Poesie
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1983
Due anni dopo
ricerco il tuo viso
su carta stampata.
Vorrei,
non più cullarti nei nostri sogni,
non più renderti l'anima in un bacio,
né accarezzare il tuo corpo
col mio, né cerco il bene
che sollevammo insieme dalla rena,
e che il vento portò via, oltre quel mare;
soltanto vorrei,
in questo momento,
lungo questo solo momento,
abbracciarti forte, più di allora
e, senza fiato, respirare il tuo silenzio.
Senza più amore, eppure, vorrei abbracciarti
forte,
e ancora,
per sentire che è vero
che esisti,
e che
non sto morendo.
24/10/85
Non voglio fumare
questa notte
il bisogno che ho
de volgati bonus.
E mentre canto
e rido
isterico
so già
che domani starò male
e non m'importa.
A cosa serve (mani di donna)
Persi in un mare
di solitudine
lontani lo spazio
che va
dalla testa alla coda
del letto
dove ci siamo amati.
Riversi, così,
stremati
coscienza inattesa del reale
condanna implacabile
a una reciproca
inavvicinabilità.
Mani di donna
ormai ferme
sazie le labbra, ed il ricordo.
La mia pelle sulla tua
sterminato il senso
d'angoscia
che cala su me
mentre ti guardo
contorcerti
sotto il ritmo uguale
e prepotente
del mio ventre
e mi domando
ridendo
a cosa serve
fare l'amore.
Afa
Luce svogliata stende a forza
per l'aria infittita
d'afosa indifferenza.
Senza pena, osservo la città immota nei suoi stenti
rantolare, grigia,
oltre l'opaco vetro, e impenetrabile.
(1982)
Afa cittadina
Luce svogliata stende a Ponza
per la camera sbiadita,
afosa indifferenza.
Osservo senza pena
la città immota nei suoi stenti
rantolare
oltre l'opaco vetro e impenetrabile.
11/3/82
Al mattino
Vivere all'alba dei sogni
che il mattino rapì alla notte,
disteso nelle coltri, vorresti.
Umido, l'amniente, accoglie il tuo volere
e torneresti a morire
nei vespri interminabili,
che poi finiscono.
1982
Amico mio
Caro ragazzo di vent'anni
sei tu che non devi chiedere
per capire quanto riesco a sentire
di ciò che il respiro pallido di questo sole
mi detta in petto.
Caro ragazzo di vent'anni, quasi coetaneo
ma un po' più grande,
sono io la tua voce e tu le parole,
io la rabbia e tu la prudenza,
io l'istinto e tu la ragione,
io l'ingenuo e tu colui che sa.
Quante volte abbiamo camminato a lungo,
attraverso la notte, inseguiti dalla mia
e la tua ombra, schiacciate dai lampioni,
sui marciapiedi sporchi degli avanzi
del breve giorno. Quante frasi
ho sputato in terra, e da esse hai tirato via
la mia anima delusa, per schiaffeggiarla
perché volasse ancora, e l'hai rimessa in piedi.
Caro ragazzo di vent'anni,
che sai tacere quando non potrei ascoltare,
che sai parlare quando non vorrei tacere,
e parlare al posto mio,
che troppe volte uccido quei pensieri
nei quali ho smesso di credere.
Caro ragazzo di vent'anni,
quante cose abbiamo fatto,
sere siamo rinati inventandoci
il futuro, dopo un pomeriggio zitto e senza promesse,
quante volte hai capito prima di me,
che era proprio lei, e non un'altra
a spezzare il mio orgoglio.
Quante volte hai soffiato sul mio
errare convulso, il caldo respiro
della comprensione, e quante volte
mi hai detto, ed io ti ho detto,
ed io ti ho detto,
ed era vero: "amico mio".
Amore
Non cercarti
né possederti
alla luce davanti agli altri.
Vorrei solo amarti
sotto la luna
e dire al mare
il grande amore
che mi farà affogare
tra le onde
d'un pensiero lontano.
Tra un po' sarò via
alle solite cose
immerse nel solito squallore.
Vorrei stare qui
vorrei essere te
per non lasciarti mai.
Amore mio
Ripenso i tuoi occhi, ed è l'ultima volta.
Stanco sono,
stanco,
stanco sono
di scansare gli attimi
che separano oggi dal nostro incontro.
Quel che ormai è soltanto un ricordo,
non più vivo in me,
e capace solo di spuntare amarezza,
rimpianto, aridità:
struggente liquore che scende a fiotti
dalla tua bocca lontana,
nella mia, e torna, e scende
ime, e risale e mi soffoca
di snodata voluttà.
Amore mio che sento finire,
ormai,
ed è pioggia che vomita stanchezza
come miele un'ape,
ebbrezza una vite,
piacere una puttana.
1983
Ariosa bellezza
Venne il dolore e schiantò,
impietoso, l'amore tuo
in polverosa indifferenza.
Alzò, nebbiosa, la rinuncia
l'immane silenzio
a soverchiar le grida tue,
e cadesti, vinto,
dall'amaro incedere
di stancante amarezza.
Per l'alma cava rombò,
vigliacco, il tempo carco d'insulti
e schiaffeggiò le risa tue,
e fu tempesta, e nave
leggera, in balia degli attimi,
il pensiero tuo,
raggomitolato all'onda.
Credesti la fine, e null'altro poi.
E poi, bonaccia, serena,
al tramonto, d'accogliente saggezza
ristora lo sguardo, e sei vivo:
rinasce, sottile, un moderato volere,
e nuovi sensi:
d'ariosa bellezza odora
il legno marcio,
e spande intorno.
Assente
Oggi non ho esistito. Riderei,
fino a non finire.
Bene
Intontito di benessere
mio e solo mio
lo getto qui sopra
privandomene oggi
perché viva ancora, domani,
domani ancora
domani.
Domani che verrà.
