IO MI DICO E' STATO MEGLIO

"….e io mi dico è stato meglio lasciarci che non esserci mai incontrati". (F. De André)

1/11/202641 min read

L'aria fresca del mare sembrava scorticarmi la faccia, intorpidita com'era dall'alcool e dal desiderio. Erano circa le quattro e mezzo, ma la notte sembrava ancora durare, o forse ero io che non vedevo il bagliore da lontano del nuovo giorno, o lo confondevo con i centomila fuochi che avevano spezzato ininterrottamente le tenebre, fino a quel momento. Mentre tenevo Sandra per una mano, e sentivo che doveva avere freddo, non vedevo altro, da quella terrazza, che mare e notte abbracciati in uno stesso corpo assieme alle promesse e la speranza che con l'allegria, le sbronze e le grida, intorno a noi, salutavano il nuovo anno.

Avevo vinto la mia timidezza, raccontandole di me e del mio passato, delle mie idee così lontane da quel suo gruppo di amici di idee diverse, o forse senza idee e basta; dei miei amori, le sconfitte le delusioni e l'ostinazione con cui, malgrado tutto, avrei continuato per la mia strada, fregandocene di tutto e tutti.

Aveva 18 anni, Sandra, i capelli chiari dai riflessi rossi, un corpo da adolescente e le labbra piccole, e mi aveva riempito di linguacce per tutta la sera, sfuggendo ogni mio approccio, eppure si sapeva che le piacevo, ma era timida e incostante più d'ogni altra della sua età. Soltanto l'alcool e lo stordimento m'avevano permesso di prenderla per mano, ad un certo punto, e portarla via da quel casino: – Voglio vedere il mare – le avevo detto – accompagnami –, e neanche un quarto d'ora dopo, persi in un mare di risate per le vie del comprensorio, senza aver trovato il sentiero che va alla spiaggia, c'eravamo fermati e diventati seri tutt'a un tratto. Facilissimo. Avevo ottenuto che smettesse di parlare del padre e della scuola soltanto con le mie labbra a un millimetro, ormai, dalle sue. Però non scorderò mai come, mentre parlava e parlava rigidamente impettita nel sedile, di sbieco sorvegliava ogni mio gesto ed anche lei, tremandole la voce, aspettava che quell'angosciante attesa si spegnesse nel nostro primo bacio. Eravamo insieme, come da copione, e sentivo più che mai il successo del mio personaggio stupendo e tenebroso, vivo ed inquieto, fra tutta quella brava e distinta gioventù borghese.

Erano passati 19 mesi da quel giorno, una vita intera su noi due e le nostre promesse di serenità.

Lo scenario cittadino: sempre quello.

C'era lì a Montesacro un angolo di strada che si perdeva nelle propaggini deserte della periferia, una quarantina di macchine parcheggiate in fila indiana, un verde pallido e vuoto oltre il parabrezza, una scuola abbandonata dimenticata da genitori ed amministrazioni, 80 cuori esatti, a due a due a graffiarsi di noia e di tenerezza, quanta vita concentrata in meno d'un chilometro d'asfalto.

– Perché tu sei diverso dagli altri – mi diceva col capo chino e gli occhi piccoli e chiari nascosti sotto una cascata di riccioli castani, sparsi qua e là di rosso.

Ero diverso dagli altri che conosceva, ecco perché era stanca eppure mi piaceva che lo dicesse, dava un colore alle mie nottate in Sezione ed al ristorante e, mi rendeva perfino orgoglioso della mia angoscia, dava un colore a tutto questo, perfino alla sconfitta di essere, probabilmente, niente di più d'uno come tanti disperatamente aggrappato all'illusione di condurre una vita meno inutile.

Ma era stanca di tutto questo, non c'era più poesia, ai suoi occhi, nella fretta, le sbornie e la stanchezza che cercavo inutilmente di celare dietro un castello di parole e atteggiamenti sempre uguali.

– Tu non sei un ragazzo sereno, ed io ho bisogno di serenità. Lo vedi – e non aveva più senso neanche tenersi la mano, d'altronde lei non capiva che in un mondo come il nostro non si poteva essere sereni, andando avanti stupidamente tra pizzerie e feste all'aperto e belle macchine comprate con i soldi di papà, non bastava dare tre esami all'anno e sapere sempre cosa dire, per sentirsi a posto, chiudere gli occhi su sé stessi e gli altri, insomma; continuò: – … lo vedi, anche quel tuo volerti ostinare con la politica, non sei che una parte di quello stesso ingranaggio che credi di rifiutare e di combattere, sei strumentalizzato come tutti gli altri come te, sei diverso dai miei amici, ma non da migliaia di altri illusi, siamo solo due razze diverse, tutto qui, e non possiamo capirci, né tantomeno sperare di poterci cambiare a vicenda…. – l'ascoltavo con attenzione, a metà tra l'odio e lo stupore, ma non cercai d'interromperla, ma ora che si stava definitivamente sputtanando, superficiale, benestante, estranea a tutto quanto il resto, chiusa in casa quasi tutto il giorno a parlare di rossetti e bei vestiti, o lasciarsi incantare dalla facile sicurezza dei suoi amici senza altro problema che quello di dare l'esame per tenersi buoni i genitori, la settimana bianca, la macchina nuova e tanto, tanto tempo a disposizione per diventare grandi in tutta tranquillità.

Continuò ancora: – che senso ha vivere nell'angoscia come fai tu, tu non stai bene, non stai bene perché vorresti cambiare il mondo intero ogni volta che senti il telegiornale, lavori come un negro e ti consumi tra lo studio, il ristorante, e la sezione, dove sfoghi finalmente tutte le tue arie da poeta maledetto –.

Aveva detto proprio così, poeta maledetto, dunque non era proprio vuota, dentro qualcosa le era rimasto in mente dei tempi della scuola. O forse non era affatto vuota né cretina, soltanto aveva imparato meglio di me come difendersi da quell'enorme responsabilità che è l'intelligenza. Così chiudendo gli occhi su tutto quanto non la riguardasse da vicino, evitava di soffrire, nella convinzione precisa che situazioni come quella di mio padre, licenziato dopo 6 anni di Cassa Integrazione, assieme a migliaia di altri come lui, nonostante il contributo dello Stato per la ristrutturazione delle grandi aziende in crisi, fossero qualcosa di molto simile ad una disgrazia, a nulla e nessuno imputabili, in quanto tali, se non alle "cose della vita".

– Almeno provo a fare qualcosa – le risposi senza più tanta convinzione, già sapendo cosa pensava, e cioè che mi avvelenavo di responsabilità, e stavo male, senza tuttavia risolvere nulla.

– In fondo – riprese lei con una lucidità mai dimostrata prima, quella lucidità che solo guardare il mondo dal di fuori ti può dare – il mondo è sempre stato così e non sarai tu a cambiarlo, né altri come te. Se continui così tu soffrirai sempre di più, e non credere che un altro governo possa essere migliore di questo, né che la tristezza e l'esasperazione continua di cui ti nutri possano cambiare, più di tanto, certe situazioni. Accanirsi come fai tu non ha senso, sprechi solo del tempo nel quale potresti fare qualcosa di più per te stesso, o magari… dedicare un po' di più di gioia a chi cerca di volerti bene –, aggiunse poi in solo fiato, rimanendole, fisso lo sguardo sul cruscotto.

Era Settembre, nell'estate appena finita avevamo inutilmente cercato di aggiustare le cose, ed eravamo ormai troppo stanchi e sfiduciati per tentare ancora. D'altronde, come aveva detto lei, non potevamo più sperare di cambiarci a vicenda, né, tantomeno, di scoprirci improvvisamente meno lontani e diversi di quanto i mesi passati insieme avevano dimostrato: non si poteva più fare nulla, quel silenzio nel quale ristagnava ormai ogni emozione ne era, ostinato e crudele, l'ennesima inconfutabile riprova. E forse aveva ragione lei, sul mio conto, a questo pensavo; ciò nonostante esistevano, esistono disoccupazione, armi nucleari, peculato e clientelismo, li abbiamo comunque sulla testa grandi potenze e poteri mal gestiti; c'è, nella società e nel mondo, chi decide per noi e per la vostra vita, e il singolo non ha più spazi né momenti in cui farsi valere, perché tutti sono ormai sotto controllo, e quel senso acuto e doloroso di ribellione e di impotenza può solo uccidere, in chi non sa liberarsene, l'istinto e la capacità di dare e ricevere della "gioia", di credere in qualcosa o qualcuno che sia un po' più che il proprio io (e qualcuno parla, a proposito di questo tempo, di ritorno al "privato"); così o si soffre, come era per me, o ci si adegua a tutti quelli che fanno finta di niente, e non provano neanche più a fidarsi, hanno perso l'amore, ne hanno eliminato il bisogno dalla propria esistenza, e si ripetono in continuazione che tanto non tocca a loro aggiustare le cose, c'è gente che è pagata apposta per questo, d'altronde la vita è così breve e piena di problemi, perché crearsene degli altri, o addirittura andarseli a cercare?

