A noi che avevamo creduto che credere fosse importante

a chi, come noi, aveva creduto che credere fosse importante

INTORNO AI TRENT'ANNI

"..... dove sono dove siete quando eravamo 1.000 - 10.000 - 100.000 non è possibile che fuori non c'è più nessuno non è possibile che non sento più niente che non sento più una voce un rumore un respiro non è possibile che fuori c'è solo un immenso cimitero...."

N. Balestrini (Gli invisibili)


L'amico è colui che, se ne va via,

a te muore una strada nel tuo borgo.

Nino Pedretti

Compagno di scuola

Parte I

Nicola parla, e parla sottovoce, come 10 anni fa quando in birrerie come questa, più da paese che da una città come Roma, tra pensionati, ladruncoli ed emarginati di ogni specie, credevamo di progettare la rivoluzione. 10 anni fa avevamo 14 anni, io Nicola e Fabio. Credo dipenda dal solito meccanismo della memoria, quel quadro scintillante di verde che mi invade il pensiero, se torno a quegli anni.

La scuola era di mattoni rossi, tre piani in tutto, costruita a rettangolo, con in mezzo un cortile dove nell'ora di educazione fisica si giocavano i tornei scolastici di calcetto, e le ragazze fumavano ai bordi del campo, ogni tanto gridavano per incitare, poi tornavano a ripassare la lezione dell'ora successiva.

Le falci e il martello si sprecavano, sui muri e da ogni parte, nel bagno, sulle porte, nelle borse di Tolfa che ciascuno di noi, con esagerato orgoglio portava anche semivuota, quasi a voler dire in ogni istante: sono un compagno. Ed anche per me cominciò così, quasi per gioco, un po' come si inizia a fumare. E come il fumo, la politica divenne per me un vizio incontrollabile, e lo è tuttora.

In questo io e Nicola siamo simili, lui il vizio ce l'ha dentro si può dire dalla nascita, il padre metalmeccanico, me lo ricordo ancora quando studiavamo a casa sua al Labaro, che arrivava con quella tuta azzurra, il viso percorso di mille rughe, gli occhi di un castano chiarissimo, e fondo, i capelli grigi e radi, il naso grosso e le spalle anche, un pezzo d'uomo che sembrava uscito dal manifesto di Novecento, quello con la scritta "sarà una rivista che vi seppellirà". Esistono per davvero, questo pensai la prima volta che lo vidi, gli operai di cui mi parla mio padre, e mi sembra come uscito da un libro di storia, da un periodo qualunque che fosse ricomprensibile tra la rivoluzione industriale ed oggi. E ne ero ammirato, benché non potessi sopportare quella puzza di sigaro che si sentiva a stargli un po' più vicino. Lui si metteva lì davanti a noi, ascoltava per un po' mentre ripetevamo la lezione di storia, poi prendeva a sfogliare con gesto uguale e scettico il testo di Villari, non credeva nelle parole, scritte o parlate che fossero, per lui contavano solo i fatti ed il lavoro: e infatti lo riponeva quasi subito, e se ne andava di là a cercarsi qualcosa da fare.

Alle volte, prima che scendesse all'osteria, provocandolo un pochetto, riuscivamo a bloccarlo per una mezz'ora con noi, e lui parlava del sindacato, della partecipazione dei lavoratori alla gestione dell'azienda, e mi apparivano, in quei racconti, storie uguali, e diverse di fatica, a volte prevaricazione, assemblee e picchettaggi. E mi sembrava, nell'incoscienza mia e di Mantovani, quell'operaio specializzato, ex partigiano che ci stava addirittura a sentire se obiettavamo qualcosa, che il bene e il male fossero così facilmente distinguibili ed identificabili: le tute azzurre erano i buoni, le giacche i cattivi: non sapevo ancora che un giorno, mi sarei deciso e costretto da me ad indossare giacca e cravatta. Nicola, invece, già sapeva, e voleva: sarebbe entrato anche lui nell'azienda, e di lì, avendo studiato, avrebbe preso a fare il sindacalista "partendo però dalla base", come precisava ogni volta che se ne parlava.

Nicola parla sottovoce, ha il viso quadrato, grosso, i capelli corti, d'un biondo vivo, giovane, ma la barba è incolta, il viso trascurato, e gli occhi, piccoli e d'un verde intenso e profondo, tradiscono una nostalgia che è quasi amarezza: l'amarezza di sapere che quei giorni di cui si sta parlando sono ormai trascorsi, e non torneranno più. Fabio, invece, è alto come Nicola, un po' più longilineo, ha gli occhi chiari anche lui, d'un azzurro trasparente, liquido, ma i lineamenti del volto sono un po' più ingentiliti, il naso piccolo e la bocca anche, il classico tipo che ispira alle donne quel tanto famigerato senso di protezione. Poi ci sono io, asciutto, di media statura, le spalle ben dritte e proporzionate, le gambe non troppo lunghe, il profilo corto e gli occhi scuri, i capelli neri e corti. Ma non siamo al completo, mancano tutti gli altri, primo tra tutti Luigi, il più piccolo, era un anno avanti, un po' il cucciolo della cricca, ma non è che non lo abbiamo chiamato, piuttosto non può venire, lo vedemmo l'ultima volta quasi sei anni fa.

L'aula che ci capitò il primo giorno di scuola, era un ex gabinetto di scienze, con tre file di banchi per otto scalini, come all'università, e la cattedra aveva attaccato da un lato un lavello un po' abbassato rispetto allo spigolo, dove in seguito imparammo a nascondere appunti e libri durante le interrogazioni.

Ci ritrovammo subito e facilmente in sintonia, 24 quanti eravamo, i compiti di greco li passava Nicola a tutta la classe, e alle interrogazioni, come ho detto, il suggerimento arrivava sempre, vuoi dal lavello al bordo della cattedra, vuoi da uno dei banchi in prima fila: senza contare che spesso non serviva, perché in effetti, tra le interrogazioni programmate e la buona dose di impegno ed interesse che mettevamo nello studio, eravamo quasi sempre preparati. A ricreazione, col tempo, cominciarono a vedersi le prime sigarette che assieme alla politica, ci contagiarono presto quasi tutti.

Nicola fu l'unico che non prese mai tra le dita una sigaretta: E' una debolezza diceva, ed a guardarlo, così robusto nei suoi maglioni a collo alto, i jeans di velluto e la pedule, biondo e sorridente, alto già quanto lo è ora, veniva di pensarlo invincibile. In tutto.

Con le ragazze. La più carina della classe, e forse di tutto l'istituto, era Nicoletta, occhi verdi un po' a mandorla, e capelli morbidi, d'un sensualissimo castano rossastro, seni già grandi, miss "bel culo" per tre anni di seguito, aveva sempre qualcosa da ribattere o rimproverare a chiunque, tranne che a Nicola. Ecco perché, quando dopo appena due mesi si misero insieme, per restarci poi durante tutti i cinque anni, a tutti noi sembrò che quella loro storia fosse già scritta su qualche libro del destino. In compenso, però, scherzammo a lungo su quell'accoppiamento nominale Nicola e Nicoletta, gli invincibili, la coppia in assoluto. Arrivavano al mattino tutti e due sulla vespetta 50 di lei, con calma Nicoletta prendeva a legarla in cortile, mentre Nicola già si informava su chi fosse di turno alle programmate, istruiva tutti su come si sarebbe svolta la mattinata, raccontava della riunione della sera precedente in sezione a Ponte Milvio, poi quasi scuotendosi si chinava ad aiutare la ragazza, ma non smetteva di parlarmi o di guardare storto qualche tipo con gli stivali di El Charro, o il cappelletto bianco e blu, a righine, da fascio. Ogni mattino, a vederlo, si sarebbe detto che dovesse succedere chissà che cosa, proprio quel giorno, e trasmetteva a tutti quella tensione e quell'entusiasmo che contagiò, per primo, proprio me. In classe, poi, era Nicoletta che teneva i rapporti con i professori, come un tramite naturale tra noi e loro, mentre a ricreazione, durante l'ora di educazione fisica si formava spontaneamente un capannello dove era Nicola, indiscusso e pacificamente accettato come leader del movimento studentesco dell'istituto: fu anche eletto nel consiglio d'istituto, nella lista di sinistra.

Ciò naturalmente lo portava ad essere in vista, sempre, nel bene e nel male: così quella mattina che vennero dei fasci col viso coperto, a scattare fotografie nella marea di studenti che s'affollavano in attesa delle otto e trenta, fu lui ad organizzare una sassaiola collettiva che provocò addirittura l'intervento della polizia, con fermi ed identificazioni di cui Nicola fu, appunto, la prima vittima. Era l'epoca delle autogestioni, e grazie a quel fatto, per tutti i quartieri limitrofi si sparse la voce che la nostra fosse una scuola rossa, cosicché i pochi fasci che ne facevano parte, badavano bene a non farsi troppo notare; si limitavano ad organizzare assemblee alternative a quella di istituto, scarsamente frequentate, e al più si limitavano a volantinare ogni tanto, dopo essersi assicurati, però, che ci fosse in fondo alla via una volante del commissariato di zona.

Io ero stato, fino a metà di quel primo anno, legato soprattutto a Fabio, col quale avevo fatto assieme sia le elementari che le medie, e Luigi, un magrolino più di me, che sognava soltanto di diplomarsi, poi iscriversi a Medicina e di lì, una volta laureato, andare a fare del bene in qualche paese del terzo mondo. Ma presto, a queste amicizie si aggiunse, forte e istintiva quanto se non più delle altre due, quella con Nicola. Andò così. Si era sì e no a marzo del primo anno scolastico, i prati del villaggio, sotto le palafitte, erano belli asciutti all'uscita di scuola, e ci fermavano spesso lì con tutta la classe, il sabato, ché si usciva alle 12,30. Motorini e vespette parcheggiate lungo il marciapiede, qualcuno steso sui prati a godersi quel primo sole, l'aria ancora un po' pungente: avevo un maglione di lana grossa, con sopra l'eterno giaccone di velluto, una sciarpa scozzese arrotolata al collo alla meno peggio, jeans e pedule come sempre. E come tutti. Si può dire che c'era una divisa invernale, che si indossava fino quasi a primavera inoltrata, ed una estiva: jeans, scarpe da tennis e camicetta colorata, da maggio a luglio.

Giocavamo un po' disposti a gruppo, io e Luigi, sputando in aria la gomma americana, e poi facendo a gara a chi la riprendeva in bocca senza che cadesse in terra. Nicola quel giorno non s'era visto, a scuola, ed era passata neanche una settimana dalla sassaiola: ingenuamente, non ci aspettavamo che potesse esserci qualche rappresaglia.

A un tratto vidi avvicinarsi una serie di vesponi bianchi, tre o quattro, e riconobbi subito da lontano, erano a viso scoperto, quelli di Euclide, a Piazza Carli. Fu un attimo, durante il quale non ebbi neanche il tempo di avere paura, fecero prima un giro in tondo guardando in volto tutti quanti uno per uno, poi si fermarono a semicerchio intorno a me, che tentavo di restare impassibile, e Luigi, che, m'accorgevo, era spaventato a morte. Quello che conduceva la fila, e che ora mi faceva segno di avvicinarmi, lo conoscevo: conoscevo il suo nome il cognome, l'indirizzo addirittura, alle elementari era già grosso e pienotto come ora, Corradini, non m'aveva mai dato l'impressione di un prepotente. Anzi, a quanto ricordavo, gli si dava del ciccione, e lo vedevo fremere e trattenere a stento le lacrime, in quinta elementare, soffrendo d'esser preso in giro. Fingendo di non conoscermi assolutamente: – Dai, sei sordo? – ripeté – avvicinati che ti devo solo parlare. Se volevo dartele, ero già venuto io, lì dove sei –.

Paura, ma anche rabbia, perché pensavo che il "ciccione" era forse diventato un teppista per rivalersi verso gli altri di quegli scherzi che tanto dovevano averlo ferito anni prima. Ed anche ora, mentre nessuno dei suoi osava fiatare, incitarlo o dargli consiglio, era come se recitasse una parte che non gli stava, non gli stava proprio. Almeno ai miei occhi. Comunque era indubbio l'ascendente che doveva avere sui suoi compari.

E così non potevo esitare oltre, se non m'avvicinavo io, lo avrebbe fatto lui, lo avrebbe fatto e, ritenendosi provocato davanti ai suoi, non si sarebbe certo limitato alle parole. M'avvicinai, le mani in tasca, senza guardare dalla parte dove stavano i miei compagni di scuola, ma dovevano essere tutti fermi, avevano 14, 15 anni, le botte a quell'età fanno molta paura.

– Così tu tiri le pietre addosso ai camerati! – fece, e poi guardando verso gli altri: – Ma non mi interessa...posso far finta di nulla... se mi dici dove abita quell'altro, quello biondo che era con te. Non lo vedo qui.

Ero un carattere molto istintivo, allora, ma non sapevo aggredire, né fuggire. D'altronde tradire Nicola, questo non lo avrei fatto comunque: primo, perché era un compagno, secondo, perché quando parlava di politica si rivolgeva sempre a me, ciò doveva significare che, pur non essendoci ancora una grande confidenza, aveva fiducia nel mio modo di pensare e di agire. Mi voltai, come se non esistesse per niente, il camerata Corradini, e tornai verso Luigi, che, mi accorsi, ancora teneva in mano il chewingum e mi guardava a metà tra l'ammirato e lo spaventato.

– Hei! – mi sentii richiamare con un'aria di paziente superiorità che non sopportai, e così:

– Fottiti! – risposi esasperato – fottiti, hai capito... brutto ciccione. –

Quello scese dal vespone, mi venne incontro e tentò di colpirmi con un calcio. Mi scansai. Stavolta tirò un pugno dritto nello stomaco, e mi ritrovai piegato in due, su me stesso, e poi uno schiaffo forte sulla guancia. Poi, tutto nero è quanto ricordo, mi dissero che avevo reagito con un calcio rabbioso sullo stinco di Corradini, subito m'avevano raggiunto e bloccato altri due; poi uno strillo, la voce di Nicola, quattro compagni che avevo visto una sera di sfuggita in sezione, i fascisti che fanno quadrato davanti alle vespe. Ancora qualche schiaffo, qualche spintone, un paio di urli. Infine parlamentarono a lungo, mentre Luigi e Cristina mi si facevano intorno, e poi a mano a mano tutti gli altri.

La cosa fu risolta secondo le regole della convivenza: due camerati s'erano beccati delle sassate in volto, la settimana prima, ed io ero stato picchiato, che non succeda mai più, ci si raccomandò da entrambe le parti, ed io m'avvicinai che ormai la tregua era praticamente sancita.

– Glie le avremmo potute dare di santa ragione –, mi spiegò Nicola quando si furono allontanati ma prima o poi qualche altro compagno ci avrebbe rimesso. – Contento di non trovarti tanto ammaccato... almeno mi sembra che ti sia andata abbastanza bene... sbaglio? –

– Volevano il tuo indirizzo... – mi guardò annuendo – ma non glie l'ho dato! – gli annunciai fieramente.

Nicola sorrise come un antico guerriero, mi tese la mano, gliela strinsi forte. Ormai ero suo amico, più di prima, sentivo che gli altri mi osservavano e ne ero molto compiaciuto.


Parte II

Al liceo, cui arrivammo tutti quanti non senza qualche difficoltà nell'ultimo anno di ginnasio, soprattutto in Latino e Greco, scoprimmo la Filosofia. O meglio. La prima scoperta, fu in realtà la professoressa di storia e filosofia, una donnetta bassina e cicciotta, che faceva di tutto per mostrarsi eccentrica e, in qualche modo, interessante. A parte l'abbigliamento, improbabili tajeurs e calze a rete che avevano l'unico risultato di renderla ancor più goffa, s'avvicinava ogni mattina con passo da pantera al primo banco, lasciatole vuoto, sul quale sedeva poggiando i piedi sulla sedia, rivolta ovviamente verso la classe.

Più che le idee dei filosofi, ci teneva a mostrare di conoscerne le abitudini ed i fatti più privati, quasi potesse convincerci di aver chiacchierato in qualche salotto, ad esempio, con Bacone o Kierkegoord.

Nell'ora di letteratura, invece, pareva di essere più in un collettivo politico che in un'aula scolastica, era permesso fumare, sedersi sui banchi, interrompere la spiegazione e, qualche volta, affrontare temi di attualità politica, piuttosto che la poetica del Manzoni o del Leopardi. Tutto ciò grazie ad un professorino che odiava Dante e Petrarca, il Tasso e i decreti delegati. Ma era coltissimo e, salvo rare eccezioni, non approfittammo mai di questa sua disponibilità. Come sempre in ogni liceo classico, furono gli insegnanti di scienze e di matematica a dovere affrontare rifiuti di collaborazione, preghiere per avere qualche volontario da interrogare, o fughe collettive durante le lezioni. Per il resto, la vita nostra di gruppo continuava ad essere più o meno la stessa.

La mattina si decideva di comune accordo se entrare a scuola, o magari andarcene a visitare i Musei Vaticani, o Castel S. Angelo, o la Galleria Borghese o, magari, fare una semplice gita a Fregene, con la chitarra. Il pomeriggio si studiava fino a una certa ora, io sempre con Nicola e Fabio, e Luigi che ogni tanto riusciva ad accodarsi a noi; poi ci si vedeva al villaggio tutti assieme o, nei pomeriggi di pioggia, in casa di qualcuno a sentire o fare della musica, il sabato sera, poi, gli spaghetti da "Naso", a ponte Milvio, di fronte alla sezione, erano un fisso cui si venne meno raramente. Naso era un omino un po' tarchiato, ma non sgradevole: parlava proprio romanaccio puro, era fissato con Coppi, di foto del quale aveva tappezzato le pareti del ristorante, odiava il calcio e spesso e volentieri si lasciava andare a qualche moina con qualcuna delle ragazze.Il pomeriggio, poi, d'inverno specialmente, se promettevi di non intralciare mentre preparava il locale, o meglio quella stanzetta con 6/7 tavoli dai quali esso risultava costituito, ti lasciava entrare e ti portava anche da bere al tavolo, come in una birreria qualunque. Per l'occasione, tirava fuori i classici boccali, forse gli stessi dai quali stiamo bevendo stasera, della Würer. Se poi al momento del conto ci scopriva in difficoltà, s'avvicinava con l'aria di non volersi far sentire dai pochi altri avventori, dicendo sottovoce: – A rigà, che ve devo da dì: dateme 'n po' quello che c'iavete... fa lo stesso nun ve state a formalizzà... – Ed anche per questo, Naso era e rimase a lungo il nostro punto di ritrovo preferito. Quel posto, naturalmente, lo aveva scoperto Nicola, anche in sciocchezze come questa Nicola era sempre il primo, così come soprannome che dentro di me, ed in silenzio, gli attribuivo: l'invincibile.

Nicola era un punto di riferimento per noi tutti, era un po' il leader del gruppo, ma non per questo autoritario. Parlava di tutto, con tutti, senza mai distinguere né snobbare neanche i "secchioni". Qualunque cosa ci fosse da fare, che riguardasse il "gruppo" nella sua totalità, bastava rivolgersi a lui, che sapeva sempre come, dove, quando. Parlava con tutti, ed ascoltava tutti, mai ricordo di aver visto qualcuno che risultasse schiacciato dalla forte personalità dell'invincibile Nicola, benché di qui all'essergli davvero amico ce ne volesse: come per tutte le forti personalità, non gli era facile trovare chi fosse all'altezza di stargli appresso in qualunque occasione, ascoltare capendo realmente, controbattere addirittura, magari convincerlo al punto di fargli cambiare idea: ciò che riusciva a me per un verso, che lo seguivo in tutto, e a Fabio che ci teneva anch'esso, dato il carisma di Nicola, a mostrarsi pubblicamente "all'altezza". E siccome era un buono, e sapeva voler bene, Nicola si ritrovò col tempo a legare anche con Fabio, un po' alla volta, cosicché si arrivò a considerarci tutti e tre inseparabili.

Nicola discuteva perfino coi fascisti, in assemblea, per mantenere la promessa fatta al segretario di Sezione di non provocare altre risse; Nicola era capace di risolvere in un istante, con una sola veloce intuizione, quel problema che in 4 o 5 ci ha affannato per un pomeriggio intero, in un garage umido, davanti alla testata smontata di un Morini 125; Nicola stava con la più carina della classe, ed anche qualche pariolina mostrava di preferirlo, sotto sotto, ai fascistelli dell'istituto; Nicola giocava bene a pallone, spesso era assente per importanti questioni di politica che lo trattenevano giù in Sezione e nel '77 era stato, appena quindicenne, nel cortile enorme dell'Università a fischiare al sindacato assieme ad altri mille compagni, aveva resistito con loro alle cariche dei celerini, ed assieme a molti di loro era stato fermato, nel disordine generale, identificato e schedato come soggetto pericoloso; Nicola spiegava l'evolversi del movimento studentesco, e tutti capivano, o fingevano di capire l'importanza politica di quei fatti di cui erano testimoni loro e protagonista lui. Si aveva davvero, ad ascoltarlo, l'impressione certa e inconfutabile di stare partecipando alla storia, e che all'indomani avremmo potuto dire, con orgoglio, "c'ero anch'io".

Invece non ci fu mai un domani, almeno non come veniva dato immaginarlo dalle previsioni e dalla tensione di cui Nicola ci pareva il tramite predestinato; vennero gli anni di piombo quella fiammata si andò spegnendo via via più veloce, e quando ormai il '77 era solo un ricordo, per i pochi di noi che ne avevano davvero capito l'importanza e le dimensioni, ci ritrovammo tutti scaraventati nell'ultimo anno di liceo, in un clima stagnante di prospettive di radicali cambiamenti, dovere affrontare, ciascuno per proprio conto, gli esami di maturità, con quel che, di ben più reale e definitivo, supponemmo ne sarebbe seguito.

Ma prima di quel momento dovette succedere ancora qualcosa di importante, per me, che avrebbe inciso giorno dopo giorno nella mia crescita.