6/3/83: ore 13
Canzone d'autunno, per Elena
Tornai lì, in un giorno d'autunno.
Scordai le foglie cadute il giorno prima,
nel giardino di casa mia,
sotto al vecchio noce ormai spoglio,
ultimo vessillo dignitoso
della natura morente.
Spietata rassegnazione
vinceva ogni impulso.
Nulla provai
o forse un vuoto immenso
nello scorgere da lontano
il letto dove sognammo.
Nulla v'era
nulla che fosse come lo lasciammo:
il mare borbottava, ignaro,
la sua tristezza infinita, e gli uccelli volavano bassi.
Da nuvole grevi
una tenue penombra
sperdeva lo sguardo
spingendo l'anima mia
a inginocchiarsi sulla sabbia.
Lì ti amai, ti credetti mia,
e già morivo, allora:
affogavo nel vento
che a false promesse
mungeva i tuoi occhi.
Chino stupidamente
a cercare tra i detriti
e la schima,
parole che il vento, ormai,
portò lontano,
morii nel tornare,
come adesso,
stancante,
cerco invano il tuo ricordo.
Carillon
Risuona alfine un carillon...
piange un bimbo, copre il
silenzio.
Ma resta in me, tenace,
un vuoto senza fine.
Chiarore
Poche parole
portate dal vento
si spargono
su questa pagina
rubando il posto
alla polvere.
Un nuovo giorno
rischiara questo tramonto.
Crepuscolo
Il giorno mi tortura con i suoi attimi
svilenti e sbiaditi, infierendo vigliaccamente
sulla memoria, svelando inganni
che amerei tacere.
Il giorno mi consuma con le sue attese
e le mie scaramanzie,
avvolgendo il futuro con diligente
velata improbabilità, annebbiando
d'incertezza i miei occhi annoiati,
straripanti non più di rabbia,
non più tensione,
ma asciutta amarezza.
E le mie labbra tacciono il silenzio
di chi può solo attendere,
il mio cuore si limita a trattenere
nel lacero petto, un odio pronto
a dirompere intorno spietata vendetta,
spietata. Spietata.
Contro chi parlerò, domani, e parlerò?
Silenzio, ancora.
Va la penna, ma nulla muove,
e non turba il respiro immoto,
ormai slegato all'abbraccio di sperare.
Solo in camera, a vent'anni,
e silenzio, ovunque,
ovunque silenzio, e
silenzio soltanto. Fermi gli
occhi, tra poco, anche la penna.
Anche oggi, lo so,
morirà,
morirà in fondo al crepuscolo.
Domani è lontano
Trattengo l'attimo
nel palmo, e l'accarezzo, docile,
nel suo dormire.
Ora che tutto è fermo, tra oggi e domani,
e s'avvia il giorno oltre la notte,
stanco e abbandonato.
Tace l'odio e ogni rancore, e attendo,
per l'aria morbida, un dolce sonno:
domani è lontano, e non sfiora,
il mio riposo.
1982
Eterno e terreno
Rantolando brontola
l'esclusa coscienza, oltre
il muro fitto delle circostanze.
Trascinato pei metrò, l'esiguo
residuo dell'anima mia, attraversa
il giorno, fino a scomparire
nell'evanescente sera, l'oblio suo.
Nel sonno tradisce, inquieto
un volere non piego,
soffocato,
in disparte, che vomita
eterno la nausea
d'un giorno troppo breve e piccolo.
Fosti mia
Fosti donna, per me, sicura
e sincera, fidando le mie parole.
Sorella e amica, fosti anche,
nell'ascoltarmi,
ché di te, e d'altre voci
risuonava il cuore mio.
Fosti mia, non so credere altro,
né altro, desidererai, fuori di te.
In te riposo ancora la mente, stanca,
china su giorni brevi,
interminabile affronto al desiderio,
e ricordando, come molti fanno,
ingoio amara saliva,
ed essa va giù senza far male.
Fosti mia, e ancor frugando
mi sovviene, a tratti,
l'antica speranza;
e le labbra morbide,
schiacciate sulle mie,
ritrovo a sera,
quand'è più dolce scomparire
nel buio, ed esser vivo.
Fotografia
Accarezzo il tuo viso
in fotografia,
e cado nel mare che scivolò
con sé i nostri baci.
Cercavo il bene che ci unì,
ma ritrovo, in te e nei tuoi occhi,
quel che ti lasciai,
da me staccato.
Divisi dal tempo seguente l'ultimo abbraccio,
ritrovo soltanto le mie mani,
che non sanno più cosa stringere;
le mie labbra, che non sanno più
dove sputare,
l'amore che sento,
non so più per chi.
Giorno avvizzito
T'ho scitto lettere e lettere
t'ho vomitato parole d'amore,
e di dolcezza infinita, dolcezza infinita
ho riempito il tuo ricordo
sciogliendone dosi e dosi nell'anima tua.
Così ti ho amato, come sapevo,
e diversamente non avrei potuto,
perché eri me, ed io il tuo cuore,
stretti nei pochi tramonti
che ancora gonfiano in petto,
tristezza sconfinata, amaro rimpianto
ed inestinguibile, scivolosa, densa
nostalgia. Liquore impenetrabile,
lanoso e madido, che di tanto
s'ammista, vano, ai pomeriggi vuoti.
T'ho scritto lettere e lettere,
dettate da lunga e invitta solitudine
poi colmata,
e come un vento le hai strappate
alle mie labbra,
e lì ferme, su carta, in poesia,
le hai rubate.
T'ho scritto lettere e lettere,
t'ho vomitato parole d'amore, ed
ho riempito di carezze i tuoi momenti,
e lo ricorderai.
Ma nulla resta a me,
se non l'eco lenta d'un soffio di vento,
gelido tonfo
con cui rapì, il tramonto,
tutto quanto m'illusi d'aver trovato.
