I MIGLIORI ANNI
ROMANZI RACCONTI E POESIE GIOVANILI
1/11/202650 min read


1)
Quando tornammo dal campeggio in Sardegna, Mario ed io ci separammo.
Lui tornò a Roma a preparare il prossimo esame, ed io raggiunsi la mia famiglia al Circeo, libero ancora dagli impegni universitari.
Avrei voluto riprendere lo studio il più tardi possibile, ed oltre che spinto dal desiderio di colmare col mio arrivo, l'unica assenza in quel ritrovo annuale, andai lì contento di prolungare quel riposo che tanto, pensavo, pareva giovarmi in quel particolare momento.
Quella seconda vacanza si aggiungeva alla prima, fondendosi ed integrandosi con essa, come, arrivando, pensavo osservando dal finestrino dell'automobile il mare d'un azzurro intenso, le meravigliose scogliere a picco di punta rossa, luccicanti sotto il sole cocente che dava l'idea d'una stagione ancora in pieno vigore, tutt'altro che esaurita.
Due vacanze che si fondevano in una sola, la prima vissuta all'insegna della libertà più assoluta, ricca di incontri ed esperienze, in un ambiente favorevole e dinamico come quello del campeggio, la seconda, invece, più ritirata e tranquilla, vissuta a metà tra una perfetta integrazione con la famiglia, e momenti di solitudine a tu per tu con le mie preoccupazioni circa il futuro. Eppure, durante quella permanenza, un inconsueto ottimismo si fece strada in me che, come mi pareva di ricordare, ero sempre stato vittima di una fin troppo evidente paura del futuro: ero sempre stato un razionale, e come tale costretto da un'intima inclinazione a calcolare, prima di imbarcarmi in qualche impresa, le probabilità di riuscita, e le conseguenze d'un eventuale insuccesso; ero sempre stato così, o, almeno, lo ero diventato troppo presto, anche se in realtà avrei desiderato lasciare più spazio all'improvvisazione e al caso, sebbene qualcosa di fin troppo radicato in me lo impedisse, costringendomi in una logica tanto forte, quanto estranea, che esasperava le più piccole responsabilità, ponendomi in continuazione davanti a scelte che, viste in modo così preoccupante, non ero, o non mi sentivo mai in grado di affrontare. Uscito di scuola un anno prima, il futuro mi si era spalancato davanti come una voragine, con possibilità che erano apparse al mio sguardo come strade senza uscita che, una volta intraprese, avrebbero dato alla mia vita un'impronta irreversibile.
Dunque in ciò, ed in ciò soltanto, la ragione concedeva spazio all'impulso, lasciando che i dubbi che la logica imponeva, divenissero, sempre, il solo sbocco del mio ragionare, trascinando ogni più piccola certezza nella strettoia di siffatta contraddizione.
Ecco dunque cosa ero andato a cercare in Sardegna, lontano dagli obblighi quotidiani, e da quella famiglia che vedeva sempre oltre il ristretto orizzonte che le solite angosce mi concedevano, sostituendomi, con logica oculatezza, chi può negarlo?, laddove rivelavo indecisione di fronte a scelte cui, all'evidenza, non ero ancora pronto. Avevo ammucchiato frettolosamente, nello zaino, in po' della consueta tristezza, e una voglia immensa di evadere dalle solite angustie, per riflettere, in lontananza, su quanto di buono avesse portato quell'anno e su quanto, soprattutto, ci fosse da cambiare nella mia vita: perché, ne ero certo, al ritorno avrei dovuto cambiare, scegliendo di persona, foss'anche nel rischio di fare qualche sbaglio: l'importante sarebbe stato scegliere, e, per una volta, imporre la mia scelta, giusta o sbagliata.
Ero come un bambino che, stufo d'essere troppo consigliato, decida d'impuntarsi, e lo faccia con tutta la testardaggine di cui è capace; questo mi ripetevo mentre la nave scivolava via dal molo di Civitavecchia: "Sono come un bambino…" Al ritorno non lo ero più. Lo capii stando al Circeo, dove, tra le mattinate trascorse a pesca con mio padre, ed i lunghi pomeriggi monotoni, spezzati di tanto da veloci corse in moto lungo i tortuosi saliscendi che feriscono la roccia bianca di Punta Rossa, dando a tratti l'impressione quasi di volersi tuffare giù nell'azzurro puro e rabbioso di quel mare, soffocato da un cielo arioso carico di brezza, ebbi modo, in un gradevole oziare, di riflettere a lungo sui cambiamenti che avvertivo ancora svolgersi dentro di me, ed in un certo senso accompagnare la crescita graduale di quel timido ottimismo di cui parlavo.
Quando, infine, si partì alla volta di Roma, non potevo certo dire di essere stanco, ed infatti non lo ero. Un po' triste, oltre che impaziente, questo sì.
Ora al pensiero di rivedere le stesse mura, le stesse strade, tutti quegli ambienti di cui per lunghi anni mi ero sentito prigioniero, capivo che tornare, e non smarrirsi ancora nella solita inerzia, nella stessa assenza di idee e povertà di entusiasmi, sarebbe stato molto difficile. Davvero molto. Eppure era una battaglia importante quella che mi accingevo a combattere, e tra tutte, l'unica che non avrei dovuto assolutamente perdere. Avrei dovuto fare appello a tutto me stesso, per oltrepassare i limiti e le angustie quotidiani, vedendo oltre essi qualcosa di nuovo e raggiungibile. Certo non avevo ancora un progetto vero e proprio, eppure sentivo che quella sarebbe stata la parte più accessoria del mio piano: ciò che importava era di non lasciarsi vincere dal solito pessimismo, di non addormentarsi nella consueta inattività, ma darsi da fare, ancora non sapevo come, e prepararmi in qualche modo all'occasione che certo sarebbe venuta, prima o dopo, e per la quale ogni sforzo non sarebbe parso ingiustificato.
Ancora oggi spreco una miriade di parole, per spiegare qualcosa che molti usano riassumere in piccole formule, non esaurienti, ma certo utili alla comprensione; ancora oggi non so dipingere quell'incertezza, connotata perfino di risvolti esistenziali, che faceva, allora, di me, un ragazzo alla ricerca di se stesso, di un qualcosa, un'attività, un mestiere od un affetto, che riempisse le giornate, fugando la noia e quell'abbattimento che procura il sentirsi inutili e, di conseguenza, soli.
Allora mi sentivo inutile, ma avvertivo che il problema non era solo mio; molti altri ragazzi, come me, frugavano nel mucchio dei giorni alla ricerca di un'idea, un suggerimento, il più delle volte senza cavarne un granché. E molti ragazzi, come me e Mario, aspettavano l'estate per andare lontano, tutti investiti da una smania febbrile di fuggire, di lasciare tutto in una stazione, o su un molo, per ritrovarsi poi soli e senza altra preoccupazione che quella di cercare situazioni nuove, e fare tutto ciò che durante l'anno non si può fare. Divertirsi, insomma.
E ripensando a tutte queste cose, provavo ancora più nostalgia di quelle persone che avrei desiderato avere vicine nella vita di tutti i giorni, e che invece il corso del sole, senza altro motivo, tornava a sparpagliare per tutto il continente.
Ricordavo Gianluca, il nostro compagno preferito, quello con cui bastava un cenno per intendersi e, come spinti da chissà che diavoleria, improvvisare scherzi e situazioni con una lucidità insospettabile, quasi premeditata. E di Gianluca, mio coetaneo, ricordavo, oltre che l'allegria, anche l'opacità che a tratti ne oscurava lo sguardo, perdendolo in oscuri labirinti di tristezza, a confermare quella mia impressione secondo la quale, dietro tanta leggerezza che appariva nei giorni del campeggio, ben diversa era la realtà che ciascuno di noi, compresi quegli assurdi trentenni di Bologna con le loro mogli, che si scambiavano ogni notte, viveva nelle lontane città d'origine. Nessuno di noi avrebbe potuto dire se ciò che eravamo in realtà si rivelasse nei pomeriggi trascorsi a intonare stornelli e osterie, se fosse davvero spontanea quella freschezza di cui allora ci sentivamo invasi, e che ci portava, a sera, sulla spiaggia, a cantare sottovoce, dinanzi ad un mare appiattito sotto la luce argentea della luna, con una chitarraccia scordata e stridula, dolcissime canzoni d'amore.
Davvero non sapevamo dirlo, o forse temevamo una risposta che ci avvertisse dell'incompletezza d'ogni nostra ipotesi?
Gianluca aveva avuto successo con le ragazze, e forse l'aver conosciuto una della sua stessa città, così graziosa e spontanea, gli avrebbe permesso, tornando a Sassari, di conservare parte della sua estate. E Friedrich, di Stoccarda, innamorato dei riccioli neri di Leda, così lontana da casa sua, e Mario stesso, rassegnatosi con una sottile tristezza a voler bene a colei che, lontana dall'Italia, probabilmente neanche sapeva. Come lo avrei trovato, tornando a Roma?
Almeno a questa, di domanda, sapevo che il tempo avrebbe risposto.
2)
Infatti lo rividi, a casa sua, il giorno dopo che tornai.
La madre mi condusse nella stanza dove Mario si trovava, assieme a Maurizio e Giovanni. Questi abbronzato come l'altro, aveva i capelli ancora più chiari a causa del sole, e sedeva in terra, sulla moquette, sorridendo, e come annunciando molte cose da raccontare. Maurizio, più contenuto, fece un gesto di saluto, senza uscire dal solito mutismo. "No, mi dissi, non è cambiato affatto", ed infatti continuava a sfoggiare quella sua aria di superiorità, da gran viveur: "Gran chiacchierone, pensai, chissà cosa avrà da raccontare, adesso?". Non che fosse cattivo, né in fondo era mal visto, tra di noi, soltanto, non faceva che vantarsi di improbabili conquiste in cui, a voler essere pignoli, c'era sì e no la metà di ciò che raccontava. Per il resto, quando voleva, sapeva essere di buona compagnia, e proprio non capivamo il senso di tante bugie, tra persone che, come noi, non avevamo mai chiesto a lui, né tantomeno ad altri, referenze di tal genere.
Comunque risposi al saluto, e mi sedetti alla scrivania di Mario, proprio di fronte a Giovanni. Questi continuava a tradire un'insolita irrequietezza, come impaziente di riprendere un discorso interrotto, probabilmente, al mio arrivo.
Lo capii perché continuava a fissarmi col suo riso sfrontato dipinto in viso; così, guardandolo dall'alto dentro i suoi occhi chiari, lo invitai a parlare: "..ma dall'inizio!..", mi raccomandai, ed egli non si fece pregare.
E raccontò di come si fosse trovato nella situazione, davvero divertente, di procurare egli stesso le ragazze per gli altri due. E mise più volte in risalto, nella narrazione, questo aspetto della cosa che, me ne rendevo conto, doveva inorgoglirlo molto. Maurizio, che oltre ad essere un chiacchierone, con le ragazze ci sapeva fare, mi pareva strano fosse dovuto ricorrere all'aiuto di Giovanni, certo più timido ed impacciato, così chiesi spiegazioni, ad un certo punto.