Fu nel gennaio del '78, in primo liceo: avevo 16 anni, il viso un po' meno bambino, magari, senza ammetterlo, un po' stanco di aver sempre bisogno di Nicola per smontare un cambio, trovare conferma ad una mia interpretazione, un mio progetto, per sentirmi incoraggiato a parlare in assemblea o in sezione, contraddicendo qualcun altro. Non che Nicola mi facesse pesare tutto questo, ma è che in effetti lui era sempre più svelto, tempista, ragionevole, era sempre un passo avanti a me, in tutto. Dandomi sicurezza, per il fatto di essergli amico, ma provocando in me anche una certa insofferenza, a tratti, che davvero mi sembrava di non saper muovere un passo senza di lui. Gli volevo e gli voglio tuttora, un bene dell'anima, come a un fratello, ma sentivo dentro di me una strana oppressione, o insofferenza che dir si voglia, poiché avrei voluto dimostrargli, per una volta almeno, di sapermela sbrigare da solo, e l'occasione, benché la cercassi, non veniva mai. Fino, appunto, a quella sera.

Avevo un giaccone di velluto beige, foderato all'interno, che mi piaceva da morire. Sul mio Benelli 125, assieme a Luigi, stavo tornando da Prima Porta dove eravamo andati, come ogni mercoledì, a dare ripetizioni ai ragazzi delle medie. Attività, questa, che consideravamo quasi alla stessa stregua di una missione: eravamo convinti che la cultura, lo studio, l'istruzione, fossero le basi necessarie e sufficienti, per un individuo, alla formazione di un'autonoma coscienza civile. Insomma, senza lo studio, non si possono capire molte cose: lo stesso Mantovani, che aveva solo la V elementare, s'era letto e studiato con pazienza, diceva, un sacco di libri tra cui anche Marx e Gramsci. Lo aveva fatto ai tempi dei fatti di Ungheria, e soltanto allora s'era finalmente deciso e convinto che il comunismo, come ogni altra utopia, passa attraverso una prevaricazione. Il fine – diceva assumendo un'aria di grande saggezza – giustifica i mezzi –. E qui Fabio, il più irriverente e sfrontato tra noi, non mancava di proporgli la contraddizione tra un'idea come quella Marxista, di uguaglianza e solidarietà sociale, ed un principio come quello Machiavelliano della Ragion di Stato. Era a quel punto che sentivo vacillare tutte le mie certezze ideologiche, giacché non ho mai sopportato di scoprirmi in contraddizione, ed era a quel punto che Mantovani tirava fuori il suo asso nella mancia, e grazie a quelle tante e faticose letture cui si era caparbiamente applicato, prendeva a parlare come un vero intellettuale: – Se la tua idea è giusta, qualunque tipo di ostacolo non è altro che una vera e propria reazione mascherata da opposizione... e come ogni reazione è provocata dalla resistenza dei gruppi egemoni alla affrancazione delle masse, in corso o già realizzatasi, e se la tua idea è giusta.... bada bene devi esserne ben convinto... – e nello scandire queste frasi guardava soprattutto me, sapendomi ben attento a quel che stava per dire – allora quella che tu chiami violenza è solo lo strumento unico per la giustizia! –, concludeva quasi stesse tenendo un comizio, poi riassumeva quell'aria altera ed orgogliosa di sempre, tornava ad aspirare il sigaro che stringeva tra i denti: – Ma queste sono soltanto le solite menate di tutti quegli intellettuali del pirla! – aggiungeva quasi a volersi giustificare, e prendere le distanze da tutte quelle parole pensate e scritte che s'era scoperto d'un tratto a salirgli in bocca. E tornava a piallare una vecchia porta, o a rimontare un vetro di qualche finestra: – pala e piccone gli ci vorrebbe – ripeteva tra sé – altro che parole – ... e soltanto nel lavoro, si capiva, egli trovava davvero delle risposte, o forse soltanto non sentiva più il bisogno di far domande.

Dunque, mentre con Luigi spiegavamo la storia e la letteratura ai ragazzi di 12, 13 anni, in uno stanzino messoci a disposizione dal partito, era come se stessimo costruendo altre decine di coscienze orgogliose e caparbie, come quella dell'operaio specializzato Mantovani, fieri e presuntuosi di quella missione di cui ci ritenevamo allora responsabili.

Avrei fatto il professore di Lettere, questo pensavo nell'oasi dei miei 16 anni, mentre Luigi mi invitava a deviare per Ponte Milvio, "così risaliamo dalla Flaminia Vecchia e ci fermiamo un momento da Mondi". – Ti vorrei proprio vedere giù nel terzo mondo, con queste tue voglie improvvise di bignè al cioccolato –, gli feci ironico, ma acconsentii a deviare per il percorso che mi aveva suggerito.

Parcheggiammo la moto sul piazzaletto antistante il locale, Luigi mi precedette verso l'entrata, mentre io avevo notato una ragazza seduta sul Boxer, che mangiava un gelato e si guardava intorno con aria quasi strafottente. Ma ne rimasi colpito soprattutto e solamente perché riconobbi in lei una delle tante ex di Fabio, e ciò bastò a classificarla, benché ci fosse nel suo sguardo qualcosa di diverso rispetto a quelle stupidine di cui Fabio era sempre circondato.

La maggior parte dei ragazzi che sedevano ai tavoli, indossavano il classico giubbetto panno, Camperos ai piedi, e mi guardavano storto. Soltanto mentre Luigi usciva, e mi porgeva un bignè al cioccolato, di cui non avevo assolutamente voglia, capii che tutti quegli sguardi dovevano essere motivati dalla copia del Manifesto che avevo lasciata appoggiata sul sellino della moto: e infatti due abbastanza alti, d'improvviso si alzarono e si diressero proprio verso il mio Benelli grigio. Come sempre in queste occasioni, mi sentii mancare il fiato, e il cuore che prendeva a battermi in petto ad una velocità indicibile.

Aspettavo soltanto che ci fosse una provocazione aperta, poi avrei agito e tutto sarebbe durato un attimo: la presenza di Chiara, così mi pareva si chiamasse quella ragazza sul Boxer, era uno stimolo e insieme un vincolo a non lasciar cadere quel gesto che ora compivano i due, di prendere il giornale in mano, e cominciare a strapparlo senza neanche guardare dalla mia parte, arroganti e sicuri che nulla avrei detto o fatto visto che erano fisicamente più grandi di me. Ma non fu così. Aspettai che tornassero a sedersi al tavolino dal quale si erano alzati, e che raccogliessero i complimenti taciti del resto del branco per la loro bravata. Quindi mi avvicinai e, mi viene da ridere ancora adesso, a ripensarci, spiaccicai il bignè che ancora intatto avevo in mano, sulla testa di uno di loro.

Poi, mentre ne seguiva una colluttazione con altri due o tre che s'erano alzati, ed io cercavo di mantenermi appoggiato con le spalle al muro sì da potermi difendere meglio, Luigi che nel frattempo era riuscito a non farsi notare, correva verso la moto e da sotto la sella estraeva la catena ed il lucchetto. – Via... via... – urlava, terrorizzato come sempre in queste circostanze, e quell'urlo assumeva proprio perciò una risonanza quasi inumana, da far venire i brividi, e nel frattempo agitava, rotandola sopra il capo la catena, e faceva in modo, avvicinandosi, che intorno a me cominciasse a farsi il vuoto.

Sembrò tutto finito ci guardavamo ancora in cagnesco, ma sembrava che si fossero calmati mentre m'avvicinavo lentamente alla moto, con Luigi, e stavo per accenderla. Fu in quell'istante che sentii un grido femminile, mentre ero distratto dall'accensione difettosa del Benelli: era Chiara, mi girai, mi scansai d'istinto e riuscii ad evitare che m'arrivasse una catenata in testa. Poi vidi gli altri avanzare verso di me, erano in cinque, quasi tutti più grossi "stavolta" pensavo "le busco davvero", e ciò che mi preoccupava era che potesse andarci di mezzo anche Chiara, che m'aveva avvertito poco prima e non appena inizia me la prendo con uno solo, come m'ha insegnato Nicola, perché tanto prenderle per prenderle almeno ad uno la voglia glie la fai passare: così riesco a spingerlo a terra, e comincio a riempirlo di calci, ed è come se non sentissi la botte che cominciano ad arrivarmi addosso, e che tra un po' mi faranno cadere.

– Fermi! fermi! –, sento urlare, e mi accorgo che in pochi attimi i protagonisti della rissa non mi sono più intorno, si allontanano velocemente sui vesponi, urlando minacce a me e Luigi, mentre quello in terra viene aiutato ad alzarsi, ha il viso buono, forse ho sbagliato a prendermela con lui. Rifiuta con orgoglio ogni aiuto, si pulisce addosso, avvia la Vespa, e se ne va senza fretta, con dignità. Mi giro, li vedo.

Sono Marco Rovelli e Claudio Martini, due compagni di sezione, più grandi sia d'età che nel fisico, alle manifestazioni stanno sempre nel servizio d'ordine, ben noti anche tra i fasci, ora capisco la fuga improvvisa dei miei avversari. Non sono scesi dal Morini 3/½, e non scendono tuttora, è bastato che apparissero: – Conviene che sparite in fretta di qui, – mi fanno – stasera per Vigna Clara e dintorni converrà non girare da soli –. Faccio un cenno col capo, orgoglioso che si rivolgano proprio a me, salutano e vanno via, dicendo che hanno fretta.

Credo che non potesse esserci un modo più esaltante nel quale potessi conoscere Chiara, le andai vicino, mi offrii di scortarla fino a casa: – tu... non sei la ragazza di Fabio? – le chiesi a un tratto con voce stupidamente ansiosa, lei scosse il capo sorridendo, e mi feci coraggio di chiederle una sigaretta.

Restammo imprudentemente ancora un po' da Mondi a parlottare tutti e tre, ci tenevo a sancire davanti agli altri avventori la mia legittimazione a star lì; in un posto al confine esatto tra due zone, Ponte Milvio e Vigna Clara, una rossa e l'altra nera, e per quella sera fu come se l'avessimo conquistato io e Luigi quell'avamposto.

Poi accompagnammo Chiara a casa, in via Jacini, aspettando addirittura che s'affacciasse alla finestra per confermarci d'essere ormai al sicuro, poi lasciai Luigi a via Gosio, ed arrivai a via Nitti, dove abitavo io, portai la moto in garage, badando bene che non ci fossero fasci ad attendermi, salii in casa e mi presentai a tavola che era giusto l'ora di cena.

E mentre mia madre mi domandava ansiosamente cosa avessi fatto allo zigomo, mio padre, giornalista indipendente di sinistra: – finirà questa storia!!... raccontami che magari un giorno se me lo fanno passare, ci scrivo un articolo sulla situazione nei quartieri neri... –, mi diceva, e con orgoglio gli sedetti accanto per dirgli tutto: finì che restammo alzati fino a tardi, fumando e bevendo assieme, come due compagni di lotta momentaneamente rientrati in trincea.

Quella era stata la prima volta che ero riuscito a levarmi dagli impicci senza l'aiuto di Nicola. Questi sarebbe intervenuto in mia difesa perché mio amico, e mi avrebbe fatto sentire per l'ennesima volta come un pulcino sotto la chioccia. Ma Claudio e Marco si erano fermati, senza neanche conoscermi se non di vista, perché erano due compagni, così come eravamo io e Luigi, e tra compagni ci si aiuta indistintamente, a prescindere dall'amicizia.

Insomma, se non ci fossi stato io, ma un altro, quella sera Marco e Claudio sarebbero intervenuti ugualmente, e tutto ciò mi faceva sentire, mentre fumavo senza timore avanti a mio padre e gli raccontavo i fatti, finalmente autonomo ed emancipato dall'affetto protettivo di Nicola.

Quel senso di solidarietà indistinta, spersonalizzata e perciò maggiormente preziosa, che regnava tra compagni, nel senso politico della parola, e faceva sì che bastasse una chitarra, un giaccone di velluto o di pelle; una moto scassata od una copia del Manifesto, perché scattasse la molla del reciproco e spontaneo parlarsi, darsi del tu, offrirsi da fumare e venire in aiuto in occasioni come quella di quella sera; tutto questo già sarebbe bastato a farmi sentire al sicuro, nella mia acerba ma preziosa adolescenza. Ma non c'era solo questo.

C'erano i compagni di scuola, con i quali ci si riuniva al pomeriggio a casa di qualcuno per discutere strategie di politica nella scuola, ascoltando cantautori o country americano, fumando uno spino che girava lentamente da una mano all'altra (e che io, tra l'altro, non imparai mai a saper "rollare"), o bevendo un goccetto; altre volte il pomeriggio lo si passava avanti a un motorino da riparare, mentre le ragazze se ne stavano distese o sedute sui prati del villaggio, e qualcuno suonava la chitarra e qualcun altro si preparava la lezione del giorno dopo perché era di turno alle programmate; ognuno faceva qualcosa di diverso, ma tutti facevano ogni cosa insieme, nello stesso posto, nello stesso momento, e se c'era un concerto di Bennato o Venditti o De Gregori o Dylan, si andava avanti tutti insieme, non esisteva che qualcuno rimanesse a casa. Poi c'era il nostro punto di riferimento, la taverna-birreria-hosteria e quanto altro si vuole, da "Naso", a Ponte Milvio, proprio davanti alla sezione del PCI, in un vicolo stretto e lurido, tra un'officina di un meccanico amico di Nicola, e una ricevitoria del lotto.

Infine c'erano i miei amici, ed erano Nicola e Fabio. Eravamo inseparabili. Non so perché, visto che di fatto avevamo caratteri diversi, e soprattutto Fabio rispetto a noi altri due.

Lui riusciva sempre a scherzare, scherzava in continuazione, ma aveva la capacità di diventare improvvisamente serio quando c'era una ragazza nuova su cui far colpo, o ci si trovava in sezione e si capiva che non era aria di far gli spiritosi. Con le ragazze ci sapeva fare a volte meglio di noi, e spesso sfotteva Nicola, per quel suo lungo accoppiamento con Nicoletta senza neanche un tradimento, e me, per la lentezza e la timidezza di cui ero schiavo nei confronti dell'altro sesso. E quando in primo liceo finalmente mi misi con Chiara, e per farlo non dovetti, come sempre avevo fatto in precedenza, chiedere consiglio a Nicola, e neanche a Fabio, sentii dietro gli scherzi di quest'ultimo, che in realtà era contento per me:

– A me non importava nulla di lei... però è carina... non preoccuparti, vai tranquillo. Ah... sappi che io non ci ho fatto nulla –, e queste erano state le prime cose che s'era premurato di dirmi. Ragionava da solo, Fabio, sapeva essere opportunista, sapeva adattarsi, e non giurò mai su null'altro che non fosse la nostra amicizia, giacché pure le donne, per lui, erano e sono tutt'ora soltanto una distrazione; eppure quella fiducia che sempre, ed istintivamente come era nella natura di entrambi, io e Nicola gli conferimmo, si dimostrò fondata, perché in ogni occasione veramente importante, davanti a qualsiasi pericolo serio, Fabio seppe sempre mettere da parte la sua voglia di divertirsi, ed agire da uomo, con una lucidità ed una determinazione che Nicola: – Se si adoperasse con lo stesso impegno in politica, – diceva – sarebbe uno dei migliori del movimento. E' rivoluzionario mancato, perché si dà da fare soltanto quando le cose lo colpiscono in prima persona –.

Ma Fabio come ho detto, dimostrò di sapersi e volersi muovere con la stessa determinazione quando i fatti andarono a colpire, qualche anno dopo, il nostro amico Nicola.

Io, dal canto mio, avevo cominciato a lasciarmi crescere un po' di più i capelli, ed evitavo di radermi più di una volta ogni dieci giorni: scoprivo che ciò mi conferiva un'aria più interessante, gli occhi fondi e neri, il viso un po' scavato, un'atmosfera virile e decadente intorno alla mia persona, alla quale, e nella quale, giocavo ogni mattino prima di uscire. Chiara fu per me la prima esperienza davvero seria, e dopo un avvio un po' contrastato, aveva due anni meno di me, e non sopportava, all'inizio i miei continui riferimenti alla politica, mandandomi però in bestia, le cose cominciarono ad andar meglio. E così, a metà del II liceo, si può dire che la nostra storia aveva già un equilibrio, Chiara aveva stretto amicizia con Nicoletta, e credo le era servito molto, anche perché Nicoletta era una che sapeva vivere e trattare con la gente; io Fabio e Nicola, solidali fedeli e inseparabili, ormai, vivevamo il culmine della nostra amicizia da adolescenti, fatta di promesse, sogni e progetti più o meno sentiti, che occupavano ogni momento di riflessione che nella giornata si creasse. E il tempo passava.


Parte III

Ultimo anno di scuola, eravamo al Circeo, a casa di Cristina, la tradizionale gita dei cento giorni dall'esame di maturità.

S'era partiti con tre macchine e qualche moto: infatti 18 anni li avevamo compiuti ormai quasi tutti, e non avevamo perso tempo nel prendere la patente. E poi c'era anche chi, come Cristina e Fabio, guidavano appena con il foglio rosa. Fabio, perché era incosciente, Cristina invece aveva le spalle al sicuro: era figlia di un magistrato. Partimmo di venerdì, alla faccia di tutte le superstizioni, e si può dire che nei tre giorni che restammo al mare successe tutto quanto ciò che, ancora, doveva succedere per completare, in bene e in male, la nostra esperienza. Il tempo delle lotte, come lo chiamavamo in quel periodo, era ormai terminato, Vigna Clara e Monte Mario non erano più zone pericolose, e addirittura a scuola si giocava a pallone assieme agli stessi con i quali, fino all'anno precedente, s'era fatto a botte in Assemblea; non c'era più un motivo di distinzione tra rossi e neri, e le idee che, seppur diverse, ciascuno in buona fede aveva coltivato tanto a lungo: eravamo ormai solo dei ragazzi che, ad un passo dalla fine delle scuole e di un'età che fino a ieri era apparsa immortale e interminabile, estranea al senso continuo del divenire tutto intorno, cercavano di divertirsi il più possibile prima che l'esame di maturità segnasse, definitivamente, ed in modo inderogabile, quel trapasso di cui già cominciavamo ad avvertire i contorni in maniera più concreta e definitiva. Ma il problema del crescere assieme sta proprio in questo, e cioè nel fatto che viene inevitabilmente il momento nel quale le differenze escono fuori, e la differenza più grande e insormontabile, in qualche modo determinante di tutto il corso futuro della sua vita, si manifestò in quei tre giorni, e riguardava proprio Nicola. Ma andiamo con ordine.

In questo clima nuovo e ambiguo eravamo partiti la mattina presto, dopo esserci ritrovati davanti alla scuola, e durante il viaggio non avevamo fatto altro che superarci, rincorrerci sputarci e farci gestacci con le mani, lungo la Pontina sgombra, fino all'imbocco della fettuccia di Terracina, dalla quale si apriva, assieme a decine di altre, la strada privata che portava al comprensorio dove era la casa di Cristina. Arrivammo. La villetta era proprio in riva al mare, una costruzione bianca sul genere di quelle di Sperlonga o di Vieste. Si entra da un giardino nel quale c'era addirittura un dondolo, Fabio e Nicoletta, si misero subito a sedere lì, e cominciarono a sfotterci mentre scaricavamo ciascuno il suo zaino, e Nicola scherzando, faceva dei segni come a dirle "ne parliamo dopo".

Le stanze erano due, più un soggiorno, bagno e cucina, e mentre Luigi e Cristina cominciarono a giocare con la pompa del giardino bagnando tutti quelli che gli passavano a tiro, gli altri buttarono a terra, proprio nel soggiorno, zaini e sacchi a pelo, e nel giro di pochi minuti quella stanza piccola per 15 quanti eravamo, sembrava già un accampamento in piena regola. Cristina Nicoletta e Giuliana andarono a ficcarsi nel bagno per fare una doccia, e mentre sentivo lo scroscìo dell'acqua, i loro strilli e quelli di qualche ragazzo che davanti alla porta contrattava per ottenere di entrare a lavar loro la schiena, io presi per mano Chiara, uscimmo, e ci dirigemmo verso la spiaggia, che mancava poco al pranzo.

L'unico errore che fece Fabio, fu quella storia con Nicoletta; – Ma quella te l'ho perdonata – gli fa Nicola spegnendo la cicca nel posacenere rosso, e la mano ancora oggi gli trema; sicuramente a causa del ricordo – ... a quel tempo tu eri ancora più scemo di adesso – e sento in quell'offesa un affetto sterminato, giacché solo noi siamo capaci di offenderci, insultarci e prestarci una camicia o trentamila lire, e fare ognuna di queste cose con lo stesso intento d'esserci d'aiuto. Ma chi non ha vissuto cose così, non può capire – ed essendo scemo – continua Nicola, ed a me riesce di sorridere – non potevi giammai capire che a una donna oltre che scoparla, si può anche volerle bene... tanto bene.... amarla... anche se sono ormai due mesi di seguito che tenta di convincerti a fare l'università, dopo le scuole, e non riuscendoci ti dice in continuazione che "sei troppo rigido", con lo stesso tono con cui si dice a qualcuno "sei un cretino"... forse, in fondo aveva ragione...... – si volta quasi stia per piangere, Nicola, e mi guarda come se per una volta potessi essere io a dargli delle certezze – ma non credo che avesse ragione... – non lo crede, ed è soprattutto per questo che il modo in cui s'è conclusa la sua storia con Nicoletta appare, a lui, a me e perfino a Fabio, un tradimento che ancora oggi fa un male cane, e lo porta a stringere forte il viso, gli occhi, e le mani, perché a Nicola non piace piangere davanti a nessuno, neanche a noi.