T'ho scritto poesie d'amore, ed ora
è rimpianto dettato da nuova solitudine:
non so, invero, davvero non so se dopo,
dopo aver rovesciato in te ogni impulso,
potrò ancora scrivere lettere
come quelle che ingialliscono
nella tua memoria.
Troppo generoso fui, in quel vento,
ed ogni seme, con tradita fiducia,
infante sprovveduto nelle braccia
d'amore, lì gettai, senza nulla
tenere, a me, da donare
ed altra. Se altra verrà,
capace d'ingannarmi ancora
in quel modo, e di svuotare
il petto mio, intriso, ormai, soltanto
di lacrime. Soltanto di lacrime,
infinita tristezza, solitudine acuta
e lancinante, che nulla toglie
e nulla dà.
Travolge i battiti uguali dello
stanco cuore, e non stordisce,
non inganna, non tradisce.
Ma nulla insegna, né regala.
Giorno avvizzito, tu muoia.
Ieri sera (S. Teodoro)
Ieri sono stato bene, con te,
perché mi eri vicina
quando si parlava,
e sentivo negli occhi tuoi
la stessa dolcezza
che ingoiavo con la birra,
guardandoti pensare a un mondo lontano,
quasi quanto il mio.
abbiamo bevuto, parlato,
scherzato e sorriso,
e in tutte queste
piccole innumerevoli cose
ci siamo capiti.
Ci siamo anche presi sottobraccio, ieri sera,
e sono stato bene con te,
persi nell'aria immensa
della sera, tra un mare di stelle
e piccole contentezze.
Vorrei accadesse ancora.
Ignota dolcezza
Schiantato dalla noia,
scivolai per il fluire dei giorni
seguendo il confine incerto
tra il vero e idea.
Lambisce le rive del pensiero,
con grazia sterminata,
baciando, la speranza, gli occhi tuoi,
virilmente accesi d'ignota dolcezza.
Il canto dell'ubriaco
Scende, nella notte, il canto
solo, e scivola tra le poche stelle,
in mezzo ai rumori indistinti,
d'un silenzio senza note, né poesia.
Morirà la sbornia, e tacerà
il poeta, accoglendo il verso
chiassoso del giorno che tutti vivono,
e finirà, con l'alcool, la follia
irrequieta di chi sa, e sa.
Tufferò i miei occhi oltre
l'incoscienza,
e morirò nel giorno, annegato
d'ingenua contentezza.
Va, nella notte, il canto ubriaco
del poeta, mentre un pazzo,
lume giallo
della vettura, gesticola, e s'agita
sofferente, gridando il suo male, e
tutti l'osservano, a distanza, e non
capiscono a chi parli, e perché pianga.
Il ricordo di me
Muta la stanza
m'accoglie, e, stanco,
il giorno m'assale
mentre fugge,
vinto, il ricordo
di me.
Immaginarti
Sovente m'è dolce
scavando nella mente
eludere quel pudore che avvolge
il ricordo di te
in una falsa commozione.
M'è dolce, sovente, immaginarti,
e immaginare frasi, a metà
tra il vero e l'idea,
e provare l'impulso di sfiorarti,
così lontana,
ma tanto viva in me, e capace di farti desiderare.
Sovente m'è dolce simulare gesti e sguardi,
ormai dispersi, annegati
dal mare che respirò, pallido,
la nostra stessa luna.
Perché tutto allora, era
possibile, così come
niente più, oggi,
fuorché immaginarti.
Inerzia
Abbisogna in petto
nuova tristezza, od altra voce.
A te mi piego, silente, imbarazzo
che non so dire,
inerte e pago.
Insieme
Ti prenderò, bambina infelice
che stenti, nell'aspro mulinello
della tua piccola infanzia.
Ti prenderò, adolescente lenta
che insegui, nei tuoi occhi accesi
ora anche di dolore, le rughe
d'una lontana vecchiaia cui
consegnare, intatto, il pacchetto esiguo
delle illusioni.
Ti prenderò, adolescente lenta
che insegui, nei tuoi occhi accesi
ora anche di dolore, le rughe
d'una lontana vecchiaia cui
consegnare, intatto, il pacchetto esiguo
delle illusioni.
Ti prenderò, ragazza e bacerò la tua pelle,
e dormirai sul mio ventre,
ascoltando il respiro secco dell'alba,
dopo la tua prima notte.
Ti prenderò, bambina infelice,
nel fondo tuo sollievo d'esser
donna, e correrai infine, a perdifiato,
lungo il mio battito,
ingoiando, avida, il cuore madido
del nostro tenero possederci.
Scivolerai, piano, sul mio petto e lì,
nell'attimo andato, cullerai il sogno tuo,
ora vero, d'esser mia.
Allora tarderà il sonno a carpirti,
e stretta a me, fuggirai il mio
sguardo, chinando il viso e pioveranno,
morbidi, i neri tuoi capelli
sul tenero lenzuolo; e
mentre il meriggio t'avvolge,
esausta, scenderà leggera,
dal moto fermo di piccole labbra,
felicità, che all'ora intera,
griderai, ed al tuo primo amante.
La noia
Tristezza senza voce,
flebile, annuncia
nuovo rimpianto, e la noia.
L'antico compagno
Tornerà un bambino
e ti vedrà, di nascosto,
che avanzi a fatica, senza fermarti.
Vedrà tua moglie, i tuoi figli,
l'automobile parcheggiata
sotto casa tua,
visiterà il posto dove lavori,
il letto dove dormi,
la donna che ami
e cercherà, di tanto
penetrando gli occhi tuoi
nel fondo, cercherà,
frugando le coltri,
e il cuscino dei pensieri tuoi coperto.
Gli parlerai, e lo seguirai
spiegando a fatica, senza fermarti.