Fu lì che Maurizio parve scuotersi, e mentre Mario, evidentemente già al corrente di come erano andate le cose, si produceva in una risata alquanto divertita, l'altro parlò: "Erano italiane, queste della tenda accanto, ma non ci avevano mai parlato, anche se ci avevano più volte puntato con gli occhi: puntato è proprio il caso di dire, e con molta insistenza. Credo non ci avessero mai sentiti parlare, se non con gli inglesi dell'igloo, e non avevano fatto altro che guardarci da lontano.
Lo interruppi chiedendo che età avessero:
"Erano grandi", rispose Giovanni fissandomi in tono eloquente, con non poca malizia.
"E stupide", aggiunge Maurizio, rompendo il suo silenzio.
Mi parve esagerato un tale commento, ma come capii più tardi, lo scherzo era stato davvero bello, e le ragazze, in fondo, davvero sciocche a cascarci: "Stiamo facendo la doccia", continuò Giovanni, quando ci si avvicinano, anzi, mi si avvicinano queste che, guarda caso, sono tre come noi; una mi chiede lo shampoo". Io tacevo e Giovanni precisò: "Me lo chiede in inglese!". Scoppiai a ridere, avendo ormai capito: si trattava di tre ragazze che vedendo Giovanni così biondo, e con gli occhi chiari, li avevano agganciati credendoli stranieri, quindi vittime anche loro di quel gusto per l'esotico che, d'estate, pareva colpirci tutti quanti, in forme più o meno diverse. Quest'ultimo pensiero lo formulai vinto da una malinconia che dovette apparirmi anche in viso, perché ad un tratto mi sentii osservato dagli occhi di tutti: "Pensa che faccia hanno fatto, proruppe Mario, in una subitanea intuizione, quando gli hanno raccontato tutto!" Mi parve divertente, e mi ritrovai, come gli altri, immerso in una lunga risata, come se la scena si svolgesse, ancora, sotto i nostri occhi.
Quella battuta mi fece ricordare i tanti scherzi fatti al campeggio, e le risate e il buonumore che, in quei giorni, erano stati parte integrante della vacanza, e scoprivo di aver dentro tante cose da raccontare anch'io, e persone e affetti cui esser grato. A tutto questo facevo appello con ogni mia forza, per non scivolare nel solito sbiadito annoiamento, in quella stanza dove, sotto la stessa luce giallognola, io e Mario avevamo trascorso, per anni, interi pomeriggi, lunghi e monotoni, ripetendoci in continuazione discorsi e speranze, confessandoci, troppo spesso, amare sconfitte. Soltanto ora riesco a scorgere, in quei lunghi attimi di riflessione i tratti più evidenti di quell'oscuro processo che molti usano chiamare maturazione: un processo fatto di progressivo realismo, disinganno, ed una serie interminabile di ridimensionamenti recante, acre, l'odore del tradimento. In quella stanza aleggiavano da tempo ormai, le idee, le speranze, le constatazioni, e le amare disillusioni che erano state, come per tutti gli uomini, anche per noi, una parte inevitabile e dolorosa di quel processo interiore che, assurdo e dubbio, è la crescita.
Adesso eravamo di nuovo lì, dopo una vacanza, e forse, come cercavo di convincermi, quei pochi giorni erano stati più d'una semplice pausa estiva. Non fosse altro per la libertà da vincoli e programmi che ci aveva permesso di ritrovarci con noi stessi senza niente da dovere a nessuno, né costretti a progetti a lunga scadenza: avevamo vissuto alla giornata e, per noi di 19 e 20 anni, benché a molti potrà sembrare strano, era stata davvero una cosa insolita, rara ed, appunto per questo, preziosa. Facevo appello ai miei ricordi per non scivolare, e soprattutto, tra i visi, s'imponeva quello di Eleonora, cui facevo di tutto per pensare.
Adesso è strano pensare a come tutto ciò avvenisse in maniera quasi forzosa, perfino ricordare un amore vissuto pochi giorni addietro. Ma meno strano appare, osservando con maggiore attenzione quello stato, e scoprendovi, celata, quella enorme paura di ritrovarci soli, seguita ai ritorni di tutti noi, che adesso cercavamo di soffocare aggrappandoci, più di quanto fosse lecito, alle belle cose che, nel corso dell'estate, avevano riempito i nostri petti di un ottimismo, forse, davvero non immotivato del tutto. Ecco ciò che avveniva: che sentendoci risucchiati dalla normalità, noi si dava a quegli avvenimenti di cui s'era arricchito il ricordo, una dimensione sproporzionata a quella che avevano avuto in campeggio, e pur consapevoli dei rischi che una tale artificiosità comportava, continuavamo a sentirci legati a quanto quei giorni avevano promesso, sforzandoci di credere a promesse che non sapevamo ancora se destinate a compiersi, fossero, oppure no.
3)
Nei giorni che seguirono, lo spettro dell'estate continuava a danzare per la città cocente, in un settembre più forte e luminoso di quello dell'anno precedente. Ed un po' per volta cominciammo a riprendere contatto con i soliti impegni, ci informammo sulla più vicina sessione d'esame che ci riguardasse, e riprendemmo a studiare. Continuammo a farlo ciascuno per conto proprio, occupando in ciò soltanto la mattinata, e cercando poi di riempire il pomeriggio in vari modi.
Nei primi tempi facemmo visita a parecchi conoscenti, con molti dei quali, al tempo della scuola, avevamo avuto rapporti più stretti. In fondo il clima di questi incontri era sempre lo stesso: una gran cagnara all'inizio, molte effusioni, in un esasperato clima di cordialità, e poi ben poco da dirsi. Troppo diverse erano ormai le vite, e perfino da Maria Grazia, cui un sentimento come di fratellanza ci aveva uniti al tempo della scuola, andavamo ormai, più che per vero interesse a quelle conversazioni formali e distratte, spinti da un'antica nostalgia di giorni che non sarebbero tornati. Erano ormai poche le persone che frequentavamo abitualmente, e le giornate trascorrevano senza grandi entusiasmi, tra lo studio ed un confuso ammonticchiarsi di progetti, come nell'ultimo anno: tutto in superficie era come prima, e soltanto un labile filo, nel pensiero, riconduceva a quel senso di vitalità sempre più affievolito, che svaniva un po' per volta nei giorni, perdendo i nostri orizzonti nella stessa nebbiosa insoddisfazione.
Molte volte io e Mario uscivamo a cenare da soli, a Ponte Milvio, finendo poi a passeggiare per il lungotevere, sotto il luccichio dei lampioni giallognoli, parlando di quei stati d'animo, che il vino e la compagnia rendevano più vicini, o standocene per ore seduti sul parapetto, a guardare il fiume senza fiatare, affogati nella tristezza.
Altre volte però, al sabato specialmente, ci trovavamo in quattro o cinque dei soliti, ed andavamo a casa di Giovanni a mangiare.
A quel tempo lui abitava proprio in cima a Monte Mario, in una casa molto grande, solo con la madre, divorziata da undici anni, che aveva visto crescere molti di noi. Conoscevamo infatti Giovanni, da lungo tempo, e casa sua era sempre stata, d'inverno, la nostra meta preferita, quando il gruppo esisteva ancora, e c'erano anche delle ragazze.
Ricordo d'aver provato, in quelle sere, una sgradevole sensazione di solitudine, nel passare in quegli stessi ambienti già testimoni, anni addietro, degli sforzi e le difficoltà sostenuti per mantenere in piedi una comitiva numerosa ed agitata da diverse volontà, come era stata la nostra. Avevamo vissuto in modo sofferto quella esperienza, mal sopportando i paternalistici elogi, provenienti da genitori e professori, per quella "invidiabile" aggregazione di cui, all'apparenza, davano prova.
Eppure adesso, volgendomi da un'ottica meno esigente, a quella esperienza da cui ci eravamo sentiti traditi allorché, in ultimo, ognuno aveva preso la sua strada, scoprivo di preferirla a quei lunghi vuoti che, a tratti, ci si aprivano; ed il mio punto di vista si avvicinava sempre più a quello degli adulti che, ignari dei contrasti o forse valutando i pro e i contro alla luce di un maggiore realismo, avevano tanto lodato la nostra comitiva. Ed era vero, a quanto ricordavo, che gli unici a "reggere" fin quasi alla fine della scuola, seppure attraverso un tunnel di pomeriggi non immuni da discordie, eravamo stati noi, sempre seduti in circolo attorno ad una chitarra, o sdraiati su un prato a dire sciocchezze o, meglio ancora, ad organizzare "seghe" collettive, non appena se ne presentasse l'occasione.
Appare sciocco a pensarlo, eppure ero un ragazzo sulla via di diventare un uomo che, per intraprenderla con più decisione, s'affidava a ricordi vicini, come quelli del campeggio, e più lontani, come appunto quelli relativi agli anni del liceo, quasi trattenuto dal passato, invece di proiettarsi senza esitazione in un futuro che, ancora, non voleva lasciarsi indovinare.
Unico filo che mi allacciasse ai giorni successivi, era il desiderio di rivedere Eleonora.
E pensavo sempre a lei per sentirmi vivo, poiché neanche la paura sapeva ispirare un sì forte sentimento, quando tornando da casa di Giovanni, correvamo in pochi minuti la strada che, in una lunga serie di curve, casca giù da Monte Mario, nella parte bassa della città.
A volte, ancora, dopo quelle corse riempite di grida e schiamazzi a spezzare il silenzio di quel cielo troppo fermo, che la notte stendeva sulle case, andavamo a prenderci un gelato ai Parioli, e ce lo finivamo seduti in auto, con lo stereo al massimo, parlando di donne: ma io e Mario raccontavamo solo avventure: di Eleonora e Corinne non dicemmo mai niente, anche se gli altri, in un modo o nell'altro, sapevano.
In fondo stavamo bene, benché non tutti legati allo stesso modo, e vedendoci di tanto, una specie di solidarietà si creava in quelle sere, nelle quali ci tuffavamo come tanti altri ragazzi, a respirare per la città vuota chissà che libertà.
Non che regnasse l'accordo più assoluto; ciascuno di noi, d'altronde, avrebbe avuto da ridire sugli altri, e non se ne faceva mistero; eppure, in questa strana e quasi coattiva compagnia, in quella leggerezza che tanto era necessaria, in fondo alla giornata, si creò tra noi un legame forse meno stabile, ma certo più vero delle tanto appariscenti quanto infondate amicizie, di cui s'era nutrita l'adolescenza.
Finita l'età degli abbagli e le grandi passioni, un asciutto realismo si offriva a dare un senso alle nostre giovinezze, ed in luogo delle grandi certezze poi crollate, imparammo a nutrirci dei tanti piccoli misteri che le giornate scaricavano per l'aria, tersa e silenziosa, della notte. Una volta, poi, portammo anche la chitarra, e ci mettemmo a suonarla dopo esserci inoltrati per molto, in un prato dinanzi casa mia, sulla Flaminia Nuova: spiagge non ce ne erano, ma pareva ugualmente di scomparire in quel mare lontano.
Rientrammo che erano le due, come la sera precedente, e credo non fui il solo a ricevere una ramanzina dai genitori. Avevano anche ragione: mio padre non riusciva ad addormentarsi fin quando non mi sentiva rientrare, e mia madre si svegliava, invece, per il rumore che ogni volta, in un modo o nell'altro, non riuscivo ad evitare.
