io, che su due stronzetti come voi si poteva scommettere… accidenti che amici che siete! Ma lo sapete che potevate finir dentro anche voi, altro che avvocati e tenenti sareste diventati… – ci guarda e ride, lo vedo in imbarazzo, non sa più che dire, e perciò ci guarda fisso negli occhi, prima a me, e poi a Fabio, scuote il capo, e ride sempre più forte. E noi, scambiandoci un'occhiata di intesa, alziamo i boccali e mandiamo giù l'ultima sorsata di birra.

Si chiede il conto, seduti ed ubriachi sul tavolinetto preferito, qui a Naso, quello dove sedevamo sempre, col posacenere rosso, i piatti ancora sporchi di sugo, e la tovaglia bianca col rammendo al centro, che a guardarla bene non ci sentiamo dei sentimentali se pensiamo che forse è la stessa di sei, sette, dieci anni fa. E questa sera Nicola torna il capo quando naso, con lo stesso fare complice, gli dice sottovoce quanto paghiamo, e poi ci guarda e si accontenta di quel che riusciamo a cavarci dalle tasche.

Usciamo fuori, dopo aver pagato il conto, le fettuccine erano buone, come sempre, come allora. E birra ne abbiamo mandata giù tanta che vien da ridere, così senza motivo, abbracciandosi e prendendosi a spintoni. Fabio ci mostra il cappotto da ufficiale: – Sò proprio fatto! – dice indicando che ha saltato un'asola nell'abbottonarlo, e ride ancora mentre siamo già arrivati sulla piazza semivuota, una prostituta che si riscalda davanti alla brace, vicino ai banchi del mercato, due filippini che si danno appuntamento per domani che è domenica, e qualche macchina che esce veloce da dietro la curva di via degli orti.

Fabio si è riscattato, io sto per laurearmi e presto andrò per tribunali a nome mio, cercando, nel mucchio dei compromessi, della giustizia da rendere a chi ne ha più bisogno.

Nicola finalmente lavora a tempo pieno da Lello, a Ponte Mollo, e Nicoletta forse sta per tornare dagli USA, magari lo cercherà ancora, forse inutilmente; ma non gli dico questo pensiero, non è importante, non stasera. Stasera che abbiamo rivisto per un istante i volti dell'adolescenza, e le intenzioni presto svanite di quell'età, le sue certezze, le ingenuità. Ricordo una poesia di Pedretti, la dico ad alta voce: "l'amico è colui che se va via, a te ti muore una strada del tuo borgo", e per un attimo è Gigi a comparire nella mente, ché non potrà più sognare di andar giù nel terzo mondo a curare i poveri.

Ecco come è andata la storia mia, di Nicola e Fabio, che anche la morte abbiamo incontrato sulla strada, e la prigione, e la violenza, e il compromesso e la paura, a un certo punto, di perdersi di vista, non amarci più e scordare il giuramento.

Abbiamo fatto tante scommesse, perdendole, in questi pochi anni, come a un tavolo da gioco. Ma una, la più grande, l'abbiamo vinta: quella di non separarci, qualunque cosa accada.

– Adesso, quando la tua macchina farà i capricci verrai da me – mi fa Nicola – ed io da te se mi servirà ancora un avvocato –.

– Vedrai che non ti serve più l'avvocato – lo interrompe Fabio – il tempo delle lotte è finito questo ormai l'avrai capito, no? –

Sì che l'ha capito, penso mentre Nicola posa gli occhi su di una nostalgia, sono finite le lotte, le certezze e gli entusiasmi. Rimane la serie infinita dei dubbi quotidiani, la voglia di dare, nonostante tutto, ancora un senso alle nostre vite, e tante strade da percorrere, da scegliere, da cercare, giorno dopo giorno, a piccoli passetti in avanti. E, mentre camminiamo vicini, ascolto questa ritrovata solidarietà, scommetto su altri dieci anni di amicizia, che ci fa più forti e ci accompagna, come un ostaggio strappato al divenire, mentre l'alcool scivola via dolcemente portandosi dietro le nostre giovani età.

1987