Tace, e t'osserva ancora,
nell'alba, sfiorando il letto
dove tu dormi, e tua moglie anche,
e attendi che il morso
s'allontani, e la paura;
e il calore di quelle braccia
che ti tengono, stringendo
forte la notte, il sonno,
l'amore andato,
e tutto ciò che, mancando,
riempie l'anima tua,
d'un tratto copre un fermo pallore:
tacendo và, il bambino, oltre la notte
ed il freddo pungente e,
destando gli occhi tuoi,
in un unico sollievo
radunerai i tuoi sguardi per la stanza
vuota, ricordando a stento
il presagio notturno, e quel rimpianto
incomprensibile
che mordeva il tuo riposo.
Ma, pure attenderai, impaziente, che torni
il bimbo: nel chiaro livore
dell'alba esso dorme,
proprio in quell'angolo
dove non vedi nulla, e attende
paziente, di riincontrarti
per ritrovarsi, in te,
l'antico compagno,
quel che non torna.
Lapsus
Le musiche il sole la chitarra,
quella spiaggia le voci e i visi di tutti noi,
poggiati in riva al tramonto. E un vento
forte, simile ai nostri pensieri.
Ecco il ricordo di quei giorni:
so d'averti amata, e tu me.
Né in questa faticosa ricerca,
mi sovviene il tuo sguardo,
i tratti e le amate veglie.
Invano cerco il sapore delle tue labbra
innamorate. Solo rimpianto giace, ormai, sulle mie.
L'edificio
Vomiterei i tuoi baci sulla rena
e lì, posato, di nuovo l'ingoierei.
E manderei giù, per la gola assetata, ancora,
d'aspra dolcezza,
l'intero mare che ci vide amanti.
Berrei tutto quel sale per riincontrare,
ancora, una, una sola goccia
dell'infinito che ci unì.
Tornerei laggiù, all'abbraccio
tenero di quel primo tramonto,
e affogherei la bocca mia
nella sabbia, penetrando a lungo
l'umido bagnasciuga
in disperato cercare
le tue labbra, ancora,
e le tue labbra, sempre.
E lì finirei, se potessi tornare.
Ma sono qui, fra le mura spesse
d'una mancata speranza,
all'ombra d'un soffitto largo
e spazioso, inquieto, crudele e
forte, come il tradimento
che ti fuggì via dal mio dolore.
E se tu venissi ora, qui,
tra le mie braccia, dinanzi
alla mia fatica,
ed al male che scivolò
dai giorni vuoti in cui più non
ci fosti, se tu venissi,
amore mio,
non cercarmi: ti prenderei
a calci nel sedere, stringendo
forte, tra le mani,
la solitudine che mi lasciasti,
e lo sconforto e quel senso grave
di finire, da cui cominciò
la vita mia senza più te.
La nuova vita che vivo, e
non tradirò, e che lascerò, un giorno,
forse, per un bacio meno disperato,
una carezza più vera.
Tornerei laggiù, amore mio,
se tu venissi, e non cercarmi:
ti sbatterei fuori senza pietà,
dal mio sudato edificio di dolore
e di pazienza.
Livore quotidiano
Liquore informe d'amare consuetudini
avvelena il giorno,
ripetendo, accanito, emozioni sempre uguali.
Nasce il giorno, per poi finire,
ed ogni giorno, lancinante certezza,
sai già che finirai anche te
lasciando, sul chiaro terreno della memoria
pentimenti oscuri e dispiaceri,
e parti intere dell'anima che,
altrimenti, appesantita dal desiderio,
non seguirebbe il vano tuo scivolìo
incontro alla vecchiaia, e la fine
ultima, l'eterno oblio,
vanificante tregua, eterna,
di tanto sconcertante affanno
quotidiano.
Lontano
Lontano il vento, di te sospira
all'acquetato sole, che impallidì;
rovescia, l'onda, il suo fruscìo
alla riva tenera, che sera avvolge,
e scende, umida, l'ombra su scogli,
sabbia e antichi pensieri
offerti al secco patire dei nostri passi
ingiati dal ricordo.
Lontano andai, e lontano andrò
per nuovi posti, con altre mani nella mia.
Sempre sarà, in fondo ai polmoni, il tenue
tuo sospiro, che disse amore,
e soffierà, nel vento, lo stesso tremore
che ci vide insieme, amanti e amici,
tenendoci per mano, andar lontani:
lontana tu, oggi, e lontano io.
L'ora secca e assolata (S. Teodoro)
Il vento segue, lento
il pesante incedere dei tuoi pensieri,
mentre l'afa asciuga la mente tua
dai rimpianti appesi ciascuno al suo attimo,
come panni smessi ed ingombranti.
Il sole cuoce l'aria, e respiri
cercando, nel vuoto dove ti aggiri,
una tregua.
Lontano sei dalle solite abitudini,
come avvolto nel soffio leggero
d'un riposo privo di stenti,
mentre giace, lontano, la fatica
che non sa abbracciarti,
acquetato in un sano vagare
d'emozioni solitarie.
Eppure sai che finirà, e ti scuoti,
e attendi, impaziente, la noia
dove tufferai il corpo tuo
ristorato dalla distanza,
allorché tornerai a combattere
le mille stupide Waterloo,
dove perdi, ogni giorno, un po' della tua vita,
e s'asciuga, al tramonto,
la forza tua che evapora
in un ozio doloroso,
così diverso dall'ora di oggi che,
secca ed assolata,
pure detta poesie.
Lunghe ore di finto esistere
Ore ore e sigarette, in solitudine,
per inventare altre bugie da mettere in tasca
quando dovrò uscire ancora. E,
forte,
il senso di spegnersi ogni attimo un po' di più.
Lunghi momenti di buio
Un triste rifugio di solitudine
voglia di niente assenza totale...
totale indifferenza totale buio.
Né illusioni né ricordi.
Dolore continuato
e una stanchezza, infinita.
Mi manchi
In uno sterminato silenzio,
precipitò quell'amarsi,
le risa, i tramonti ed i baci.