Ma quella sera, nonostante il rimprovero, rimasi contento, e stetti con mio padre a parlare un altro po', un'oretta circa, seduto in fondo al letto, dalla parte di mamma.
Sentivo come un presagio, una di quelle meravigliose sensazioni che si provano poche volte, nella vita: ed infatti avvenne, e mi parve davvero speciale, sebbene aspettassi, ormai, da quasi un mese.
4)
Perché quasi un mese, era trascorso, nell'attesa della lettera che ricevetti il giorno dopo; un mese che non era bastato a diminuire il sentimento che, quasi assopito, attendeva in me di potersi rivelare, con maggior violenza.
Eppure non avevo ben chiaro il senso di quelle ore trascorse con Eleonora, poco prima che partisse.
Eravamo rimasti soli sulla spiaggia semideserta, dopo che tutti se ne erano andati, e quasi certo di piacerle, per una serie di piccoli indizi, mi ero avvicinato a lei, e, preso a carezzarla, avevo poi tentato di baciarla, in quel silenzio nel quale ero precipitato un po' per volta, spinto da una sempre più forte attrazione, il cui sapore già appariva ben lontano da quella distesa avventura che, in principio, mi ero figurato. Lei, ostinandosi dapprima in un improvviso mutismo, il viso rivolto al sole, adagiata in un finto sonno, non s'era opposta alle mie intenzioni, come attendendo, in un fatalistico abbandono, quel bacio che già un silenzio, cullato dallo sciabordio delle onde, aveva presagito in un'imminente dolcezza.
Eppure nel momento in cui nulla pareva dover impedire quel gesto, lei s'era voltata, fuggendo il tocco delle mie labbra.
Non credo l'amassi davvero, eppure sebbene guidato in quell'atmosfera da un originario distacco, e volto soltanto ad un'avventura, rimasi colpito dal rifiuto di lei, e mi ritrassi istintivamente. Allora, nell'arco di pochi secondi, ella aveva socchiuso gli occhi, fondi e taglienti, in un'espressione di abbandono e sofferto controllo insieme, e mi aveva chiamato nell'abbraccio, mormorando: "Scusami", e senza dire altro.
Non ricordo bene le parole che seguirono, né sono molto bravo a rendere con una certa vivacità conversazioni o dialoghi; ma in fondo non è importante ciò che mi disse, quanto ciò che intuii dietro quel rifiuto che, ancora oggi, credo le costasse non poco. Dunque, come avviene quasi sempre nei film, e più spesso ancora nella mia vita, c'era un altro, e non potei capire, poiché lei fu evasiva in tal senso, se per amore o soltanto per rispetto, non volesse stare con me.
Ciò nonostante, rimanemmo abbracciati per lungo tempo, affondati l'uno nello sguardo dell'altra, invasi fino al fondo dell'anima, da un'indicibile malinconia.
Parlammo, come ho detto, ed ebbi modo, facendolo, di rimpiangere sempre quel bacio che non c'era stato, convincendomi un po' per volta, del valore di quella ragazza di diciassette anni che affogava di singhiozzi, tra le mie braccia.
Se un giorno imparerò a dipingere, farò un quadro di noi due, stesi l'uno, di traverso, sopra l'altra, a metà tra l'azzurro sbiadito, e lucente insieme, di quel mare interminabile, e le tinte accese della vegetazione che, a tratti, rompeva la scarna efficacia delle colline che, alla mia sinistra, parevano sorgere, all'improvviso, dalla sabbia grigia, di identico colore. Un cielo terso sopra a tutto, e gli occhi dilatati dalle lacrime.
Il vento soffiava su di noi dalla direzione del mare, di diverse gradazioni a secondo del fondale, ed uno spettacolo sconfinato di dolcezza, struggente e amara al contempo, assorbiva le nostre voci che, risuonando nel silenzio assorto di quell'oasi, non spezzavano l'incantesimo, ad anzi crescevano in esso, quasi a braccetto con lo spirare del vento, ed il tremolio dei risciacqui lungo la riva. Tutto c'era, compreso quel bacio che non ci eravamo scambiati, su quella spiaggia della Sardegna, così lontana da qui, e da ogni altro posto. Eppure non soffrivo, pur capendo quanto prezioso sarebbe stato per me baciarla, pur capendo che con lei accanto, avrei avuto tanto di più, ed il futuro si sarebbe riempito di una sicurezza.
"Ecco pensavo, averla accanto vorrebbe dire aver risolto la mia solitudine, avere un punto di riferimento, ed altri momenti di tenerezza". Anche un affetto, capivo, un sentimento certo come il suo, sarebbe bastato, al di là di lauree o grandiosi progetti, a dare un senso a tutto, senza dovere in continuazione rincorrere i giorni. "Potrei fermarmi, pensavo, e vivere sempre ogni attimo per quel che dà, senza dover pensare a quelli successivi".
Che sciocchezza potrà sembrare: anni e anni di crisi esistenziali, e quella recente e fin troppo amara incertezza nei riguardi del futuro; discussioni e discussioni su un domani da costruire, da realizzare in grandiose carriere, e scalate al successo, e tutti quei grandiosi progetti, le abitazioni su cui tutto il mondo pareva doversi fondare; ed i problemi religiosi, i dubbi sull'esistenza di Dio, sul senso ed il valore della vita stessa, e quel continuo fingere di non vedere, intorno, un mare di compromessi; il mio stesso egoismo, ed il continuo timore di non varcarlo mai a sufficienza; tutto questo sarebbe svanito in un attimo, lo sentivo, grazie a quel bacio che, unendoci in una promessa di sincerità e di reciproco aiuto, avrebbe smosso gli indugi, di tanto dubbioso ragionare, da sempre costretto in un'arida ed ingenerosa, quanto inevitabile, diffidenza.
Lei mi era vicina, lo sentivo, e capivo, come spesso avevo immaginato, che un amore corrisposto, o qualcosa di molto vicino all'amore, benché privo di quell'assolutezza propria della passione, che rende l'attrazione tanto simile ad un profondo affetto, può dare un senso alla vita. Ora, forse non era amore quello che schiacciava il mio corpo sul suo, né tantomeno c'erano state, né sarebbero venute, delle promesse; ma un'attrazione, consolidata da un'immediata fiducia, permetteva di non porre limitazioni di alcun genere, alla lunga serie delle ipotesi che avrebbero potuto seguire, come infatti avvenne, quel misterioso insieme di attimi, che, legati da un'oscura quanto affascinante logica, avevano gettato quel pomeriggio sulle nostre strade.
Che sciocchezza potrà sembrare tutto questo, e forse lo è: ma quante sciocchezze, spesso meno degne di tanta devozione, tengono in piedi le miriadi di corpi animati che riempiono le strade di questa città? Di quante sciocchezze è fatta la vita: l'amore è forse la più grande, ed insieme la meno sciocca.
Era passato un mese da quel giorno, e dalla promessa di scriverci, che in ultimo ci eravamo scambiati io ed Eleonora. Per tutti quei lunghissimi giorni, nell'arco interminabile del mio soggiorno al Circeo, e del ritorno a Roma, avevo atteso quel momento nel quale, interminabile anch'esso, mi accingevo ad aprire la busta. E mentre lo facevo, mi ripetevo i buoni propositi di non aspettarmi più di quanto la logica consentisse: un affetto saldo, sicuro, ma niente di più. Eppure una sottile speranza aleggiava nella mia mente, pur senza soverchiare la resistenza: era degno, l'altro di tanto rispetto, di una tanto costosa rinuncia? Sapevo che, nei primi tempi, egli aveva ora lasciato, ora ripreso Eleonora, ma sapevo che, ormai da un anno, tutto, tra loro, andava bene. O meglio, lo avevo immaginato, perché lei, pur senza grande entusiasmo, aveva parlato di un, seppur tardivo, miglioramento.
Non me ne aveva detto molto, e non ero in grado di valutare quanto egli contasse nel rifiuto di lei: soprattutto in che modo, se, cioè, un'intima risoluzione alla lealtà, od un amore irresistibile avesse frenato le sue labbra, nel momento in cui più nulla pareva doverle dividere dalle mie.
Comunque, ora avevo qualcosa da sperare, ed una gradita commozione mi avvolgeva, scorrendo tra le righe la stessa devozione che avevo immaginato; una sincera amicizia che spingeva Eleonora ad invitarmi a Lucca, per incontrarla,… e qualcos'altro: "Vorrei rivederti, e spero potrai raggiungermi presto. Più presto che potrai". Questo diceva quella ragazza, tradendo anch'essa un moto interiore più irresistibile d'un affetto, incapace, quindi, di appagarsi, per un semplice: "Ti rivedrò".
Più presto che potrai, diceva Eleonora, ed io ero più che mai impaziente di superare l'esame di Economia Politica. Qualcosa d'altro poteva avvenire, qualcosa che avrebbe smosso i consueti ristagni, nei quali già potevo tenermi a galla, grazie al ricordo di lei, ed alla certezza di rivederla, foss'anche soltanto come amica. Entrava un po' per volta nella mia vita, e mi sentivo felice e sereno, sebbene temessi di dovere esclusivamente a lei quella mutata disposizione interiore che mi dava forza, e mi faceva sentire meno sbandato. Se davvero fosse stata il mio unico punto di riferimento, cosa sarebbe avvenuto nell'eventualità che mi sbagliassi? Non volevo pensarci; ancora una volta, e ne ringraziavo Dio, ero accecato dall'istinto, e vedevo tutto sotto una più lucida immediatezza; avrei dato l'esame, e sarei partito per Lucca. E così feci.
5)
Nei giorni immediatamente successivi alla sua partenza solo ora me ne rendevo conto, avevo inconsciamente cercato di mimetizzare il sentimento che provavo per Eleonora. Ricordo che quando ne parlavo a Mario, nelle ore in cui il ritmo incessante del campeggio concedeva un po' di respiro, la chiamavo semplicemente "la lucchese", per illudermi, probabilmente, che fosse soltanto una delle tante occasioni, che quell'ambiente così propizio mi offriva; davvero non ne ricordavo il nome, se non dopo uno sforzo di memoria, eppure presagivo che ad un certo punto, dissoltasi quell'atmosfera di leggerezza in cui la vacanza ci immergeva, nel tirare le somme, Eleonora avrebbe avuto un posto non indifferente, nel gradino dei ricordi. E, soprattutto, delle speranze.
A Roma ed al Circeo, e fino ad un attimo dalla partenza, lei era stata soltanto un qualcosa tra me e l'orizzonte, come una tappa di quella strada, che mi avrebbe dovuto portare lontano dai soliti giri di cose e di persone; una tappa obbligata, sì, ma non la meta unica del mio cammino.