Ed ecco Fabio che si alza, gli si china incontro, e lo bacia, e verrebbe da fargli una foto a questi due, che sembrano un quadro letterario di fine ottocento, fumo, alcool, il ricordo di una donna, e del dolore grande da dividersi, in parti uguali, da buoni amici: dentro una bettola la stessa di sei anni fa, in un angolo di Roma assente da qualunque cartina turistica. Provo a collegare, attraverso il filo della logica, tutto ciò che è accaduto in questi anni e per farlo non è necessario andare in ordine cronologico: l'anno scorso Nicola è uscito da prigione, c'era stato una settimana solamente, quanto basterebbe a ciascuno per arrogarsi di decidere la morte o la vita di chiunque, compreso se stesso. Ed oggi siamo qui, praticamente da 4 ore, adesso sono le 21. Smetto di pensare tra me, svelo agli altri due il filo segreto della mia mente, m'accorgo che stavamo cercando d'indovinarlo da qualche minuto, già:

– Nel Marzo dell'80 ci eravamo dati appuntamento, ricordate?... –

– Qualunque cosa accada – ripete Fabio come fosse allora – il 21/3/86 ci rivedremo da Naso, sposati, emigrati, e addirittura militari... – e qui sorride, perché lui ha indosso la divisa da ufficiale, ha scelto la carriera militare – diserteremo, divorzieremo o torneremo dall'America, ma ci incontreremo. Questo è un giuramento su quanto di più sacro esiste: la nostra amicizia –.

Anche Nicola si ricorda, tutti ricordiamo, come potrebbe essere altrimenti: – Fu la promessa tre ragazzi, ... ed ora siamo forse tre uomini... Nicola non fumare così tanto – gli faccio, e lui sorridendo mette via la MS; – ... è una debolezza aggiungo – e sorridiamo tutti e tre poi torno a ripercorrere, ad alta voce, il sentiero dei ricordi.

Chiara era venuta con noi, ed assieme alla nuova ragazza di Fabio, Daniela, costituiva l'unica ospite nella realtà un po' esclusiva che era per noi il "gruppo". Indossava una gonna a fiori su un fondo verde acqua, un maglione di lana grossa di identico colore, stivali di pelle col tacco abbastanza alto, e un giaccone di renna chiara, spesso, che la riparava dalla brezza marina. Io, che avevo la barba incolta come al solito, ed i capelli neri più arruffati del solito, la guardavo mentre procedeva con attenzione avanti a me, nella sua camminata incerta e molto femminile, stringendosi nella giacca dal freddo, ed i capelli castani e morbidi, abbastanza lunghi, quasi le si perdevano nel vento. Superammo un chioschetto chiuso, accanto al quale stavano barche a vela disarmate e wind surf, e ci sedemmo quasi sul bagnasciuga, l'uno di fronte all'altra. Guardava il mare agitato, che pareva dello stesso colore del suo maglione, il suo profilo e quelle labbra piccole, socchiuse, un po' da bambina, mi stringevano qualcosa dentro, che non so dire.

– Sei sicura di non sentirti in imbarazzo? –

– Non hai ancora capito, Luca, che di Fabio non mi importa niente, dopo tutto questo tempo. E neanche prima, sai? Tu sei suo amico, ma a volte mi sembra che voi ragazzi su certe cose stentiate a capirvi... le ragazze per lui sono solo un gioco, la politica è solo un gioco... –

– Gli amici no! – la interruppi come se stesse per guastarmi il senso e la solidarietà di noi tre che, davanti allo sguardo piccolo e un po' ironico di Naso, ci caviamo dalle tasche tutti spicci che abbiamo per pagare il conto, o che ci arrovelliamo, magari prendendoci a spintoni, sulla testata aperta d'una moto, o giochiamo a pallone in circolo, al villaggio, e non facciamo entrare nessuno tra noi, solo Luigi ogni tanto, perché nessuno è capace, come noi, di passarsi una palla per ore, senza farla mai rimbalzare in terra...

– Forse no... e poi... con lui neanche ci sono andata... lo sai? –

Abbassai lo sguardo, avevo poco più di diciotto anni, e il solo pensiero che lei potesse essere stata di un altro, chiunque fosse, mi terrorizzava, nonostante tutti i discorsi fatti mille volte sul sesso libero, le ridicole scenate di gelosia, l'indipendenza, la pillola, l'aborto, la libertà e tutto il resto, corna comprese. Forse, adesso me ne rendo conto, nei rapporti con le ragazze ero immaturo, era l'unico settore della mia esperienza nel quale sapevo di avere ancora qualcosa da imparare, ma certo non potevo rifarmi, per questo tipo di cose, all'esempio onnipresente della mia adolescenza: Nicola. Era qualcosa di troppo diverso ed inspiegabile, quella sensazione acuta e lancinante di nostalgia, mai provata prima, che conobbi nell'osservare Chiara mentre giocando con la sabbia, seduta a gambe incrociate, rispondeva alla domanda che le porsi d'istinto, quasi senza accorgermene:

– No... – e mi guardò dritto negli occhi – non l'ho mai fatto con nessuno... fino ad oggi – aggiunse con un velo inquieto di dolcezza, che era al tempo stesso una domanda nei miei confronti, e mi sentii un po' sciocco, perché, mi pareva, un motivo preciso. Riuscii a trattenermi, forse è soltanto che non ebbi il tempo di ragionare su quella sensazione, perché voltandomi verso casa, vidi che dal cancelletto del giardino venivano giù gli altri, al completo.

Restammo lì tutto il giorno, mangiando dei panini a pranzo, ed a sera accendemmo il fuoco: la fiamma durò fino a notte tarda, e noi lì davanti, stanchi ed appagati per aver giocato a palla quasi tutto il pomeriggio, ed esserci fatti in continuazione scherzi con l'acqua.

Mi sembrò come se la luna si stesse spegnendo nella notte, un minuto dopo l'altro, poi guardai Chiara, e senza dir niente ci alzammo e ci incamminammo abbracciati verso casa.

Nessuno fiatò, e per una volta tanto, mi parve scontata e necessaria quella improvvisa riservatezza di cui tutti mi parvero capaci nei nostri confronti.

Il suo corpo nudo giaceva addormentato accanto al mio, mentre non riuscivo proprio a prendere sonno. In realtà non c'era una ragione che giustificasse la mia ansietà: avevo potuto rendermi conto, per quel po' che ne sapevo in materia, che Chiara era effettivamente vergine, e d'altronde nonostante fosse stata anche per lei la prima volta, era andato tutto bene. Nessun segno di nervosismo che potessi rimproverarmi di averle manifestato, anche se lei, parendomi in ciò già più donna di quanto io in quel senso mi sentissi uomo, s'era dimostrata molto più preparata di me alla cosa. Era stato un attimo veloce ed incosciente, del quale però adesso, in un altro tanto immotivato senso di potenza, ricordavo ogni dettaglio, e forse era proprio ciò a vietare il sonno. Cercai le sigarette sul comodino, ma sentii al tatto che il pacchetto era vuoto.

Feci allora attenzione ad alzarmi senza scuotere Chiara, poi sceso dal letto badai a coprire bene il sacco a pelo, ed uscii poi dalla penombra soffocante della stanza da letto.

Ero scalzo, e m'ero messo in jeans ed una camicetta gialla sbottonata, ma in realtà non sentivo freddo. Dal punto nel quale mi trovavo, vedevo il soggiorno buio e semivuoto, e ne deducevo che gli altri dovessero avere deciso di passare la notte in spiaggia. Però non avevo voglia di uscire. Così, siccome vedevo una striscia di luce provenire, assieme alla voce di Nicoletta, da dietro la porta socchiusa dell'altra stanza, la spinsi ed entrai.

Sul lettone matrimoniale vidi, appoggiata alla spalliera di legno, Nicoletta che, nuda e bellissima, teneva sul grembo Giuliana, carezzandole il collo e i seni. Lì per lì non volli rendermi conto della cosa, tanto ero stupito ed eccitato allo stesso tempo, e stavo per uscire quando Giuliana, accortasi di me;

– Oh… – fece per nulla imbarazzata – c'è qualche altro uomo che gira per casa come un fantasma?–

– Io… cercavo da fumare – feci come per giustificarmi, ché ora l'imbarazzo mi assaliva sempre e prendeva il sopravvento.

– Allora sei capitato bene, vietti a sedere che ci facciamo una canna… –

In realtà non avevo voglia di farmi addirittura una canna, ed avrei voluto tornare da Chiara, nella certezza che accanto a lei, stavolta, al sicuro da tutto, mi sarei finalmente addormentato. Era come se capissi che altro stava per accadere, e volevo andarmene, ma mi seccava ammettere così la mia sorpresa, lo stupore, l'imbarazzo. E poi tutta la situazione mi spaventava, temevo che potesse entrare qualcuno, o che rimanessi coinvolto in ciò che accadeva lì dentro. Fin'ora Nicoletta mi aveva soltanto guardato fisso mentre interloquivo con Giuliana; poi, come per rendermi meno a disagio scansò l'amica, e indossò una camicetta che le copriva a malapena, però, i grandi seni bianchi, e lasciava intravvedere facilmente il pube in trasparenza. Così ottenne l'effetto contrario, ma ero lì, e non sarei fuggito come un pupetto di 12 anni. Tentai di rispondere ai mille dubbi che mi attraversavano, e un po' anche per darmi un tono:

– Perché – hai detto "qualche altro uomo?" – le chiesi – chi altro c'è? –

– Fabio – fu la sua risposta, guardandomi dritto negli occhi come a voler studiare la mia reazione, e mi sentii morire. Ecco perché non avevo mai legato molto con Nicoletta; perché non mi era mai stato possibile stringere amicizia con una persona che non conoscessi a fondo, ed era sempre stato come se capissi che molte cose di lei mi sfuggivano, da sempre.

Fabio entrò in quell'istante, e mi guardò sorpreso e intimorito. Non disse nulla, e non gli chiesi nulla: lui continuava a tenere in mano le cartine e una paletta di stagnola che doveva avvolgere il cioccolato, mi fissava quasi atterrito, nell'indifferenza delle due donne: non mi trattenni nel dargli una manata sull'avambraccio, il fumo e le cartine gli caddero in terra e poi, senza guardare le ragazze, uscii di lì chiudendomi la porta alle spalle.

Tornai da Chiara, mi infilai nel letto con lei e stavolta, rimandando all'indomani ogni pensiero, mi addormentai in un istante.

Il mattino dopo non mi curai nemmeno di dove potesse essere Chiara, accorgendomi che il posto accanto al mio era vuoto: il mio primo pensiero fu Nicola. Mi diressi in cucina, dove Luigi, era seduto a far colazione: – Ciao –; – Ciao –, risposi.

– Le ragazze sono andate a far la spesa… –

– Chi? – gli domandai

– C'erano Chiara, Cristina, Giuliana, Nicoletta e Nicola.

– Anche Nicola? –, feci, e Luigi confermò con un cenno del capo. Poi chiese: – Senti Luca, mi presti la macchina? – Vorrei fare un giretto nel comprensorio… –

– Non ti ammazzare – gli dissi porgendogli le chiavi dell'auto, e mi accorsi, mentre finiva in fretta il suo latte, d'averlo fatto felice. Ringraziò di nuovo e uscì.

Guardai l'orologio appeso al muro: erano le undici, accidenti quanto avevo dormito! Chissà, magari in questo momento Chiara starà camminando per Terracina, precedendo il gruppo delle amiche assieme a Cristina, o Nicoletta, raccontandosi in segreto di questa notte. Mi sentii enormemente ridicolo e inutile subito dopo aver formulato questo pensiero, e prima che potessi analizzare più a fondo, e come mia natura, quella contraddizione, entrò fortunatamente Nicola. Una luce intensa e opaca allo stesso tempo navigava nel suo sguardo stanco, mi sedette di fronte, spiegandomi che all'ultimo non se l'era sentita di accompagnare le ragazze, ed era tornato indietro. Mi sedette di fronte, e stava lì, in silenzio poi, guardandosi intorno.

Io morivo di rabbia e di tristezza, e non sapevo se parlargli o no.

– Cos'hai grande capo? – gli feci a un tratto non potendone più, nella speranza che fosse lui, dicendomi quel che sapeva, a cavarmi da quell'impiccio. Raccolse il fiato, era la prima volta che lo vedevo così, come se gli pesasse addirittura parlare.

– Tu sapevi di mio padre? –

– Sì… cioè non so a cosa alludi… –

– La cassa integrazione a zero ore… –

Feci sì col capo, e volevo saperne di più. La cassa integrazione era un provvedimento governativo che assegnava dei contributi straordinari alle grandi aziende in crisi; per tutta la durata (spesso si trattava di anni) del finanziamento, i lavoratori erano lasciati a casa col minimo dello stipendio, in attesa che attraverso il contributo dello Stato, ed il lavoro dei pochi trattenuti, a turno, in fabbrica a lavorare, l'azienda uscisse dalla situazione di difficoltà. Sapevo tutte queste cose, perché qualche volta ne avevo parlato in sezione, incazzatissimi perché spesso la cassa integrazione non era altro che l'anticamera d'una serie amplissima di licenziamenti collettivi: il padronato, dicevamo noi, ed i fatti purtroppo ci davano ragione ogni volta, prima si mangiava finché possibile i soldi dello Stato, con la inevitabile compiacenza, ottenuta a mezzo tangenti, degli organi di sorveglianza dell'attuazione della cassa integrazione stessa; poi seguivano i licenziamenti, esportazione all'estero dei capitali, e altre porcherie. Ricordavo bene tutto questo, perché quando in sezione s'era parlato di questa cosa, ero rimasto sconvolto e inviperito dalla circostanza che gli organi di informazione, giornali, riviste e RAI, nascondevano all'opinione pubblica tutta questa vergognosa faccenda. C'erano stati addirittura dei suicidi di alcuni lavoratori che, per una serie di inadempimenti dall'alto, tipicamente ed esclusivamente italiani, s'erano ritrovati in busta paga, dopo ritardi di due o tre mesi, cifre come 200.000 lire o giù di lì, e s'erano ammazzati nella speranza di poter lasciare alla famiglia almeno una pidocchiosissima pensione: tutto questo, poi, era stato denunciato a livello di scandalo solamente su Famiglia Cristiana, e questo era quanto ci mandava di più in bestia, a me e gli altri, essere preceduti da una rivista ecclesiastica.

Comunque chiesi a Nicola di spiegarmi bene cos'altro fosse successo a Mantovani, benché ormai ne avessi un sospetto più che fondato.

– Ho telefonato adesso a casa, mia madre era disperata, lo hanno licenziato assieme ad altri 200.

– E lui che dice?

– Lo sai come è fatto lui… dice che il sindacato interverrà presto in questa situazione, che torneranno in piazza le grandi folle e che tutta questa manovra del padronato si rivolterà a favore del movimento operaio che ritroverà unità, solidarietà,… quasi è contento, dice che si annuncia in periodo nuovo di grandi lotte…

– Tu non ne sei affatto convinto… vero?

– Io penso che se il sindacato avesse voluto o potuto imporsi, lo avrebbe fatto già fatto prima di arrivare a questo punto –. E capivo che aveva ragione, era ormai più di due anni che questa situazione si trascinava, per la sua ed altre centinaia di famiglie, nella disattenzione della stessa classe operaia. Almeno di quella parte non colpita da situazioni del genere. E la gente, la gente comune, non solo non sapeva, ma neanche voleva sapere… almeno fin tanto che non ci fosse andata di mezzo in prima persona… non era solo un problema di informazione, il rischio era ancora più alto: che a nessuno, anche sapendo, potesse importare della sorte di un migliaio di famiglie che, in fin dei conti, e a bella posta, erano soltanto una minoranza. Come i pensionati, i disoccupati, e via dicendo. Gli esposi questo mio dubbio, gravissimo per ciò in cui avevamo creduto fino ad allora, e scoprii che ne era molto più cosciente di quanto credessi.

– Vedi – mi spiegò – va bene i problemi a casa per fare la spesa di tutti i giorni, le tasse e i libri di scuola, le spese di condominio, addirittura per momenti come questa gita… che, ho scoperto in questi due anni, e per quanto sia ingiusto hanno anche loro un costo… diecimila lire, ad averle o non averle, vuol dire stare con gli amici o non poterci stare…

– Non dire cazzate – lo interruppi – tu potrai stare sempre con noi, i soldi te li prestiamo io e Fabio, tra noi non sono mai esistiti questi problemi –.

Ma lui continuò come se non avesse ascoltato: – questa notizia mi fa sentire più vecchio di dieci anni… non ridere Luca, non so come spiegarti, non mi è mai successo, ma adesso… adesso ho quasi paura di tornare a Roma, domani mattina.

Era lì di fronte a me, Nicola l'invincibile, colpito nel suo unico punto debole, che era non tanto e non solo la famiglia, quanto e soprattutto il tradimento, come lo chiamò egli stesso, del sindacato, del suo grande ideale, e la politica che non gli appariva più, alla luce dei fatti di quei giorni, un tendere a situazioni di giustizia sociale sempre più solide… lo guardai fisso negli occhi, poggiandogli una mano sul volto, lo guardai forte in viso e:

– Non devi e non dovrai aver mai paura di nulla, finché noi tre staremo assieme – gli dissi, e lui, finalmente sorrise e fu come se tornasse, per un istante, quello di sempre.

E appena ebbi finito di dirgli questo, pensai con uno spasmo indicibile alla scena della notte prima, rividi Nicoletta con Giuliana sul grembo, e poi Fabio che mi guardava atterrito dal mio stupore, ma Nicola, non so come, quasi indovinando il mio pensiero, riuscì a farmi capire che noi tre eravamo ancora, e sempre, qualcosa di troppo forte per essere divisi. E così scendemmo in spiaggia, il cielo coperto, una luce falsa e il mare mosso il giorno prima, che minacciava chiunque s'avvicinasse, come fosse un gigante irato: comunque ci spogliammo, e ci tuffammo facendo a gara a chi saltava più in alto dei cavalloni. Amavo Nicola, con quel suo viso da antico guerriero, amavo Fabio, con la sua leggerezza in buona fede, e amavo me stesso, che da ieri, soltanto adesso lo capivo, amavo veramente Chiara. Nulla ci avrebbe mai divisi, pensavo trascinato dal risucchio delle onde, e insanguinato dalla loro schiuma viva; eravamo qualcosa di troppo forte per essere divisi da alcunché, Nicola, anche stavolta, aveva ragione.

– Come mi stanno? – fece Laura mostrando a Cristina i jeans che aveva lavato in varecchina, scoloriti e aderenti sul di dietro. E intanto Nicoletta urlava che qualcuno l'aiutasse a fare il sugo, Luigi suonava una canzone di Venditti, che ascoltavo spesso credendo di poterne capire a fondo il senso. Senza sapere che oggi, oggi che non l'ascoltiamo più, e neanche ricordiamo le parole a memoria, oggi soltanto quella canzone potrebbe, in parte, esprimere ciò che sentiamo dentro, a ripensare come eravamo, e come siamo diventati.

– "Compagno di scuola… – dice la canzone – compagno di niente ti sei salvato dal fumo delle barricate: compagno di scuola compagno per niente: ti sei salvato o sei entrato in banca pure tu?" – e tutti assieme, con Cristina che prende certi acuti inimitabili, e si guarda intorno sorridente, con quel suo fare splendido che le è valso il soprannome "pepsodent", cantiamo a presso a Luigi, che aveva detto, poco prima, "se suono io, voglio doppia razione di spaghetti". Ma dove li metterà, poi, magro com'è, m'aveva chiesto Giuliana.

Benché sembri strano, e non appaia dalle cose ora dette, quella sera, all'idea che il giorno dopo alla stessa ora saremmo stati di nuovo a Roma, per rimanerci fino a dopo gli esami, e la fine della scuola, fu come se ci stessimo salutando in partenza ciascuno per un viaggio diverso, lontano, con l'ansia di forse non più vederci. Un'impressione? non so, comunque in effetti quella fu davvero l'ultima volta che vivevamo un'esperienza tutti insieme, 15 quanti eravamo quelli del "gruppo". Perché gli esami, l'avevamo ben chiaro in testa, non erano come le programmate, erano per ognuno, volenti o nolenti, una faccenda privata. Nicola, poi, col suo destino che già si lasciava presagire con prepotenza, era lontano e solo più di tutti noi da quella sera stessa. E fu per questo, soprattutto, che mentre Luigi ci spiegava che dopo le scuole avrebbe rifiutato la divisa, perché la patria si difende con la pace, il disarmo e la lotta alla fame nel mondo e non in armi come dicono i politici, mi venne in mente quel giuramento che oggi ci ha riuniti ancora qui da Naso, a me Fabio e Nicola. E giurammo, solennemente davanti a tutti, che tra sei anni, qualunque cosa fosse accaduta, fossimo addirittura entrati in banca, come diceva la canzone, ci saremmo incontrati a parlare di questi giorni che ancora stavamo vivendo. Luigi, seduto con la Ranger EKO 12 corde, ci guardava e, benché volesse aggiungersi a noi, non lo fece. Ed anche questa, probabilmente, fu una piccola circostanza del destino.

Era neanche mezzanotte quando, dopo aver cantato ancora un po', decidemmo tutti d'accordo d'andarcene a dormire ché domani ci si alzava presto. E in quel saluto frettoloso e senza allarmi, come un avventore distratto e silenzioso, anche l'adolescenza si congedò da ciascuno di noi.