Finì tutto,
e ancora giace, oggi,
nell'immoto silenzio
che veglia il mio affannoso vagare
dietro la tua immagine, forse, non più vera:
è tutto quanto rompe, a tratti,
un'ostinata penombra. Mi manchi.
Mi manchi senza pietà.
Nelle pagine di nessuno
Quell'uomo attraversava le strade,
calpestando un dolore che più cammina,
e più lo assale, bruscamente sfiorato
dalla morte, sempre ad un passo,
per ricordare che esiste.
Quell'uomo inseguito, che attraversa
gli antri fumosi del suo destino,
ha paura, ma non lo dice,
e continua a cercare, pur sapendo
che è quasi impossibile trovare
una donna che lo prenda per mano,
e attraversi con lui le strade
che bruciano ceneri arse d'amore,
e stia con lui, come donna e uomo
da sempre, volendolo,
possono stare in pace, a scordare
un'alba che, forse, non verrà
ed un sole che più non spaventa,
cullati dal fresco germoglio
che tenebra, dolcemente,
rovescia sui giacigli sudati, bagnati,
impregnati d'amore.
E sperando scrive, scrive anche, quell'uomo,
e scrivendo semina pensieri, emozioni,
tragicamente sparsi nelle righe di nessuno,
mentre intorno si muore,
ed un giorno toccherà a lui.
1983
Niente. Solo
Solo.
La mente vomita consigli
di non uccidere il giorno,
di non lasciarlo morire, prima
che sia finito: ma è già finito.
Lo attraverserò, stanco,
fino al crepuscolo. Nuovo
ed ennesimo della
mia giovane storia.
Dio, che male,
che male, tra i miei vent'anni.
Non volere
Oscuramente attendo una forza
che possa unirmi
agli oggetti incapaci
vuoti di sé.
E d'altre passioni
scrivo e scrivo per celare,
e sentirmi battuto,
in grandi battaglie.
Illuso e annoiato,
perché non svelarne
il tedioso abbandono?
Non so più volere,
e tutto mi sfugge.
Né voglio incontrare
il reale d'intorno
soltanto restare
a compiangermi, vile.
Nostalgia
Ho nostalgia di te
in quest'attimo che
mi scioglie dentro l'anima
il ricordo breve del tuo sorriso.
Amore mio che hai avuto dieci nomi,
e volti,
e capelli scuri da accarezzare,
e risa e lacrime
da consolare
ed ore ed ore lunghe in cui annegare.
Affranto stanco
ma vivo ancora
vivo
vivo
vivo so
che domani o fra cent'anni
ti bacerò di nuovo, e fermerai,
come già allora,
la corsa amara
e vana
lungo i tramonti.
19/9/85
Notte avanti al fuoco
Bianca pupilla, apparì la luna,
e ci vide.
Vide me che suonavo,
e udì la mia voce. Vide te,
stesa nella rena pallida,
il viso poggiato nei capelli,
d'oro e d'amore lucenti,
tra le fiamme crepitanti,
le mie note,
ed altri visi.
Lontani eravamo,
in un mare di sguardi,
più fondo del cielo notturno.
Oggi, 9 marzo 1983
Vivi giorno, accolora
il respiro forte che dentro
palpita, circonda il giovane petto
di carezze.
Oggi rinasco, lentamente,
nell'ennesimo innamoramento,
vado e ricerco, tra il male
che vidi, un'oncia di speranza,
di volere. Voglio lei,
mio ennesimo giorno, ti scongiuro,
non uccidermi ancora. Morirei,
morirei, senza più rinascere.
Ossessione
Tentai di fuggire. Fu inutile.
Più volte affogai nella vita
giorno per giorno, perdendosi in essa.
Un mare di sensazioni troppo forti
mi vietarono la fuga.
Più volte, fino ad ora, tornai in me.
Come ora, il canto degli uccelli
echeggiò nella mia cava testa.
Come in un vuoto recipiente,
i suoni del mondo penetrano in me
rimbombano e mi ossessionano
poi spariscono lasciando il vuoto
dove passano. Giorno dopo giorno
la vita consuma la mia forza.
Come foglia morente portata dal vento,
e ogni giorno è un passo in più.
Verso l'inverno.
Parole
Estenuato da un'opprimente sfiducia
che nulla può vincere,
padrona ingorda dei miei giorni,
più nulla chiedo alle parole.
Le verso qui sopra
perché anche di esse sono stanco.
Svuoto questo tramonto
di ciò che restava.
Passione di rimpianto
E gli occhi e la voce ed i gesti,
che soli amai,
sento mancare a me stesso, e scompaio,
rapito, nel vento che portò,
violento, i nostri baci.
1982
Paura d'invecchiare
1981
Vorrei (4 Febbraio)
Vorrei saper scrivere delle poesie
saper fermare in una sola parola
tutto ciò che provo
e forse non basterebbe la mia
intera vita a descrivere un
attimo di riflessione
così, a volte, mi abbandono
ai miei sentimenti, per sentirmi,
forse, superiore agli altri
e al di sopra del mondo,
al di fuori della mia
stessa vita, e provo una grande
voglia di scrivere… ma la
penna è muta e la pagina resta
bianca…
così torno a fissare il
vuoto, inseguendo i miei
fantasmi.
Silenzio (12 Marzo)
Silenzio quiete natura amore
uno strano vagheggiare
riempie la mia piccola anima
e mi sento sommerso dall'onda dei ricordi
e tutto ha un altro colore
c'è poco in queste parole
ma la mia ansia non si può concretizzare
realtà è un termine e un fatto da sfuggire
una luce soffusa una pagina che accompagni i miei pensieri
e un mondo da esprimere
questo è ciò che può bastarmi
la vita distrugge tutto ciò che è bello
tutte le mie speranze e i miei sogni
ma essi sono forti, e risorgono
in me come fiori nel giardino
della mia coscienza
e la solitudine mi è gradita compagna.
