NON E' COME NOI

ROMANZI RACCONTI E POESIE GIOVANILI

1/11/20267 min read

E' difficile credere realmente che un animale abbia un'anima, e credo che tale dubbio si affacci, con la stessa insistenza, in tutti coloro che, vivendo, o avendo, anche per poco tempo, vissuto a contatto con un cane, un gatto o altra di queste creature, abbia avvertito, alla base del suo comportamento, non dico un filo ordinato di pensieri e di logica, ma un misto di sentimenti ed innati impulsi, saggiamente ordinati da quella cosa, a noi quasi sconosciuta, che è l'istinto.

Avevo dieci anni, e gli occhi accesi d'un ingenua ed eccitata fanciullezza, quel pomeriggio che, rientrando a casa dal giardino, udii un acuto lamento che, lungo e sottile, si spezzava in brevissimi silenzi. Mi avvicinai al piccolo sottoscala, affondai gli occhi in quella penombra, tra gli attrezzi e i vasi, e lo vidi: un batuffolo di pelo grigio e verde, due occhi dello stesso colore opaco, rigati di giallo, eppure invasi d'una misteriosa lucentezza.

Per la prima volta, il bambino vide qualcosa di più piccolo di lui, provando una tenerezza fino ad allora sconosciuta, di cui era stato sempre e soltanto l'oggetto.

In quel breve attimo, e fu davvero breve, sebbene il ricordo ne sia lunghissimo, un sottile gioco di voci, esitazione, timore, ed istinto mi attiravano e mi respingevano nel contempo, in quell'angolo di giardino, scuro e freddo dove, unico, non m'ero mai avventurato. Prevalse quella nuova e gradita impressione, su ogni altro senso, e salii le scale con quel pezzetto di ossa e pelo, stretto poco tra le braccia, perché non si spezzasse. Tanta era la fragilità che m'ispirò.

Quel primo giorno lo allattammo con un mio vecchio biberon, e lui, che non poteva mordere la gomma a sufficienza con la sua piccola bocca, scalciava sul vetro in continuazione, con le unghie estratte, non capii se per inclinare maggiormente, o ferire quell'insolito ed avaro recipiente. Io ero impaziente, e me ne morivo per accarezzarlo, ma mamma diceva di non toccarlo mentre mangiava, che se no gli sarebbe andato il latte di traverso. Colpito da quel pensiero, e come non fidando neanche di me stesso, portai le mani dietro la schiena, e ce le tenni, guardandolo solamente, fin quando non ebbe finito quel pasto.

Ad esso ne seguirono altri, e Ghigo (così era stato chiamato) crebbe velocemente perché, come mia madre mi spiegò, i gatti vivono meno anni di noi, e così, adesso che ne aveva uno, s'era molto avvicinato alla mia età, ed in poco tempo mi avrebbe superato.

Ora, ora già molto più intraprendente di me, e se ne andava in giro mentre io, undicenne, ancora non avevo il permesso di attraversare la strada da solo. Ogni volta, poi, il timore che non tornasse svaniva non appena mia madre lo chiamava dalla finestra: e sporgendosi dal davanzale, lo vedevo nei garages saltare da un muretto all'altro, e rientrare col suo passo snello, continuo ed indifferente. I gatti si sa, ci tengono a far vedere che non ubbidiscono a nessuno. Figuriamoci, poi, uno come lui, che divenne in poco tempo il padrone incontrastato di quel regno di mura e d'asfalto, che si estendeva sotto al mio giardino.

E mentre vedevo gatti, anche più grandi di lui, ritirarsi al suo passaggio sui muretti sottili che permettevano ad uno solo di camminarci, e gatte in amore rotolarsi ai suoi piedi, mi chiedevo perché egli non si fosse accontentato di quel giardino dove era nato, e perché dovesse essere così aggressivo, fin quasi a rasentare la cattiveria. E' la legge della strada, e del mondo, diceva mia madre cercando d'essere il meno cinica possibile, e ripiegando la mia maglietta da calciatore appena stirata: - Chi mena per primo, aggiungeva, mena due volte.

Ed io, che di botte ne avevo già prese, senza mai darle per primo, cominciai a capire che Ghigo era stato più svelto di me, ad adattarsi.