Parte IV

All'ultimo momento decisi di iscrivermi a Giurisprudenza, abbandonando così il mio vecchio sogno di fare il professore di italiano. Non ci fu un motivo ben preciso, non so perché feci ciò, tante volte il corso intero di una vita può essere influenzato da circostanze apparentemente irrilevanti, minime e imprevedibili. E d'altronde non fui l'unico a decidere diversamente da come io stesso, soltanto un mese prima, avrei creduto. Nicoletta approfittò di una zia che si trovava in America, e, un po' per imparare le lingue, un po' spinta dal desiderio di novità ed un'insospettata ambizione, andò a New York a studiare Marketing, l'equivalente, però più completo, della nostra Economia e Commercio. Cristina, che s'è laureata assieme a me, sta ora tentando il concorso in Magistratura. O meglio: Lei, volendosi schermire, parla di tentativo: in realtà, col padre che si ritrova, non avrà nessun problema a farcela. Se ne era già parlato, d'altronde, quando uscirono i quadri dopo gli esami, ed ognuno in buona fede, e in fondo a ben guardare non c'è molta colpa stando così le cose, si contava le raccomandazioni in tasca. L'unico male possibile è che in realtà, per 5 anni vissuti tutti insieme, s'era sempre detto che le cose andavano cambiate, no al clientelismo, no al sistema delle raccomandazioni, meglio la fame si diceva. Si diceva, già. Ma Nicola la fame, per certi periodi, l'ha fatta per davvero e dice che è brutta, orgogliosi come sono, lui e Mantovani, hanno sempre rifiutato qualunque aiuto che gli offriva da parte di chi, tra noi, aveva più possibilità. Nonostante suo padre continuasse ad aspettarsi l'unico aiuto possibile e lecito da parte del sindacato, e sua madre piangesse; nonostante il pretore del Lavoro abbia rigettato il suo ricorso per "carenza di legittimazione passiva dei convenuti", e ciò si sia reso possibile grazie allo scioglimento della vecchia ditta e la creazione di una nuova, diversa solo nel nome: quanto è bastato ad una magistratura, cui dall'alto è stato detto "attenzione, se riassumete Mantovani ci fate riassumere tutti gli altri, e son dolori", per trovare un appiglio, infondato, ingiusto, ma sempre un appiglio. Così s'è capito che aria tira, è inutile fare appello e pagare un altro avvocato e un altro lunghissimo giudizio.

Mantovani ha così deciso, dietro l'insistenza mia, della sua famiglia e dell'avvocato dal quale io lavoro, e che lo ha assistito in primo grado, di accettare l'assunzione in una di quelle società che creano apposta per i cassaintegrati licenziati, per farli star buoni, durare ancora qualche anno per poi fallire a loro volta. Ed anche quando avendo perso la causa, ci fu da firmare quel foglio col quale il lavoratore licenziato si impegna a rinunciare, in cambio dell'assunzione, ad ogni suo diritto ed azione verso il vecchio datore di lavoro; anche lì, dicevo, facemmo un ragionamento di convenienza, gli mancano pochi anni per maturare la pensione minima, probabilmente, lui almeno, sopravviverà. Gli altri più giovani non so, e non è dato saperlo.

Nel primo anno di università accaddero molte cose.

Ancora ci si vedeva abbastanza spesso, io, Nicola e Fabio. Eravamo tornati dalle vacanze, e ci si era visti tutti alla Festa dell'Unità, a Castel S. Angelo. Me la ricordo bene quella sera. Arrivammo con la Diane gialla di Nicola, con l'adesivo "nuclear, no thank you" sul retro, i sedili bruciacchiati dalle cicche, i freni rumorosi: Nicoletta era appena partita per gli Stati Uniti.

– Stasera niente donne – aveva esordito Fabio per darsi un tono, ci teneva a far vedere che quel che si diceva sulla sua ultima ragazza, con la quale resistette più a lungo e che, se non ci fosse stato il militare di mezzo, forse lo avrebbe accalappiato del tutto, non era vero. Avevamo parcheggiato molto distante, che Lungotevere era pieno di macchine. Tutti alla festa dell'Unità, perché si mangiava a poco prezzo, e c'erano film di Fashbinder e gruppi di semi professionisti che suonavano rock duro.

– C'è ancora qualcuno che ha delle idee – avevo detto passando vicino al palco dove un quartetto di sconosciuti cantavano una canzone di cui dovevano essere gli autori "pershing cruise ed ss 20, fuori i missili da tutti i continenti, faceva il ritornello, e Fabio mi disse di non atteggiarmi a nostalgico della rivoluzione. In realtà non era sbagliato quel mio modo di vederla, concordò Nicola, perché quelle feste erano ormai poco più che delle sagre di paese; politica non se ne faceva più molta, e i dibattiti erano disertati dai più giovani. Nicola, più di me, tutto questo non lo sopportava, così come non sopportava gli occhiolini della dirigenza del partito alla maggioranza. – Questo cacchio di PCI sta diventando una socialdemocrazia, non è più un partito di opposizione –.

– Esordì così quando ci sedemmo anche noi e chiedemmo ai compagni che servivano di portarci fettuccine e birra, la nostra cena preferita. E intanto, nel suo eterno maglione a collo alto, Nicola si guardava intorno come se da un momento all'altro dovesse accadere chissà che cosa. E a guardarlo così vivo e teso, mi pareva di essere a scuola, la mattina, quando scendendo dalla Vespa di Nicoletta, si guardava intorno con la stessa aria di voler capire. Di voler cambiare.

Fu così, d'istinto, e forse per la prima volta dopo più di 5 anni che eravamo amici, che gli chiesi di lei.

– E' partita un mese fa per gli Stati Uniti, va a studiare il marketing. Da brava borghese… – aggiunse poi scherzandoci su.

– Starà via 4 o 5 anni – fece Fabio.

– A Natale dovrebbe tornare, almeno spero. Ma era strana, sapete, quando è partita. Era lontana, distante,… quasi direi che non mi sopportava, non sopportava i miei scherzi, i miei abbracci, il mio modo di guardarla, come se d'improvviso, ma da un giorno all'altro guarda, fosse cambiata. La sera prima che partisse, le giravo intorno col motorino, sotto casa, cantando "benzin, mabelle", come ho fatto per anni. E lei mi diceva che non sarei mai cambiato e di non cambiare mai… però lei aveva delle ambizioni, e questo fatto del cambiare me lo diceva a metà tra l'ammirazione e l'insofferenza… mi sentivo un idiota, non sapevo più che dirle, non me l'aspettavo di potermi ritrovare a doverle fare la corte per… come se non mi appartenesse… a doverle chiedere di … Accidenti, avete capito, no?! – Annuii, per levarlo dall'imbarazzo. Nicola era restìo a parlare di certe cose. Comunque doveva essere così tra loro, che s'incontravano senza un appuntamento preciso, ad un certo momento della giornata, e lì decidevano di amarsi. Mi pareva abbastanza grave, in effetti, che la sera prima che lei partisse, Nicola dovesse addirittura cercare di piacerle. Non era forse quello il momento nel quale tutto avrebbe dovuto accadere a maggior ragione d'istinto, senza preparazione, corteggiamento, senza alcuna forzatura, come sempre era stato? Evidentemente no, non era stato così, e s'incrinava, a quel racconto, un'altra delle tante perfezioni che, nell'adolescenza appena trascorsa, avevo sempre reputato eterne ed incapaci a mutare.

– Sarà il momento – feci senza troppa convinzione – anche per lei non sarà stato così facile salutarti. Lo sai, lei ha un carattere orgoglioso, e non è mai stata particolarmente espansiva…

– Grazie caro amico bugiardo – mi interruppe Nicola l'invincibile – se non ci fossi tu a badare alle mie illusioni, forse le avrei già perse tutte. La realtà è che Nicoletta, ormai, l'ho persa… sono certo che non si farà più viva… l'ho sentito mentre ci siamo abbracciati, all'ultimo, e lei guardava oltre me che guardavo, e si vedeva che s'aspetta di ricevere chissà quanto dalla vita, in cambio di questa separazione. Per tornare tornerà… ma quando? –

– Scommettiamo che tra neanche un mese t'arriva una bella letterina? – feci io, già sapendo, come in realtà avvenne, che quella scommessa l'avrei persa.

Uscendo dalla festa, prima di salutarci, Nicola volle conoscere quei ragazzi che avevamo ascoltato poco prima, e restammo con loro per una mezz'ora buona, ci fecero provare la loro Fender elettrica, discutemmo degli amplificatori e gli dicemmo che la canzone ci era piaciuta molto.

Quando fummo in macchina Fabio disse che il sonno gli era passato, e così volle assolutamente che si andasse a Castro Pretorio, a dar fastidio ai travestiti. Trattando un po', riuscimmo a farlo ripiegare sul Volturno, ché c'era anche lo spogliarello, e dal modo con cui prese ad inneggiare a Katia Rover e Norma Moreno, capimmo che c'era già stato altre volte.

– Ecco uno che non cambierà mai, sempre il solito maniaco sessuale – ma quella sera, dopo lo spogliarello e il film, decidemmo di deviare per via Veneto, al ritorno, dove per fortuna le cifre erano troppo alte, e così non se ne fece niente.

– Mi raccomando – fece Fabio salutandoci sotto il portone di casa sua – stasera niente seghe!

– Ma vaffanculo – gli rispondemmo in coro io e Nicola, ché stavolta se l'era proprio meritata.

Io, Fabio, Nicola e Luigi, e parte degli altri della comitiva, avevamo deciso di non chiedere il rinvio del servizio di leva, così da partire tutti assieme.

La speranza ingenua era quella di ritrovarsi tutti nella stessa caserma, nella stessa camerata, nello stesso gruppo di brande, perché era quasi scontato, ai nostri occhi, che la vita continuasse ad essere un filo continuo di momenti e sensazioni da conoscere, gustare ed anche soffrire insieme. L'idea di una separazione era impensabile.

Purtroppo, però la cartolina arrivò per primo a Fabio, sotto Natale, perché a nostra insaputa aveva fatto domanda per un corso AUC, vincendolo grazie ad un parente ammanicato con la sanità militare. E quando io e Nicola andammo ad informarci al Distretto, ci comunicarono che io sarei partito ad Aprile, destinazione Albenga, autista, 41 Fanteria.

– Ed io? – aveva chiesto Nicola.

– Tu – gli era stato risposto – risulti "a disposizione dell'Esercito Italiano"–.

– Cioè? –

– Cioè, quando si libera un posto ti chiamiamo –.

– E io che devo fare, stare ai comodi dell'Esercito Italiano? e se per caso mi capita un'offerta di lavoro… che gli dico, che posso partire dall'oggi al domani? –

– Quando si libera un posto ti chiamiamo. Tu non preoccuparti –.

Nicola s'era adirato, ed io quanto lui. Fortunatamente riuscii a rappacificarlo col sottufficiale dietro lo sportello, cui a un certo punto aveva risposto che era lui a doversi preoccupare ad andare in giro con quella faccia da stronzo. Dovetti fare da mediatore tra i due, prima che quello decidesse davvero di chiamare i Carabinieri come stava minacciando.

Nicola, con i suoi precedenti, aveva rischiato molto, anche quella volta. Capii quel giorno che qualcosa in lui s'era spezzato, e, cosa mai avvenuta prima, era realmente disposto alla violenza: lui, proprio lui che fino ad allora aveva alzato le mani raramente, per motivi gravi, e solo se provocato.

Luigi da un po' di tempo era scomparso, l'ultima volta che l'avevo visto s'era detto dispiaciuto del fatto che dovesse essere sempre lui a cercarci, ché non lo chiamavo mai. Ma il fatto era che noi tre avevamo le ragazze, io facevo già pratica da un avvocato dietro le forti insistenze di mio padre, Nicola aveva Mantovani e la politica a cui pensare, e Nicoletta che non scriveva ancora, Fabio era già a Cesano, e lo si vedeva di rado, perché come al solito, aveva una ragazza con cui trascorrere il tempo: non che abitualmente disertasse gli amici per le donne, ma stavolta, checché si schernisse, con Cinzia era una cosa che lo prendeva abbastanza. Così proposi a Nicola di andare da Luigi, e gli raccontammo della nostra visita al distretto Militare: lo vidi cambiare colore. Mi parve spaventato a morte, e capii che fino a quel momento ci aveva creduto davvero all'idea di ritrovarci tutti insieme sotto le armi.

Come ho detto, in quel periodo io, Fabio e Nicola avevamo un sacco di pensieri, le ragazze soprattutto, e perfino Fabio, si vedeva, aveva paura che durante un anno di militare si potesse perdere quanto fin lì costruito. E poi sulle caserme se ne raccontavano di tutti i colori, a partire dalla sporcizia, le prepotenze dei più anziani, la latitanza degli ufficiali, il cibo scadente e l'ostilità dei civili verso le sfumature alte. Presi da questo vortice improvviso di pensieri non avevamo il tempo di occuparci di Luigi.

Io avevo Chiara e l'università, a cui badare, e dall'avvocato dal quale stavo cercavo di capire più che potevo dell'ingarbugliata causa di lavoro di Mantovani, Fabio era per forza di cose raro a vedersi, e Nicola, che non riceveva più notizie da Nicoletta, seguiva con disperata ostinazione la situazione del padre rivolgendosi ora al Sindacato, ora al partito, ma senza ottenere null'altro che parole. E il labaro, con le sue case di tufo ed il mercatino rionale, la vineria e le sue piccole sterminate insufficienze quotidiane, era ormai il suo mondo.

Per parecchio tempo non ci vedemmo neanche con lui, dopo quel giorno, se non di sfuggita, e in occasione della causa di Lavoro di Mantovani.

– Venite avanti, cari – ci fece la madre di Luigi, tentando in qualche modo di trattenersi dalle lacrime.

Entrammo, non eravamo più di una decina, nel Marzo dell'82. Attraversammo un corridoio lungo e male illuminato, arrivando così ad un salone dove ci attendevano Carla, la sorella, ed il padre.

Dalla stanza vicina, nella quale dovevano trovarsi altri parenti, s'udivano a tratti, una serie mal soffocata di singhiozzi.

– Patrizio – fece la signora Colasanti – questi sono gli amici di Luigi. Qualcuno di loro lo ricordi senz'altro… Dio quanti siete... tutti dei tempi della scuola, vero?

Sfilammo inerti, con gli occhi arrossati, sebbene prima di entrare ci fossimo ripromessi di trattenerci, avanti a quelle tre persone, ed abbracciammo attoniti ognuno di loro. Tutto era accaduto troppo in fretta.

Luigi aveva chiesto all'ultimo momento di fare l'obiettore di coscienza, ma il permesso gli era stato negato dalle autorità: "le motivazioni, sia quelle religiose che le altre riconosciute dalla legge, non erano sufficientemente documentate". Questo ci disse il padre di Gigi, un uomo di media statura, sulla cinquantina, con la pancetta ed un dolore che gli spaccava il viso ad ogni parola. Carla, che aveva tre anni meno di noi e quel giorno non era andata a scuola, taceva, mentre la signora Colasanti ci interrogava, su cosa avremmo fatto, ché ormai le scuole erano finite da quasi un anno.

– Mi sembra di vederlo in ciascuno di voi, ragazzi…, siete stati tanto cari a venire… Gigi avrebbe fatto il medico, voleva andare nel terzo mondo ad aiutare i poveri… tu lo sai, vero Luca? studiavate spesso insieme… Dio? Dio santissimo, come si può morire a neanche vent'anni.

– E là il padre scoppiò in lacrime, così, come un bambino, e uscì velocemente dalla stanza. Carla lo seguì. Restammo soli e muti con la madre, che cercava di non smettere di parlare, ma si vedeva chiaramente quanto le pesasse.

– Queste cose le ha potute sapere sul posto mio marito, da un gruppo di colleghi di Gigetto che hanno accettato di parlare. Erano scioccati anche loro, poveri figlioli.

Pensate, hanno voluto che promettessimo di non fare i loro nomi all'inchiesta.

Dovevate vedere che visi, qualcuno senza neanche un filo di barbetta, poco più che bambini… ma come si fa a mettere dei bambini in un posto come quello, e ad accanirsi tanto per rendergli la vita impossibile… in caserma non ci hanno fatto neanche entrare e poi ci hanno raccontato delle cose… degli scherzi, come li chiamano loro, che sono una cosa disgustosa, gavettoni di… insomma non di acqua, e questa cosa dei nonni, le persecuzioni verso i nuovi arrivati, tutte cose ingiuste tutte violenze derivanti dalla noia e la cattività in cui si vive nelle caserme.

– Perché di certe reclute hanno paura anche i superiori, quando alle 18 escono in libera uscita… – interruppi io.

– Pensate, voi che lo conoscevate il mio Gigetto come poteva sentirsi, in mezzo a tanti delinquenti… – e lì smise del tutto di parlare, il viso contratto in uno spasmo incontenibile di dolore, con Giuliana, l'unica vera fiamma di Luigi, che questi aveva corteggiato a lungo ma senza ottenerne nulla di più che una specie di amicizia, le andava accanto e tentava di consolarla. Noi tutti tacevamo, in un'atmosfera inutile. Inutili quelle lacrime, inutile quel parlare di noi e del futuro, inutile sapere dal racconto della signora che aveva ripreso poi a parlare, che Luigi, si era ucciso senza un motivo apparente a seguito di uno stato di depressione che il ritrovarsi lassù in Friuli, tra tanta gente ostile verso la popolazione militare, a fare una cosa che lui odiava in virtù delle sue convinzioni, certamente aveva acuito.

In realtà queste sono cose che sotto naja le provano tutti, ma lui non aveva retto.

Ancora oggi a sentire Spadolini che dice che quelli che si uccidono in caserma sono "degli psico-labili" provo un senso sterminato di rabbia impotente, e vorrei piangere o sparargli in bocca. Ma per Luigi, fortunatamente non ci furono dichiarazioni di questo tipo. Il suo suicidio, dopo settimane e settimane di umiliazioni, era passato inosservato. I fatti di neanche un anno fa mi hanno invece insegnato che per fare degnare l'opinione pubblica di un pensiero sulle condizioni e la stupidità del servizio militare, di suicidi ce ne vogliono almeno una decina.

Uscimmo infine, dopo poco più di un'ora, con il sig. Colasanti che ci diceva, scusandosi per poco prima, di tornare a trovarli qualche volta, se avessimo voluto. Ci salutammo tutti, dandoci appuntamento per il giorno dopo al Preziosissimo Sangue, la Chiesa del quartiere, per le undici e trenta, l'ora della funzione.

Il funerale al giorno dopo, fu drammatico. E per drammatico intendo, almeno per me, il non riuscire ad avere la netta sensazione di quel che stava accadendo. Sembrerà sciocco, o forse macabro, ma mentre guardavo quella bara messa al centro, avanti all'altare, e il prete parlava inutilmente, perché la metà di noi non crede e non l'ascoltavamo, continuavo a ripetermi che lì dentro c'era Luigi, coi suoi capelli rossi, il viso piccolo e le scarpe, non mi riusciva proprio a capacitarmene.

Già, le scarpe, forse gli avevano lasciato le pedule, le stesse con le quali giocavamo a pallone, durante la ricreazione, nel cortile di scuola. A un certo punto 4 militari in divisa, della caserma Politanova la stessa di Luigi, vennero avanti a sollevare la bara. Mi resi conto che il prete aveva detto già "la messa è finita" tutti intorno guardavano in quel punto: tra i tanti visi riconoscibili quelli di molti del Liceo L. Caro, classe 62, anche alcuni fasci, anche Corradini, che si faceva il segno della croce. Avrei provato forse un senso di indulgenza e di rappacificazione, ma non ne ebbi il tempo, mi accorsi che i compagni di scuola, mentre quattro sollevavano la bara, avevano applaudito ma ora, vedendo che c'era anche un ufficiale stavano fischiando tutti in coro. Mi unii a loro, senza provare la benché minima consolazione.

Infine salimmo in macchina per seguire il corteo fino al cimitero: eravamo, nella Diane, io, Fabio, Giuliana, Chiara e Nicola che m'aveva chiesto di guidare al suo posto.

Fumavo.

– L'ultima volta che l'ho sentito era molto giù – diceva Giuliana – ma non che avesse detto nulla che lasciasse presagire ciò che avrebbe fatto –.

– Vi sentivate, allora? – domandai

– Sì… parlavamo a lungo, diceva che gli faceva molto bene sfogarsi con me.

Tutte le sere, verso le 9 mi chiamava… che fosse depresso l'avevo capito…, poi per tre sere di seguito sono uscita, m'hanno detto che ha chiamato, allora alla quarta sera sono rimasta a casa, nonostante m'avessero invitato questo gruppo nuovo che ho preso a frequentare, ma lui non ha chiamato… e neanche la sera dopo, e quella dopo ancora. Forse s'è sentito abbandonato anche da me… non so… l'ultima volta che ci siamo sentiti avevamo anche litigato… per scemenze… ma io è per tenere il punto che sono uscita… volevo… Dio Santo volevo dargli una lezione… una lezione capite? –

Qui avevo visto dallo specchietto retrovisore che Chiara era impallidita, e Nicola s'era voltato a guardare fuori dal finestrino.

– Su – aveva detto Fabio – non potevi sapere… –

– Non si può mai sapere, è questo che mi distrugge – rispose lei ormai singhiozzando senza più trattenersi… – non è giusto, morire così... ma poteva almeno aspettare che facessimo la pace! – gridò più forte, e si piegò su se stessa.

Quando uno muore bisognerebbe che il padreterno t'avvertisse, così hai il tempo di dirgli tutto quello che devi… non può essere che resta tutto così in sospeso… ma allora a che è servita tutta quella fatica fatta per diventare amici davvero, dopo i primi tempi…

Ed era vero, pensavo io, Giuliana aveva ragione. Come poteva essere che Luigi aveva dovuto morire prima ancora di crescere, di aprire un libro di Medicina, di imparare del tutto a suonare la chitarra… e mi sentivo in colpa anche io perché negli ultimi tempi non lo chiamavamo mai. Lui era sempre stato così: ci ammirava e ci amava, ma non era del tutto come noi, non so perché, forse per la sua timidezza, la stessa che gli ci aveva fatto impiegare mesi prima di dichiararsi con Giuliana, prima di baciarla, le poche volte che, all'inizio del loro rapporto, lei gli diceva di non volersi legare, e poi erano diventati amici. La stessa timidezza che rivedo in quella scena di tanti anni fa: il pulmino delle scuole elementari davanti casa mia, io guardo dentro e ci sono, fra gli altri, Gigi e Fabio, e quel mattino, più del solito, non sopporto la maestra cicciona con la verruca su una guancia, così getto il cestino nel pulmino, e scappo via attraversando la strada, la maestra grida, "Luca, torna indietro che fai?", e gli altri bambini attoniti, increduli, Fabio che scende di corsa e si accoda al mio bliz inaspettato, alla fine ci riacchiappano, e quando siamo quasi a scuola Gigi mi fa – senti, la prossima volta ci posso venire anch'io con voi? –

Non era mai troppo sicuro di essere benvoluto, e delle volte era anche seccante cercare di convincerlo del contrario.