Giorno per giorno (13 Marzo)
Giorno per giorno
come in un gioco
tutto si annulla
la tua idea si dissolve in un'arida realtà
è un gioco
un gioco macrabo
desideri la compagnia, l'amore, la vita
la loro mancanza ti fa soffrire
ogni giorno spegne un po’
della tua vitalità
quando tempo che non rido
quando tempo che non assaporo
lo stare insieme e la taciuta
speranza di un amore vero
il mondo, nella sua pretesa
verità, ti riempie di bugie
e raggira il tuo animo
ferito, agognante,
abbattuto da peso sempre
maggiore di illusioni, crollate
come un palazzo che non può
reggersi su delle basi di polvere
la polvere dei tuoi sogni
la solitudine e la mancanza
del tutto, è ciò che può
riempirti, perché, nella sua astrattezza,
è sintomo di verità
una verità incrollabile che non
teme smentite dal mondo
perché nasce e vive per opporsi
ad esso
questo sole quest'acqua
questo cielo gli odori i sapori
le sensazioni fisiche e i rari
godimenti morali
sembra tutto falso, ingannatorio
vanamente cerchi di afferrare
un mondo che ti sfugge
ti affanni e corri
insegui ciò che vorresti
ma poi sei stanco
hai le mani vuote
e una sorda amarezza
è padrona di te
del tuo debole animo,
cerchi nel pianto una consolazione
nella poesia una fuga
nella meditazione delle risposte
in ogni cosa la sua ragione
trovi in tutto ciò un'unica risposta
una spiegazione assurda illogica
ma così freddamente reale:
nulla
e di nulla riempi i tuoi occhi stanchi
in esso riposi le tue membra
il nulla incombe sul tuo capo
e t'avvolge nel suo ladro mantello
Pentimento
Tornerei indietro, se potessi,
fuori dalla rabbia che franò i miei giorni
in una polverosa solitudine.
Ozio mi pervade, e zittisce ogni inquietudine,
spalmando una cappa di viltà,
su ogni tentativo. Finisce, un po' per volta,
anche il pensiero e s'annulla,
sperduta, la vita mia,
nella strage di rumori
che il vento consegna all'immensa
piccola insoddisfazione dei giorni.
E il tempo scivola, lontano, su me
e le pagine che osai scrivere,
e scrivere come poesie.
Per sempre
Disegnerei per sempre la vita mia
pallida e stanca, che dura, per poi finire.
Piccola poesia per Roma
2/7/1982
Passeggio per Roma
tra le mura cadenti per le strade assolate.
Amo queste fontane le scale
le piazze, e quei tanti angoli nascosti,
dove può perdersi lo sguardo, fuggendo
anche il sole, e l'affanno
che ogni giorno svuota attimi.
E attimi interi, sfocando ricordi,
baci e carezze, svanendo ogni emozione.
Amo scomparire tra le voci e i rumori,
che non coprono i miei pensieri,
ma ci carezzano con delicatezza,
fino a farmi dormire.
E a sera confondermi nel buio,
schivando il luccichio dei lampioni.
E contare i riflessi dell'aria con gli amici,
seguendo il Tevere che si allontana,
trascinando sotto i ponti e le barche
i pensieri e gli amori di tutti noi,
scorrendo lento, laggiù nel buio.
Seppure insozzato e offeso,
come le nostre anime,
a sera esso si muove
con la maestà di un vecchio signore
afflitto dalla vecchiaia,
ma libero in sé, e tanto ancora
capace di amare un giorno.
Cullati dal vino e questa
amorevole tenerezza,
i nostri sguardi si perdono nell'oscurità,
laggiù, in quel punto impenetrabile
e lontano,
dove comincia domani.
Andrea
Potrei
Mi sciaquerei la faccia
e dopo, correrei verso la notte
inventandomi un'altra serata
di compagnia.
Pulirei lo stomaco e la mente,
dal rigetto che mi brucia gli occhi,
la carezza dell'alcool
che percuote i sensi,
e non finisce.
Uscirei nell'ombra,
confuso tra la morte intorno,
vomitando sull'asfalto altre lettere,
lettere alla vita,
come un amante tradito,
un pierrot senza più note.
Ma rimango all'agonia violenta
del tenue morire, che lento
insegue il mio giorno,
e domani potrei non esistere
ancora.
Come, forse, neanche oggi
il sole mi percorre,
ed il sangue trascolora
fino alla carta,
e scolorirà l'inchiostro.
Potrei non esistere ancora,
e scolorirà l'inchiostro,
ma avrò scritto un'altra lettera,
un'altra stupida lettera
alla vita,
questa vita senza più note,
che lascia soltanto male
tra le righe,
gettato alla rinfusa nel cassetto,
tra nodose poesie
dettate dalla sbornia.
Presagio
Sarò un vecchio dal viso asciutto,
scavato dal tempo, e una barba folta,
e bianca, intorno agli occhi piccoli
assetati, ancora, di giustizia.
Guarderò i bambini correre
per i giardini della città,
infilando risa fragorose
per gli angusti spazi che le case,
ed il rumore, sputeranno sull'asfalto.
Camminerò a lungo, e a lungo respirerò
quel cielo terso, vuoto ormai d'inganni,
e attenderò il bacio freddo della morte,
ricordando una vita intera dove, all'improvviso,
gettò il fato i miei vent'anni.
Guarderò voi giovani, a distanza, e con voi sentirò,
lontano, il fruscio eccitante dell'attimo slegato,
ancora, dall'ignota fine. Ed in un solo fiato,
nell'eternità d'un respiro, correrà nella mente
quel tempo lontano, che vivo senza
saperlo e che, per oscuro destino,
rimpiangerò senza perché.
Ed in un solo respiro, l'ultimo, avrò
di me un'estrema pietà,
quel che ora non c'è. E che, fino
all'ultimo, non verrà. Ingoierò la
morte, così come feci con la vita, in un
solo battito d'amarezza.
e di paura.