Appena il treno si mosse, tutta questa sicurezza scomparve; mi accorsi di andare a Lucca, non per compiere una semplice visita di cortesia: andavo per vincere la mia battaglia, per offrire qualcosa che lei, nelle mie aspettazioni, avrebbe dovuto preferire. Solo l'averla con me, capivo sempre più lucidamente, eppure senza paura, avrebbe dato un senso a quell'inutile faticare che mi portava, ogni settimana, a considerare i miei aridi studi, come l'unica possibile soluzione, a quel senso di ristagno, che mi opprimeva: una donna da amare è quanto di più possa volere un uomo, per essere importante, per non sentire inutile il tran tran dei giorni, ammucchiati tra loro senza altra logica che quella del dovere, sia esso lo studio, un lavoro o altro; questo pensavo, e cresceva in me un attaccamento per quella ragazza, o forse si rivelava, in realtà, dopo che, stupidamente, avevo cercato d'ignorarlo. Dunque tutto, o quasi, poggiava su lei, e dava a quell'incontro un senso nuovo ed irripetibile, caricando gli attimi d'una irresistibile vitalità: "Comunque si risolva la faccenda, pensavo, ora mi sento vivo davvero, e sto andando incontro ad un'incognita che può riservarmi soltanto grandi cose: una grande gioia, o un grande dolore. niente di mediocre, dunque, e perciò preferibile ai labirinti grigi, dove mi sono aggirato senza meta, come una mosca cieca, per tutti questi anni".
Ancora non ne intuivo le ragioni, né le proporzioni, ma ero ad una svolta, una svolta che avrebbe inciso non poco sulla mia crescita, aiutandomi a compiere quel salto nel vuoto, che già un anno prima, uscendo da scuola, avevo evitato, lasciandomi soppiantare nelle decisioni più importanti: mi sentivo crescere, in maniera evidente e continua, come se qualcosa di inarrestabile lavorasse nel mio petto, ed avevo sempre meno paura di ciò: crescevo e non avevo paura, ed in più avvertivo sensibilmente questa crescita, come soltanto da giovani è possibile, osservandola e sentendosi coinvolto in essa. A poco a poco, il ragazzo era sempre meno insicuro, ed ora correva, impaziente, verso un incontro, non privo di rischi: il vuoto, la noia, ed una solitudine più fonda ed incolmabile di quelle precedenti, oppure la sicurezza di offrire molto, e di ricevere altrettanto: amare ed essere apprezzato, quello che da sempre avevo inseguito, sentendomi, poi, tradito da risultati sempre inferiori agli sforzi compiuti, tanto da precipitare in un'inerzia che scansasse ogni altro sforzo, ogni altra scelta. Ecco, cominciavo a capirmi, ed Eleonora mi aiutava, prima ancora di reincontrarla.
Il viaggio fu lungo, ma non mi annoiai, perso in immagini che, per la prima volta, mi parevano più lontane dai soliti fantasmi, meno illusorie: le sentivo, accanto a me, le sentivo quasi vere, con un'intensità che, stupendomi, mi riempiva di coraggio, di calore. Avevo, tra le mani, il destino di una parte importante della mia vita, e, per una volta almeno, non mi sentivo destinato a fallire.
Sarebbe potuta succedere ogni cosa, perfino la logica lo consentiva, benché non su di essa, soltanto, riposasse la mia fiducia.
6)
Eleonora era bella, me lo ricordavo. Aveva dei lunghi capelli biondi, ed un viso ovale, col nasino piccolo: sembrava una pittura del '500, nei tratti somatici. Lo stesso corpo era grazioso, proporzionato, eppure dava un'impressione di saldezza, la stessa impressione che fuggiva dagli occhi d'un castano chiaro, rigati di riflessi verdi. Sembrava una pittura classica, come ho detto, a vederla nell'insieme: in realtà, non appena si muoveva, o parlava, dai gesti, gli sguardi, le parole, s'intuiva una maturità femminile, niente affatto precoce, nonostante avesse diciassette anni, un'età che, in molti casi, impedisce ancora ogni chiarezza interiore, e quella stessa coerenza di cui s'era rivelata capace, Eleonora, anche nei miei confronti.
Era bella, specie ora che le labbra rosee non apparivano più screpolate dal sole, e la pelle chiara, non più offuscata dalla salsedine. Era bella, una bella ragazza, e mi piaceva più di quanto ricordassi.
Quando aprì la porta di casa, una bella abitazione di campagna, con l'entrata raggiungibile da una breve scalinata, che terminava in un terrazzo ampio, me la trovai davanti, che era una donna. Subito mi abbracciò, senza dire nulla, e, stringendola anch'io, la baciai sul collo. Immediatamente ci staccammo, avendo intuito l'imbarazzo di Mario, e Gianluca che, in ultimo, eravamo riusciti a portare con noi.
Salutò anche loro, e ci fece entrare. Io gettai ancora un'occhiata, su quella campagna lucchese, ad un passo della città, e, per un attimo, ebbi come l'impressione di scomparire in quel verde sterminato che si apriva, oltre la strada, sotto al terrazzo di casa Baldizzoni. Ella mi chiamò: "Marco, non vuoi entrare?". Risposi che avrei preferito restare lì fuori, ma acconsentii a seguirla; immaginando la sorpresa cui saremmo andati incontro.
Infatti, passando per un corridoio stretto, dalle pareti bianche, privo quasi di mobilio, che s'affacciava su stanze ampie, arredate in stile rustico, giungemmo davanti a una porta chiusa, che riconobbi come quella della camera di lei, prima ancora che vi si fermasse: "E' bellissimo, qui", pronunciava divertito Gianluca, nella sua parlata stretta che, unica nella sua inflessione, rilevava l'origine sarda.
"E' bellino davvero", lo mimavo io, mentre nessuno apriva la porta.
Eleonora ci guardava sorridendo, mascherando una finta ingenuità, e Mario, forse davvero senza aver capito, si accinse ad aprire. Mentre lo faceva, io e Gianluca, guardandoci e capendoci al volo, prendemmo a fischiettare una canzone che gaia, soprattutto, ma anche le altre "lucchesi", gettonavano in continuazione al jukebox del bar, sulla spiaggia di S. Teodoro.
Mario, capendo allora che le avremmo trovate nella stanza, aprì di scatto, e noi tutti entrammo saltellando e canticchiando quel motivetto, una canzone di discoteca.
Una risata fragorosa ci accolse, e subito ci trovammo nella stanza spaziosa, assaliti dalle 5 "lucchesi" che, nel clima disteso della vacanza, avevamo abbordato in maniera divertente, accattivandoci, a tal punto, la loro simpatia. Ero davvero contento, e così anche Mario, Gianluca, e le ragazze, come vedevo. Simpatia divertimento, ed insieme profondità di sentimenti si intrecciavano, in quell'attimo, come ad annunciare una lunga giornata, densa di novità. Mentre la caciara continuava, io respirai a fondo quell'aria fresca, e sentii i polmoni riempirsi di sollievo, e così la mente.
Era quasi ora di pranzo, e Mario, io e Manuela, la sorella di Gaia, raggiungemmo Eleonora in cucina, mentre Gianluca restava di là, brillante come sempre, intrattenendosi con le altre ragazze.
I genitori di Eleonora sarebbero rientrati a sera, cosicché la casa, poco fuori dalla città, ma già immersa nei colori splendidi della campagna toscana, era a nostra completa disposizione. E facemmo di tutto, per sfruttare quell'occasione.
Le ragazze ci stimavano, perché più volte, discorrendo, si era rivelata l'importanza di quei 2-3 anni che ci separavano da loro. Ma questo era accaduto raramente: in realtà i nostri incontri, vissuti molto sullo scherzo, si erano sempre svolti in un clima amichevole di serenità, quasi mai turbato da problemi più seri. Quelli ce li tenevamo per noi, ci sembrava già molto bello il fatto di trovarci, con ragazze più piccole, in una dimensione distesa, e pulita, come pulite erano tutte loro.
Erano di una semplicità ed una spontaneità di cui, già da troppo, avevamo perso notizia, stando a contatto con una gioventù più artificiosa, ambiziosa e sofisticata. Il merito era anche, oltre che dell'età, dell'ambiente in cui le ragazze vivevano, quello tranquillo di una cittadina come Lucca, dove tutto aveva una dimensione più raccolta. Davvero parevano capaci di soli sentimenti puliti, di sola sincerità.
E ricordavamo, e stando insieme era come riviverle, quelle serate sulla spiaggia, trascorse nella stessa compagnia, a cantare, accompagnandoci con una chitarraccia, vecchia e scordata, che Gianluca stesso, che ne era il proprietario, definiva come "un pezzaccio di legno". In fondo bastava stare insieme, senza cercare cose difficili, né grandi: ed un angolo vuoto di spiaggia, colpito dal chiarore lunare, un falò intorno al quale disporsi in circolo, ed "un pezzaccio di legno", si erano rivelati sufficienti.
E così, quella mattina, fu bello tirarsi cuscinate, cucinare insieme, giocare all'"uomo nero", e, perfino, lavare i piatti. Svaniva ogni residuo di angosce, timori od annoiamento, dentro me: e, certo, anche dentro Mario e Gianluca. Le ragazze, poi, nella loro freschezza, mi pareva impossibile che conoscessero la noia e la paura, di cui noi eravamo capaci. Ma, forse, sbagliavo.
7)
Pranzammo.
Dopo quel primo abbraccio, sia io che Eleonora eravamo stati assorbiti, forse non del tutto a caso, dalla compagnia che, dopo più di un mese, si ricomponeva e non ci eravamo più trovati soli.
Finalmente, dopo pranzo, questo poté avvenire.
Avevamo iniziato a lavare i piatti tutti insieme, creando una gran confusione, nella piccola cucina. Quando, poi, avevamo rotto un piatto, Eleonora aveva chiesto che uscissimo, per evitare altri guai.
Mentre anche io mi avviavo, Mario, opportunamente, mi aveva, con un cenno, suggerito di restare, ed io avevo convenuto: era l'occasione buona, per capire come stessero le cose.
Dunque, ci trovammo soli, come un mese prima, ed un nuovo silenzio calò, rotto solo dalle risa provenienti dalla stanza da pranzo, e qualche rumore di piatti.
Eleonora stava china sul lavandino, gli occhi seminascosti dietro le lunghe sopracciglia, intenta ad insaponare, e poi riporre, i piatti. Io la guardavo, senza parlare, compiere, con una fretta ingiustificata, quelle operazioni, e continuai a farlo, fin quando non le scivolò di mano una stoviglia che, invano, aveva cercato di porre in un frettoloso equilibrio, passandomi davanti, chinata verso il piano del lavello.
"Se mi passi le cose insaponate, io le risciacquo", le dissi, cercando di usare il tono più normale che mi fosse possibile, nonostante il nervosismo che, lentamente, mi assaliva, suscitato, forse, dall'impazienza di capire.
Ella mi passò, allora, la stessa stoviglia, e, nel farlo, mi sorrise in quel suo modo profondo, inquieto, ed insieme carico di certezze, di forza.
Tornò a fissarsi nella sua occupazione: dopo pochi attimi, voltandosi ancora: "Sono stati lunghi, questi giorni," pronunciò come se quel pensiero fosse frutto di una lunga riflessione. A questo punto ero ancora più indeciso, e ne capivo meno di prima.
Ero venuto con l'intenzione di non forzarla in alcun modo, senza aspettarmi una situazione così ambigua: pensavo che, in ogni caso, mi avrebbe fatto capire lei, quale fosse il suo stato d'animo, se avesse, o meno, fatto una scelta, se tutto fosse ancora come un mese prima.