A tutto questo, pensavo in quel deserto nel quale io e Sandra eravamo così persi e lontani, e tutto questo, benché mi sforzassi di convincermi del contrario, sembrava ed era, ad ogni istante, ancora più lontano ed impossibile.

Per me, infatti, anche a desiderarlo, non sarebbe comunque stato possibile ignorare mio padre, a 40 anni, chiuso in casa dal giorno alla sera ad asciugarsi la vista nelle riparazioni, per mandare avanti la "baracca" fingendo di non sentirsi sulla pelle i giochi sporchi dell'economia, di chi può decidere e lo fa, fottendosene di chi pagherà il proprio tributo di sofferenza alla causa dei potenti; la situazione della ditta e la barca di miliardi investiti dallo Stato per sanarla, sperperati o comunque distratti da tale finalità, in forza di accordi scritti e non, sotto l'attenta ignavia del sindacato (specchio d'una realtà sociale ed economica allegra, distratta, se non, addirittura, corrotta); le tasse universitarie in aumento, lo studio non più come vorrebbe la Costituzione, diritto irrinunciabile d'ogni ceto; il pizzettaro del ristorante che dorme in macchina, e non ha più voglia neanche di trovare assurdo e indegno il suo lavorare senza contributi, sempre precario, e lavora da quando aveva 12 anni, ed ora ne ha 52; la gente assiepata, come bestie, lungo i muri del Policlinico, un materasso in terra, una coperta e una fila di mesi prima d'essere operati.

Era quasi assurdo, in quel tramonto senza bagliori né lacrime, io e Sandra ci lasciavamo parlando di politica e qualunquismo. Ed io ero stanco, infinitamente stanco, di sentire economia e politica sulla mia pelle lacera, e quel sorriso ormai offuscato con cui mia madre, poco più d'una bambina, mi tiene in braccio, lo sguardo dolce e acceso d'un'ingenua ricchissima speranza, nella foto in bianco e nero di vent'anni fa. E pensai, d'un tratto, che se anche ero diverso da Sandra ed i suoi amici, e se avevo bisogno di credere in un'alternativa, non era merito mio, né colpa loro: c'era, come sempre al mondo, chi ha tutto quanto gli serve nel presente, ed è perciò convinto che il futuro sia, e rimanga, così lontano da non doverne avere paura; e chi, invece, il futuro già lo vive, respirandone ogni giorno il presagio allarmante in tutto ciò che non ha e che, teme, non avrà mai, soffocato e atterrito dall'incertezza. Comunque sia, gioia o dolore, speranza o sfiducia, tutto ritorna nella categoria banale e spoetizzante dell'avere. Tristissimo, a pensarlo.

Così ci salutammo, io e Sandra, per evitare che la mia frenetica attività, sempre destinata, per ciò che ho detto finora, a sfociare in un'angoscia di dubbi e ripensamenti sulla sua effettiva utilità, se non addirittura sul suo effettivo valore "ideale", contaminasse il mondo piccolo e ovattato di quel suo viso dolce e pulito di bambina senza complessi. Era troppo, troppo debole e insicura, pensai, per sapermi tendere la mano ed accettare di essere sola insieme a me: non mi fu facile perdonarla. Mi lasciò, e la lasciai alle sue unghie smaltate, il pigiamino colorato ed un futuro inutile e vuoto, ma comodo, certo, più del mio.

Andai avanti per un po', tra gli esami, il ristorante e la Sezione, fin quando non fui stanco di ritrovarmi con il PCI a parlare di riflusso, e con i radicali della pancia di Spadolini o della corruzione democristiana. Che andasse avanti senza di me la sinistra, già a casa mia c'era tanto da fare che non mi sarebbe bastata una vita intera.

Ero un bel ragazzino, scuro di occhi e di capelli, con un viso molto pulito ed il sorriso fresco ed immediato, così decisi di godermi un po' la vita, smetterla con le poesie e le storie importanti, e dedicarmi solo al mio futuro, che era già una grande impresa da realizzare: il collasso nervoso dell'estate appena finita e quell'inutile abbraccio, la nausea e la stanchezza, mi tornavano in mente troppo spesso, perché continuassi a spremermi. Mollai la politica, Sandra ed i suoi amici, e tirai avanti in cerca d'un'amante, e di sbronze con gli amici, e partite a bigliardo, nell'aria ispessita dal fumo di qualche bisca. Conobbi Laura ad una festa, dopo neanche un mese, era bionda e d'una femminilità matura e profonda più di Sandra, la pelle chiara e i seni grandi, le gambe lunghe e vellutate, dentro le calze nere, le scarpe col tacco alto e sottile come il suo sguardo; era triste, ed ogni tanto mi riusciva di farla ridere, così le proposi di andarcene di lì e finimmo in una birreria, a bere e scherzare, mentre Gianni e la ragazza, guardandoci, si sparavano in continuazione sorrisetti d'intesa.

Dov'erano i giovani che si vedono in televisione, con quello sguardo forte e sensibile, con quei sorrisi veloci e timidi con cui accompagnano i loro discorsi da grandi? Dov'era la gioia e la bellezza di quei sorrisi, di quegli abbracci, coca-cola e piumini colorati, e le poesie, i racconti dei nonni, maglioni di lana grossa e scarpe da tennis, partite di pallone, vita di gruppo e fede incontrollabile nella vita, e mai, mai un attimo di noia che duri più di un'ora? Dov'erano, se non sepolti nella memoria d'un passato trasfigurato dal ricordo, in quelle classi tinte di giallo, scritte sui muri, una sigaretta di nascosto e amore e amici cui dedicarsi, e l'illusione di aver già capito cosa fare, mentre parli in Assemblea, tra cento altri giacconi e stivali di pelle, in un'aria tesa e pregnante d'intenzioni, delle stronzate del preside e della politica repressiva in Cile e a Cuba, allo stesso modo con la stessa rabbia.

De Gregori, Guccini, Bennato e Neruda, Baudelaire e la chitarra tutto, tutto taceva sui prati deserti del Villaggio Olimpico, nelle mura stanche del vecchio liceo. E quei ragazzi all'uscita, così diversi, dallo sguardo adulto e preparato, si vede che l'hanno già la sicurezza e non la perderanno, una ragazza, il concerto degli Spandau Ballet, belle moto e poco tempo da perdere con le partite di pallone, prima i compiti e dopo il resto. Così uguali, così soddisfatti ed arroganti, così concreti e poco disposti a perdersi in canzoni col "messaggio", passioni ed entusiasmi collettivi, e hanno ragione, il tempo è poco e le difficoltà sono molte, non vogliono lasciarsi sorprendere da un'interrogazione e dalla vita, non vogliono ritrovarsi come noi, eterni insicuri, che ancora ci domandiamo il senso del politico, del sociale, della vita stessa nel suo insieme e altre menate così. Loro no.

Loro sono così tanto, troppo diversi da me e gli altri come me che, appena 4 anni prima, tra quelle stesse mura, cercavano già qualcosa in più, senza neanche sapere cosa. E forse questi nuovi giovani, così tranquilli e programmati, forse loro sì che già lo sanno che è stupido disperdersi e avvelenarsi nella ricerca, e non si preoccupano di cose più grandi di loro, hanno già chiaro in testa cosa fare della propria vita, senza paura. Sono già grandi ed al sicuro, un po' come Sandra, ma non mi sento di essere come loro.

Tutto questo pensavamo, passando avanti a scuola, e per un attimo sembravamo usciti da un film di Nanni Moretti, Claudio ed io, poi ci salutavamo in fretta, sotto cosa, come stai?, mi sento solo, contenti, in fondo, d'essere ancora, almeno ai nostri occhi, così sbagliati e idealisti.

Durante i pomeriggi al bar, tra amici meccanici, periti tecnici e disoccupati, intrappolati dalla noia e quattro calci al pallone, in quell'immensa periferia senz'altra emozione che quel senso tiepido e diffuso di rassegnazione, consolidai il mio intento di riuscire finalmente a rompere tutti i ponti con Sandra. E Laura, commessa di negozio, forte e semplice nelle aspirazioni, mi era vicina con tutta la dedizione che sapeva crescere dentro di sé. Si stava innamorando, come Sandra non aveva potuto più di tanto, del piccolo uomo che scopriva, un po' alla volta, dietro le mai dissolte arie da "poeta maledetto". Parlava poco di ideali, di politica e del futuro, non aveva angosce né ambizioni, e s'accontentava di potere esprimere, serena o rassegnata che fosse, quel po' d'amore che la vita ancora le ispirava. Si stava innamorando, e ciò mi metteva a disagio a volte, così cercavo d'evitarla, quando potevo, rifugiandomi nelle conoscenze che avevo all'università.