Giuliana si sentì tirare su, era Nicola, si abbracciarono e vidi, sempre dallo specchietto, che anche l'invincibile, che per tutti quei due giorni interminabili aveva taciuto, ora piangeva come un bimbo, ed io vedevo quella scena in cui Giuliana era ancora più bella, pensavo a Luigi che l'amava inutilmente, a Luigi che aveva amato solo lei e forse non aveva mai avuto, prima, una ragazza, e pensavo, cosa cazzo pensavo mi vergogno, pensavo che Luigi non aveva di certo fatto l'amore con lei, non l'aveva mai fatto con nessuna ed era morto senza averlo fatto, e non era giusto, pensavo ridendo e piangendo per quel pensiero, non era giusto era impossibile che uno potesse morire senza ancora aver mai fatto l'amore. Da quel giorno passò neanche un mese; e partii anch'io per fare il militare. Quando poi tornai, seppi da Mantovani che nel frattempo era partito Nicola, e così per queste circostanze, passarono quasi due anni prima che ci potessimo rincontrare.

Tuttavia, prima che lui partisse e mentre io ero ancora sotto naja, Nicoletta si rifece viva con Nicola, me l'ha raccontato lui in una lettera che mi scrisse da una schifosissima caserma del Friuli dove già si trovava quando ebbi finito di indossare divise e scopare cortili di caserme. Ecco come andò.

Il sole accecante di Luglio colorava la strada del bar dove Mantovani sedeva al tavolo vicino alla finestra, col suo eterno sigaro puzzolente ben serrato tra i denti, ed aspettava, per accenderlo, che poco dopo le 17 cominciassero a rientrare in borgata i suoi compagni di gioco abituali, che smontavano all'incirca a quell'ora. Indossava la sua solita tuta azzurra, povero Mantovani, volutamente fingendo a se stesso di non sapere che la causa di lavoro era stata persa e che l'avvocato aveva sconsigliato il ricorso in appello, ed a vederlo era come se da un momento all'altro s'aspettasse d'essere richiamato in fabbrica.

Per il momento con lui c'erano due ragazzi sulla trentina, entrambi disoccupati, e quello più smilzo, che aveva anche i baffetti, era particolarmente nei guai: lo sapevano tutti, lì al bar, che aveva messo incinta la sua ragazza, e presto avrebbe dovuto sposare. Con loro c'era anche un pensionato che ogni tanto sputava in terra, e poi beveva, bestemmiava gettando la carta quando stava a lui, e poi tornava a bere, e si lamentava, nelle pause, perché "400.000 lire al mese non gli bastavano neanche per far studiare il figliolo, e sua moglie era costretta ad andare ancora a servizio, due volte la settimana, a casa di certi giù a Vigna Clara, lavare, stirare e via dicendo. Era chiaro, adesso, perché le donne dei ricchi erano ancora belle, alla stessa età della sua di moglie, perché avevano chi sgobbava e si imbruttiva al posto loro".

Nicola se ne stava fuori, con una maglietta bianca sul torace grosso, la barba incolta ed i jeans scoloriti, a fumare e domandarsi se valesse la pena di piantarla, per onestà, di tentare ancora di studiare, e mettersi finalmente a lavorare a tempo pieno lì dal meccanico a fianco a Naso. Ed era nervoso, contrariamente al solito, molto nervoso, e non gli riusciva proprio di entrare nella conversazione che dei ragazzi, tra i quali c'era anche una biondina di circa 15 anni che lo guardava con insistenza, tenevano pochi metri distanti da lui. Infine gettò la cicca, e si mosse verso il campo di calcio, che era proprio dall'altra parte della strada, e si sdraiò sul bordo, ché tanto i cancelli erano aperti. La Giustiniana calcio aveva appena finito gli allenamenti, e certi ragazzini ne approfittavano per improvvisare una partitella.

– Nicola… oh, Nicola, vié qua… facce vede qualche finezza daje… – gli fece uno col vocione che sarà stato alto sì e no un metro e mezzo, e teneva stoppato il pallone sotto un piede.

– No, Patrizio, oggi non mi va… –

– Daie, che dovemo provà gli schemi –

Nicola scosse il capo sorridendo come a volersi scusare.

– Vabbè – fece allora un altro – allora resta lì affà er vitellone… – e poi rivolto sottovoce all'amico – ma che jà ppreso a quello… lì –

– Lascialo sta, che mò sta a aspettà l'americana… quella bona che se n'è ita 'n'America…

– Volete dallo quel pallone, a scimuniti! – fece un altro che doveva essere il capo, e quelli ubbidirono, scordandosi così di Nicola.

Nicola aveva smesso di guardare verso il campo, e se ne stava finalmente sdraiato a pancia in su a guardare il cielo, domandandosi come avrebbe dovuto comportarsi nel rivederla, ché a minuti sarebbe comparsa. Aveva telefonato quella mattina, mentre lui era in sezione, e così gli aveva lasciato detto dalla madre che sarebbe venuta lì verso le 17,30. E gli pareva che si sarebbe dovuto irritare, nel sentirsi considerare sempre così a disposizione, in fondo avrebbe anche potuto avere altro da fare, e non farsi trovare. Però non gli riusciva di adirarsi, era troppo forte l'emozione e la curiosità di rivederla quel pomeriggio stesso, e di sentire cosa gli avrebbe detto, se magari si fosse giustificata, in qualche modo, di tutto quel lungo ed improvviso silenzio. Forse avrebbe dovuto mostrarsi comunque adirato con lei, ma si ripropose di essere naturale, perché tanto non era mai stato capace di mentire: la bugia, su qualsiasi cosa, era del tutto sconosciuta a Nicola, e d'altronde fino ad allora non ne aveva mai avuto bisogno. Aveva appena chiuso gli occhi, che si sentì carezzare i capelli:

– Su, indovina chi sono! – fece una voce femminile, la sua voce!

– Una profuga – le rispose, poi aprì gli occhi e la vide, jeans e camicetta, come sempre, sorridente ed emozionata quanto lui, forse, e credette per un istante per un istante proprio come se si fossero visti ieri per l'ultima volta.

– Quando ho visto che al bar non c'eri, ho immaginato subito che stavi qui... a giocare all'allenatore – precisò indicando i ragazzini che giocavano, poi, vedendo che lui taceva, gli sedette accanto, ed anche Nicola si tirò a sedere. – Non mi dici niente? – domandò poi Nicoletta.

– Beh… è che non mi viene in mente niente… cioè… non so da dove cominciare… e poi che dovrei dirti? sei tu che dovresti avere mille cose fantastiche da raccontare. Sei stata in America, nel paese del più splendente capitalismo!

– Sì, fai lo spiritoso, sai! –

– Quanti soldi hai fatto, emigrante? – e si sentì di scoprirsi acido.

Per darsi un tono, e un po' perché non sapeva come e dove guardare, fece per cercare una sigaretta. La accese, e tacque imbarazzato.

– Hai ragione di essere arrabbiato con me... non mi sono fatta più sentire… ma vedi, laggiù ho tanto da studiare... –

Lui annuiva senza mostrarsi soddisfatto da quella spiegazione.

– No… Nicola non fare così, lo so che hai tutte le ragioni, ma non fare così, è da una settimana che sto immaginando questo momento.

Allora lui finalmente scattò: – Una settimana! Sai quant'è che io lo immagino e lo aspetto questo momento? 11 mesi! Signorina cara, sono undici mesi che non so più neanche se sei viva o morta! – Poi si pentì d'averle urlato, quasi si sarebbe scusato, se non fosse stato orgoglioso. Ma gli pareva, d'altronde, che visto che non riusciva era meglio continuare in quell'atteggiamento. Aspirò una lunga boccata, e: – Hai preso a fumare? – domandò lei finalmente accorgendosi della cosa, ma lui non rispose: – Senti facciamo una cosa? non ho voglia di litigare. Adesso ce ne andiamo a mangiare da qualche parte, così mi racconti dell'America, ed io degli amici quaggiù. Da Naso, ti và? –

– I miei sono al mare fino a domani sera… se vuoi… – fece Nicoletta e a quell'invito così scoperto, Nicola non seppe se indignarsi del tutto, perché era ormai evidente che lei lo stava usando come fosse un oggetto, o se fingere di non aver sentito: comunque si alzò senza fiatare, con calma.

Si alzò, e diresse verso la mini 90 di lei, che lo seguiva. Riconobbe la macchina, perché era la stessa che qualche volta, prima della maturità, la madre di Nicoletta gli prestava per uscire la sera. Lei gli porse le chiavi. Nicola aprì lo sportello, entrò dentro, accese e partirono. Mentre guidava, ci pensò ché erano almeno due settimane che, al pomeriggio, non usciva dalla borgata. Guidò senza fretta, in silenzio, e non si stupì, anzi improvvisamente si sentì rappacificato con se stesso, quando si accorse di aver guidato fino sotto casa di lei.

Parcheggiò, e salirono, con lei che adesso gli aveva preso la mano.

Cucinarono e cenarono assieme, come ai vecchi tempi, e Nicola s'era ormai rassegnato a che le cose andassero come dovevano andare. D'altronde adesso soprattutto, che lei s'era sbottonata la camicetta e intravedeva la pelle morbida dei grandi seni, sentiva di desiderarla nello stesso modo di prima. O forse anche di più, per quanto potesse essere strano. Ma era che ora, dopo tutto quel tempo e le cose accadute in quel primo anno dopo le scuole, tutto ciò che aveva assaporato durante l'adolescenza, non gli appariva più così scontato e sicuro, ed anche quella figura di donna avanti a lui, si colorava d'un ché di strano, un desiderio precario, breve, una sensazione di serenità sulla durata della quale non gli pareva di poter scommettere. Quando s'era fatto il giuramento, anche lì Nicola, come me e Fabio, aveva provato per un istante quella sensazione, ed era per questo che avevamo giurato, per poterci scommettere su altri dieci anni di amicizia. Ma ora, su quella donna e quel calore che lo stare con lei gli avrebbe procurato per qualche istante, magari tra neanche mezz'ora, non si sentiva di scommetterci, non gli pareva affatto scontato, né sicuro, né tanto meno capace di durare con certezza. Contrariamente a qualsiasi istante del tempo passato nel limbo dell'adolescenza. Tutte queste sono sensazioni delle quali abbiamo parlato spesso, e perfino Fabio pare capirle, ma lui non se ne fa un dramma. E' Nicola che le subisce con più stupore, mentre a me capita di volere e riuscire, almeno credo, a reagire con sufficiente determinazione: ciò avviene, forse, perché Nicola è sempre stato e sempre sarà disponibile al compromesso, al cambiamento, io sono sicuro che tra altri dieci anni lui sarà quasi del tutto lo stesso di ora, e di quell'estate del '82 che passò con Nicoletta, e degli anni della scuola, le riforme, i disordini, la musica dei cantautori con le loro proteste, Bennato, Guccini, De Gregori, i sogni e le aspirazioni, ancora incontaminate, d'una società più giusta.

Quella sera Nicoletta seppe di Mantovani, degli altri amici, di Gigi, della prof. di matematica, quella a cui avevamo fatto tanti dispetti, e che alla cena di classe, dopo l'estate degli esami, era venuta accompagnata dal padre, un bell'uomo sulla cinquantina, che ci guardava e ci parlava con fiducia, chissà lei che gli aveva raccontato su che rapporto stupendo aveva con noi, poverina. Così, seppe Nicoletta, nessuno se l'era sentita di comportarsi male, ed eravamo stati tutti gentilissimi, e alla fine lei si vedeva che in una sera soltanto ci aveva perdonato tre anni di arrabbiature e strilli inutili.

Poi Nicoletta raccontò che in America, nel giro che si era fatta le ragazze erano tutte troie che la davano via ogni sera dopo la discoteca, e quando lui fece domande un po' più precise, sembrò che volesse nicchiare.

– La vita a New York non è la mia, credimi – spiegò – a volte mi sento sola, più di quanto tu puoi credere… ma quella scuola è importante per me, e non tornerò indietro. Ormai è anche una questione di puntiglio… ci starò quattro anni e poi tornerò qui. Sono sicura che con una specializzazione così quotata riuscirò finalmente a entrare in qualche giornale. Ho fatto bene a scegliere una specializzazione così poco e mal praticata qui da noi… e Tu?…tu stai studiando? –

– Ho preso scienze politiche, ma non sto combinando nulla… la mattina vado da Lello il meccanico, lavoro un po' con lui, imparo il mestiere, e poi sto proprio di fronte alla sezione del PCI:–

– Già, eccolo qui l'eterno rivoluzionario, così se scoppia la guerra civile ti puoi arruolare senza perdere tempo! –

– Non scherzare…, – fece Nicola un po' contrariato... – è che mi manca l'entusiasmo per studiare… è tutto così diverso, mio padre senza lavoro, mia madre sempre più stanca col viso che ogni giorno le appare una nuova ruga… ricordi com'era bella soltanto qualche anno fa… prima che cominciasse questa maledetta storia della cassa integrazione, e poi del licenziamento, e poi la causa… soldi buttati via inutilmente… non ci hanno reso giustizia… gli stessi che si sono salvati dal licenziamento sono proprio quelli che il sindacato s'è premurato di raccomandare, adesso al tavolo delle trattative, col padronato, si patteggiano solamente le raccomandazioni, ma mio padre… da ragazzino… neanche 18 anni aveva… lo sai che è stato partigiano… lo sai che suo padre è morto alle Fosse Ardeatine? Lo sai che se tu sei una persona libera lo devi anche a lui… e tutti quelli come te, lo devono a quelli come lui, che oggi hanno pensioni da fame? E poi c'è Luca che ha la ragazza, sempre Chiara, vanno bene quei due… poi Gigi… e tutti che non si vedono più…

– E' la vita, scommetto… il tempo si fa sì che ognuno prenda la sua strada… ma che pensavi, che il gruppo durasse in eterno? –

– Nicola si fece più serio, nel risponderle: – Ridi, se vuoi, ma in effetti lo credevo –.

Nicoletta non rise, e allungò una mano sul tavolino, fino a quella di lui, stringendola forte

– Fabio… – continuò Nicola... – solo Fabio – e qui sorrise – è come prima, sembrano tutti cambiati, forse in peggio, non so, ma lui è tale e quale… –

– Lui era già peggiore allora! ironizzò lei – e Nicola la guardò con sospetto, poi vedendo che lei accennava a volersi schernire per quelle battuta poco felice, sorrise. Senza saper perché, sorrise, e lei anche, e risero insieme, alzandosi contemporaneamente, e a lungo, prima di baciarsi di nuovo, dopo quasi un anno.

Si staccarono.

– Se non mi giuri di scrivermi, quando a settembre tornerai in quella merda di paese… –

– Non posso giurarti nulla, tu sai che diventare giornalista è per me la cosa più importante, viene prima di tutte. Anche di te, lo sai, non so mentire… comunque non preoccuparti – fece lei guardandolo con malizia – mi hanno detto le mie amiche di laggiù… oh, me l'hanno detto, non farti venire idee strane… che gli uomini americani non valgono nulla... e poi un altro come te non c'è… di questo sono sicura…

– Ci scommetteresti? – chiese lui stando al gioco.

– Almeno, se ricordo bene… – e aggiunse parlandogli all'orecchio – quando ti dico di non cambiare mai, intendo anche e soprattutto riferirmi a quella cosa lì…

– Quale cosa? – scherzò lui.

– Ho capito, bisogna che si faccia un po' di ripetizione! –

– Ripetizione nel senso di una, due, tre volte e poi ancora? –

Nicoletta si lasciò prendere sottobraccio, e fingendosi adirata chiese:

– Ma che, anche nella sinistra ci sono i maniaci sessuali… gli stupratori? –

– Che c'entra, io mica ti stupro… a te piace mi pare; Che anche nella sinistra ci sono le troie? –

– Sì, ma non esagerare, eh? –

Basta. Tacquero, finalmente, dopo aver ritrovato a fatica un po' d'intesa nello scherzo verbale, andarono in camera da letto, e il resto venne da sé, come era sempre stato.

Nicoletta e Nicola si videro ancora, per tutta l'estate, e passarono anche una settimana al campeggio, ed alla fine ogni diffidenza sembrava aver abbandonato il mio amico.

Quando a settembre lei stava per partire, ed a lui contemporaneamente arrivò la cartolina per il militare, si videro sotto casa di Nicoletta, restando zitti a lungo, l'uno di fronte all'altra. Alla fine Nicola riuscì soltanto di dirle, guardando in terra:

– E' un casino. E' proprio un casino, amore –.

– Ci vedremo tra due anni almeno – fece lei del tutto scoraggiata, e forse quella sua scelta dovette pesarle, in realtà, più di quanto volesse far credere anche a se stessa.

Nicola scosse il capo, e nel suo sguardo c'era forse l'antico spirito guerriero:

– Quattro anni… vederci ancora un mese e poi non sapere nulla di te per altri undici, no! non mi sta bene... a meno che… ma no, in fondo hai ragione tu, scriversi non serve a niente –.

Adesso Nicoletta, che si scopriva nuovamente a pendere dalle labbra dell'altro, sembrava davvero che avrebbe addirittura potuto piangere, e cercò d'interrompere quel silenzio che di nuovo calava tra di loro: Beh... studia, almeno, mica vorrai fare il meccanico per davvero?

– Se lo deciderò, sarà così. – Fece lui orgoglioso.

– Va bene. La giornalista e il meccanico, la bella e la bestia! –

– Oh, bella poi!… e poi non si può fare altro che rimetter tutto alla sorte, guarda! – e faceva dei gesti con le mani, come se giocasse a carte: – Lei mischia le carte, vedi? poi tu le cambi, se non ti stanno bene, ma il punto che ti può entrare dipende sempre dalla fortuna. Poi quando hai fatto il tuo gioco, leggi – e qui fece come se stesse strillando la giocata – se esce la coppia è fatta… anche una coppia può bastare, a volte… –

Lei lo guardava come se credesse veramente in una risposta seria alle proprie domande:

– E allora? Cosa è uscito? –

– C'è scritto:" Fra quattro anni lo saprai" –.

E questo fu tutto quanto si dissero l'ultima volta che si videro, poi si abbracciarono a lungo, e infine si salutarono, lei salì in casa a preparare le valigie, e lui tornò a Labaro illudendosi che Nicoletta stesse piangendo, e vergognandosi per quel pensiero.

"Quattro anni, pensava, però non ci posso scommettere. Non si può scommettere su un giorno, figuriamoci su quattro anni". Aveva deciso all'ultimo momento, Nicola, di troncare del tutto ogni contatto, sebbene Nicoletta stavolta, lo sentiva, avrebbe risposto alle sue lettere. E, così per il tempo che seguì, il mio amico visse col rimpianto sempre più forte, lo stesso che cantano i poeti, di non essere stati avvertiti dal fato, quando i loro corpi s'erano stretti nella penombra della notte precedente alla separazione, che proprio quella volta dovesse essere l'ultima. Così pensò a diecimila cose che avrebbe, potuto dirle, ancora, e chiederle, se avesse saputo, o a quanto più forte la avrebbe voluta accarezzare e fissare nella mente ogni centimetro della pelle di lei, ed ogni sguardo, ogni parola ed ogni suono, anche il più stupido, anche il più buffo.

Così finì quel 1982, con Nicola già militare, e senza più una lettera della sua ragazza da aspettare, e da quel periodo gli anni scorsero più veloci, per lui, per me, per Fabio e tutti gli altri.

E capii, e so tuttora, che è vero quel che diceva mia nonna, che fino a 20 anni è un'eternità, e poi via, 21, 22, 23, e quelli dopo, appena il tempo di un respiro: "avevo vent'anni e vent'anni sembran pochi", mi pare che dica la canzone, "… poi ti volti a guardarli e non li trovi più". E infatti un giorno, magari oggi, t'accorgi d'essere grande, ormai, senza sapere come e quando, di preciso, sia avvenuto.

Tutto ciò ha influito tantissimo su Nicola. La sua coerenza, con le conseguenze dovute a quel suo mai volersi piegare al compromesso, lo ha logorato, acuendo in lui quel dolore che fu anche mio e di Fabio, quando capì che con Nicoletta era tutto finito per davvero, e che suo padre aveva perso la causa. E una sera che era in licenza, ed io avevo già finito la naja, mi disse addirittura che, se le BR invece di ammazzare i poliziotti avessero sparato sui "poltronofili" dello stato, sui politici, e se non avesse avuto il sospetto che la lotta armata alla fine non si risolvesse in altro che in un comodo pretesto più che sufficiente per giustificare la "reazione" che ne seguì, l'emergenza e tutto il resto, tuttora in corso, allora anche lui un mitra lo avrebbe impugnato. Soffriva con riserbo e dignità, il mio amico ma era esasperato, ormai, e neanche due anni fa la violenza scattò in lui, nei giorni seguenti l'ultima e più recente sconfitta della sinistra vera: il referendum sulla scala mobile.

Ecco cosa successe.

Quel giorno delle votazioni, verso sera, avevo appuntamento con Chiara per andare assieme ad una festa. Il risultato, non completo ma ormai abbastanza indicativo, del referendum aveva scosso anche me, non mi capacitavo come fosse possibile che i lavoratori dipendenti accettassero di pagare di tasca propria, pur di avere un governo, squallido, incapace, venditore di fumo ma, agli occhi di tutti, pur sempre governo. E m'ero presentato da lei in jeans, come al solito, ignorando la sua preghiera di mettermi in giacca e cravatta che quella da cui andavamo era gente "di un certo tipo". Non mi piaceva la gente di un certo tipo, perché ciò voleva dire gente borghese, e quindi egoista, rassegnata, traffichina e inutile alla società: non c'era nulla di buono da aspettarsi da queste nuove generazioni che spendono venti trenta mila lire in una sera, hanno sotto il sedere, a 18 anni, macchine che Mantovani non potrà mai permettersi dopo una vita che lavora, e vota Craxi e il pentapartito, fregandosene della vera sinistra, perché gli è stato garantito che così facendo tutto resterà come prima. E questo solo è quel che vogliono. Così m'ero presentato in jeans, e da un'ora circa, appoggiati al parapetto del Ponte Milvio, sopra il Tevere annegato dalle discariche abusive, non avevo fatto altro che vomitarle questa mia rabbia politica. Ed era stata ad ascoltarmi, in silenzio, guardandomi come se le avessi detto "non ti voglio più bene".