Sapevo di piacerle, e capivo che era stato importante, per lei, che fossi giunto al più presto. Però, al di là di questo, e di piccoli segni, come l'imbarazzo appena mostrato, ella non parlava, e non spiegava il perché di quel nervosismo.
D'un tratto, come dal nulla, immaginai che la risposta dovesse essere quella più ovvia: Eleonora non capiva, pur sentendosi attratta, che parte avrei dovuto avere, nella sua vita; soprattutto, se dovessi soppiantare l'altro, od, in qualche modo, integrarne l'affetto, con qualcosa di simile ad un'amicizia. Dunque, non sapeva, e come me, aveva atteso a lungo che arrivassi, perché l'aiutassi a capire. Mi voleva bene, ma ne voleva anche all'altro. Ora, non poteva sapere se stare con me potesse essere più importante, per il solo fatto di non esserci stata: non poteva valutare un rapporto con me, senza prima averlo vissuto: il gioco, allora, si rivelava estremamente rischioso, davvero l'avrei avuta, o persa del tutto: bisognava dare spazio a quel sentimento che ci investiva, per valutarlo con esattezza.
Istintivamente, a questo pensiero, posi la mano, ancora bagnata di acqua calda, sulla sua guancia. Ella si voltò.
Mi parve affatto stupita, e mentre, poi, mi ritraevo piano piano, il viso seguiva il mio movimento. Dunque continuai a carezzarla, mentre lei ruotava il viso, fino a baciare il palmo della mia mano. Poi, come fosse indecisa, tornò ad insaponare, senza più la stessa foga nervosa, di prima. Forse quel gesto era bastato ad appagarla, ed a farle capire che provavo ancora lo stesso di un mese prima? E, soprattutto, a dire quel che lei provava?
Non pensai a lungo, mosso da quello che, più d'un pensiero, era stato un impulso a fatica trattenuto per tutti quei giorni, nel tentativo di non illudermi: ero certo che non avrebbe rifiutato una seconda volta, di baciarmi, pur sapendo il dolore che avrebbe potuto ricavarne, e mi sembrava, ormai, chiaro, lei aveva sempre aspettato che la forzassi in una tale responsabilità, ed ora, forse, se ne rendeva cosciente.
Quando le cinsi la vita, da dietro le spalle, e scivolai, con le labbra, lungo il collo, la guancia, e fino alla bocca, questa si aprì, ed affondai in una dolcezza che sapeva, anche, nel suo calore, d'una languida disperazione.
Non pensai, neanche un momento, che avesse rinunciato alla coerenza di cui aveva dato prova in Sardegna: ora, più che verso l'altro, era importante che fosse leale nei confronti miei, ché anche io ne soffrivo, e, soprattutto, verso se stessa: dunque mi baciò a lungo, aggrappandosi con forza alle mie spalle, come temendo che potessi scomparire all'improvviso, negandole il sapore, acre e violento, di quella verità che, quasi senza preavviso, si imponeva alle nostre coscienze.
8)
I genitori di Eleonora possedevano un terreno di medie dimensioni, che si stendeva in varie coltivazioni, tutto intorno alla casa. Erano le prime ore del pomeriggio: Gianluca s'era assopito sul divano, Mario conversava con le ragazze, per la casa regnava una quiete immota.
Eleonora avvertì che uscivamo a fare una passeggiata, e lessi negli occhi di Gaia, una furbesca malizia, peraltro affatto nuova, in lei, come di chi, nonostante assenta, lascia intendere di capire bene cosa c'è dietro le parole. Era un atteggiamento infantile, ma divertente, che più volte le avevo notato, al campeggio, quando, ad esempio, con accenno di civetteria, si misurava in ardite proposizioni in inglese, rivolgendosi a Friedrich, contenta di attirare l'attenzione di tutti noi.
Comunque, non era affatto stupida, né cattiva, e questi suoi atteggiamenti sapevano destare in me, e gli altri due, una tenera simpatia, un affetto che nutrivamo per lei, come per una sorella minore.
Eleonora parve non avvedersi di quell'espressione, e dunque, presa la mia mano, mi precedette sul balconcino; indi, scendemmo le scale.
Fuori, un'aria tranquilla rinfrescava l'ora assolata, e la vegetazione circostante mormorava, nel vento, una dolcezza senza riposo.
Mi parve come se tutto il mondo si fosse fermato soltanto per noi, in quell'oasi di lontananza, una seconda volta, dopo quel pomeriggio in Sardegna. Eppure sapevo che, dietro quell'atmosfera, ben altro si celava, negli altri: Mario, forse, pur trovandosi bene, doveva certo essere mosso da impazienza, desideroso di proseguire per Monza, e, soprattutto, ultima tappa di quel viaggio, per Nizza, dove avrebbe rivisto colei cui doveva il fiorire d'un nuovo sentimento, anche esso destatosi, in lui, con non poche incertezze, non pochi dubbi, ma con la mia stessa voglia di vincere, almeno una volta. Delle ragazze, poi, non sapevamo quasi nulla, ma certo, ricordavo, avere diciassette anni non era stato facile per nessuno di noi, e così, pensavo, non doveva esserlo neanche per loro; ed in Gianluca, prima ancora di parlarci, avevo già avvertito una malinconia, così stranamente legata all'allegria, che dipingeva sul volto un po' fanciullesco, espressioni ora giocose ed entusiastiche, ora assorte ed allarmanti.
Ma tutto questo, scomparve totalmente, appena Eleonora spalancò la porta di un magazzino, dove i genitori tenevano i frutti del terreno, gli utensili da lavoro, e, distribuite in scaffali, conserve e barattoli d'altro tipo.
Dunque, mi erano bastate 5 ore di treno, per essere in una cittadina, all'apparenza tranquilla, come Lucca, quasi assopita; ed un quarto d'ora di pullman per raggiungere, oltre ad Eleonora, quel posto che rivelava, dietro un'errata impressione di ristagno, il sapore ignoto d'un ambiente semplice ed assorto, che emanava dagli stessi barattoli poggiati sulle mensole, e quegli attrezzi fabbricati a mano, che ora, come un bambino, frugavo, studiando in essi nuove curiosità.
Tutto aveva un valore nuovo, più raccolto, in quelle meravigliose voragini di silenzio che s'aprivano, a tratti; e la fretta, il caos, le paure e il disordine, morivano lontano, laddove, per anni, nella trappola di giorni lunghi ed oziosi, ero morto io, e tutti gli altri come me, stanchi di false mete, di troppo costose artificiosità. Anche il bacio che lei mi rese, scambiato nella penombra di quell'alcova, avrebbe potuto sgominare eserciti di pomeriggi, bagnati di tristezza, e le lunghe notti di ripensamenti, di cui era fatta la vita della città, con i suoi clamori, le violenze e gli inganni, appostati ad ogni angolo. Eleonora era tra le mie braccia, e tutto scompariva un po' per volta, compresa la preoccupazione di spiegarci, di parlare del futuro. Ancora una volta, come e più che in Sardegna, il presente sapeva rapirmi nella sua essenza, sciogliendo i suoi attimi da ogni pensiero passato, e futuro.
Eleonora non parlò mai, né io la pregai di farlo. Chiudevo gli occhi, ed ogni suo gesto esprimeva ciò che aveva dentro, come un liquore che, versato piano dal tempo, cambi colore al bicchiere, sostituendo la propria sostanza ai mille riflessi illusori, che la luce crea sul vetro.
Mentre eravamo stesi, in un angolo, abbracciati, la scostai con delicatezza; mi alzai, ed andai alla porta: affacciandomi, riconobbi sul terrazzo, la figura di Gaia, sovrastata dalla mole di Mario: sembrava come se questi, in rammaricato imbarazzo, le parlasse.
Sentii, in qualche modo, di essere come un intruso, in quella pittura che splendeva, anch'essa nel silenzio, stagliandosi su un indefinito orizzonte, fatto di lontananze: mi ritrassi, accostando il pesante legno, e lo spazio, intorno a me, scivolò nel buio. Mi voltai, richiamato da un indistinto chiarore: soltanto un lucernario gettava un fascio obliquo di luce rutilante, spandendolo, calmo e leggero, nell'angolo da dove Eleonora mi guardava, con espressione decisa, e suadente, insieme: tornai da lei, che mi attendeva.
9)
Era stata la prima volta, che avevo fatto l'amore. Non credevo se ne sarebbe accorta, comunque, glielo dissi ugualmente; mi confessò d'averlo immaginato, trattenendo negli occhi, a stento, una timida malizia.
Ora, avevo la schiena poggiata sulla parete, e così seduto potevo, da quell'angolo, il più generoso, forse che mi abbia mai accolto, osservare nella sua interezza quell'ampio magazzino. utensili, e scaffali, i piccoli armadietti a vetro, dove erano custodite le conserve, e vari sacchi, probabilmente di grano, ammucchiati sopra lo stesso fieno, sul quale giacevamo noi; Eleonora, stesa su una coperta, teneva il capo sul mio stomaco. Come compiendo una specie di giro, attraverso la penombra che il soffitto rovesciava sul pavimento, adesso tagliata di traverso, avanti al mio sguardo, dal fascio proveniente dal lucernario, i miei occhi tornarono a posarsi su lei, scrutando, senza imbarazzo, quell'inattesa espressione. Eppure, essa rivelava, in modo ancor più profondo, quanto Eleonora fosse capace di costringere, dentro di sé, sensazioni ed impulsi, a volte slegati e diversi, come diversa era, quella malizia, dalla calma ed esperta attenzione con cui, poco prima, mi aveva guidato nell'amore. Ed ancora una volta, non rimasi stupito, soltanto infinitamente grato alla vita, per come tanta varietà si potesse fondere, in quella ragazza, con tanta adulta compostezza, senza mai imbattersi in contrasti fin troppo probabili.
Mentre continuavo queste riflessioni, guardandola, forse, incupito, come spesso mi avveniva, quando qualcosa risucchiava la mia attenzione, la sua espressione si era venuta lentamente mitigando in una più indulgente tenerezza, forse preoccupata dall'idea di avermi messo in difficoltà: "Comunque, sei stato bravissimo", disse, quindi, portando la sua mano a carezzarmi il collo, e poi, salendo, il viso.
"Ed io?, aggiunse sotto voce, con un filo di civetteria; ma, le leggevo, non di vanità si trattava, bensì, come meglio apparve dopo la mia risposta, della contentezza d'avermi lasciato qualcosa di prezioso, con quel gesto, nel breve spazio di un'interminabile dolcezza.
Ora, le carezzavo i seni, grandi e sodi, con la mano, non più impaziente, protesa sotto il sottile velo, della sua camicetta sbottonata. Ma se c'era una cosa in lei, che colpiva più delle altre erano i capelli: ed essi erano adesso sparpagliati, gialli e ondulati, sul mio ventre, come petali dal gambo in comune: un breve ciuffo docile alle mie carezze, le cadde su una guancia, mentre gli occhi piano piano, si chiudevano nello stesso tono sommesso, con cui le labbra m'invitavano. Ci baciammo, e ci baciammo a lungo, come due amanti esausti, avvolti insieme da struggente passione, e tenera comprensione, dimentichi d'ogni altra cosa che varchi la soglia del loro abbandono. Per una volta ancora, fu bello.