Il copione era sempre quello: quando non ero di turno al ristorante, mi piaceva presentarmi lì sul tardi, quando il lavoro era meno frenetico, e tutti potevano così notare le mie due bellissime amiche dottoresse. Il quarto poteva essere Giorgio, o Luca o Claudio, ma io c'ero sempre, e ciò mi faceva bello agli occhi di tutti. Mangiavamo poco, bevevamo molto, e poi scivolavamo nella notte, cantando abbracciati canzoni stupidissime, con allegria sincera, spontanea, che magicamente spazzava via tutti i discorsi tristi fatti lontano, ancora, dall'ebbrezza. Una sera con Nicoletta finimmo a litigare, chissà perché, ma era uno sbaglio, ci dicemmo subito, ci abbracciammo forte e promettemmo di non farlo più; eravamo amici da tre anni, avevo visto lacrime e sorrisi tanto da poterne riempire il mare, in quei suoi occhi chiari: il mio ed il suo cinismo non poteva e non doveva allontanarci.

In quel periodo non stavo un attimo fermo, ed a casa avevano ormai rinunciato a vedermi qualche volta a cena.

Se studiavo o scrivevo me ne stavo chiuso in camera, nel tardo pomeriggio ero sempre fuori con Laura, almeno un paio d'ore, sull'imbrunire. La andavo a prendere al negozio, e ce ne andavamo oltre l'istituto delle Suore, sulla via dove abitava, ci fermavamo al buio in qualche angoletto minaccioso e deserto, la lasciavo dire qualche romanticheria mentre mi teneva il viso tra le ginocchia, poi mettevo la sicura, abbassavo il sedile, e scordavamo tutto. Subito dopo, mentre col finestrino abbassato fumavo freddo e sigarette, immaginavo la faccia di Sandra quando avesse saputo che stavo con un'altra, una bella ragazzetta che, oltre a scopare, mi concedeva tutte quelle altre soddisfazioni che con lei non s'erano mai fatte. In ciò, soprattutto, mi accorgevo di amare ancora Sandra, oppure odiarla, che poi è lo stesso, ed era quell'odio che mi impediva di amare Laura, o almeno così trovavo un alibi a quella comodissima situazione in cui ristagnavo. In fondo stavo bene, anzi sessualmente quello fu forse il periodo più gratificante, tutto mi era concesso, bastava soltanto trovare ad ogni porcheria una giustificazione esistenziale. Poca fatica per un pretendente, come me, allo scettro di poeta. Poca fatica di cui, però, finii per stancarmi il giorno che Laura mi chiese di accompagnare lei ed i genitori, nonna ed amici, alla recita scolastica del fratellino piccolo. La lasciai così, senza preavviso, in una sera di pioggia sotto casa sua, e nonostante non trasparisse rancore dalla sua reazione muta e orgogliosa, pensai per un attimo di volere piangere, mentre la vedevo correre verso il portone, parandosi dall'acqua con la mantella.

Ma non piansi, fu solo un attimo d'angoscia e rimorsi, capii subito che così sarei stato meglio, ci scrissi sopra una poesia, imputai al ricordo di Sandra ogni colpa, e tirai avanti tra gli esami e il ristorante.

Si era già in Novembre inoltrato, ed ogni tanto ancora un po' di sole apriva il cielo steso sulla città, affogata dalla fretta e dalla solitudine, e lasciando i libri aperti sulla scrivania, guardavo fuori e pensavo all'estate che prima o poi sarebbe tornata, a mio padre in vertenza con la ditta ed il sistema tutto, a mia madre impegnata ogni giorno a spezzarsi la schiena sui lavori domestici, e quanto, quanto avevo perso di me, dal giorno che avevo deciso di ridurre tutti i miei ideali all'unica ambizione di essere, prima o poi, un avvocato; alle poesie, a Sandra, alla noia degli altri amici, soli come me, e per un attimo avrei voluto pregare. Poi tornavo a studiare, alle 18 ero al ristorante e finalmente, a notte tarda, mi spegnevo in un sonno incolore, breve e profondo, fino al giorno dopo.

Ogni tanto la stanchezza la sentivo davvero, il respiro sembrava fermarsi, e per un momento temevo di cadere in terra un'altra volta. Poi tenevo duro, cercavo di calmare i nervi, e soprattutto di non farmi scoprire da chi mi era vicino in quel momento. Se avessero retto i nervi, non avrei avuto problemi di resistenza, benché non sembrasse avevo, ed ho tuttora, un fisico forte. Al ristorante, poi, cominciavo a sentirmi più a mio agio, sopportavo le battute e l'arroganza quasi femminea dei gay con cui mi trovavo a lavorare assieme, erano la metà circa del personale, però alla fine ti ci abitui, e ti scopri ad irritarti se qualche cliente si prende gioco di loro.

E il principale, poi, sembrava sempre più corteggiarmi, fosse per utilità od ammirazione sincera. Diceva che uno con la mia volontà, e quella capacità di rubare il mestiere a chiunque, si vedeva, si si vedeva proprio che nella vita avrei avuto un successo sicuro. Ormai ero, per tutti "l'avvocato", avvocato tre Margherite e 'na Capriccio, avvocato vieni qui per favore... avvoca'... ma che cazzo fai?, stai attento... Per favore. Sempre per favore.

Tutto ciò soddisfaceva il mio orgoglio, e mi faceva volere bene a quel piccolo mondo su viale Trastevere, nel quale sfruttamento, soldi, amicizia ed egoismo, dei quali si parlava e discuteva come se fossero scontati, come se fossero un postulato del fatto stesso di lavorare, come se per qualche legge sconosciuta non fosse possibile eliminarne la presenza da quella piccola comunità; sentimenti, insomma, così contrastanti, anziché stonare, si fondevano in una sconosciuta armonia che sapeva unirci, in virtù d'un'inspiegabile solidarietà, più di mille abbracci, nello scherzo e la fatica. Tutto ciò che avveniva tra quelle mura, sembrava non potere essere altrimenti, perché era stato sempre così, dovunque; ed in altri tempi, diceva il principale che la fame l'aveva fatta davvero, nel dopoguerra, in questi altri tempi sì che c'era da lamentarsi davvero. Quelle erano le regole, le vere regole che sui libri di diritto non avrei mai trovato, eppure così vive, antiche ed eterne, alle quali si doveva stare, con le quali e nelle quali si doveva costruire, collaborare e volersi bene. E volersi bene, nonostante ciò che si può credere, non era poi così difficile, bastava aver rispetto ciascuno per la fatica degli altri, ed il principale era il primo, dando il buon esempio e senza mai farsi vedere come un vero padrone, ad usare educazione, cortesia pazienza. E, soprattutto, correva come un pazzo fra i tavoli per tutta la sera, proprio come noi semplici camerieri.

Verso le 11,30 il ristorante cominciava a vuotarsi, e finalmente pregustavamo la pizzetta di mezzanotte, che come un rito ci riuniva, uomini e gay, padroni e camerieri intorno allo stesso tavolo, con la stessa voglia, tutti, di andarcene a casa. Le undici e trenta erano quindi il primo momento in cui ci si poteva rilassare, e quella sera il lavoro sembrava finito davvero: il caposala, ormai tranquillo d'avere tutta la situazione sotto controllo, chiacchierava con un cliente, in piedi, al tavolino, e ne approfittai per ficcarmi nel bagno a fumare in santa pace.

Guardavo il mio viso stanco, riflesso nello specchio, la camicia rossa sgualcita, e la colonnina azzurra del fumo che si schiantava sul soffitto, tra poco avrei dormito, ma delle voci e il suono stridulo d'una chitarra scordata m'avvertirono dell'arrivo dei soliti ritardatari: gettai la sigaretta, mi passai una mano tra i capelli ed uscii in fretta, badando che il caposala non s'accorgesse di me.

La tentazione fu subito forte perché potessi resistere, nessuno mi aveva mai sentito suonare la chitarra, e Guido stesso mi invitò a chiederla in prestito, che avrebbe badato lui al servizio.

Quel gruppo di giovani, più o meno della stessa età mia e di Guido che li servivamo, dovevano già bevuto, ed accolsero con favore la mia richiesta: in meno di dieci minuti avevo tutto il ristorante a mia disposizione, potevo decidere con le mie note se farli cantare, euforici, o costringerli a ricordare qualcosa, suonando una canzone triste. Decisi per l'allegria, tanto che alla fine fui in grado di raccogliere l'invito di una di loro a sederle accanto: un altro prese la chitarra, e tutti continuavano a cantare "Ma la notte", e a battere le mani. Amavo il ristorante e quella sera, il vino che uno alla mia destra versava in continuazione, cosicché il bicchiere non fosse mai vuoto, il caposala mi guardava divertito e non c'era disappunto nel suo sguardo, e volevo che non finisse più. Daniela, questo era il suo nome, era al mio fianco e finalmente mi rivolse la parola, permettendomi di liberarmi dell'ubriaco alla mia destra.