– Io ti capisco, Luca – s'era finalmente decisa a tentare d'interrompermi mentre quasi gridavo e gesticolavo, camminando in tondo, a tratti, per poi tornarle accanto e accendermi un'altra sigaretta, e dovevo certo sembrarle matto – io ti capisco, ma tu non capisci me –.

Mi guardava come se dovesse essere lei a scusarsi di qualche peccato, e il fiume, sotto di noi, scivolava umiliato e stanco come un vecchio inutile, verso la notte.

– Io lo capisco che tu sei irrequieto, parli della rivoluzione, la lotta di classe, la giustizia sociale… ma io queste cose le sento dire solo da te… e solo da quando hai finito le scuole… neanche quando eri sempre coi tuoi amici lo dicevi. Cioè – si volle correggere per paura forse di contrariarmi – prima parlavate e sembravate tanto arrabbiati, ma non si capiva con chi, e neanche tanto bene perché. Invece ora quasi mi spaventi quando fai questi discorsi, mi metti paura, mi piacevi di più quando ancora non stavi all'università –.

Sedeva composta sul parapetto, rivolta verso il fiume, aveva indosso un vestito nero di raso, le calze di nylon nero, le scarpe coi tacchi a spillo, e splendeva di innocenza nei suoi 19 anni appena compiuti. Le sue gambe affilate e sottili come coltelli cadevano giù verso l'acqua, e il vento giocava con i capelli e col vestito, spettinandola e scoprendole, ora, un ginocchio. E continuava a spiegarsi con pazienza, avrei voluto stringerla, baciarla lì tra tutta quella gente, ma come sempre non me ne sentivo capace, in pubblico.

Continuò. – Sei troppo insofferente… adesso non vuoi venirci con me alle feste non ci sei mai voluto venire... oppure mi fai questi scherzi, che prima mi dici sì, e poi non te la metti la giacca –.

Aveva ragione, cosa mi sarebbe costato mettermi la giacca, e farla contenta, per una volta almeno? Il fatto era che la giacca, nella mia cocciutaggine, mi pareva un compromesso già troppo faticoso alla mattina, quando senza tanta voglia, su consiglio di mio padre, andavo in tribunale con un avvocato amico suo.

– Noi ragazzi dell'85, come ci chiami tu e ci chiamano tutti gli altri, queste idee di cui tu e Nicola parlate in continuazione, non le abbiamo mai sentite… non è colpa nostra se nessuno ce le ha mai insegnate… –

– Certo che non è colpa vostra… hanno fatto in modo che tra noi e voi, due soli anni di differenza, ci fosse un muro insormontabile… ve le hanno rubate le idee ma non lo capite? –

– Vi hanno infinocchiato guarda la finanziaria e la Falcucci... sono ancora lì –.

Quest'ultima cosa glie l'avevo detta quasi urlando, e mi parve di avere esagerato.

– Guarda Fabio, come si adatta meglio... –

– Non parlarmi di Fabio! – urlai più forte ancora stavolta, Fabio aveva preso la carriera militare, perché l'esercito era l'unico posto nel quale fosse ben raccomandato, e non gli perdonavo né di essere un marmittone, né di far dipendere la sua vita da una raccomandazione: "sapessi quanto si rimorchia, in divisa!", m'aveva detto un giorno, ed era stato troppo, ormai consideravo un tradimento anche il suo.

Capii che mi nascondeva il viso apposta, ma non feci in tempo a richiamarla che: – Stai attento Luca – mi disse girandosi e guardandomi fisso negli occhi,... – se continui così non so quanto ancora potremo stare insieme… – e si voltò di nuovo, ma ormai avevo visto che piangeva. Era esasperata, esasperata dalla mia stessa esasperazione, ed improvvisamente mi calmai, capii anche che quella mia rabbia, finché si fosse sfogata in questi modi non sarebbe mai servita a nulla, bisognava che intervenisse quella razionalità che più volte, anche in passato, aveva dimostrato di poter arginare e meglio dirigere il mio istinto, come la diga devia il fiume dove l'acqua è più necessaria. Capii tutte queste cose, ed in un attimo decisi che, non potendomi mai immaginare con un mitra in pugno, né tanto forte da dettar regole del gioco, avrei accettato. Tutto. Avrei accettato le regole, quelle scritte e quelle non scritte, e le avrei volte a favore mio, e di ciò in cui credevo.

Raccolsi il pacchetto delle illusioni che l'adolescenza m'aveva consegnato, nel salutarmi, e decisi che per realizzarne almeno una, anche una soltanto, occorreva crescere, e crescere, con queste nuove intenzioni, non sarebbe stato poi davvero e troppo terribile. E in quel pensiero, che era anche un proposito per il futuro, scoprii d'essere già pronto per quel delicato passaggio che è la scelta d'essere, da ragazzo, finalmente uomo: ero pronto, ero già uomo ed in quel momento m'ero finalmente disposto a capirlo. Grazie anche a Chiara.

– Andiamo – le feci con una dolcezza di cui non ricordo d'essere mai stato capace.

– Dove? –

– Passiamo da casa mia… che mi cambio i calzoni, e mi metto la giacca –.

– Ti metti i calzoni con le pences?… quelli che t'ho comprato per il tuo compleanno? –

Le feci un cenno col capo, lei sorrise e mi porse la mano piccola, che strinsi nella mia.

Ci incamminammo che era già buio, verso il Lungotevere, dove era parcheggiata la mia vecchia A 112 da "studente lavoratore", quale con orgoglio mi vantavo d'essere.

– A volte penso d'esser pazzo –

– No, non lo sei… è soltanto che ti preoccupi solo di te –. E mi sentii di nuovo un po' sciocco, come sempre m'accade, tutt'ora, quando mi scappa di bocca una frase troppo smielata.

Rincasai tardi, quella sera, ma trovai mio padre sveglio che m'aspettava:

– Ho già telefonato all'avvocato, Nicola ha picchiato un sindacalista, assieme ad altri due suoi amici, e neanche un'ora dopo li hanno arrestati a Ponte Milvio –.

Non dissi nulla, uscii con lui e andammo al commissariato.


Parte V

Era ormai notte fonda, quando ci incontrammo con l'avvocato davanti al commissariato, che sta proprio a fianco della Chiesa, sulla piazza, all'imbocco di via Orti della Farnesina, e l'angoscia mi stringeva talmente tanto che avrei voluto pregare. Ed ebbi appena il tempo di trovarlo strano, giacché non ho mai creduto in Dio, almeno penso.

Faceva freddo, e il piantone ci disse che un certo "Mantovani Nicola, sì, l'avevano portato qui, dapprima, ma adesso l'avevano tradotto al carcere".

– Quale carcere? – domandammo. Stancamente l'agente rovistò tra alcune carte:

– Ah sì, a Rebibbia. Lesioni gravissime, è l'imputazione.

– Ma c'è stato l'interrogatorio? domandai, e quello, che era un uomo abbastanza ben piazzato, mi guardò con diffidenza.

– C'è stato l'interrogatorio? – chiese poi l'avvocato mostrando il suo tesserino, e finalmente gli fu risposto che no, non c'era stato interrogatorio, a quell'ora non s'era trovato un difensore d'ufficio, e poi non c'era fretta. Intanto era a Rebibbia, e l'indomani si sarebbe potuto vedere. Provai un istinto di picchiarlo perché diceva "non c'è fretta" Nicola era in prigione ma, ricordando quanto mi ero ripromesso quello stesso pomeriggio, pure a fatica, riuscii a ripetermi che se ne riparlava domani.

Non si può nemmeno provare a dirlo cos'è un carcere, quando vi entrai assieme all'avvocato il giorno dopo, mi parve come se non ne sarei più uscito. Provai una vergogna infinita, non so perché. Parlammo con Nicola, come sospettavamo era stato picchiato a sua volta, e così gli altri due con cui era, al momento dell'arresto.

Abbiamo saputo tutto attraverso i compagni che erano in sezione ieri sera, hanno preferito avvertire me, piuttosto che chiamare casa tua? Come stai?

Era seduto, e parlava sottovoce, per non farsi sentire dal secondino che ci osservava dall'altra parete, cui era appoggiato fumando, del parlatorio. Sai come fanno, successe così anche nel 77, dopo che ci fermarono all'università: ti caricano nel cellulare e ti danno un sacco di botte, attenti però a non lasciarti segni sul viso.

E infatti in viso, a parte una profonda stanchezza, e la barba incolta, non esistevano segni di alcun tipo.

– Senti, adesso dicci tutto, questo qui è l'avvocato, ti puoi fidare. Poi i tuoi li avverto io –.

E inaspettatamente, senza opporsi, ci disse tutto. Il sindacalista che aveva picchiato era uno che conoscevo, s'era presentato al bar sotto casa di Mantovani, credo che andasse lì in Borgata solo perché ci aveva l'amante. Anche Nicola lo conosceva, perché qualche volta s'era visto in sezione a fare grandi discorsi sulla lotta della classe operaia, che "non deve mai cessare", aveva detto proprio così. Allora Nicola s'era avvicinato al banco, aveva preso a parlarci e quando se ne era uscito coi soliti discorsi sulla lotta che dovrà durare all'infinito:

– Ma tu non sei uno di quelli che dicono di votare per il No al referendum?

Ma la lotta deve continuare solo quando fa comodo a voi, solo quando vi serve di portare migliaia di operai in piazza con un pretesto qualunque, per poi poter dire ai politici "guardate che ci siamo anche noi,… vogliamo la nostra fetta di potere, di soldi"? – gli aveva detto Nicola.

Quello, sentendosi esposto avanti agli altri avventori aveva risposto che "che cosa ne poteva sapere quel ragazzino lì della politica", e Nicola non aveva più retto, stava per gettarglisi addosso, ma poi era stato trattenuto: addirittura c'erano voluti due muratori robusti quanto lui. E poi, di fuori, con altri due lo avevano atteso vicino al campo di calcio, e l'avevano aggredito.

– Mi devi credere Luca, abbiamo smesso quasi subito, non che mi vergognassi, ma soltanto ho capito a un certo punto che non sarebbe servito a nulla neanche reagire così –.

Lo abbiamo lasciato lì e siamo andati in sezione, c'era una assemblea per le solite stronzate di organizzare la festa dell'Unità, quel verme invertebrato deve aver creduto che neanche gli spettassero quel po' di botte che gli erano toccate, e così ha avvertito subito la polizia. Il resto, praticamente, lo sai tutto.

– Dunque fammi capire – fece l'avvocato – eravate in tre. A mani nude, o avete usato bastoni, catene, non so? –

– No glie l'ho detto, non era stata premeditata –.

– Testimoni, qualcuno che ha visto? –

– Nessuno, credo –.

– E poi – feci io – se anche avesse visto qualcuno, starebbe zitto. Lì sono tutti amici di Mantovani –.

L'avvocato mi guardò interrogativo. – Mantovani è il padre di Nicola – mi corressi.

– Bene anche questo è un punto a nostro favore. Piccolo, ma è sempre qualcosa –.

E a mano a mano che l'avvocato interrogava Nicola, ed io stesso gli ponevo delle domande, ero eccitato e curioso di vedere se era vero ciò che avevo pensato il pomeriggio prima, durante la discussione con Chiara, che al sistema potevo strappare qualche vittoria, pure utilizzando le sue stesse regole, e fu praticamente anche quella mattina a decidere per il futuro mio e, naturalmente, di Nicola.

L'avvocato fece intervenire qualcuno presso il Giudice, al quale avevamo fatto istanza di libertà provvisoria, e riuscimmo ad ottenerla. Nel frattempo, in attesa dell'amnistia che si diceva imminente negli ambienti bene informati, riuscimmo a dimostrare, con i certificati medici, che in effetti non si trattava di lesioni gravissime, come aveva cercato di simulare il sindacalista, ed il reato fu derubricato a lesioni lievi. Perseguibile solo su querela di parte. E fu su questa circostanza che, facendo un piccolo strappo alla mia nuova deontologia, volli intervenire senza che Nicola sapesse nulla.

Assieme a Fabio, che si dimostrò così capace, lui che fa tutto solo per convenienza, di rischiare, ed anche grosso, per noi amici, così come in realtà avevo sempre creduto, andammo dal sindacalista, del quale conoscevo l'indirizzo, come ho già detto.

Andammo con la vespa di un amico di Nicola, che ce l'aveva prestata senza fare storie, non appena gli avevano detto perché ci serviva. Al bar tutti già sapevano che, a qualunque improbabile indagine successiva, avrebbero dovuto testimoniare che noi quella sera si era con loro.

Solo Mantovani non sapeva nulla di quella spedizione, e Nicola era in sezione.

Fabio guidava per una viuzza attraverso il boschetto, con i dossi per far rallentare le auto, una improbabile strada residenziale, proprio lì in borgata, lungo la quale, a poca distanza l'una dall'altra, stavano delle piccole villette dall'aspetto quasi buffo. Arrivammo davanti a un cancello più isolato dagli altri, scendemmo e nascondemmo la vespa dietro la curva. Poca luce, qualche pozzanghera sui bordi della strada, ci nascondemmo anche noi nella penombra, appoggiati ad una colonnina del cancello della villetta dove il sindacalista era venuto, come ogni giovedì, a trovare l'amante. Sentivamo un po' freddo, nei giacchetti di jeans scoloriti ma d'altronde li avevamo indossati proprio per darci un aspetto ancora più intimidatorio.

– Che dici fumiamo? – domandai.

– Certo, in fondo qui è come giocare in casa… anche se qualcuno ci vede non fa nulla. Dì... non avrai mica fifa? –

Scossi il capo per rassicurarlo. Trascorse altro tempo.

– Oh!, è già un po' che siamo qui, ma che è... non ce la fa… oppure è un superman, per cui i casi sono due, o non ha ancora cominciato, o deve ancora cominciare…

– Zitto cretino! –

Era sempre uguale Fabio, gli veniva da scherzare in qualunque circostanza si trovasse, aveva scherzato anche quando, dopo il CAR, gli avevano dato Pordenone come destinazione, e così era naufragato il rapporto con Cinzia, l'unica ragazza che gli sia mai piaciuta veramente.

I capelli corti, il profilo regolare, gli occhi chiari che sembravano ridere nell'oscurità, mentre guardava verso la porta del villino. D'improvviso, non l'ho scordato ancora, si fece serio, in un modo improvviso e mai visto prima, mi parve che in quel momento odiasse: il nostro uomo era uscito, e stava venendo verso l'uscita, attraverso il giardino. Era proprio come lo ricordavo, uno di media statura, con le spalle larghe e ben vestito, i capelli grigi e un po' crespi: la pubblicità dell'uomo che non deve chiedere mai, sicuro e integro, a vederlo così, è quel che appariva. Ebbi paura, senza un motivo preciso, che tutto potesse fallire, ma fu solo un attimo.

Fabio si calò il passamontagna sul viso, ed io mi allacciai in fretta il fazzoletto sulla nuca, abbassai più che potei il cappelletto di lana, fino a lasciare che mi si vedessero a malapena gli occhi. Quello aprì la porta con tranquillità, come se il mondo gli appartenesse, aveva soldi, donne, presunzione e bla bla bla che gli valevano tanti applausi ai comizi.

Ci vide, e si fermò. Gli eravamo proprio davanti, ed a vederlo ora da vicino, era più robusto di quanto ricordassi, e solo per un istante diede l'impressione di essere spaventato.

– Chi siete? – fece – Che volete? –

– Chi siamo non ha importanza – fu Fabio a parlare per primo – …bisogna che tu lasci in pace i compagni veri, e rompi le scatole solo alle merde come te!

– Ho capito – fece quello e si vedeva che adesso era proprio rilassato – siete amici di quel biondo, quello che ho fatto sbattere in galera.

– Adesso è uscito – lo corressi – e non ci tornerà. Non ci tornerà mai più, capito?, perché tu domani stesso ritiri la querela! – Ma nel momento stesso in cui gli parlavo così, avevo ormai capito che non avremmo potuto realmente spaventarlo, giacché era ormai chiaro che ci sottovalutava. E, forse, a ragione. Doveva aver capito così, d'istinto, che non eravamo dei picchiatori professionisti. Mentre ero assorto e titubante in questo modo, quello allungò una mano, cogliendomi di sorpresa. – Finiamola con questo gioco, bambini, è tardi e le mamme vi aspettano! – e con arroganza mi strappò dal viso il fazzoletto. Adesso poteva riconoscermi, e riconoscere me era come avere in pugno mio padre, che ogni tanto qualche articolo scomodo lo scriveva.

E fu lì che intervenne Fabio, senza darmi il tempo di reagire a quella situazione nella quale ormai mi trovavo, e mi stupì per la decisione con la quale agì: gli puntò in viso la pistola, sorprendendo quello anche me, e parlò veloce e senza interruzioni:

– Ti faccio un buco nel cervello. E un altro in bocca, così la smetti di prendere per il culo i lavoratori. Ascoltami bene… –

– Va bene – lo interruppe il sindacalista, che adesso cercava di tenerci buoni, doveva avere paura, finalmente – va bene, ma metti via quell'arma –.

– Ascoltami bene – continuò Fabio come se l'altro non avesse parlato, e continuava a tenerlo sotto tiro, ed anzi gli spingeva la canna della pistola contro la gola – tu adesso conosci lui biondo, ma non conosci me. Mentre io conosco te, la tua amante, so dove abiti e dove lavori: l'ho detto chiaro stasera, e la prossima volta che ti vengo a trovare non te lo ripeto, la prossima volta ti sparo in bocca! –

Ed ora gli stava proprio a un centimetro, e immaginavo sotto il passamontagna il viso di Fabio trasfigurato dalla rabbia, e la voglia, forse, di sparargli lì per lì.

– Se capita qualcosa ai miei amici – aggiunse poi – io ti uccido! E ora vattene! –

Ma quello taceva, ed era impietrito dal terrore e dalla sorpresa, e non si muoveva.

– Vattene! – gridò Fabio in un modo inumano, che spaventò anche me. E qualcuno certo, poteva avere sentito, così lo tirai via per un braccio, e fortunatamente mi seguì.

– Girammo l'angolo di corsa, accendemmo la vespa, e ci dirigemmo dalla parte opposta a dove era il bar. Quando fummo abbastanza lontani, facemmo un giro vizioso per la borgata, e infine ci dirigemmo nuovamente verso il luogo dell'appuntamento con gli altri.

– Non m'aspettavo che potessi farlo così bene, l'incazzato – gli dissi a un certo punto

– Sono incazzato scemo. E non scherzarci su – mi interruppe – che non è il momento –.

Ed io, fortuna che ero dietro di lui che guidava, sorrisi. E mi sentii uno sciocco per non aver mai capito prima, in tanti anni che lo conoscevo, che anche Fabio aveva delle cose dentro, per difendere le quali si sarebbe deciso anche alla violenza, una violenza improvvisa esasperata come quella che aveva minacciato poco prima. Ed una di queste cose era proprio l'amicizia mia e di Nicola. Adesso, ancora adesso, a ripensarci, mi viene la pelle d'oca, perché sono sicuro che se quello il giorno dopo non avesse ritirato la querela, Fabio sarebbe tornato da lui, e gli avrebbe sparato davvero. Ed anche agli occhi miei, col gesto di quella sera, Fabio si è riabilitato, soprattutto mi sentii di nuovo sicuro ed orgoglioso della sua amicizia quando più tardi, al Bar, mi disse che "non poteva sopportare di vedere Nicola che soffriva accidenti, ma che non gli dessi del finocchio, per quella confidenza". Eravamo, ormai, di nuovo forti e sereni, insieme più di prima. All'appuntamento da Naso, al quale mancava neanche un anno, ormai ci saremmo certo andati con la stessa macchina tutti e tre.

Poi Fabio ripartì per il nord, ed evitò di chiedere altre licenze, prima di quella che gli permette, stasera, di essere qui. Così non lo vedemmo, io e Nicola, nei mesi che seguirono.

E Nicola stesso, lo vidi poco: io, essendo ormai quasi alla laurea, studiavo molto, e lui aveva pausa lavoro a tempo pieno da Lello il meccanico. Ogni tanto ci si incontrava in sezione, dove andavamo come ora ci vanno tutti: a caccia di ricordi. Ma quando accadeva, un tacito riserbo, quasi scontato ci impediva di andare oltre i soliti convenevoli che si scambiano con ogni vecchio compagno di lotta. Aspettavamo, ormai certi che quel momento sarebbe venuto davvero, di incontrarci noi amici da Naso, allo scadere dell'appuntamento che ci eravamo fissati, anni prima sicuri finalmente che il tempo avrebbe potuto cambiare ogni cosa, fuorché la nostra amicizia.

Nicola ci guarda a tutti e due sorridendo:

– Accidenti – dice – questa non la sapevo! Dunque siete stati voi… ecco perché quel porco ha ritirato la querela in fretta e furia.

No, Nicola non sapeva quel che io e Fabio abbiamo ricordato questa sera, lo vedo che è sorpreso e quasi commosso, ora sorride come sei anni fa: – Lo dicevo io, che su due stronzetti come voi si poteva scommettere… accidenti che amici che siete! Ma lo sapete che potevate finir dentro anche voi, altro che avvocati e tenenti sareste diventati… – ci guarda e ride, lo vedo in imbarazzo, non sa più che dire, e perciò ci guarda fisso negli occhi, prima a me, e poi a Fabio, scuote il capo, e ride sempre più forte. E noi, scambiandoci un'occhiata di intesa, alziamo i boccali e mandiamo giù l'ultima sorsata di birra.