1983
Prigione
Giorni sempre uguali
si succedono senza sosta,
in un faticoso lavorìo,
che tutto consuma,
e appiattisce.
Neanche la mente è più libera,
e patisce tristemente
l'oppressione continua
che ogni contorno
segna con precisione,
vietando la fuga.
1982
Prigionia
Fuori dagli occhi
libero e senza contorni
spazia il mio sognare,
tanto sterminato.
Al buio
tra strade e cemento
nelle case
appassite
dalla noia
muore ogni giorno
la mia intenzione,
generando pagine
e pagine
dove incespica
il pensiero,
carpito senza motivo,
al suo volo beato
e crudele.
Primavera 82
Penetra a fondo nella carne,
l'attimo accecante e lacera
l'odiata indifferenza di giorni
intessuti d'amara saggezza.
Crolla il soffitto e s'apre,
alfine, la stanza.
Sperde il vento ogni sapere
e t'invischia
l'ora
d'acre impazienza,
e un colloso volere
s'affaccia, avido,
per gli occhi tuoi.
Quante volte
Quante volte la notte
ha vinto la luce
quante sere ho camminato
al luccichìo dei lampioni
dimentico del cielo e delle stelle
prigioniero di me stesso?
Quanti soli hanno accolto
il riproporsi di nuove speranze
poi annegate tra la pioggia
o precipitate in un abisso
senza fine
come quei pomeriggi oscuri
indegni di tanto desiderio?
quante altre parole verserò
in un fiume di rabbiosa amarezza
prima di rassegnarmi,
di cedere la mia vita al Tempo
perché la ingoii, vorace,
insieme con le altre vili prede
raccolte sul suo cammino?
Rabbia d'autore
Ho due occhi fondi,
che a riempirli non basta
una vita di miraggi.
Ho un cuore capace d'amare,
fino a riempire l'anima della donna
più grande che esista,
e stanchezza tanta, che solo il desiderio
che reco in me, di vivere,
può ucciderla un momento.
Ho una vita, che non è niente,
ma a cui cerco di dare ogni giorno
un senso maggiore,
e una stanza con la radio, il posacenere,
e poesie, e poesie
da scivolare fuori in un respiro,
lungo tutto il tempo che mi è concesso.
E ho due palle, soprattutto, due grandissime palle
che sono piene degli insulti,
gli schiaffi, le prese in giro
di ogni mio giorno,
e un giorno, queste mie palle,
le sbatterò in faccia al
mondo intero, e sarà tale la
botta, che esso vacillerà
fino a cadere.
E vana, sarà ogni scusa, e
vano il pentimento.
Chi parte dopo aver deciso a lungo,
non torna indietro. Cazzi vostri!
Ricordo
Pietre consumate
svilite dal tempo,
e polvere sulle scale,
appiccicata al marmo freddo
dell'acqua caduta.
Tiepida la stanza
e la coperta umida,
grigio il cielo
sui vetri appannati.
Campagna viva, tra le case antiche,
e vecchi visi
ammutoliti, stanchi, corrosi
dal tempo,
poggiati a riscaldarsi
al tepore d'un'osteria,
tra il vino e le carte.
Precoce inverno, dentro di me,
prima e dopo d'incontrarti, e dopo.
Lungo i tuoi occhi
un sorriso tenero,
mentre accarezzi
spogliata
l'acerbo amante,
poi schiudi le labbra
gridando felice.
Fredda la notte
sul nostro amore, ed io,
per non sentirla,
t'ho stretta forte.
Dal vetro una lama opaca, sbiadita,
pallida luna
ferma, vuota, greve come un presagio:
sapeva di morte.
1984
Ripensamento
Amai te, o forse il tuo amore
per me, o soltanto quel primo bacio
che ci regalammo, o soltanto uno
di quei tardi pomeriggi
che videro l'anima mia piegarsi sulle tue labbra,
e scivolarle baci e poesie che il vento rapì,
all'indomani assieme ai tuoi occhi
caldi, la tua voce insicura
che, lieve, respirava amore, nella mia.
Amai te, o forse una di queste cose,
o nulla di tutto ciò;
e m'uccido di disperazione, annegato nel silenzio
d'amare, più d'ogni altra cosa, il tuo ricordo. E sentirne la mancanza,
ché morì nel tempo, di più m'uccide
e non un attimo
o una parola o un tuo pensiero ho,
che mi salvi. Ti amai, profondamente,
come tu chiedevi, e ti scrissi poesie
e attimi interi di dolcezza posai laggiù, nella tua anima zitta.
Ché taceva, allora, e così oggi,
senza nulla rendere al mio cuore
gonfio d'ansiosa aspettazione.
M'hai amato, e non l'hai mai detto. E ti ripenso,
senza pietà né desiderio.
Mi manchi, e non so perché.
Schiavo e padrone
Senza soffrire attendo ormai
di ritornare al bacio tiepido,
di bollente aspettazione,
che stordisce la morte e l'accantona
nell'angolo più buio della muta coscienza.
Senza soffrire osservo ormai,
nel mezzo del cuore,
invischiato d'acre rantolio,
il respiro livido del sapere:
s'alternano e mutano
gli attimi, e scivola in silente
altalena con la morte, la speranza vana,
ma incollato ad entrambe domina,
tiranno, il bagaglio oscuro della certezza,
e non verrà la favola,
né la buona fatina,
a sciogliere nei giorni
l'eterno padrone dell'anima tua:
immota coscienza, che nulla cresci,
ma mai scompari.
Solo, a sera, nel vino t'addormenti,
e lì insegui la vita,
e attendi, pazzamente,
l'ingordo annegarsi
d'ignota libertà, ed effimera.
Invano; svanisce fugace il piacere,
e torna padrone, il sapere
sul trono immenso
del povero suo regno.