Ma a me non piaceva azzuffarmi, e se qualcuno mi insultava cercavo, finché possibile, d'evitare la lite. Amavo, invece, a quell'età, arrampicarmi sul noce, il vecchio noce dal fusto grigio e robusto, ed i rami nodosi e intricati; e mi piaceva, soprattutto in autunno, salire su quel vecchio signore che avrebbe potuto tranquillamente significare il nonno che non ho avuto, un nonno paziente, segnato dalla sua antica chioma ormai sfoltita dal vento, e schiarita dall'età; ed io salivo i rami, arrampicandomi ogni giorno un po' di più in su (poiché davvero era molto alto, quell'albero maestoso): ed ogni giorno, Ghigo mi guardava dal ramo immediatamente superiore, con i suoi larghi occhi, e se, vincendo il timore, m'avvicinavo, egli saliva ancora.

Gli piaceva essere sempre primo: era un lottatore, insomma.

Ricordo che spesso s'appostava, in casa, dietro gli angoli, o sotto le sedie, in feroci agguati, e me lo trovavo davanti all'improvviso, pronto per una furiosa battaglia.

E non risparmiava i colpi (come invece altri gatti fanno, trattenendosi dall'estrarre le unghie), cosicché dovetti diventare assai veloce, (ed ancora ho tale qualità), per evitare i suoi graffi, e beffarlo, di tanto, con lestissime pacche sul muso.

Quando ero malato, si acciambellava in fondo al letto, senza disturbarmi, e non si muoveva neanche per uscire, quando mia madre apriva la porta-finestra per stendere i panni; ed anche quando stavo bene, la sera mi veniva vicino, spesso infilandosi con discrezione sotto le coperte e stendendosi a pancia all'aria, la testa sul cuscino, proprio come un bimbo. E' incredibile, esclamava mio padre più tardi, quando rincasava, sostando davanti al mio letto: E' davvero incredibile, e poi, chinatosi, lo accarezzava. Io sorridevo con gli occhi piccoli semichiusi, e Ghigo, pure dormendo, serbava nel musetto, e quasi lungo tutto il corpicino magro, una stessa maliziosa risata di serenità.

Crebbe lui, e crebbi anch'io, ed iniziai a suonare la chitarra. Mi esercitavo in salotto, dove immancabilmente lui si rifugiava nei momenti di tregua che s'aprivano, come pozzanghere d'inedia, nel ritmo uguale e nuovo della sua intensissima vitalità.

Allora nei primi tempi, storceva il naso e si allontanava, indisturbato, con il suo passo sdegnoso, la testa e la coda tirate su in un gesto di dignitoso fastidio.

Imparai a produrre, dalla chitarra, un insieme ordinato ed istintivamente gradevole di note, niente di realmente artistico, ma comunque un risultato pregevole, che anche i compagni e le ragazze apprezzavano, quando sedevo in circolo sugli assolati prati di Villa Borghese. Ma unica era la soddisfazione che provavo in quel salotto, poiché Ghigo non solo non s'allontanava più, e restava nella poltrona accanto, ma quando smettevo s'avvicinava facendo le fusa, e con la testa premeva sulle corde perché ricominciassi.

E' incredibile, diceva mio padre, sembra una persona, ed infatti lo era, tanto che mi pareva d'avere un fratello. Un fratello che era cresciuto con me, precedendomi in tante cose, grazie ad un'innata perizia cui non trovavo una spiegazione logica.

Ricordo con che ironia, almeno ciò appariva essere nei suoi occhi, mi guardava mentre, attorcigliando le dita al filo del telefono, proferivo frasi smozzicate ed incomplete, smarrito in un timido imbarazzo, le prime volte che parlavo con Laura.

Avevo 16 anni, e m'innamorai, per la prima volta, sul serio.

Fino ad allora io e Ghigo avevamo vissuto quasi insieme, ed ero arrivato a convincermi ch'egli potesse provare ogni mio stesso sentimento, così com'era avvenuto per la chitarra, le arrampicate sul noce, l'affettuosa assistenza nei momenti di malattia.

Ma ora no, proprio non poteva capire ciò che sentivo, poiché era amore, e i gatti, si sa, non amano.