Si chiede il conto, seduti ed ubriachi sul tavolinetto preferito, qui a Naso, quello dove sedevamo sempre, col posacenere rosso, i piatti ancora sporchi di sugo, e la tovaglia bianca col rammendo al centro, che a guardarla bene non ci sentiamo dei sentimentali se pensiamo che forse è la stessa di sei, sette, dieci anni fa. E questa sera Nicola torna il capo quando naso, con lo stesso fare complice, gli dice sottovoce quanto paghiamo, e poi ci guarda e si accontenta di quel che riusciamo a cavarci dalle tasche.

Usciamo fuori, dopo aver pagato il conto, le fettuccine erano buone, come sempre, come allora. E birra ne abbiamo mandata giù tanta che vien da ridere, così senza motivo, abbracciandosi e prendendosi a spintoni. Fabio ci mostra il cappotto da ufficiale: – Sò proprio fatto! – dice indicando che ha saltato un'asola nell'abbottonarlo, e ride ancora mentre siamo già arrivati sulla piazza semivuota, una prostituta che si riscalda davanti alla brace, vicino ai banchi del mercato, due filippini che si danno appuntamento per domani che è domenica, e qualche macchina che esce veloce da dietro la curva di via degli orti.

Fabio si è riscattato, io sto per laurearmi e presto andrò per tribunali a nome mio, cercando, nel mucchio dei compromessi, della giustizia da rendere a chi ne ha più bisogno.

Nicola finalmente lavora a tempo pieno da Lello, a Ponte Mollo, e Nicoletta forse sta per tornare dagli USA, magari lo cercherà ancora, forse inutilmente; ma non gli dico questo pensiero, non è importante, non stasera. Stasera che abbiamo rivisto per un istante i volti dell'adolescenza, e le intenzioni presto svanite di quell'età, le sue certezze, le ingenuità. Ricordo una poesia di Pedretti, la dico ad alta voce: "l'amico è colui che se va via, a te ti muore una strada del tuo borgo", e per un attimo è Gigi a comparire nella mente, ché non potrà più sognare di andar giù nel terzo mondo a curare i poveri.

Ecco come è andata la storia mia, di Nicola e Fabio, che anche la morte abbiamo incontrato sulla strada, e la prigione, e la violenza, e il compromesso e la paura, a un certo punto, di perdersi di vista, non amarci più e scordare il giuramento.

Abbiamo fatto tante scommesse, perdendole, in questi pochi anni, come a un tavolo da gioco. Ma una, la più grande, l'abbiamo vinta: quella di non separarci, qualunque cosa accada.

– Adesso, quando la tua macchina farà i capricci verrai da me – mi fa Nicola – ed io da te se mi servirà ancora un avvocato –.

– Vedrai che non ti serve più l'avvocato – lo interrompe Fabio – il tempo delle lotte è finito questo ormai l'avrai capito, no? –

Sì che l'ha capito, penso mentre Nicola posa gli occhi su di una nostalgia, sono finite le lotte, le certezze e gli entusiasmi. Rimane la serie infinita dei dubbi quotidiani, la voglia di dare, nonostante tutto, ancora un senso alle nostre vite, e tante strade da percorrere, da scegliere, da cercare, giorno dopo giorno, a piccoli passetti in avanti. E, mentre camminiamo vicini, ascolto questa ritrovata solidarietà, scommetto su altri dieci anni di amicizia, che ci fa più forti e ci accompagna, come un ostaggio strappato al divenire, mentre l'alcool scivola via dolcemente portandosi dietro le nostre giovani età.

1987

Gli amori imperfetti

"….e io mi dico

è stato meglio lasciarci

che non esserci mai incontrati".

(F. De André)

L'aria fresca del mare sembrava scorticarmi la faccia, intorpidita com'era dall'alcool e dal desiderio. Erano circa le quattro e mezzo, ma la notte sembrava ancora durare, o forse ero io che non vedevo il bagliore da lontano del nuovo giorno, o lo confondevo con i centomila fuochi che avevano spezzato ininterrottamente le tenebre, fino a quel momento. Mentre tenevo Sandra per una mano, e sentivo che doveva avere freddo, non vedevo altro, da quella terrazza, che mare e notte abbracciati in uno stesso corpo assieme alle promesse e la speranza che con l'allegria, le sbronze e le grida, intorno a noi, salutavano il nuovo anno.

Avevo vinto la mia timidezza, raccontandole di me e del mio passato, delle mie idee così lontane da quel suo gruppo di amici di idee diverse, o forse senza idee e basta; dei miei amori, le sconfitte le delusioni e l'ostinazione con cui, malgrado tutto, avrei continuato per la mia strada, fregandocene di tutto e tutti.

Aveva 18 anni, Sandra, i capelli chiari dai riflessi rossi, un corpo da adolescente e le labbra piccole, e mi aveva riempito di linguacce per tutta la sera, sfuggendo ogni mio approccio, eppure si sapeva che le piacevo, ma era timida e incostante più d'ogni altra della sua età. Soltanto l'alcool e lo stordimento m'avevano permesso di prenderla per mano, ad un certo punto, e portarla via da quel casino: – Voglio vedere il mare – le avevo detto – accompagnami –, e neanche un quarto d'ora dopo, persi in un mare di risate per le vie del comprensorio, senza aver trovato il sentiero che va alla spiaggia, c'eravamo fermati e diventati seri tutt'a un tratto. Facilissimo. Avevo ottenuto che smettesse di parlare del padre e della scuola soltanto con le mie labbra a un millimetro, ormai, dalle sue. Però non scorderò mai come, mentre parlava e parlava rigidamente impettita nel sedile, di sbiego sorvegliava ogni mio gesto ed anche lei, tremandole la voce, aspettava che quell'angosciante attesa si spegnesse nel nostro primo bacio. Eravamo insieme, come da copione, e sentivo più che mai il successo del mio personaggio stupendo e tenebroso, vivo ed inquieto, fra tutta quella brava e distinta gioventù borghese.

Erano passati 19 mesi da quel giorno, una vita intera su noi due e le nostre promesse di serenità.

Lo scenario cittadino: sempre quello.

C'era lì a Montesacro un angolo di strada che si perdeva nelle propaggini deserte della periferia, una quarantina di macchine parcheggiate in fila indiana, un verde pallido e vuoto oltre il parabrezza, una scuola abbandonata dimenticata da genitori ed amministrazioni, 80 cuori esatti, a due a due a graffiarsi di noia e di tenerezza, quanta vita concentrata in meno d'un chilometro d'asfalto.

– Perché tu sei diverso dagli altri – mi diceva col capo chino e gli occhi piccoli e chiari nascosti sotto una cascata di riccioli castani, sparsi qua e là di rosso.

Ero diverso dagli altri che conosceva, ecco perché era stanca eppure mi piaceva che lo dicesse, dava un colore alle mie nottate in Sezione ed al ristorante e, mi rendeva perfino orgoglioso della mia angoscia, dava un colore a tutto questo, perfino alla sconfitta di essere, probabilmente, niente di più d'uno come tanti disperatamente aggrappato all'illusione di condurre una vita meno inutile.

Ma era stanca di tutto questo, non c'era più poesia, ai suoi occhi, nella fretta, le sbornie e la stanchezza che cercavo inutilmente di celare dietro un castello di parole e atteggiamenti sempre uguali.

– Tu non sei un ragazzo sereno, ed io ho bisogno di serenità. Lo vedi – e non aveva più senso neanche tenersi la mano, d'altronde lei non capiva che in un mondo come il nostro non si poteva essere sereni, andando avanti stupidamente tra pizzerie e feste all'aperto e belle macchine comprate con i soldi di papà, non bastava dare tre esami all'anno e sapere sempre cosa dire, per sentirsi a posto, chiudere gli occhi su sé stessi e gli altri, insomma; continuò: – … lo vedi, anche quel tuo volerti ostinare con la politica, non sei che una parte di quello stesso ingranaggio che credi di rifiutare e di combattere, sei strumentalizzato come tutti gli altri come te, sei diverso dai miei amici, ma non da migliaia di altri illusi, siamo solo due razze diverse, tutto qui, e non possiamo capirci, né tantomeno sperare di poterci cambiare a vicenda…. – l'ascoltavo con attenzione, a metà tra l'odio e lo stupore, ma non cercai d'interromperla, ma ora che si stava definitivamente sputtanando, superficiale, benestante, estranea a tutto quanto il resto, chiusa in casa quasi tutto il giorno a parlare di rossetti e bei vestiti, o lasciarsi incantare dalla facile sicurezza dei suoi amici senza altro problema che quello di dare l'esame per tenersi buoni i genitori, la settimana bianca, la macchina nuova e tanto, tanto tempo a disposizione per diventare grandi in tutta tranquillità.

Continuò ancora: – che senso ha vivere nell'angoscia come fai tu, tu non stai bene, non stai bene perché vorresti cambiare il mondo intero ogni volta che senti il telegiornale, lavori come un negro e ti consumi tra lo studio, il ristorante, e la sezione, dove sfoghi finalmente tutte le tue arie da poeta maledetto –.

Aveva detto proprio così, poeta maledetto, dunque non era proprio vuota, dentro qualcosa le era rimasto in mente dei tempi della scuola. O forse non era affatto vuota né cretina, soltanto aveva imparato meglio di me come difendersi da quell'enorme responsabilità che è l'intelligenza. Così chiudendo gli occhi su tutto quanto non la riguardasse da vicino, evitava di soffrire, nella convinzione precisa che situazioni come quella di mio padre, licenziato dopo 6 anni di Cassa Integrazione, assieme a migliaia di altri come lui, nonostante il contributo dello Stato per la ristrutturazione delle grandi aziende in crisi, fossero qualcosa di molto simile ad una disgrazia, a nulla e nessuno imputabili, in quanto tali, se non alle "cose della vita".

– Almeno provo a fare qualcosa – le risposi senza più tanta convinzione, già sapendo cosa pensava, e cioè che mi avvelenavo di responsabilità, e stavo male, senza tuttavia risolvere nulla.

– In fondo – riprese lei con una lucidità mai dimostrata prima, quella lucidità che solo guardare il mondo dal di fuori ti può dare – il mondo è sempre stato così e non sarai tu a cambiarlo, né altri come te. Se continui così tu soffrirai sempre di più, e non credere che un altro governo possa essere migliore di questo, né che la tristezza e l'esasperazione continua di cui ti nutri possano cambiare, più di tanto, certe situazioni. Accanirsi come fai tu non ha senso, sprechi solo del tempo nel quale potresti fare qualcosa di più per te stesso, o magari… dedicare un po' di più di gioia a chi cerca di volerti bene –, aggiunse poi in solo fiato, rimanendole, fisso lo sguardo sul cruscotto.

Era Settembre, nell'estate appena finita avevamo inutilmente cercato di aggiustare le cose, ed eravamo ormai troppo stanchi e sfiduciati per tentare ancora. D'altronde, come aveva detto lei, non potevamo più sperare di cambiarci a vicenda, né, tantomeno, di scoprirci improvvisamente meno lontani e diversi di quanto i mesi passati insieme avevano dimostrato: non si poteva più fare nulla, quel silenzio nel quale ristagnava ormai ogni emozione ne era, ostinato e crudele, l'ennesima inconfutabile riprova. E forse aveva ragione lei, sul mio conto, a questo pensavo; ciò nonostante esistevano, esistono disoccupazione, armi nucleari, peculato e clientilismo, li abbiamo comunque sulla testa grandi potenze e poteri mal gestiti; c'è, nella società e nel mondo, chi decide per noi e per la vostra vita, e il singolo non ha più spazi né momenti in cui farsi valere, perché tutti sono ormai sotto controllo, e quel senso acuto e doloroso di ribellione e di impotenza può solo uccidere, in chi non sa liberarsene, l'istinto e la capacità di dare e ricevere della "gioia", di credere in qualcosa o qualcuno che sia un po' più che il proprio io (e qualcuno parla, a proposito di questo tempo, di ritorno al "privato"); così o si soffre, come era per me, o ci si adegua a tutti quelli che fanno finta di niente, e non provano neanche più a fidarsi, hanno perso l'amore, ne hanno eliminato il bisogno dalla propria esistenza, e si ripetono in continuazione che tanto non tocca a loro aggiustare le cose, c'è gente che è pagata apposta per questo, d'altronde la vita è così breve e piena di problemi, perché crearsene degli altri, o addirittura andarseli a cercare?

A tutto questo, pensavo in quel deserto nel quale io e Sandra eravamo così persi e lontani, e tutto questo, benché mi sforzassi di convincermi del contrario, sembrava ed era, ad ogni istante, ancora più lontano ed impossibile.

Per me, infatti, anche a desiderarlo, non sarebbe comunque stato possibile ignorare mio padre, a 40 anni, chiuso in casa dal giorno alla sera ad asciugarsi la vista nelle riparazioni, per mandare avanti la "baracca" fingendo di non sentirsi sulla pelle i giochi sporchi dell'economia, di chi può decidere e lo fa, fottendosene di chi pagherà il proprio tributo di sofferenza alla causa dei potenti; la situazione della ditta e la barca di miliardi investiti dallo Stato per sanarla, sperperati o comunque distratti da tale finalità, in forza di accordi scritti e non, sotto l'attenta ignavia del sindacato (specchio d'una realtà sociale ed economica allegra, distratta, se non, addirittura, corrotta); le tasse universitarie in aumento, lo studio non più come vorrebbe la Costituzione, diritto irrinunciabile d'ogni ceto; il pizzettaro del ristorante che dorme in macchina, e non ha più voglia neanche di trovare assurdo e indegno il suo lavorare senza contributi, sempre precario, e lavora da quando aveva 12 anni, ed ora ne ha 52; la gente assiepata, come bestie, lungo i muri del Policlinico, un materasso in terra, una coperta e una fila di mesi prima d'essere operati.

Era quasi assurdo, in quel tramonto senza bagliori né lacrime, io e Sandra ci lasciavamo parlando di politica e qualunquismo. Ed io ero stanco, infinitamente stanco, di sentire economia e politica sulla mia pelle lacera, e quel sorriso ormai offuscato con cui mia madre, poco più d'una bambina, mi tiene in braccio, lo sguardo dolce e acceso d'un'ingenua ricchissima speranza, nella foto in bianco e nero di vent'anni fa. E pensai, d'un tratto, che se anche ero diverso da Sandra ed i suoi amici, e se avevo bisogno di credere in un'alternativa, non era merito mio, né colpa loro: c'era, come sempre al mondo, chi ha tutto quanto gli serve nel presente, ed è perciò convinto che il futuro sia, e rimanga, così lontano da non doverne avere paura; e chi, invece, il futuro già lo vive, respirandone ogni giorno il presagio allarmante in tutto ciò che non ha e che, teme, non avrà mai, soffocato e atterrito dall'incertezza. Comunque sia, gioia o dolore, speranza o sfiducia, tutto ritorna nella categoria banale e spoetizzante dell'avere. Tristissimo, a pensarlo.

Così ci salutammo, io e Sandra, per evitare che la mia frenetica attività, sempre destinata, per ciò che ho detto finora, a sfociare in un'angoscia di dubbi e ripensamenti sulla sua effettiva utilità, se non addirittura sul suo effettivo valore "ideale", contaminasse il mondo piccolo e ovattato di quel suo viso dolce e pulito di bambina senza complessi. Era troppo, troppo debole e insicura, pensai, per sapermi tendere la mano ed accettare di essere sola insieme a me: non mi fu facile perdonarla. Mi lasciò, e la lasciai alle sue unghie smaltate, il pigiamino colorato ed un futuro inutile e vuoto, ma comodo, certo, più del mio.

Andai avanti per un po', tra gli esami, il ristorante e la Sezione, fin quando non fui stanco di ritrovarmi con il PCI a parlare di riflusso, e con i radicali della pancia di Spadolini o della corruzione democristiana. Che andasse avanti senza di me la sinistra, già a casa mia c'era tanto da fare che non mi sarebbe bastata una vita intera.

Ero un bel ragazzino, scuro di occhi e di capelli, con un viso molto pulito ed il sorriso fresco ed immediato, così decisi di godermi un po' la vita, smetterla con le poesie e le storie importanti, e dedicarmi solo al mio futuro, che era già una grande impresa da realizzare: il collasso nervoso dell'estate appena finita e quell'inutile abbraccio, la nausea e la stanchezza, mi tornavano in mente troppo spesso, perché continuassi a spremermi. Mollai la politica, Sandra ed i suoi amici, e tirai avanti in cerca d'un'amante, e di sbronze con gli amici, e partite a bigliardo, nell'aria ispessita dal fumo di qualche bisca. Conobbi Laura ad una festa, dopo neanche un mese, era bionda e d'una femminilità matura e profonda più di Sandra, la pelle chiara e i seni grandi, le gambe lunghe e vellutate, dentro le calze nere, le scarpe col tacco alto e sottile come il suo sguardo; era triste, ed ogni tanto mi riusciva di farla ridere, così le proposi di andarcene di lì e finimmo in una birreria, a bere e scherzare, mentre Gianni e la ragazza, guardandoci, si sparavano in continuazione sorrisetti d'intesa.

Dov'erano i giovani che si vedono in televisione, con quello sguardo forte e sensibile, con quei sorrisi veloci e timidi con cui accompagnano i loro discorsi da grandi? Dov'era la gioia e la bellezza di quei sorrisi, di quegli abbracci, coca-cola e piumini colorati, e le poesie, i racconti dei nonni, maglioni di lana grossa e scarpe da tennis, partite di pallone, vita di gruppo e fede incontrollabile nella vita, e mai, mai un attimo di noia che duri più di un'ora? Dov'erano, se non sepolti nella memoria d'un passato trasfigurato dal ricordo, in quelle classi tinte di giallo, scritte sui muri, una sigaretta di nascosto e amore e amici cui dedicarsi, e l'illusione di aver già capito cosa fare, mentre parli in Assemblea, tra cento altri giacconi e stivali di pelle, in un'aria tesa e pregnante d'intenzioni, delle stronzate del preside e della politica repressiva in Cile e a Cuba, allo stesso modo con la stessa rabbia.

De Gregori, Guccini, Bennato e Neruda, Baudelaire e la chitarra tutto, tutto taceva sui prati deserti del Villaggio Olimpico, nelle mura stanche del vecchio liceo. E quei ragazzi all'uscita, così diversi, dallo sguardo adulto e preparato, si vede che l'hanno già la sicurezza e non la perderanno, una ragazza, il concerto degli Spandau Ballet, belle moto e poco tempo da perdere con le partite di pallone, prima i compiti e dopo il resto. Così uguali, così soddisfatti ed arroganti, così concreti e poco disposti a perdersi in canzoni col "messaggio", passioni ed entusiasmi collettivi, e hanno ragione, il tempo è poco e le difficoltà sono molte, non vogliono lasciarsi sorprendere da un'interrogazione e dalla vita, non vogliono ritrovarsi come noi, eterni insicuri, che ancora ci domandiamo il senso del politico, del sociale, della vita stessa nel suo insieme e altre menate così. Loro no.

Loro sono così tanto, troppo diversi da me e gli altri come me che, appena 4 anni prima, tra quelle stesse mura, cercavano già qualcosa in più, senza neanche sapere cosa. E forse questi nuovi giovani, così tranquilli e programmati, forse loro sì che già lo sanno che è stupido disperdersi e avvelenarsi nella ricerca, e non si preoccupano di cose più grandi di loro, hanno già chiaro in testa cosa fare della propria vita, senza paura. Sono già grandi ed al sicuro, un po' come Sandra, ma non mi sento di essere come loro.

Tutto questo pensavamo, passando avanti a scuola, e per un attimo sembravamo usciti da un film di Nanni Moretti, Claudio ed io, poi ci salutavamo in fretta, sotto cosa, come stai?, mi sento solo, contenti, in fondo, d'essere ancora, almeno ai nostri occhi, così sbagliati e idealisti.

Durante i pomeriggi al bar, tra amici meccanici, periti tecnici e disoccupati, intrappolati dalla noia e quattro calci al pallone, in quell'immensa periferia senz'altra emozione che quel senso tiepido e diffuso di rassegnazione, consolidai il mio intento di riuscire finalmente a rompere tutti i ponti con Sandra. E Laura, commessa di negozio, forte e semplice nelle aspirazioni, mi era vicina con tutta la dedizione che sapeva crescere dentro di sé. Si stava innamorando, come Sandra non aveva potuto più di tanto, del piccolo uomo che scopriva, un po' alla volta, dietro le mai dissolte arie da "poeta maledetto". Parlava poco di ideali, di politica e del futuro, non aveva angosce né ambizioni, e s'accontentava di potere esprimere, serena o rassegnata che fosse, quel po' d'amore che la vita ancora le ispirava. Si stava innamorando, e ciò mi metteva a disagio a volte, così cercavo d'evitarla, quando potevo, rifugiandomi nelle conoscenze che avevo all'università.

Il copione era sempre quello: quando non ero di turno al ristorante, mi piaceva presentarmi lì sul tardi, quando il lavoro era meno frenetico, e tutti potevano così notare le mie due bellissime amiche dottoresse. Il quarto poteva essere Giorgio, o Luca o Claudio, ma io c'ero sempre, e ciò mi faceva bello agli occhi di tutti. Mangiavamo poco, bevevamo molto, e poi scivolavamo nella notte, cantando abbracciati canzoni stupidissime, con allegria sincera, spontanea, che magicamente spazzava via tutti i discorsi tristi fatti lontano, ancora, dall'ebbrezza. Una sera con Nicoletta finimmo a litigare, chissà perché, ma era uno sbaglio, ci dicemmo subito, ci abbracciammo forte e promettemmo di non farlo più; eravamo amici da tre anni, avevo visto lacrime e sorrisi tanto da poterne riempire il mare, in quei suoi occhi chiari: il mio ed il suo cinismo non poteva e non doveva allontanarci.

In quel periodo non stavo un attimo fermo, ed a casa avevano ormai rinunciato a vedermi qualche volta a cena.