La vidi. Due occhi sottili e caldi, d'un marrone intenso e vellutato, morbidi quasi da sentirne lo sguardo sulla pelle, e mi chiedeva cosa facevo, chi ero, perfino se ero stanco.

Aveva 23 anni, Daniela, lei ed il suo accento chiuso vivevano lontani da casa, nella mia città, con altre due amiche. Io bevevo e fumavo, ed ero fiero di raccontarle di quant'era duro affaticarsi fino all'una di notte, e poi dare gli esami a raffica come facevo, me ne mancavano solo due ed entro Luglio, finalmente, la Laurea. I suoi stavano a Bari, non aveva molti amici e non mi disse di storie o cose simili, era lì che mi guardava divertita e misteriosa, stupita anche lei, forse, d'avermi incontrato così all'improvviso.

Più tardi, mentre cenavamo io Gianluca e Guido, quest'ultimo, stanco e desideroso come me d'un po' di pace, sentendo che quella ragazza m'aveva dato il numero di telefono, cominciò a parlare di fermarsi, la persona giusta, vita tranquilla e una famiglia, che un figlio lo avrebbe amato con tutta l'anima. Intontiti dal vino e la caciara, tutti e due vicini in quel miraggio di riposo e sicurezza per il quale lui, prometteva, avrebbe rinunciato perfino al codino che s'era fatto crescere sulla nuca, dovevamo sembrare due vecchi.

Così Gianluca, dopo quasi mezz'ora che ci ascoltava e ci guardava come se non ci avesse mai visto prima, s'alzò di scatto – Principa’ – disse scherzando non so fino a che punto – aiutame, 'sti due se vonno sposa’, vonno fa’ i figli...... –, e mentre tutti ridevano, scoprii che per un attimo tutto s'era fermato, con la chitarra, il vino, Daniela ed i suoi capelli alla maschietta, sola, forse, quanto me, e in un assurdo, quanto veloce, pensiero, immaginai di poterla stringere forte. Spiegai il foglietto che avevo tra le mani, lessi il numero che c'era scritto, mi sentii subito molto sciocco, e in quel sollievo tornai a bere, ed a scherzare sul povero Guido che voleva sposarsi e fare i figli.

Le telefonai dopo solo due giorni, e poi ancora altre due volte, fin quando non cominciammo anche a vederci. C'era qualcuno nella sua vita, ma era un sentimento che s'andava spegnendo nella noia e nel silenzio, cosicché tutto sembrava, almeno all'inizio, molto molto facile. Bastava solo aspettare, con pazienza e qualche piccola astuzia, che si scoprisse un po' di più: pazienza, opportunismo e sicurezza costante di poter controllare il tutto: non è difficile, basta essere morti una volta almeno, e per non volere che succeda ancora. Ed io ero stanco, infinitamente stanco di dover sempre ricominciare da una fine, ero stanco e amareggiato, e avevo ormai capito che soltanto evitando di rischiare ogni volta tutto ciò che avevo, potevo evitare altri fallimenti.

Vivevo così, da quando con Sandra e tutto il resto era finita, non volevo un'altra storia importante, e né un ideale che mi distraesse da quel mio "successo sicuro" che già si vedeva: uscire con Daniela, tenerle la mano e lasciarmi affascinare dal suo sguardo intenso, forte e sorridente, non doveva essere nulla più che un gioco, così come parlarle, o fumare a mezzi con le sue labbra, o farle l'imitazione di Massimo Troisi o farle leggere qualcuna delle mie poesie.

Tutto ciò, avveniva senza che io dimostrassi di volerle chiedere qualcosa in più di quei momenti, via via sempre più frequenti, nei quali riuscivamo, insieme, a sorridere un po'. Così, sentendosi ogni giorno più tranquilla, cominciò ad invitarmi a salire da lei, qualche pomeriggio, a bermi un caffè, e stavamo lì nella sua stanza col tavolo da disegno e i libri di Architettura, chiacchierando e facendo i dispetti a Monica, occhi chiari e fantasia, un cuore piccolo e maturo da adolescente spensierata, le reclame del cornetto Algida, un'utopia che ci faceva tanto ridere, la chiamavamo cuore di panna.

Così una sera che in casa sua eravamo stati bene, e mi piaceva perché era forte e profonda, e parlava di Dio, del lavoro e di sé stessa con la stessa attraente lucidità con cui sapeva anche aiutarti a capirti in uno sguardo solo, a forza di sentirmi stuzzicare nel mio orgoglio di uomo latino, mi ritrovai a tirarla a me d'improvviso, e per un attimo la molla stava per scattare. Ma io la volevo davvero, ormai, volevo bene a quella stanza gialla spaziosa, alla coperta coi pupazzetti e quella labbra di donna, volevo potermi fermare a lungo sul suo corpo, e a lungo accarezzarla dicendole di me, non mi bastava l'avventura. Così, tacitamente, e come se nulla fosse stato per accadere, presi dalla certezza che lasciarsi andare non fosse possibile più di tanto, restammo abbracciati a parlare un altro po' di Monica, Cristina e Giorgio, dei miei amici e tutto quanto, ancora, potesse farci più vicini.

Sandra era più che mai lontana, lontana dall'ambigua intesa di quell'abbraccio e la carezza di quelle labbra sulle mie, nel pianerottolo, prima d'andar via.

Per nulla turbato, anzi soddisfatto d'aver avuto in mano, in un solo gesto, le mie e le sue reazioni, uscii per strada e nulla era cambiato: lontano da tutti quelli che, banali e inascoltati, annegano in pozze fetide d'incertezza e dolore io no, io sapevo ormai come difendermi. Daniela, ambigua tenera e affascinante, era abbastanza pericolosa da costituire, più di Laura, un valido test per quel cinismo su cui viveva, da pochi mesi, la mia ritrovata serenità.

Fumai l'ultima sigaretta della sera, con lo stesso gusto pieno ed incosciente della prima volta. Ero tale e quale al giorno prima, avevo imparato a circoscrivere emozioni come quella di pochi minuti prima, esserne il padrone e non il servo, e quel bacio sfuggente sul pianerottolo, era un bacio, e niente più. O almeno così credevo.

Daniela d'altronde, doveva sentirsi attirata da me proprio per questo: perché sentiva, ed oggi ne aveva avuto la riprova, che in qualunque momento si stabilisse tra noi un contatto, io restavo sempre padrone della situazione, e vedermi saggio amministratore d'ogni nostro slancio, dalla prima telefonata fino a questo momento, tanto da non tentare d'approfittare d'una situazione che forse, incosciamente, essa stessa aveva voluto creare per mettermi alla prova, sentirmi insomma così tranquillo e prudente le ispirava, certo, una sicurezza che da sola non avrebbe saputo darsi.

Ero così, sicuro e forte, e presto l'avrei avuta, ne ero certo, senza che arrivare a ciò mi costasse un solo attimo di impazienza o di timore. Quella notte crollai a dormire con facilità, e mi ritrovai sveglio che tutti erano usciti, la casa vuota fino all'ora di pranzo, riuscii a studiare altre 90 pagine di Diritto.

Avevo ancora un po' di cioccolato, e così pensavo di farmelo, benché non fosse ancora ora di pranzo: il libro taceva, assieme al codice, sulla scrivania; la stanza e i jeans di mio fratello sul letto, il cassetto delle foto aperto su centinaia di visi spenti nella memoria, una luce opaca e tranquilla sui miei pensieri. Avevo ancora un po' di cioccolato, e lo osservavo nel palmo della mano, annoiato e felice.

Squillò il telefono, e, sempre carezzando quella paletta che sembrava sterco, andai a rispondere.

– Ciao Alessandro... come stai? – tacevo – ...ma sei tu? – chiese con un turbamento quasi angosciato, e scoppiai a ridere rispondendo, poi, al suo saluto. Si finse offesa, ma non ci misi molto a farmi perdonare. L'avevo riconosciuta subito, senza emozione, era così scontato che mi avrebbe chiamato proprio oggi, e in questa certezza, durante tutta la mattina, avevo quasi dimenticato che esistesse.