Per il lungo corso dei due anni durante i quali uscii con Laura, quasi evitavo d'incontrarlo, per casa, e lo trascuravo, finalmente trovando qualcosa, in me, che concedesse di dirmi superiore. Poi, senza un vero motivo, così com'era iniziata, con Laura finì, e mi parve di finire io stesso.

Finì, e provai una sorda infrenabile amarezza, ed uno sterminato senso d'inutilità dinanzi a tutto ciò che le avevo dato nei miei baci, nelle frasi intrise d'amore, dette a pezzetti, nei larghi e spaziosi momenti di fiducia in cui nulla mi aveva vietato di confidarle tutto me stesso, angosce e speranze comprese.

Le avevo dato qualcosa di me che più non ebbi indietro, in due anni, e ci separammo in un solo attimo, nel soffio d'un addio sparato in viso, dentro un portone, quello grande di casa sua, dove franò in terra l'ultimo bacio incompleto. Se ne andò, e non tornò più.

Come sempre accade, allora, mi crollò tutto addosso, la scuola, la famiglia, l'intero mondo che mi circondava, cui chissà perché, mi volgevo, adesso, per la prima volta con tanto bisogno. E ricominciai, poi, come sempre accade, a rimontare quel mosaico generoso d'intenzioni, che era la mia vita.

E lui Ghigo, s'era abituato a vedermi, ogni pomeriggio, raggiungerlo in salotto; e s'abituò a sentirmi cantare piano, e sentire nella mia voce una nuova nota fino allora mai detta: il dolore. Quel dolore che lui stesso, per intuito, istinto o chissà che altro, aveva subito preveduto all'inizio della sua breve vita, ed imparato ad eludere. Era di nuovo il maestro, ed io l'allievo.

Adesso, che tante idee se ne sono andate con l'adolescenza, e che ben poco resta, in me, di tanta imprudente ingenuità, ho imparato a volere, ed a volere con più addentrata perizia, soltanto dopo aver attentamente valutato le circostanze e le possibilità.

Ed ora che tutto è meno spontaneo, e più faticoso, volentieri m'accontenterei ancora d'arrampicarmi sul noce gareggiando con Ghigo, di inseguirlo lungo i muretti sbiaditi del suo regno, e sentirmi appagato, come solo la fanciullezza seppe concedermi, per un compito ben riuscito, un accordo suonato distintamente, una bella poesia od una qualunque giornata di sole.

Perché adesso, mentre suono, non c'è più lui che m'ascolta, e si alza e viene a chiedere altra musica, se m'interrompo, e non posso più verificare quell'incredibile, strana e bella sensazione per la quale, un pezzo di ossa e di pelo, con due larghe macchie verdi sul viso, ed un sorriso di maliziosa serenità, pareva capire, intuire, e quasi provare, in anticipo e con innata esperienza, ciò che io stesso sentivo dentro di me. Come una persona, un fratello od un amico molto, molto affezionato. Ed allora mi sorge il dubbio, un dubbio fortissimo che subito diviene certezza: gli animali amano, si affezionano e provano qualcosa, dentro, e non è vero che s'aggirano spinti da egoistico istinto solamente, come taluno afferma.

E mentre esso s'assopisce, un altro ne sorge, poiché credo in Dio: esiste, per gli animali, un paradiso?, una vita o qualcos'altro, dopo?

E questa voce risuona per le vie della mia giovinezza, ed è l'unico quesito che la sua istintiva saggezza non abbia provveduto a risolvere.

Noi uomini, invece, che dopo anni e anni di esistenza fatti degli stessi identici errori, ancora, non possiamo dire di averla, una vera saggezza, ci siamo subito preoccupati di risolvere l'inquietante sentimento che mai, in tutta la sua breve vita, ho visto agitarsi nel mio piccolo amico: la paura. E solo quando la paura ci strappa al rapimento di questo nostro affannoso presente, e ci avvolge di rammarico e tristezza, imbarazzando ogni certezza o ambizione, soltanto allora noi ci ricordiamo che questa vita finirà, e che Dio avrà pietà di noi e, probabilmente, ci porterà tutti con sé, in un enorme giardino di felicità.

E nessuno, e sfido chiunque a contraddirmi, s'aspetterebbe di trovarci un gatto.

Dopo tutto è solo un pezzo di pelo e ossa, agitato dall'istinto e privo, certo, d'una vera anima come la nostra. Non è come noi.