Scusa se t'ho rubato qualche fotografia (1987)
Per un istante
interminabile
ho riso senza sapere
temuto senza capire
dormito al fondo tenero e infelice
dell'acerba età che m'ha donato il tempo.
Non ho lasciato, né un paio, né una sola
delle mie paure,
e non ho mai riso di nuovo
perché mai, incosciente, smisi di farlo.
Non c'è un inizio
né una fine in tutto questo
soltanto il senso, forte,
di non tirarsi indietro,
e un giorno, forse oggi,
potrei gridare la vittoria, a quel suo viso,
dolce e dispettoso, sereno e un po’ fanciullo
al centro
adesso
del mio sguardo acceso
sulle solite paure
e quel solito, incosciente, ridere di tutto
incontrata, anch'io per caso,
e fermo, un giorno, certo oggi
sul desiderio forte che lei
per me come per te
mia cara amica
continui a correre sul nastro
che il tempo svolge
inarrestabile
verso l'inutile declino
ed io, come te mia cara amica,
nei tuoi capelli,
prigionieri del cielo che sembrano volare,
non si tema il vuoto
che attende
freddo e solitario
in fondo alla via.
Sera d'inverno
Gli amici vanno via
lo sento.
O forse è solo il tempo
o i fatti d'ogni giorno
che ci fanno più lontani.
Non so più dirti
amico
quanto l'ho amata
e dei suoi occhi fermi
sul mio sguardo
scintillante
ancora
di rabbia e desiderio.
Non so più dirti
donna
di restar qui
tra queste note
sveglie
nella penombra
di qualche dialogo sommesso.
Il bicchiere è ancora pieno
e non vincerà, lo sento,
non stanotte, né mai più.
E questa voce, quando canto,
non è più la stessa,
è come ascoltarsi in playback,
inutile pensiero
gridato a voce spenta
non so più per chi.
Tu va via
come le altre
e non parlerò di te
ai miei amici
che sanno dove porta
quel gusto pieno che t'assale
d'esser sola
perché non sai
la libertà
quant'è ingiusta
se non l'hai scelta.
Rimango qui
suonando una canzone un po’ più vecchia
che tu non sai o non vuoi ascoltare
e tu va via
perché hai vent'anni
e la notte ti appartiene.
Gli amici vanno via
la notte non è
di quelli come loro
e come me,
classe 63,
due anni appena
un eterno sterminato ci divide ricolmo
solo
di stanchezza.
24/12/86
Stanchezza
Più non temi l'alma indolente,
da te staccata,
che
distratta
osserva
il cavo tuo pensiero.
E tace, e più non dice,
stanca, e più non trema,
alla sferza calante
d'angoscia,
sempre più
nel giorno vano.
Silente, rinchiusa, nel morso tiepido
d'alba e tramonto,
più non dorme,
più non si desta.
E notte scompare, dall'orizzonte tuo,
e l'immagini calde svaniscono,
nelle pozze di buio;
e veglie, senz'affanno,
più non temi;
e sogni, senza voglia,
più non osi.
Stanco
Vorrei tornare indietro
quando s'apriva la porta
ed io saltavo
cingendolo al collo
mio padre
quando mia madre
lavando i piatti
m'ascoltava raccontarle
il disegno
che avevo fatto a scuola
vorrei tornare indietro
al primo vero amico
la prima vera donna
cui ho detto
ti amo
senza ancora sapere
com'è l'amore
cos'è la vita:
un sorriso che sbiadisce
un po' alla volta
ed una lacrima
svelta, intrisa
troppo
di malinconia.
febbraio 85
Stasi creativa
Si muove per via, l'immagine sbiadita
e si vale, incapace, d'armi spuntate
e corrose, dal tempo e l'uso.
Solo t'aggiri per viottoli angusti,
sfiorando, decrepito, percorsi antichi.
Tracce di vita
Vuote parole vuoti pensieri
raccolti a fatica
tutto ciò che ho.
Parole parole, forse poesia.
Forse un po'.
Tracce di vita sulla strada,
confuse dal tempo.
Un attimo
Affondo sempre più nella chiazza fetida
dell'attimo sputato sull'esistenza mia,
ignaro d'altre vite.
E mondi infiniti si chiudono all'astio
infrenabile
dell'inappagata coscienza,
che tutto svuota, eppure attraversa,
china, sferzata dal cupo vento
di lanosa indifferenza che tutto insegue,
eppur non vuole.
Un cane
Vorrei essere un cane, a volte.
Sempre zitto a cuccia e,
pago degli avanzi,
vivere delle rare prove
che indicano l'affetto
del padrone.
Vorrei essere un cane,
per amare la vita
e accontentarmi. Senza
mai volere di più.
Vento di mare
Barbara il tuo nome,
chiaro il tuo viso,
vissuti gli occhi tuoi, e fondi.
T'amerò, se vorrai, e sarò
per te un vento di mare,
dolce e salato,
ad ogni tuo sorriso.
Via Cristoforo Colombo
Occhi persi
sulla Colombo attraversata
da milioni
di vite colorate
che sfecciano di notte
a casa
pensando, già al film
su retequattro.
Ed io non parlo
non parlo più e consumo
in un solo tiro
l'ultimo mozzicone.
Accanto
lei
che si riavvia i capelli
e osserva, muta,
sperando che mi stanchi presto
di dirle
quant'è lontano
il Tevere di qui
sembra di stare a Milano.
La luce pallida
dei lampioni
sulla via percossa
dal traffico
ed io fermo in auto
con lei che no
non cambierà
non ho più voglia
neanche
d'avere paura.
Fuori
il buio,
e dentro.
Dicembre 86
Vuoto
Occhi stanchi di guardarti
dentro i tuoi occhi che sfuggono
mani stanche di tenerti
mentre fuggi via
e m'allontano solo
fuori dal tuo viso,
e l'anima mia stringe forte
il vuoto fondo
di non averti più