Sembrava più dolce e arrendevole della sera prima, anche se sfuggiva quell'aria di complicità che ostentavo nel mio tono di voce. Voleva vedermi, sempre se non avevo nulla da fare, la scusa era quella d'un altro caffè, ma era sola a casa, aggiunse, e si annoiava o era giù, non sapeva dirlo. Scrissi un bigliettino a mia madre, mi misi in tasca il fumo, e uscii. Anche oggi non studierò, pensai con un'ombra di rimorso, mancava appena una settimana all'esame, ma ce l'avrei fatta comunque.

Daniela doveva essere una di quelle persone che fumano per atteggiamento, infatti prolungava con metodica lentezza, quasi un rituale, tutti i preparativi. Io, al contrario, fumavo raramente, e se lo facevo era perché non avevo nulla da fare, preferivo trovarla già pronta la sigaretta, non amavo quell'aria losca di cui si circondano, per atteggiamento, appunto, i fumatori abituali. Così la guardavo, furba e sorridente, quasi una bimba, seduta all'indiana sul letto, i piedi scalzi, aspettare la perizia con cui arrotolava la cartina, dopo aver mischiato il tabacco d'una MS con il fumo, ed eravamo soli e sereni a quattro piani di altezza, in salvo dalla pioggia e il traffico.

E così, mentre aspiravo adagiato al suo ventre, e poi le passavo lo spinello, era scontato che anche quella volta avrei fatto centro, lo sentivo dal suo modo di tenermi le spalle, di tacere e di sfiorarmi, che qualcosa stava per avvenire. Ero sicuro che di lì a stasera l'avrei avuta, bastava assecondare ogni suo stato d'animo, così da rassicurarla. Ero sicuro di ciò che sarebbe accaduto, ma ne avevo un po' paura, per un attimo fui confuso e inerte, non sapendo cosa fare, poi capii di doverle innanzitutto nascondere quel turbamento, tornai a recitare e tutto fu di nuovo, e improvvisamente, facile: in un secondo al termine del quale ti sembra di risvegliarti dal fondo d'un'eternità, mi ritrovai a baciarla, lei mi chiamò con improvvisa autorità sulla sua pelle, la strinsi forte e non ricordo quasi più nulla, se non un grido strozzato, infine dalle labbra schiuse. Ed in quel grido si spense ogni emozione.

Come al solito fumavo, guardando oltre il cuscino, ignaro della mia amante, e ne tenevo i pensieri, quei pensieri che, a differenza del suo corpo, non avrei mai potuto conoscere e possedere neanche col più sordo degli amplessi: era lontana. Così fumavo e guardavo oltre il cuscino, le spalle scoperte, e un brivido di freddo sulla pelle, che mi tornava alla coscienza, e lei taceva, rivolta al soffitto, cercando a tratti la sigaretta tra le mie dita.

Era lontana, e non avrebbe potuto essere altrimenti, è sempre così dopo l'amore, quando t'accorgi che quella pelle che è stata anche la tua nell'istante del desiderio,con cui hai voluto unirti in un contratto di piacere e di dolore, e non avere più paura, si dissolve d'improvviso in un'altra mente, un'altra esistenza, fatta di pensieri, ricordi, amori ed emozioni vive e pulsanti, ancora, come carne scoperta, e la tua amante è solo un corpo senza moto, disteso accanto al tuo, scoperti entrambi nel freddo della notte. Così noi.

Eravamo soli, fermi e smascherati nell'inganno che accompagna e poi tradisce il desiderio, il cielo si sbiadiva un po' alla volta, ed a momenti al tepore di quel lume giallo si sarebbero aggiunti i passi e le risa di Grazia e Monica, e forse Paolo avrebbe chiamato. Volevo andarmene, tra un po' lo avrei fatto ma lei, quasi indovinando quel pensiero, mi afferrò il polso e, carezzandomi con improvvisa e ritrovata dolcezza, disperata e autoritaria da non ammettere smentite: – Stanotte dormi qua – disse fissandomi – ne ho bisogno –.

Ed in un gesto che avrei ripetuto molte altre volte, dopo quel giorno, chinai il capo sui grandi seni, pallidi e compatti e lì, non so come mi addormentai senza alcuna tristezza.

Cercavo scampo, in qualche modo, a quel turbamento che d'improvviso sfocava i concetti e le ragioni del Diritto, e mi mostrava, come in uno specchio, la mia immagine stanca e vuota, china sulla scrivania e dentro un maglione di lana grossa. Così mi alzavo, e cominciavo a camminare per la casa deserta, lungo il corridoio allagato di penombra, in cerca d'una foto o d'un quadro, oppure andavo in cucina, e preparavo il caffè con strascinata e penosa lungaggine, per poi berlo tutto d'un fiato e non sapere di nuovo cosa fare. A volte provavo a telefonare a qualche amico, anche ai pochi del giro di Sandra con cui ero ancora in contatto, e mi scoprivo del tutto indifferente a che il suo nome fosse o no pronunciato durante la conversazione.

Infine provavo ancora a studiare, e la sera mi cambiavo e raggiungevo il ristorante attraverso il traffico dell'ora di punta, e non bastava più Castel Sant'Angelo, via della Conciliazione, né i vicoletti della vecchia Roma: insofferente e nervoso, più d'una volta, sul lavoro stavo per litigare con qualche cliente cafone.

Ma questa nuova inquietudine durava, a volte, non più d'una giornata, dopo la quale tornavo a sentirmi capace di sfuggire ancora, nel cinismo, la trappola del desiderio.

A volte, invece, m'accorgevo di desiderare quasi fisicamente di udire la voce di Daniela, e poterle parlare o tacere che poi era lo stesso, e soltanto quando ciò avveniva tutto si calmava, e come un falso allarme riaffondava nell'incoscienza.

Ma erano solo dei momenti, la cui entità non era tale da mettere in crisi quella mia tanto preziosa e, fino ad allora, sconosciuta serenità, ed ero pronto, forse, ad affrontare in modo nuovo tutto quanto in passato m'aveva succhiato ogni energia senza, tuttavia, "concludere nulla". E Daniela, che volessi o no capirlo, aveva un peso in tutto questo, perché non mi guardava strano se le leggevo una poesia, o le dicevo, amaro, che la sinistra s'era spenta ed era brutto non avere qualcosa di certo in cui credere, ché Dio, a volte, è difficile trovarlo anche in noi stessi.

Stavo bene con lei, certo avrei voluto poterla sentire più mia, non doverla dividere con Paolo, poterla vedere ogni volta che lo desiderassi. Avrei voluto che scegliesse, ma sapevo che era troppo presto e che dovevo accontentarmi di quelle oasi di tenerezza nelle quali il destino ci concedeva, a tratti, di ritrovarci; e d'altronde dovevo continuare a non sentirmi coinvolto più di tanto, scacciare questo tipo di pensieri, perché solo così avrei saputo aspettare ancora. E ciò appariva ogni giorno più difficile. Infatti non mi era facile ignorare che, proprio grazie a lei, già in quel primo mese, avevo ripreso a frequentare, un po' alla volta, la Sezione, tornando a scavare nella sinistra, in cerca d'una definizione più precisa del mio slancio politico, e i vecchi amici, le riunioni, i ricordi del tempo in cui eravamo stati le ultime propaggini d'un movimento studentesco in via d'estinzione, le birrerie dove si parla di politica e letteratura; con lei avevo ripreso a lavorare, con nuova fiducia, alla mia raccolta di prose e liriche dallo stile sconosciuto e troppo, troppo quotidiano; per lei leggevo, scrivevo, studiavo e lavoravo con un ordine mai conosciuto prima, e senza drammi tornavo, un po' alla volta, a ricercare intorno a me un valore che andasse oltre quell'ambizione che oggi si insegna alle elementari, e nelle case, al posto dell'educazione civica. Per lei, e con lei, m'accontentavo, e stavo bene ed al sicuro, col mio cinismo in tasca, da tirare fuori non appena un moto di ribellione superasse il livello di guardia. Sereni insieme; a volte inquieto, io, da solo; triste e preoccupata di non poter resistere in quell'equilibrio fondato sulla doppiezza, lei, da sola. E in quest'altalena di umori e stati d'animo, che pure aveva un senso e mai si spezzava, e poteva durare a lungo, se fossi rimasto capace di amministrare il rollio, riuscii a dare l'esame, e cominciai, con rinnovato entusiasmo, a preparare l'ultimo.