Dunque, per due volte avevamo cercato nel silenzio, un riparo da altri pensieri, e, per due volte, futuro e passato erano scomparsi. Avevamo bisogno di star bene di non pensare ad altro che a lasciarci il più possibile, in quelle ore che, all'indomani, avremmo soltanto potuto trascinarci dentro, per le nostre strade, in attesa di ricomporne l'armonia che, ora, ci avvolgeva. Ed il desiderio, o meglio, la necessità di prendere da quei momenti quanto più fosse possibile, soltanto questo, al di fuori d'ogni parola, schiacciava con violenza le mie labbra, sulle sue. Avrei creduto, sotto certi aspetti senza errore, che non finisse più quell'amore, tanto era capace di rovesciarmi in petto.
E quando finì, nessun dolore pose fine a quella tregua. Parlavamo, in ultimo, come affacciati ad una finestra, e vedendo, dal fondo dei baci appena scambiati, un mondo che girava senza aver bisogno di noi, persi, assieme, in quell'assenza indolore.
Non cercai di parlarle del nostro futuro, di come sarebbe stato possibile andare avanti, poiché neanche ero certo che sarebbe continuata. La vita mi aveva insegnato che bisogna accontentarsi, di ciò che si ha, strappare al presente ogni più piccolo sapore, ma mai ritenersi in diritto, perché qualcosa esiste, di credere, sperarne od illudersi che continuerà ad esistere. Dio solo sa se avrei voluto indagare, capire, sapere cosa avrei incontrato l'indomani eppure mi lasciavo vincere dalla tentazione di quel silenzio che m'appagava e riempiva anche lei, frenando la nostra immaginazione dal proporre illazioni di qualsiasi genere.
Solo, ad un certo momento, ella mi chiese quando ci saremmo rivisti.
– Forse tu lo sai? – le rivoltai la domanda, ed ella tacque, come vinta, da un improvviso smarrimento. Cercai allora di oppormi a quei pensieri che, adesso, volgevano lontano i suoi occhi, verso giorni nei quali, probabilmente, la mia lontananza sarebbe stata l'unica padrona di quel tempo, che adesso era nostro.
– Non pensare – mormorai in tono suadente – non chiedere nulla, ma prendi ciò che abbiamo. Oggi potrei giurarti la mia vita intera… – ella si volse, allora, ed affondò il suo sguardo appannato dalle lacrime dentro i miei occhi, che sentivo vibrare d'una crescente dolorosa commozione – potrei farlo – le dissi – se qualcuno mi garantisse che essa è mia. Ma fuori da quella porta c'è un mondo che ha bisogno anche di me, come di te, ed una famiglia che progetta di instradarmi dove ritiene più conveniente e degli amici che mi aspettano, ed una convivenza, soprattutto, che non fa che chiedere –.
Ella, che fino ad allora mi aveva ascoltato stando seduta attenta ai miei occhi e a ciò che dicevo, si abbandonò nuovamente sul mio stomaco, fissandomi senza espressione alcuna, gli occhi arrossati ma forti, vibranti di quella sconosciuta decisione che mai s'arrendeva, mentre io, carezzandola senza posa, continuavo a parlare:
– chiede sacrifici, rinunce, e dà poco in cambio, e ti riempie di dubbi. E' già alto il prezzo che pago per restare al mondo, che almeno queste ore, e la speranza di viverne altre così, non mi sfuggano –. La carezzavo con violenza, ed ella singhiozzò, mentre adesso il mio tono di voce, forse rassicurato dal gesto con cui, ella, aveva sfiorato i miei capelli arruffati, si imponeva, calmo, con una decisione a me sconosciuta:
– Non farò il magistrato, né la carriera diplomatica, né m'interessa fare i soldi –. Poi, come cadendo ad un dubbio, invano trattenuto:
– Pensi sia importante – le chiesi – avere molti soldi? – ella negò, con un semplice cenno, e le asciugavo il viso mentre taceva assorta osservandomi.
– Ma perché? – ripresi allora – perché non lo capisco no? – e comprendevo in quell'invettiva l'intero mondo degli adulti che arrivava, a poco a poco, a comprendermi, in quegli anni, ingoiandosi senza pietà ogni mio ideale. Entravo in quel mondo, come un barbone alla mensa dei ricchi, chiuso in un silenzio orgoglioso, col mio pezzo di pane, senza desiderare nulla di quanto è sulla tavola: Eleonora mi bastava, per non dover invidiare nessuno.
– Perché non lo capiscono, che non mi importa di essere famoso, di avere quello che chiamano successo? E perché non capiscono che la vera serenità te la costruisci dentro, e nessuna posizione economica, o sociale, varrà a riempirti, se non hai già qualcosa di tuo? – Tacqui, e ripresi, poi, finalmente calmo.
– Sai – dissi, prendendo il suo capo tra le mani, vorrei lasciare tutto, l'università i corsi di lingua, e le ambizioni che mi scaricano addosso, perché non voglio arrivare lontano, ma restare il più vicino possibile a come sono ora! – Ella approvò con un sorriso – Vorrei un lavoro, per avere una casa, e forse, più in là, potrei volere dei figli da educare alla libertà, senza fare gli stessi sbagli che tutti riflettendosi in essi fanno nei confronti dei figli, caricandoli dei propri insuccessi, quasi a chiedere vendetta. E la sera, vorrei cenare con gli amici, e poi fare l'amore con mia moglie. Questo vorrei, non altro e non potrei affogarmi nel lavoro, se non per necessità perché amo respirare questa libertà, e cacciarla giù nei polmoni, e suonare la chitarra. Mi ci vedi – chiesi senza, però darle modo di rispondere – avvocato, in blue jeans, che scrivo poesie, e suono la chitarra? – Eleonora si mise a ridere, poi, sedendosi volle che mi adagiassi sul suo ventre.
– Forse – propose, quindi – tu accumuli i problemi, e credi di doverli risolvere tutti insieme. La laurea, il lavoro, i parenti e le loro ambizioni. E poi, ciò che ti consigliano è anche nel tuo interesse. Adesso non ti importa della laurea, ma forse i tuoi te la impongono perché sanno cosa ha significato per loro, farne a meno, e forse tra un po'….
– quanti forse – la interruppi, ma ormai la discussione era più pacata, davvero eravamo vicini, per aiutarci il più possibile – vedi, Eleonora, mio padre si è sposato a 21 anni, senza neanche un diploma. Poi, visto che gli serviva, se lo è preso sebbene studiando la sera, quando tornava dal lavoro. Ancora ricordo, da bambino, che si metteva a tavolino, stanco, fino a sera tardi, senza mai lamentarsi –.
– Ha faticato molto – precisò lei.
– Ha scelto, ed ha sopportato da sé la sua scelta. Evidentemente, gli importava, allora, di quel diploma, non prima ma quando l'ha fatta, la sua scelta, nessuno lo ha incoraggiato, e tutti gli davano addosso, dicevano che era un pazzo, e, secondo logica, lo era ma io ammiro ciò che ha fatto, ed il coraggio con cui si è scrollato di dosso i giudizi ed i consigli altrui. Eppure adesso non mi capisce, non capisce che dovrei scegliere, che lo studio non fa per me e che da solo, probabilmente, non saprò mai impormi, proprio come lui, l'unico in famiglia, che potrebbe aiutarmi –.
Lei parve allarmata, eppure non fiatò. Io mi chiesi se davvero, in quegli attimi, Eleonora mi avesse aiutato ad avere più sicurezza, mi avesse contaminato del suo coraggio. E mentre parlavo tenendo le sue mani, capivo di sì:
– Fino a ieri, l'unico da oggi, dopo di oggi, deciderò … credo che deciderò –.
Ci alzammo, e prima d'incamminarci gettai un'occhiata a quel posto che, aperta la porta, tornava ad essere quello di sempre, ed immediatamente pensai che anche la vita, sarebbe stata ancora la stessa. Lo pensai senza ragione, come folgorato da un improvviso timore, dall'irrazionale paura di perdere, con quel giorno ormai al tramonto, tutto ciò che mi aveva portato. Così strinsi forte la mano che Eleonora teneva nella mia, ed ella mi guardò forse, intuendo, o forse provando, quei dubbi che, agitandosi in me, rivoltando tutte le improvvise, sconosciute certezze, germogliate da ognuno dei nostri baci. Indi ci incamminammo, attraverso il fresco del giardino verso le scale.
Quando rientrammo, erano circa le 18, e Gaia stava suonando la chitarra. Al campeggio non aveva mai mostrato di saperlo fare, o forse, in quelle serate vibranti sotto la luce lunare, aveva preferito ascoltare me e Gianluca, che ci alternavano col "pezzaccio di legno". Ora, invece, aveva tra le mani una signora chitarra, e ne tirava fuori delle stupende melodie da alcuni spartiti classici: ero incantato, e così gli altri due, come me, piacevolmente stupiti.
Dunque non la conoscevo completamente, come era logico e c'era qualcosa di più profondo nel viso assorto che si rivelava, ora attraverso i lineamenti semplici, in una espressione più adulta ma sempre schietta. Ci salutò con un cenno, scomparsa dal suo viso ogni malizia, ed era bella, e fioriva negli occhi fondi e scuri, nei capelli raccolti sotto la nuca, a scoprire il collo magro, nel corpo i seni e l'intera espressione, una ignota, sensuale matura femminilità. Chissà perché, nell'immaginarla, mi ero lasciato troppo deviare da certi suoi atteggiamenti, che vedendola ora, ed avendola vista, ancora prima, sul balcone, con Mario, non era certo una ragazzina: non soltanto, una bambina.
Eppure questa nuova dimensione, in cui la collocavo, non si opponeva, ed anzi si mescolava in un'affascinante completezza, con la Gaia che credevo, erroneamente, di aver conosciuto prima di quel giorno.
Comunque ci sedemmo nel circolo di persone che l'ascoltavano, rapiti dalle melodie che vedevo forse non a torto, pervase di malinconica dolcezza ed insieme gratitudine.
Trascorremmo bene il resto del pomeriggio, fin quando Patrizia, Silvana e Giovanna dovettero andarsene: le salutammo, e promettemmo di tornare a trovarle. Rimasero Gaia e Manuela, che avrebbero atteso i propri genitori, assieme a quelli di Eleonora, per cenare insieme. – Comunque – avvertì lei – arriveranno tardi –. Restammo tutti e cinque a conversare sul terrazzo. Come Eleonora aveva avvertito, quando ce ne andammo i genitori non erano ancora giunti, sebbene fosse ormai buio; le ragazze ci accompagnarono alla fermata, a pochi passi da casa Baldizzoni e ci fecero compagnia nell'attesa del pullman.
Arrivò e salimmo: era vuoto, così ci mettemmo davanti al vetro posteriore a salutare quell'attimo che s'allontanava, con i visi di loro tre, compresa Manuela che, più piccola, avevo sempre visto sorridere, puntati, come inespressivi, verso di noi, oltre quel domani che ci portava via.