L'inverno era cominciato tardi e all'improvviso: i pomeriggi sempre più corti, sembrava tuttavia che non finissero mai, incollato ai libri, la sera al ristorante e in sezione, qualche notte da Daniela. Accadeva sempre e soltanto quando Paolo era di servizio, e sebbene tutto ciò non fosse piacevole, fingevo di non capire che per Daniela lui contava ancora, e molto. Non pensavo alla precarietà di quella situazione nella quale procedeva la mia storia con Daniela, da più di un mese, e se lo facevo, mi ripetevo che, nonostante tutto, il nostro stare insieme aveva un senso se davvero dovevo a lei la mia serenità, e non capivo, e fingevo di non capire, che quella piccola fetta della sua esistenza che mi concedeva, presto non mi sarebbe più bastata. Ma tanto c'erano sempre un migliaio di cose in cui perdersi, e se mi capitava di pensare, ciò avveniva magari di notte, accanto al suo corpo nudo e semiavvolto nelle lenzuola, con la stanza ferma e troppo grande da riempirla tutta con una sigaretta, di ritorno dalla Sezione o dal ristorante, quando le parole dei poeti erano lontane, intrappolate, incollate su ognuna di quelle stelle che la notte dopo non sai più ritrovare, e tutto ormai tace.

Così mentre infilavo la chiave nel portone, mi sentivo improvvisamente solo e indifeso, e guardando quella periferia sterminata che s'allungava nel buio, sentivo il cuore ed il pensiero addormentarsi, spauriti nella morsa del gelo e di tristezza che mi calva addosso a tradimento, dopo tanto correre.

Ricorderò sempre quelle sere nelle quali, aprendo la porta di casa, scoprivo mio padre, mezzo addormentato tra radio e televisori spenti, voltarsi in un cenno di saluto, e poi seguirmi lungo il corridoio, spegnendo le stufette elettriche mentre mi cambiavo, ché ormai ero tornato e l'avevo trovata calda la casa. Quanto bene sentivo di volergli mentre lo spiavo infilarsi leggero nel lettone nel quale, da bambini, giocavamo ad assalirlo a cuscinate con i miei fratelli, e mia madre rideva ed urlava, insieme, di smetterla. Quanto bene sentivo per quelle due anime, e il loro tenero accompagnarsi tra le insidie del giorno, fino a trovarsi ancora insieme, a sera, in salvo dalle coltellate; e un tepore ingenuo mi coccolava, mentre ascoltavo la notte ed il riposo piombarmi addosso all'improvviso, stanco e deserto d'altre sensazioni. Precipitavo nel sonno, ed era come se di lì a domani trascorresse un'intera esistenza.

Poi di giorno tutto ricominciava, i libri, il ristorante e niente più, per giorni interi, fin quando lei non chiamava, perso tra mille ansie di laurearmi in fretta, e chiudere gli occhi su quel futuro che, prima o poi, nel bene e nel male, mi avrebbe raggiunto: come erano già lontane le mie intenzioni estetiche, di godermi la vita ed il presente e non avere più ideali, storie importanti e angosce sul domani, mentre cresceva, via via più fondata, la paura di stare per innamorarmi di Daniela, della sua amicizia, del suo corpo e dei suoi occhi sottili come una lingua di gatto!

Non sempre nei periodi anche intensi in cui ci vedevamo, facevamo l'amore: a volte ce ne stavamo a parlare per delle ore, senza neanche provare desiderio.

Altre volte, invece, mi era sufficiente vederla spogliata al risveglio: il busto seminascosto dai seni tondi e grandi, il ventre ritrattato in una contrazione improvvisa, proteggersi ora il viso tra le ginocchia, per noi distenderlo alla luce pallida del giorno assieme alla sua nudità, chinando il capo all'indietro. Quando m'appariva così, il viso, solitamente colorato d'una ridente malizia, le si cambiava in un’espressione muta e lontana, d'una purezza quasi angelica, eppure adulta, vissuta e incontaminata allo stesso tempo. Avvolta in quella catarsi improvvisa, ne osservavo il profilo sottile e delicato, le ciglia lunghe, i capelli neri e morbidi, e il corpo forte e modellato come una statua greca, e c'era in lei un che di fidiaco.

D'un tratto credevo che, proprio come dea, avrei dovuto soltanto ammirarla, e mai contaminare il fascino assorto di quell'immagine che fioriva al mio sguardo, e tacevo, ammirato, avanti alla pelle chiara, da antica greca, di quella donna che in un solo istante si staccava al di sopra d'ogni senso. Ed era lei, allora, che chiedendomi una sigaretta, e tornando a chinarsi oltre le ginocchia, e semplicemente parlando nel suo accento chiuso ed arrogante, come volesse ridiscendere tra i mortali, chiedeva che mi avvicinassi.

Così non era una dea, e sorridevo, come tuttora mi capita, per averla trasfigurata in un'atmosfera così tanto elegiaca, che ai più potrà sembrare una menzogna; sorridevo, perché essa stessa, quell'immagine pura, lontana ed assorta quanto un marmo pregiato, si faceva di nuovo pelle, sangue, istinto e desiderio, attraendomi con improvvisa e violenta sensualità sul suo corpo. Tornavo sicuro, e padrone di quella bellezza che, quasi senza più pudori, ella m'offriva; e in questa altalena d'emozioni, di cui Daniela non sapeva mai stancarmi, ci amavamo.

In tutto questo, Paolo era come se non esistesse, benché io sapessi che altra era la realtà: in effetti si vedevano ancora, e non potevo impedirlo. Né, d'altronde, ne sentivo il bisogno, rimanendo totalmente confinata al di fuori dei nostri incontri, la sua immagine viva, soltanto, attraverso i racconti sporadici che di lui, a volte, Daniela mi rendeva.

E qualche notte che restavo a casa sua, dormivamo abbracciati come bambini, io, lei, Grazia e "cuore di panna": fumavo meno, non bevevo quasi più, ed ero sul punto di dare l'ultimo esame. Mi scordavo spesso che a casa i soldi non bastavano mai: vivevo e studiavo con calma, come se non ci fosse nulla da sfuggire, come se intorno a me non ci fosse più nulla di precario. Erano attimi di sollievo, che duravano poco, ma era pur sempre vero che quasi del tutto dipendevano dalla fiducia e la tenerezza, che la storia con Daniela stava, un po' alla volta, risvegliando in me. Insomma, m'accontentavo di brevi profondissime oasi di dolcezza, ignaro, volutamente ignaro di come davvero stavano le cose, e come la città sconfitta eppure viva ogni mattino, affogata nei ritmi angusti e innaturali, portavo avanti quella relazione, morendo e tornando in vita cento volte ogni ora. "Tira a campare" diceva Bennato alla sua città, "e tira a campare", giorno dopo giorno, finite le scuole, avevo cominciato a ripetermi anch'io, e così facevo, ormai, senza ribellione alcuna già da prima d'incontrare Daniela.

E non m'era più chiaro, a volte, il senso di quel sentimento vivo e profondo di contentezza che m'invadeva quasi di nascosto, ambiguo e ricolmo d'immaginarie fantasie dell'adolescenza, così presenti, in certi momenti, ma rare e isolate, nel grigiore intorno, l'isolamento politico e ideologico, l'assenza d'una vera prospettiva, una qualunque, che m'apparisse durevole e solida, impossibile a perdersi nel rotolio continuo e disordinato degli attimi. Vivevo così con Daniela.

Senza un motivo preciso per tornare a vivere, ma almeno esteriormente, per certi piccoli atteggiamenti, mi pareva di ricreare con lei certi miti dell'adolescenza, sentivo in lei e nel suo modo così sfrontato e liberale di affrontare tutto, quel po' che restava in ciascuno di noi del respiro violento dell'adolescenza e dei suoi ideali, prima che la crescita ci investisse di altre diversissime esigenze e ideali. M'ero costruito, su di lei, un piccolo mondo di fantasmi e sensazioni difficili da raggiungere appieno, ma comunque di non facile equilibrio. Insomma sapevo che tutto intorno era diverso, e avere finalmente una ragazza che parlasse anche di politica, e degli anni passati, non era che l'illusione passeggera d'essere ancora vivo.

Cosciente come ero, di ciò, solo a tratti la finzione riusciva a carpirmi con convincente realismo, e dal contrasto con la realtà che subito dopo m'appariva e che si rivelava l'unica cosa incapace di sgretolarsi al peso della quotidianità, vivevo o, meglio, tiravo a sopravvivere non sapendo, soprattutto e fortissimamente, non sapendo quanto sarebbe durato quel copione.

Cristina era una ragazza stupenda, dolcissima e sicura, all'apparenza, e andarci in giro tutti ti guardavano, e si chiedevano cosa mai avessi in più di loro.

Era soltanto che mi voleva bene, ed io a lei, così simili da saperci anche scontrare, proprio come due fratelli: io e lei, l'amico e l'amica e niente, mai, da volere di più l'uno dall'altra.

Non so come successe che cominciai a parlarle di Daniela. Era una sera fredda, con la città intontita dal gelo ed il silenzio, le due di notte sotto casa sua. Se ne stava raggomitolata a fianco a me, nella Golf, piangendo come una bimba, con le scarpette da tennis sul cruscotto, i calzoni neri e corti alle caviglie. Così vestita, quel suo corpicino esile e proporzionato esprimeva gioia e tenerezza, insieme, e c'era da restare incantati a quello sguardo isterico e assassino, d'una femminilità crudele e lacerata, con cui rimescolava nella sua tristezza, in cerca d'una soluzione. Era incantevole, nera di capelli, e gli occhi sottili un po' a mandorla, le guance magre e pallide, le labbra rosso vivo.

Cercava una soluzione a quella tristezza, sperduta nella paura d'un mondo che non è più facile come la scuola, e si può anche morire di tristezza a vederlo in faccia tutto insieme, da un giorno all'altro. L'ansia e il dinamismo esasperato l'avevano portata, in tre anni e mezzo di Università, a bruciare ogni tappa, a consumare ogni energia tra gli studi, le lezioni private al pomeriggio, ed i suoi viaggi a Milano. S'era laureata, in netto anticipo su tutti noi, con 110 e Lode, ed era stanca. Era stanca adesso, aveva dato e chiesto troppo a sé stessa e a Marcello, era stanca, e vuota, e piangeva, sola in macchina, con me vicino, l'odore forte e immobile della morte su di noi.

Anche io sapevo cos'è un amore che sta finendo, ti muore dentro un po' alla volta, e tu lo guardi agitarsi e ne ascolti le frustate dentro l'anima, lo guardi e ascolti, ma non puoi fare niente altro. Sola e disarmata avanti alla lotta che le si parava davanti, dopo la Laurea, non riusciva più a sentirsi coraggiosa, e tutto in lei si spegneva piano. Moriva l'amore per Marcello, biondo come un tedesco, prigioniero di un altra vita, in un'altra città, non le bastavano per più di un'ora le carezze deboli e furtive di Giorgio, che l'amava da un anno circa, e il lungotevere s'era ormai spento sulle nostre risa, e sull'ebbrezza: non aveva il coraggio di scegliere tra l'uno, l'altro e la solitudine, e così viveva, ignara ed infelice senza sapere perché.

Io fumavo, e non sapevo come parlarle, fermo e ambiguo come una parte di buio, guardandola con atroce indifferenza. Ma fu lei a parlarmi: – Tu non ce la fai più – mi disse scrutandomi con lo sguardo improvvisamente lucido, e affilato come una lametta che ti attraversa la carne – ...proprio come me. Stai come me... però non piangi mai –.

– Ti prego dottoressa... – cercavo d'interromperla, non volevo pensare, avevo troppa birra in corpo, e Daniela era a casa sua con Paolo; tra i suoi ricordi, dimentica, probabilmente, di ognuna delle mie carezze – ...ti prego dottoressa, non ho voglia di parlare di me –.

Mi guardava come se non avessi detto nulla, come se non avesse ascoltato:

– Ti prego Cristina – e scuotevo il capo, e lo sguardo mi sfuggiva nella notte – ...ti prego, non farmi parlare... –

– Credi di amarla? – mi fece a bruciapelo, ed io non me lo ero mai chiesto. Non mi ero mai chiesto veramente se amavo Daniela, così convinto di poter soffocare quel dubbio per molto ancora.

Tacevo, e dovette vedermi turbato, come non le era mai successo, e solo a quella mia implicita ammissione, pentita e appagata allo stesso tempo, si avvicinò, posando il capo sul mio petto. Io le carezzavo i capelli, guardando fisso avanti, e muto, i sacchetti della spazzatura traboccanti dai cassoni di ferro.

Mi chiese scusa, con la sua vocina di quando è ubriaca – ...scusami, ti voglio bene – aggiunse poi con un tono subito più deciso, e mi prese una mano tra le sue, come a volerla scaldare. – Starò zitta, se vuoi... Starò zitta... ti voglio bene... – ripeté ancora.

Ma ormai mi aveva colpito al centro di tutta la mia costruzione, aveva ferito a morte il mio cinismo, con la domanda più semplice, banale, ma diretta e veloce come una freccia, e nell'istante stesso che mi aveva chiesto "Tu la ami?", la passione, in me, aveva straripato oltre quell'argine inconsistente di sicurezza nel quale tentavo ancora, e invano, di confinarla.

Così per la prima volta, dopo oltre tre mesi, ero lì, trafitto dall'amarezza, che parlavo senza più fingere, con me e Cristina, di Daniela e di tutto quanto il resto, e avvertivo crescere in me un bisogno infinito, inutile e soffocante di piangere e di sentirmi male, un bisogno assurdo e sconosciuto di lasciare che tutto avvenisse senza più oppormi. Ma le lacrime neanche mi bagnavano il viso, eravamo lì fermi, muti e abbracciati come due amanti stanchi, sperduti in una tenerezza inutile anch'essa, sbiadita e precaria. Era domenica notte, ormai, per le vie deserte corremmo ancora un po', con la macchina, ignari, forse davvero, che tra poche ore tutto ricominciava.

Il resto è ormai facile da raccontare. Tenni duro per altre due o tre settimane, e già la vedevo Daniela indispettirsi alla mia invadenza, ora sfuggirmi, per poi perdonarmi sempre più a fatica. Allora ero preso dai rimorsi e la paura, e mi era cento volte più difficile ottenere che si riavvicinasse, ché ormai si spegneva sempre più spesso nei suoi sguardi pallidi e senza ragione sul calendario, contando i giorni dall'esame e mille altre incertezze; ed io credevo di potere ancora sfuggire a tutto quanto, tornando ad isolarmi dagli amici, la Sezione e le poesie: pensando solo alla mia laurea a pieni voti, credevo di potermi rifugiare, ancora, in quel cinismo che si dissolveva tra le mani tanto più tornavo a cercarlo. In realtà, così, non facevo altro che sprofondare sempre più nella debolezza e la solitudine di chi si dà per vinto.

L'incanto era spezzato, io non potevo più accontentarmi come prima, non dopo che quella sera con Cristina avevo capito che tutto il mio cinismo aveva solo potuto ritardare la passione, non cancellarla dal mio esistere. Consumammo in fretta, e quasi senza piacere, gli ultimi amplessi, poca voglia, ormai di baciarci o di sorriderci, e gli abbracci, forti e interminabili, sempre più frequenti, inutili e deserti.

Andammo avanti così, fin quando tutto non fu troppo chiaro e grande, da non sapere più come nascondersi: non era più possibile fuggire, insieme, da noi stessi, dal mio bisogno acceso e disperato di non sentirmi solo, dal suo terrore folle di rinunciare, d'improvviso, a 4 anni di ricordi e di momenti vissuti con Paolo. Eravamo ormai tesi e inquieti da non saperci sopportare, a volte, così finimmo per parlarne, una sera. Mi disse che non ne poteva più, non ci saremmo sentiti per un po' di tempo, io avrei dato l'esame e lei, nel frattempo, avrebbe riflettuto, e probabilmente avrebbe raccontato tutto a Paolo, ché ormai non poteva più nascondergli la mia esistenza.

Ci trovammo d'accordo, e prima che me ne andassi facemmo l'amore, con la stessa voglia ed eccitazione della prima volta. Rassicurati da quel patto cui affidavamo la salvezza della nostra relazione, fu facile sorriderci e baciarci con entusiasmo, prima di salutarci sulla soglia di casa.

Scesi in strada, mi accesi una sigaretta, attendevo di vederla affacciarsi alla finestra, come le altre volte, ma non fu così, aspettai invano guardando su, per qualche istante. Tuttavia non diedi importanza a questo particolare, anzi è solo adesso che mi torna alla mente. Gettai la sigaretta che era ancora a metà, e m'affrettai a infilarmi in quella notte che sembrava avere aspettato solo me, per andarsene finalmente a dormire.

Tornai a casa dopo l'esame, e mentre ne annunciavo il buon esito e provavo una lieve soddisfazione per essermi saputo imporre, nonostante tutto, di sotterrarmi tra i libri per un'intera settimana, senza mai uscire né essere triste, mi dissero che Daniela aveva chiamato.

Pranzai in fretta, poi uscii senza dir niente, sotto lo sguardo cieco ed ammirato dei miei genitori: l'anno accademico stava terminando, e mi sarei laureato con appena una sessione di ritardo.

Girai a lungo con la Golf, lo stereo buttato al massimo. Me l'ero comprata da solo quella macchina, a mille lire su mille lire al ristorante, non come tanti figli di papà che hanno tutto e subito. Ma, in fondo, questo discorso lo avevo già fatto tremila volte col principale, sì da rinnovare quella stima che sentiva per me così, a pelle d'istinto, rara cosa la spontaneità per un commerciante.