Io pensavo, mentre piano piano ci avvicinavamo a Lucca, per le strade assorte in un buio silenzioso, a Gaia, e ricordavo di come, averla vista con Mario sul balcone, e poi mentre suonava la chitarra, avesse destato, in me, stupore e piacere, nello stesso tempo: come chi si accorge che la sorella minore sta crescendo, comincia a dare un senso maggiore alle cose. Ci aveva abbracciati, prima che salissimo sul pullman, ed avevo scoperto, in quel suo gesto, la stessa malinconia che, ora, vestiva noi tre, appesi ai maniglioni per non cadere: qualcosa di bello era accaduto, tra me ed Eleonora, tra tutti noi, e forse, anche dentro Gaia, la bambina che tanta tenerezza aveva destato, nel nostro ricordo, ed il cui viso avevo appena visto nella distanza, coprirsi di un indicibile tristezza. Guardavo Mario ed avrei voluto domandargli conferma ma i suoi occhi, affondati nell'ombra, fuggivano lontano «se fosse possibile, avrà pensato, innamorarsi di chi già ci ama». E, invece Corinne era lontana, e non sapeva: Gaia restava lì, a chiedersi perché.
A poco a poco, in quelle poche ore, il clima piacevole della rimpatriata s'era diradato lasciando il posto ad un più intenso desiderio d'intimità, di vicinanza, e, proprio quando tutto era più bello, e vero allo stesso tempo, il tramonto aveva richiamato, ciascuno di noi, al programma prefissato alla partenza: l'indomani, alle 17, eravamo attesi a Monza.
Credo che un po' tutte, le ragazze, avessero afferrato il valore unico, prezioso, di quel breve incontro, e la coscienza, appunto, della sua brevità, dopo la prima allegria, aveva contaminato quella visita: un'oncia di rimpianto, mostrava, ora che l'aver lavato i piatti assieme, la sorpresa nella stanza di Eleonora, ed un altro milione di sciocchezze, erano ormai lontane immagini, come sorprese, tra il vero ed il sogno. Non le conoscevamo a fondo tutte quante, ma sarebbe stato bello vivere con loro nella stessa città. Proprio mentre lo formulavo dentro me Gianluca tradusse in parole quel pensiero, e restammo a guardarci in faccia come tre scemi, incapaci di aggiungere altro.
10)
Quella notte la trascorremmo quasi tutta a passeggio per la città, gustando quell'aria fatta di piccoli piaceri, che, seguiva la giornata appena trascorsa, come una serena vecchiaia, dopo la giovinezza, può seguire, rattristata soltanto da oscure preoccupazioni su cosa c'è oltre quel sole, dopo quei giorni: il nostro dopo era domani, e lo temevamo già, pur sentendoci in grado di affrontarlo e camminavamo, scherzando e prendendoci a spintoni, immaginando di potere allungare, a nostro piacimento, quella quiete che, pure accompagnandoci, svaniva lentamente: all'alba rientrammo in pensione stanchi davvero, e ci stendemmo sui letti senza spogliarci. Ci fu un breve silenzio, durante il quale io, e credo anche gli altri due, cercavamo di raccogliere, da quel giorno, quanto più fosse possibile, sicuri che troppo sarebbe dovuto trascorrere, per provare ancora le stesse sensazioni. Poi Mario si rivolse a me: – Come sei rimasto, con Eleonora? – pronunciò serio. Era un discorso lungo, e non volevo farlo in quel momento, temendo di inquinare quegli sgoccioli di dolcezza che mi piovevano in petto, così: – lo saprò al ritorno – sintetizzai, e lui capì, ed anche Gianluca.
Poi, dopo poco, mentre i due continuavano a parlottare, mi addormentai.
Il viaggio che avevamo atteso, ed organizzato, per più di un mese, doveva portarci, oltre che a Lucca, a Monza ed a Nizza. Il tutto in pochi giorni, poiché anche Gianluca, iscritto come noi a giurisprudenza, doveva riprendere a studiare.
Partimmo a mezzogiorno, e fummo a Monza nel pomeriggio. Lì, ci incontrammo con una coppia di giovani fidanzati, con cui avevamo trascorso i primi giorni del campeggio, e due amici di Gianluca, anch'essi del campeggio.
Cenammo tutti insieme, e si fece una gran caciara, in una deliziosa osteria, nascosta in una silenziosa viuzza del centro, tanto simile ad una di Campo de' Fiori, dove spesso, a Roma, finivamo a mangiare le fettuccine ed ubriacarci, col vino dei colli.
Quella sera, l'unico ad ubriacarsi fu Giancarlo, il quale reggeva pochissimo ogni tipo di alcolico, e venne abbondantemente preso in giro da tutti noi, compresa Cristina. Giancarlo, 23 anni, era biondo, ed aveva gli occhi azzurri: sembrava un tedesco, con quei capelli corti corti, e le sue spalle larghe. Ma, non appena apriva bocca, gli si disegnava in viso una spontaneità fanciullesca, che si rivelava poi, in battutine semplici e fin troppo ovvie, che, nonostante tutto, facevano ridere forse, più per il modo in cui venivano raccontate, che per l'effettiva consistenza. Cristina sebbene più grande di lui, aveva più o meno lo stesso carattere, forse, con una briciola in più di malizia, celata negli occhi neri vivaci.
Mario, una volta parlando di loro, si era servito di un detto famoso, pure usandolo senza alcuna intenzione di offendere: – Dio li fa, e poi li accoppia –, aveva detto, e noi tutti eravamo scoppiati a ridere.
Ed ora, mentre lei carezzava il viso a Giancarlo, come ad un bimbo, sventata ogni ironia, pensavo che dovevano star bene, insieme, quei due: e leggevo, negli occhi di tutti noi, sfortunati giocatori al tavolo dell'amore, la stessa docile contentezza, ed una punta di invidia.
La sera dopo, eravamo a Nizza.
Corinne ci accolse con entusiasmo alla stazione, ci abbracciò e volle a tutti i costi ospitarci in casa sua. Noi, che eravamo stanchi, e contenti per quell'iniziativa che, in fondo ci eravamo aspettati, accettammo.
Corinne alloggiava con una sua collega, insegnante alla stessa scuola, che un po' le somigliava, oltre che nel fisico, anche per carattere: si mostrò per niente infastidita dal nostro arrivo a quell'ora tarda, e si offrì di prepararci un buon caffè.
Corinne, la osservavo mentre arrangiava alla meglio dei giacigli sul pavimento, con i cuscini del divano, e due sacchi a pelo, era più bella di come la ricordassi. In effetti, in quell'estate, pensavo, io e Mario ci eravamo trovati a frequentare tutte ragazze carine, o comunque interessanti. Aveva gli occhi sottili, d'un verde insolito, mai visto prima, ed il viso ovale, disegnato dai tratti taglienti, decisi ed aggraziati insieme; i capelli, castano chiari, erano lisci, e lunghi fino alle spalle. Nel corpo, è poco dirlo, era perfetta, con le gambe lunghe e tornite, il seno giusto e alto, le spalle larghe, i fianchi morbidi ma asciutti. Era quasi una dea, e piaceva anche a me, come piacque subito a Gianluca, che la aveva vista, quella sera, per la prima volta. Ma Mario la amava, e questo era più che una semplice attrazione, motivo sufficiente per non farsi avanti: inoltre le ero affezionato e la stimavo, e lei stimava noi: era quel tipo di ragazza, con la quale qualsiasi tipo di rapporto può procedere soltanto bene. E mi fece piacere, molto piacere, rivederla.
Ci addormentammo molto tardi, trascorrendo le ore a ricordare, in una stentata conversazione in inglese, le serate trascorse al campeggio, con la chitarra, e le lunghe e intense giornate, riempite dalle nostre sciocchezze, mie e di Mario, che lei aveva avuto a definire, una volta "plein de vie" (pieni di vita): prima di allora, mai cosa più bella era stata detta, con quella sincerità, a noi che ci sentivamo fin troppo stanchi e disinteressati, verso ogni cosa.
Ed in fondo, se lei aveva potuto dire quelle parole, era anche merito suo, perché con lei, per un meraviglioso incantesimo di spontaneità, ci eravamo scoperti interessanti, ed interessati, capaci di costruire una bella giornata, servendoci soltanto di mille piccole sciocchezze.
Comunque, come dicevo, ci addormentammo tardi; l'indomani era domenica. Quando aprii gli occhi, sentii delle voci provenire dalla piccola cucina: mi girai senza far rumore, e riconobbi Corinne e Mario, conversare accanto al fornello, sul quale una caffettiera bolliva: non volli intromettermi.
Mi rimisi a ventre in aria, guardando verso la finestra socchiusa: tra me e questa, Gianluca dormiva ancora, stanco, forse, più di noi. O forse, meno teso.
La casa era di due stanze: in una avevano dormito Corinne e Monique, questo era il nome dell'amica; dal soggiorno, dove ci trovavamo noi, si accedeva alla cucina, lunga e stretta, e senza finestre, il bagno era accanto alla stanza da letto.
Gianluca dormiva, Mario e Corinne parlavano, ed io mi chiedevo sempre più, quali possibilità avesse il mio amico di conquistare quella ragazza che era davvero tanto, troppo lontana, pur nella sua cortesia.
Aveva 23 anni, e stava vivendo la sua vita, lavorando, ed alloggiando con una sua amica a quel terzo piano: Mario, come me, ancora si preparava, viveva in famiglia, e non aveva le idee chiare; Corinne era entusiasta, più volte lo aveva detto, del suo lavoro, e davvero questo poteva riempirle le giornate, mentre Mario vedeva tutti i possibili programmi rimandati, nella migliore delle ipotesi, almeno di tre anni, cioè a dopo la Laurea: prima di quel momento, avrebbe potuto soltanto desiderare, una donna con cui vivere, una casa, un lavoro e la possibilità di cambiare in qualsiasi momento. Era come me, e troppi di noi, legato a quello studio, forse davvero utile, davvero importante: ma era un ragazzo, non un uomo autosufficiente, ed aveva 20 anni. Lei, a prescindere dall'età, era, proprio per la vita che conduceva, una donna. Una bella donna, con tutto ciò che può comportarne, ad un ragazzo, innamorarsi di una bella donna. Avrebbe potuto stare con lui per una notte, o con me, o chiunque le fosse piaciuto, o preferire che il rapporto continuasse in quel modo, come un'amicizia bella, profonda ma solo un'amicizia.
O forse amava qualcuno altro, o era addirittura fidanzata. No, questo non mi sembrava possibile, ma, certo, per noi, quella parte della sua vita era un mistero, un'incognita tutt'altro che facilmente risolvibile. Anche se, a chiunque, potesse sembrare facile, e fin troppo ovvio, anziché perdersi in improbabili supposizioni, domandare che lei stessa ne parlasse.
Ecco, pensavo, Mario doveva farsi avanti rischiare anche di compromettere quella stabilità, che rendeva piacevole l'incontro perché, a 20 anni, diventa sempre più difficile innamorarsi, ed un'altra come lei, forse, neanche esisteva.
Dunque doveva un po' forzare, rischiare anche, ma non scoprirsi del tutto: lei, d'altronde, era abbastanza grande da capire, e farsi capire, senza bisogno di parlare troppo.
Ma, in fondo di tutto ciò, a Roma, avevamo già parlato io e Mario, e non facevo che ripetere, tra me, cose già dette.