Guidavo a lungo, senza una cognizione precisa del tempo, e né una meta, lo sguardo fermo e lucido oltre il parabrezza appannato, poi bloccavo l'auto in un angoletto, fumavo, scendevo, passeggiavo e sopportavo tutta quella gente così stupidamente felice di andare a far compere al centro, il benzinaio più o meno della mia età, che avrei rivisto, forse soltanto un po' più stanco, fra trent'anni, a quella stessa pompa, e i discorsi nei bar su Falcao, la Roma, e quel giovane portierino della Lazio, una vera promessa del calcio, mio ex-compagno di classe, futuro avvocato, sereno forte e intelligente come pochi.

Ero lì, inchiodato tra bar e strade percorse da migliaia di vite e passi, e cuori al volante. Ero lì, fermo e indifferente e sapevo, capivo ormai che non avevo neanche più una scelta da compiere, ché tutto avveniva da sé. Avevo sbagliato, dopo Sandra, a credere, illudermi ma soprattutto desiderare di potermi cambiare in qualcosa di più cauto e razionale. Il fatto stesso di aver dovuto comunque combattere, negli ultimi mesi, contro una passione da amministrare, dirigere e regolare, come non fosse altro che una massa d'acqua incapace di straripare alla pioggia dell'emozione, non era stato altro che uno sbaglio, un tentativo inutile d'apparirmi diverso da come ero, come anche Claudio dice sempre mimando la canzone "quelli come noi non cambiano anche se si fanno schifo".

E forse in questo anche Daniela era ed è come noi. La lezione che imparavo da lei era questa: che si può rinnegare il passato perché in realtà ero e sono io uguale agli altri, bisognoso di certezze, di speranza di amore. Bisogno d'amore insopprimibile che nasce nuovo su di un pretesto quando il vecchio non è ancora finito del tutto, bisogno di qualcosa, un'idea, un sogno, una donna, che riempia il vuoto. Perché lei in realtà pur volendolo, non sapeva rinunciare a Paolo e tutto ciò che lui aveva significato. Proprio nel momento in cui avevo cominciato a chiederle, col mio comportamento più assillante e possessivo, che ella si desse totalmente alla nostra storia, proprio allora s'era resa conto d'essere fatta, come tutti noi, di frammenti di vita, forse non più attuali né capaci di gioia, ma parte comunque di sé stessa, del suo pensare, agire perfino amare. Paolo era in lei, nel bene e nel male, e negli ultimi incontri la sua presenza s'era insinuata sempre più forte e prepotente, tra i nostri sguardi e discorsi, soffocando entusiasmo e serenità. Proprio come in me, nonostante le intenzioni di pochi mesi prima, la passione tornava ad imperare. Né d'altronde, adesso lo capivo, avevo mai rinunciato davvero al desiderio – bisogno d'un ideale per cui vivere, ed una storia importante cui dare tutto me stesso. Così da domani, pensavo, tutto sarebbe stato come prima, con o senza di lei, tutto sarebbe continuato, come un gioco dalle regole già fissate ed immutabili. Tutto ciò che può cambiare, capivo, non sono le aspirazioni e i desideri di un uomo, perché sarebbe come voler forzare l'impronta indelebile che esiste, dal primo vagito, in quella carne di cui è fatto, e che non muterà, se non all'apparenza, fino alla fine, tutto ciò che può cambiare, e che cambia, è soltanto il senso maggiore o minore di vuoto che egli può provare, nella vita, cercando, fra gli altri, se c'è qualcuno che sia un po' meno diverso da lui, cui raccontare la propria solitudine, in cerca d'una comprensione che sia, anche, un po' tenerezza.

Così, senza più emozioni, pensavo a cuore di panna, che sarebbe andata avanti per chissà quanto, ancora, nella sua incosciente spensieratezza, a Sandra, gli amici, ed a mio nonno, baffetti piccoli d'un altro tempo, avvocato in pensione, che avrei abbracciato, presto, uscendo dalla sala delle lauree. Tutto irreale, ed abbrutito stanco e vuoto, più cinico che mai, arrivai da lei, che era già buio, dopo un pomeriggio intero perso nel traffico, come una foglia al vento.

Non volevo salire, così le chiesi di scendere. Uscendo mi abbracciò, e mi accontentai di soffocare, chino sulla sua spalla, il desiderio inutile e stanco di lasciarmi andare. Parlò a lungo, era bellissima, e non capivo che provasse, non lo capivo però sapevo che era bellissima e che non l'avrei più baciata. Disse che era cambiato qualcosa, che non ne poteva più, doveva scegliere e non sopportava di perdermi ma doveva scegliere, e 4 anni non si buttano via così. Piangeva, così la feci entrare in macchina ma ne volle uscire quasi subito, e passeggiammo fino alla cabina del telefono in fondo alla via, la città moriva nel traffico e presto tutto avrebbe taciuto.

Come potevo spiegarle che 4 anni si buttano via da soli, che il tempo passa, trasforma e cancella il bene e il male, e nasce un bisogno nuovo e indistinto di ricominciare? Come potevo dirle ciò, se io stesso sentivo che accettarlo costava troppo, bisognava essere cento volte più cresciuti di come eravamo; se la mia stessa vita era stata uno spegnersi e riaccendersi, tra volti e sorrisi diversi, della stessa immutata passione? Come potevo sperare in tutto questo, se Paolo l'aveva implorata in lacrime di tentare ancora, e prometteva di saperla convincere che c'era ancora, tra loro due, qualcosa per cui lottare, un sentimento da sopravvivere. Sandra mi aveva lasciato solo, e soltanto per questo, forse adesso amavo Daniela. Ma per lei c'era ancora Paolo, disperato e sicuro, che chiedeva solo del tempo per ritornarle altro entusiasmo. Così ero sconfitto, senza alcuna possibilità, dopo tre mesi e mezzo di carezze, affetto, passione e tenerezza, di amplessi mai uguali ed ogni volta un tono nuovo e più vivo al telefono; solo e sconfitto, nel ricordo lacerante e prezioso di quel suo sguardo forte, dei nostri scherzi, e quelle lunghe veglie spente dal sonno sulla sua pelle morbida.

Non potevo dirle nulla, non potevo fare nulla, se non vederla perdersi in quell'occasione disperata che Paolo le offriva, in ultimo, di credere ancora in sé stessa ed a 4 anni della sua vita, a quella storia di cui non saprò mai se fui una parte inevitabile, o l'unico possibile antagonista.

Così – puoi andare, – le dissi appoggiato ad un portone, schivando il peso del suo sguardo sulla mia tristezza, – puoi andartene... io non ho bisogno di te! –.

Avevo parlato senza capire ciò che dicevo, ignaro del male che sentivo crescermi dentro e poi sarebbe esploso. Così facendo, le avevo offerto una soluzione e poi tacevo.

Mi guardò con gli occhi appannati di tristezza, e già un barlume di speranza o di sollievo le fermava l'ultima lacrima. Mi guardò con odio e gratitudine, insieme, perché riuscivo a farmi disprezzare così d'un tratto. S'intenerì in un sorriso, il trucco guastato dalle lacrime, era come un Pierrot smarrito che torna a sognare: mi carezzò le labbra semichiuse con due dita, se le portò alla bocca, poi, tirandomi a sé come un manichino, e andò via senza dir niente, come se veramente io non ci fossi e non ci fossi mai stato. La guardai morire lungo il marciapiede vuoto, e poi infilarsi nel buio fino a non esistere più.

Ero stretto nel giaccone di pelle, e avevo ancora freddo, come quella notte a casa di Daniela, dopo che c'eravamo amati per la prima volta. Cercai un gettone in tasca, volevo telefonare a Claudio, saremmo andati in Sezione, oppure al bigliardo, ne sarebbe stato contento, era un pezzo che non mi facevo vedere: i secondi continuavano a muoversi nell'infinito, e mi avrebbero inghiottito, presto, passando per quell'angolo di giovinezza nel quale Daniela non era più con me. Tutto, esattamente, come le altre volte.

M'avvicinai alla cabina della SIP, e stetti immobile per un istante senza aprire la porta, le mani intontite dal gelo. Protetto dal cinismo, o esposto alla passione, tutto comunque, doveva continuare, come lo spettacolo assurdo di cui ero parte, e non si può uscire dal palcoscenico, soltanto starsene un po' da parte fin quando non tocca ancora a noi.

Mi accesi una sigaretta, ma non riuscii a finirla: piegato in due, la testa china sul battente come un ubriaco, piansi e singhiozzai come un bambino. Un sollievo infinito mi frustava l'anima, niente poesia, nessun copione, inspiegabilmente solo nella notte come un cane abbandonato, e fuori d'ogni sguardo, nessuno avrebbe mai saputo quell'istante di abbandono: tutto era fermo, come dopo che si fa l'amore, d'improvviso tutto così fermo e banale, e scoppiai in una risata amara, isterica e silenziosa.

1985