Avrei dato non so che cosa, perché quella favola si avverasse. Davvero ne sarei stato felice, benché fino a poco prima di partire fossi stato convinto che di lei mi sarei innamorato, se, invece che a Nizza, fosse stata a Lucca. Anzi, questa naturale attrazione, al di fuori di ogni malizia, mi aveva preoccupato impedendomi di capire se volessi in realtà, davvero Eleonora, o soltanto una donna da raggiungere facilmente.
Ecco perché lo sbloccarsi di tutta questa ingarbugliata situazione, che Mario aveva certo intuito, mi era sembrata solo una bella favola, in cui non poter fidare, più di tanto.
11)
La favola cominciò a sembrarmi sempre meno tale, quando mi accorsi di Gianluca e Monique. Era, quella, una buona occasione perché si creasse un'atmosfera più propizia, a quel tipo di cose.
Dunque, quella mattina, salimmo in macchina, e raggiungemmo il mare. Era il 1° Ottobre, ed il cielo offuscato da nuvole grigie: forse avrebbe piovuto, ma non ce ne preoccupammo. In auto, Monique e Gianluca non avevano mai smesso di scherzare tra loro, finendo con l'escludersi dalla conversazione. Dunque si intendevano, ma non capivo fino a che punto: si trattasse d'una semplice attrazione, o qualcosa di più serio. Non so, né so quel che avvenne, anche se posso immaginarlo: tuttavia ricordo ancora gli occhi di Gianluca farsi rossi, di fronte a me, nello scompartimento: poi, lui che si era alzato e sporto dal finestrino, come a voler fermare quel treno, quel vento che non era l'unico motivo delle sue lacrime, opponendo la sua rabbia disperata, la sua inutile ribellione a quello sferragliare che conduceva sulla via del ritorno. Non riuscii a parlargli e non ne ho più avuta notizia, da quel giorno che lo salutammo, dal molo, mentre un cielo opaco si ingoiava, forse, con crudele avidità, la sua allegria di sempre.
Ma, quella domenica, lo vidi nello stato migliore, ridere ed interessarsi, improvvisare un gioco con i fiammiferi, e poi parlare a lungo, il capo posato sul ventre di lei.
Corinne cercava di non escludermi dalla conversazione, ed io non potevo certo dirle che mi isolavo volutamente perché lei e Mario si trovassero da soli.
Era molto carina, Corinne, in tutti i sensi, e sapeva stare in compagnia, come poche persone di quelle che conoscevamo a Roma, sapevano. Comunque ad un certo punto, dopo essermi scusato, mi allontanai, sulla spiaggia.
Anche a Nizza avrei potuto fermarmi per sempre, lo pensavo camminando lungo la battigia, per la spiaggia sterminata, sotto un cielo greve che portava gli uccelli a volteggiare, quasi, ad altezza d'uomo: un vento soffice ed acre, spirava dal mare, e la mente mia si perdeva in quelle docili immensità, che per troppo avevo atteso, spiaccicato tra giorni e doveri sempre imperativi, avari e indegni, lungo il breve tunnel della mia adolescenza, di quella età che s'apriva, ormai, incapace di contenermi: mi sentivo un uomo, ed Eleonora c'entrava, ma c'entrava anche Corinne, Mario, Gianluca e Monique, Giancarlo e Cristina, e tutti gli altri amici seminati per il continente, ed anche Friedrich, che pure non vedevo da più di un mese, e che forse non avrei mai rivisto: ma soprattutto, c'entravo io, che cominciavo a capire cosa volevo, e mi sentivo meno perso nella grandezza di quella solitudine, tuttavia gradita, che, come un'amica, taceva ammirata al calore dei miei pensieri. I piedi scalzi andavano, senza una meta, ora assaliti dal tenero sciabordio, ora scansandosi il mare al loro passo continuo: l'acqua mordicchiava la mia pelle, senza ferirla, ed il tempo scivolava lentamente sul mio petto. Se fossi un artista, farei un quadro di quell'attimo, ammesso che sia possibile esprimere in qualunque modo, una tale enorme, sconfinata pienezza: pensavo ad Eleonora e pensai a lei per tutto il giorno.
12)
Tornai, più tardi.
Mangiammo in una trattoria sul lungomare, semideserta: Corinne ci spiegò che era stato un miracolo, trovarla ancora aperta, a quel punto della stagione.
Eravamo giunti nella tarda mattinata, ed io, allontanandomi da solo, avevo passeggiato a lungo. Al ritorno, mi ero scusato per quell'assenza, ed eravamo andati a pranzo: la veranda dava sul mare, ed era completamente deserta. Fosse a causa di quel paesaggio struggente ed incontaminato, fosse per un irrimediabile destino di quegli incontri autunnali, adesso un silenzio improvviso era calato, sotto la tettoia di paglia che affacciava sulla sabbia grigia, perdendosi, infine, nell'acqua d'una sconosciuta opacità.
O forse mi sbagliavo, ed esso si era creato nelle ore, durante le quali i quattro si erano trovati soli. Gianluca e Monique mangiavano senza parlare e tentavo d'indovinare quegli sguardi che si lanciavano, di sfuggita, accesi di coraggiosa intensità: del tutto smarriti, quelli di lui, compiacenti e tristi allo stesso tempo, gli occhi azzurri di Monique, così simili a quelli di Corinne.
Questa, cercava di tener viva la conversazione, chiedendo notizie sul periodo durante il quale non ci eravamo visti, rivolgendosi ora a me, ora a Mario. Gianluca non parlò mai, Monique qualche volta.
Lei aveva 21 anni, ed insegnava da appena un anno, da quando, cioè, si era diplomata. Anche lei, dunque, come Corinne, lasciata la famiglia, conduceva ormai la vita autonoma: e cresceva in me, la stessa insoddisfazione che mi confessò, poi, Mario, nel confrontarci a loro, così diverse, così coraggiose.
Non avevano un gran futuro davanti, di magistrato, o medico od ingegnere. Né soldi, né successo, né fama. Ma soddisfazione da vendere, questo s'incontrava nei loro gesti, ed un amore per il lavoro e la propria vita, che ne faceva due ragazze contente di se stesse libere e realizzate.
L'unico, lieve dubbio, sparì quando domandai a Corinne se non temesse di stancarsi, a fare la stessa cosa per tutta la vita.
– Posso cambiare in qualunque momento – rispose senza esitare – nessuno mi costringe –, e tornò a mangiare, come avesse detto la cosa più ovvia di questo mondo.
Nessuno, né alcunché la costringeva: anche Mario rimase colpito come me, a quel pensiero: nessuno può costringerti a ciò che non ti va, nessuno né alcunché ha questo diritto: solo tu, puoi decidere cosa e chi amare, a cosa e chi dedicarti. Una cosa ovvia, lineare che per noi non esisteva, a Roma, dove una Laurea era necessaria, a detta di tutti, per essere un uomo, per realizzarti in una professione. Mi ripromisi, e credo anche Mario, di non scordare quelle parole, che da esse sarebbe dipeso il mio prossimo futuro.
Si trattasse di un'illusione, non lo sapevo, ma dovevo cambiare qualcosa, magari cominciare a seguire le lezioni di quella scuola di regia, di cui mi avevano detto, o magari mettermi a fare il maestro delle elementari, o continuare a scrivere con più convinzione, o entrare in qualche giornale.
Dovevo muovermi, cercare di non ripiombare nella solitudine, tenendomi in contatto con Corinne, e tutte quelle persone che s'erano rivelate più che compagnie estive, più preziosa, perfino, della gente che a Roma conoscevamo da anni.
Questo pensavo, e probabilmente anche Mario che, su tante cose, ha sempre avuto le mie stesse opinioni. Quella era la vera ricchezza che, infine, ci offrivano le esperienze vissute fino ad allora, in quella lunga stagione di viaggi, amori, ed incontri nuovi, e quella ricchezza più d'ogni altra cosa, mi ripromisi di custodire ed investire nel mio futuro, perché generasse, finalmente, un presente più degno dei miei desideri.
Anche adesso, ricordando le discussioni fatte sulla via del ritorno, capisco il senso di quella lunga vacanza, e mi accorgo dell'esattezza di quella sensazione per la quale, in quel periodo, stava maturandosi in noi, una consapevolezza, una crescita che avrebbe lasciato indietro il fagotto immenso, dei dubbi dell'adolescenza.
Ne seguirono altri, di dubbi, ed ancora ce ne sono, e tante cose ancora, non le ho capite e non so dire, in verità, chi davvero abbia trovato ciò che cercava; ma certo è che da allora cambiarono alcune cose, e persone e gli esempi e gli affetti raccolti durante quei giorni, quella libertà di scelta che a Monique e Corinne pareva tanto ovvia, le ostinazioni di Leda e Friedrich, la serenità e la fiducia di Giancarlo e Cristina, legati dalla stessa semplicità, ci aiutarono parecchio, ed ancora oggi sanno destare affetto e dolcezza, insieme a tanta nostalgia.
Mario si è laureato da poco, e si sta preparando per un concorso in Magistratura: dunque, non ha finito di studiare, ed ancora non guadagna: comunque, per i primi tempi, andranno avanti con lo stipendio di Corinne, che ora insegna Francese in un Istituto Tecnico, qui a Roma.
E' stata dura, per loro, costruire un matrimonio su tante difficoltà, ed a tratti ho creduto che non potessero farcela. comunque ci sono riusciti, e presto si sposeranno: lo faranno in Comune, perché nessuno dei due è cattolico, anche se, in fondo, a Dio ci credono.
Da quell'estate, io ho continuato ad andare a Lucca, dove ho fatto anche il militare, ed ho mantenuto buoni rapporti con Eleonora, tanto che mi ha invitato al suo matrimonio in settembre. Non so se ci andrò, perché ancora è difficile, per me, dimenticare quella lunga giornata di 4 anni fa: ma soprattutto non si è ancora assopito il dolore provato, e la sera che la chiamai da Nizza, dal telefono della trattoria dove abbiamo anche cenato; non posso dimenticare i suoi singhiozzi, quando per la seconda volta, mi diceva "scusami".
E poi, di cosa doveva scusarsi?, so bene che ne ha sofferto anche lei: perché, lo so anche io, far soffrire qualcuno non è mai bello. Ora io insegno in una scuola elementare in periferia e la mattina devo farmi più di un’ora di macchina, attraversando la città assalita dal traffico, e passo sempre dal lungotevere vicino a quei posti dove spesso, la sera camminavamo con gli amici, parlando di donne e del futuro. Per il momento non sono ancora stanco, ma, chissà, un giorno potrei avere voglia di riprendere a studiare, e fare il magistrato anch'io: magari il penalista.
Mi piace il mio lavoro, adesso, ed in fondo sto abbastanza bene, anche se la sera si esce sempre meno spesso, ed ancora meno sarà possibile, ora che Mario si sposa, e non avremo più un futuro di cui parlare, né ragazze di cui innamorarci.
Quanto a Gianluca, di lui non ho saputo più niente, dopo quel pomeriggio che lo salutammo dal molo di Livorno. Ma un giorno voglio andare a Sassari con Mario, e lui è d'accordo, per sapere se ha dimenticato Monique, e magari farci una bella birra alla spina, tutti e tre, come ai vecchi tempi.
Come nei migliori anni.