Se studiavo o scrivevo me ne stavo chiuso in camera, nel tardo pomeriggio ero sempre fuori con Laura, almeno un paio d'ore, sull'imbrunire. La andavo a prendere al negozio, e ce ne andavamo oltre l'istituto delle Suore, sulla via dove abitava, ci fermavamo al buio in qualche angoletto minaccioso e deserto, la lasciavo dire qualche romanticheria mentre mi teneva il viso tra le ginocchia, poi mettevo la sicura, abbassavo il sedile, e scordavamo tutto. Subito dopo, mentre col finestrino abbassato fumavo freddo e sigarette, immaginavo la faccia di Sandra quando avesse saputo che stavo con un'altra, una bella ragazzetta che, oltre a scopare, mi concedeva tutte quelle altre soddisfazioni che con lei non s'erano mai fatte. In ciò, soprattutto, mi accorgevo di amare ancora Sandra, oppure odiarla, che poi è lo stesso, ed era quell'odio che mi impediva di amare Laura, o almeno così trovavo un alibi a quella comodissima situazione in cui ristagnavo. In fondo stavo bene, anzi sessualmente quello fu forse il periodo più gratificante, tutto mi era concesso, bastava soltanto trovare ad ogni porcheria una giustificazione esistenziale. Poca fatica per un pretendente, come me, allo scettro di poeta. Poca fatica di cui, però, finii per stancarmi il giorno che Laura mi chiese di accompagnare lei ed i genitori, nonna ed amici, alla recita scolastica del fratellino piccolo. La lasciai così, senza preavviso, in una sera di pioggia sotto casa sua, e nonostante non trasparisse rancore dalla sua reazione muta e orgogliosa, pensai per un attimo di volere piangere, mentre la vedevo correre verso il portone, parandosi dall'acqua con la mantella.

Ma non piansi, fu solo un attimo d'angoscia e rimorsi, capii subito che così sarei stato meglio, ci scrissi sopra una poesia, imputai al ricordo di Sandra ogni colpa, e tirai avanti tra gli esami e il ristorante.

Si era già in Novembre inoltrato, ed ogni tanto ancora un po' di sole apriva il cielo steso sulla città, affogata dalla fretta e dalla solitudine, e lasciando i libri aperti sulla scrivania, guardavo fuori e pensavo all'estate che prima o poi sarebbe tornata, a mio padre in vertenza con la ditta ed il sistema tutto, a mia madre impegnata ogni giorno a spezzarsi la schiena sui lavori domestici, e quanto, quanto avevo perso di me, dal giorno che avevo deciso di ridurre tutti i miei ideali all'unica ambizione di essere, prima o poi, un avvocato; alle poesie, a Sandra, alla noia degli altri amici, soli come me, e per un attimo avrei voluto pregare. Poi tornavo a studiare, alle 18 ero al ristorante e finalmente, a notte tarda, mi spegnevo in un sonno incolore, breve e profondo, fino al giorno dopo.

Ogni tanto la stanchezza la sentivo davvero, il respiro sembrava fermarsi, e per un momento temevo di cadere in terra un'altra volta. Poi tenevo duro, cercavo di calmare i nervi, e soprattutto di non farmi scoprire da chi mi era vicino in quel momento. Se avessero retto i nervi, non avrei avuto problemi di resistenza, benché non sembrasse avevo, ed ho tuttora, un fisico forte. Al ristorante, poi, cominciavo a sentirmi più a mio agio, sopportavo le battute e l'arroganza quasi femminea dei gay con cui mi trovavo a lavorare assieme, erano la metà circa del personale, però alla fine ti ci abitui, e ti scopri ad irritarti se qualche cliente si prende gioco di loro.

E il principale, poi, sembrava sempre più corteggiarmi, fosse per utilità od ammirazione sincera. Diceva che uno con la mia volontà, e quella capacità di rubare il mestiere a chiunque, si vedeva, si si vedeva proprio che nella vita avrei avuto un successo sicuro. Ormai ero, per tutti "l'avvocato", avvocato tre Margherite e 'na Capriccio, avvocato vieni qui per favore... avvoca'... ma che cazzo fai?, stai attento... Per favore. Sempre per favore.

Tutto ciò soddisfaceva il mio orgoglio, e mi faceva volere bene a quel piccolo mondo su viale Trastevere, nel quale sfruttamento, soldi, amicizia ed egoismo, dei quali si parlava e discuteva come se fossero scontati, come se fossero un postulato del fatto stesso di lavorare, come se per qualche legge sconosciuta non fosse possibile eliminarne la presenza da quella piccola comunità; sentimenti, insomma, così contrastanti, anziché stonare, si fondevano in una sconosciuta armonia che sapeva unirci, in virtù d'un'inspiegabile solidarietà, più di mille abbracci, nello scherzo e la fatica. Tutto ciò che avveniva tra quelle mura, sembrava non potere essere altrimenti, perché era stato sempre così, dovunque; ed in altri tempi, diceva il principale che la fame l'aveva fatta davvero, nel dopoguerra, in questi altri tempi sì che c'era da lamentarsi davvero. Quelle erano le regole, le vere regole che sui libri di diritto non avrei mai trovato, eppure così vive, antiche ed eterne, alle quali si doveva stare, con le quali e nelle quali si doveva costruire, collaborare e volersi bene. E volersi bene, nonostante ciò che si può credere, non era poi così difficile, bastava aver rispetto ciascuno per la fatica degli altri, ed il principale era il primo, dando il buon esempio e senza mai farsi vedere come un vero padrone, ad usare educazione, cortesia pazienza. E, soprattutto, correva come un pazzo fra i tavoli per tutta la sera, proprio come noi semplici camerieri.

Verso le 11,30 il ristorante cominciava a vuotarsi, e finalmente pregustavamo la pizzetta di mezzanotte, che come un rito ci riuniva, uomini e gay, padroni e camerieri intorno allo stesso tavolo, con la stessa voglia, tutti, di andarcene a casa. Le undici e trenta erano quindi il primo momento in cui ci si poteva rilassare, e quella sera il lavoro sembrava finito davvero: il caposala, ormai tranquillo d'avere tutta la situazione sotto controllo, chiacchierava con un cliente, in piedi, al tavolino, e ne approfittai per ficcarmi nel bagno a fumare in santa pace.

Guardavo il mio viso stanco, riflesso nello specchio, la camicia rossa sgualcita, e la colonnina azzurra del fumo che si schiantava sul soffitto, tra poco avrei dormito, ma delle voci e il suono stridulo d'una chitarra scordata m'avvertirono dell'arrivo dei soliti ritardatari: gettai la sigaretta, mi passai una mano tra i capelli ed uscii in fretta, badando che il caposala non s'accorgesse di me.

La tentazione fu subito forte perché potessi resistere, nessuno mi aveva mai sentito suonare la chitarra, e Guido stesso mi invitò a chiederla in prestito, che avrebbe badato lui al servizio.

Quel gruppo di giovani, più o meno della stessa età mia e di Guido che li servivamo, dovevano già bevuto, ed accolsero con favore la mia richiesta: in meno di dieci minuti avevo tutto il ristorante a mia disposizione, potevo decidere con le mie note se farli cantare, euforici, o costringerli a ricordare qualcosa, suonando una canzone triste. Decisi per l'allegria, tanto che alla fine fui in grado di raccogliere l'invito di una di loro a sederle accanto: un altro prese la chitarra, e tutti continuavano a cantare "Ma la notte", e a battere le mani. Amavo il ristorante e quella sera, il vino che uno alla mia destra versava in continuazione, cosicché il bicchiere non fosse mai vuoto, il caposala mi guardava divertito e non c'era disappunto nel suo sguardo, e volevo che non finisse più. Daniela, questo era il suo nome, era al mio fianco e finalmente mi rivolse la parola, permettendomi di liberarmi dell'ubriaco alla mia destra.

La vidi. Due occhi sottili e caldi, d'un marrone intenso e vellutato, morbidi quasi da sentirne lo sguardo sulla pelle, e mi chiedeva cosa facevo, chi ero, perfino se ero stanco.

Aveva 23 anni, Daniela, lei ed il suo accento chiuso vivevano lontani da casa, nella mia città, con altre due amiche. Io bevevo e fumavo, ed ero fiero di raccontarle di quant'era duro affaticarsi fino all'una di notte, e poi dare gli esami a raffica come facevo, me ne mancavano solo due ed entro Luglio, finalmente, la Laurea. I suoi stavano a Bari, non aveva molti amici e non mi disse di storie o cose simili, era lì che mi guardava divertita e misteriosa, stupita anche lei, forse, d'avermi incontrato così all'improvviso.

Più tardi, mentre cenavamo io Gianluca e Guido, quest'ultimo, stanco e desideroso come me d'un po' di pace, sentendo che quella ragazza m'aveva dato il numero di telefono, cominciò a parlare di fermarsi, la persona giusta, vita tranquilla e una famiglia, che un figlio lo avrebbe amato con tutta l'anima. Intontiti dal vino e la caciara, tutti e due vicini in quel miraggio di riposo e sicurezza per il quale lui, prometteva, avrebbe rinunciato perfino al codino che s'era fatto crescere sulla nuca, dovevamo sembrare due vecchi.

Così Gianluca, dopo quasi mezz'ora che ci ascoltava e ci guardava come se non ci avesse mai visto prima, s'alzò di scatto – Principà – disse scherzando non so fino a che punto – ajutame, 'sti due se vojono sposà, vonno fà i figli...... –, e mentre tutti ridevano, scoprii che per un attimo tutto s'era fermato, con la chitarra, il vino, Daniela ed i suoi capelli alla maschietta, sola, forse, quanto me, e in un assurdo, quanto veloce, pensiero, immaginai di poterla stringere forte. Spiegai il foglietto che avevo tra le mani, lessi il numero che c'era scritto, mi sentii subito molto sciocco, e in quel sollievo tornai a bere, ed a scherzare sul povero Guido che voleva sposarsi e fare i figli.

Le telefonai dopo solo due giorni, e poi ancora altre due volte, fin quando non cominciammo anche a vederci. C'era qualcuno nella sua vita, ma era un sentimento che s'andava spegnendo nella noia e nel silenzio, cosicché tutto sembrava, almeno all'inizio, molto molto facile. Bastava solo aspettare, con pazienza e qualche piccola astuzia, che si scoprisse un po' di più: pazienza, opportunismo e sicurezza costante di poter controllare il tutto: non è difficile, basta essere morti una volta almeno, e per non volere che succeda ancora. Ed io ero stanco, infinitamente stanco di dover sempre ricominciare da una fine, ero stanco e amareggiato, e avevo ormai capito che soltanto evitando di rischiare ogni volta tutto ciò che avevo, potevo evitare altri fallimenti.

Vivevo così, da quando con Sandra e tutto il resto era finita, non volevo un'altra storia importante, e né un ideale che mi distraesse da quel mio "successo sicuro" che già si vedeva: uscire con Daniela, tenerle la mano e lasciarmi affascinare dal suo sguardo intenso, forte e sorridente, non doveva essere nulla più che un gioco, così come parlarle, o fumare a mezzi con le sue labbra, o farle l'imitazione di Massimo Troisi o farle leggere qualcuna delle mie poesie.

Tutto ciò, avveniva senza che io dimostrassi di volerle chiedere qualcosa in più di quei momenti, via via sempre più frequenti, nei quali riuscivamo, insieme, a sorridere un po'. Così, sentendosi ogni giorno più tranquilla, cominciò ad invitarmi a salire da lei, qualche pomeriggio, a bermi un caffè, e stavamo lì nella sua stanza col tavolo da disegno e i libri di Architettura, chiacchierando e facendo i dispetti a Monica, occhi chiari e fantasia, un cuore piccolo e maturo da adolescente spensierata, le reclame del cornetto Algida, un'utopia che ci faceva tanto ridere, la chiamavamo cuore di panna.

Così una sera che in casa sua eravamo stati bene, e mi piaceva perché era forte e profonda, e parlava di Dio, del lavoro e di sé stessa con la stessa attraente lucidità con cui sapeva anche aiutarti a capirti in uno sguardo solo, a forza di sentirmi stuzzicare nel mio orgoglio di uomo latino, mi ritrovai a tirarla a me d'improvviso, e per un attimo la molla stava per scattare. Ma io la volevo davvero, ormai, volevo bene a quella stanza gialla spaziosa, alla coperta coi pupazzetti e quella labbra di donna, volevo potermi fermare a lungo sul suo corpo, e a lungo accarezzarla dicendole di me, non mi bastava l'avventura. Così, tacitamente, e come se nulla fosse stato per accadere, presi dalla certezza che lasciarsi andare non fosse possibile più di tanto, restammo abbracciati a parlare un altro po' di Monica, Cristina e Giorgio, dei miei amici e tutto quanto, ancora, potesse farci più vicini.

Sandra era più che mai lontana, lontana dall'ambigua intesa di quell'abbraccio e la carezza di quelle labbra sulle mie, nel pianerottolo, prima d'andar via.

Per nulla turbato, anzi soddisfatto d'aver avuto in mano, in un solo gesto, le mie e le sue reazioni, uscii per strada e nulla era cambiato: lontano da tutti quelli che, banali e inascoltati, annegano in pozze fetide d'incertezza e dolore io no, io sapevo ormai come difendermi. Daniela, ambigua tenera e affascinante, era abbastanza pericolosa da costituire, più di Laura, un valido test per quel cinismo su cui viveva, da pochi mesi, la mia ritrovata serenità.

Fumai l'ultima sigaretta della sera, con lo stesso gusto pieno ed incosciente della prima volta. Ero tale e quale al giorno prima, avevo imparato a circoscrivere emozioni come quella di pochi minuti prima, esserne il padrone e non il servo, e quel bacio sfuggente sul pianerottolo, era un bacio, e niente più. O almeno così credevo.

Daniela d'altronde, doveva sentirsi attirata da me proprio per questo: perché sentiva, ed oggi ne aveva avuto la riprova, che in qualunque momento si stabilisse tra noi un contatto, io restavo sempre padrone della situazione, e vedermi saggio amministratore d'ogni nostro slancio, dalla prima telefonata fino a questo momento, tanto da non tentare d'approfittare d'una situazione che forse, incosciamente, essa stessa aveva voluto creare per mettermi alla prova, sentirmi insomma così tranquillo e prudente le ispirava, certo, una sicurezza che da sola non avrebbe saputo darsi.

Ero così, sicuro e forte, e presto l'avrei avuta, ne ero certo, senza che arrivare a ciò mi costasse un solo attimo di impazienza o di timore. Quella notte crollai a dormire con facilità, e mi ritrovai sveglio che tutti erano usciti, la casa vuota fino all'ora di pranzo, riuscii a studiare altre 90 pagine di Diritto.

Avevo ancora un po' di cioccolato, e così pensavo di farmelo, benché non fosse ancora ora di pranzo: il libro taceva, assieme al codice, sulla scrivania; la stanza e i jeans di mio fratello sul letto, il cassetto delle foto aperto su centinaia di visi spenti nella memoria, una luce opaca e tranquilla sui miei pensieri. Avevo ancora un po' di cioccolato, e lo osservavo nel palmo della mano, annoiato e felice.

Squillò il telefono, e, sempre carezzando quella paletta che sembrava sterco, andai a rispondere.

– Ciao Alessandro... come stai? – tacevo – ...ma sei tu? – chiese con un turbamento quasi angosciato, e scoppiai a ridere rispondendo, poi, al suo saluto. Si finse offesa, ma non ci misi molto a farmi perdonare. L'avevo riconosciuta subito, senza emozione, era così scontato che mi avrebbe chiamato proprio oggi, e in questa certezza, durante tutta la mattina, avevo quasi dimenticato che esistesse.

Sembrava più dolce e arrendevole della sera prima, anche se sfuggiva quell'aria di complicità che ostentavo nel mio tono di voce. Voleva vedermi, sempre se non avevo nulla da fare, la scusa era quella d'un altro caffè, ma era sola a casa, aggiunse, e si annoiava o era giù, non sapeva dirlo. Scrissi un bigliettino a mia madre, mi misi in tasca il fumo, e uscii. Anche oggi non studierò, pensai con un'ombra di rimorso, mancava appena una settimana all'esame, ma ce l'avrei fatta comunque.

Daniela doveva essere una di quelle persone che fumano per atteggiamento, infatti prolungava con metodica lentezza, quasi un rituale, tutti i preparativi. Io, al contrario, fumavo raramente, e se lo facevo era perché non avevo nulla da fare, preferivo trovarla già pronta la sigaretta, non amavo quell'aria losca di cui si circondano, per atteggiamento, appunto, i fumatori abituali. Così la guardavo, furba e sorridente, quasi una bimba, seduta all'indiana sul letto, i piedi scalzi, aspettare la perizia con cui arrotolava la cartina, dopo aver mischiato il tabacco d'una MS con il fumo, ed eravamo soli e sereni a quattro piani di altezza, in salvo dalla pioggia e il traffico.

E così, mentre aspiravo adagiato ao suo ventre, e poi le passavo lo spinello, era scontato che anche quella volta avrei fatto centro, lo sentivo dal suo modo di tenermi le spalle, di tacere e di sfiorarmi, che qualcosa stava per avvenire. Ero sicuro che di lì a stasera l'avrei avuta, bastava assecondare ogni suo stato d'animo, così da rassicurarla. Ero sicuro di ciò che sarebbe accaduto, ma ne avevo un po' paura, per un attimo fui confuso e inerte, non sapendo cosa fare, poi capii di doverle innanzitutto nascondere quel turbamento, tornai a recitare e tutto fu di nuovo, e improvvisamente, facile: in un secondo al termine del quale ti sembra di risvegliarti dal fondo d'un'eternità, mi ritrovai a baciarla, lei mi chiamò con improvvisa autorità sulla sua pelle, la strinsi forte e non ricordo quasi più nulla, se non un grido strozzato, infine dalle labbra schiuse. Ed in quel grido si spense ogni emozione.

Come al solito fumavo, guardando oltre il cuscino, ignaro della mia amante, e ne tenevo i pensieri, quei pensieri che, a differenza del suo corpo, non avrei mai potuto conoscere e possedere neanche col più sordo degli amplessi: era lontana. Così fumavo e guardavo oltre il cuscino, le spalle scoperte, e un brivido di freddo sulla pelle, che mi tornava alla coscienza, e lei taceva, rivolta al soffitto, cercando a tratti la sigaretta tra le mie dita.

Era lontana, e non avrebbe potuto essere altrimenti, è sempre così dopo l'amore, quando t'accorgi che quella pelle che è stata anche la tua nell'istante del desiderio,con cui hai voluto unirti in un contratto di piacere e di dolore, e non avere più paura, si dissolve d'improvviso in un'altra mente, un'altra esistenza, fatta di pensieri, ricordi, amori ed emozioni vive e pulsanti, ancora, come carne scoperta, e la tua amante è solo un corpo senza moto, disteso accanto al tuo, scoperti entrambi nel freddo della notte. Così noi.

Eravamo soli, fermi e smascherati nell'inganno che accompagna e poi tradisce il desiderio, il cielo si sbiadiva un po' alla volta, ed a momenti al tepore di quel lume giallo si sarebbero aggiunti i passi e le risa di Grazia e Monica, e forse Paolo avrebbe chiamato. Volevo andarmene, tra un po' lo avrei fatto ma lei, quasi indovinando quel pensiero, mi afferrò il polso e, carezzandomi con improvvisa e ritrovata dolcezza, disperata e autoritaria da non ammettere smentite: – Stanotte dormi qua – disse fissandomi – ne ho bisogno –.

Ed in un gesto che avrei ripetuto molte altre volte, dopo quel giorno, chinai il capo sui grandi seni, pallidi e compatti e lì, non so come mi addormentai senza alcuna tristezza.

Cercavo scampo, in qualche modo, a quel turbamento che d'improvviso sfocava i concetti e le ragioni del Diritto, e mi mostrava, come in uno specchio, la mia immagine stanca e vuota, china sulla scrivania e dentro un maglione di lana grossa. Così mi alzavo, e cominciavo a camminare per la casa deserta, lungo il corridoio allagato di penombra, in cerca d'una foto o d'un quadro, oppure andavo in cucina, e preparavo il caffè con strascinata e penosa lungaggine, per poi berlo tutto d'un fiato e non sapere di nuovo cosa fare. A volte provavo a telefonare a qualche amico, anche ai pochi del giro di Sandra con cui ero ancora in contatto, e mi scoprivo del tutto indifferente a che il suo nome fosse o no pronunciato durante la conversazione.

Infine provavo ancora a studiare, e la sera mi cambiavo e raggiungevo il ristorante attraverso il traffico dell'ora di punta, e non bastava più Castel Sant'Angelo, via della Conciliazione, né i vicoletti della vecchia Roma: insofferente e nervoso, più d'una volta, sul lavoro stavo per litigare con qualche cliente cafone.

Ma questa nuova inquietudine durava, a volte, non più d'una giornata, dopo la quale tornavo a sentirmi capace di sfuggire ancora, nel cinismo, la trappola del desiderio.

A volte, invece, m'accorgevo di desiderare quasi fisicamente di udire la voce di Daniela, e poterle parlare o tacere che poi era lo stesso, e soltanto quando ciò avveniva tutto si calmava, e come un falso allarme riaffondava nell'incoscienza.

Ma erano solo dei momenti, la cui entità non era tale da mettere in crisi quella mia tanto preziosa e, fino ad allora, sconosciuta serenità, ed ero pronto, forse, ad affrontare in modo nuovo tutto quanto in passato m'aveva succhiato ogni energia senza, tuttavia, "concludere nulla". E Daniela, che volessi o no capirlo, aveva un peso in tutto questo, perché non mi guardava strano se le leggevo una poesia, o le dicevo, amaro, che la sinistra s'era spenta ed era brutto non avere qualcosa di certo in cui credere, ché Dio, a volte, è difficile trovarlo anche in noi stessi.

Stavo bene con lei, certo avrei voluto poterla sentire più mia, non doverla dividere con Paolo, poterla vedere ogni volta che lo desiderassi. Avrei voluto che scegliesse, ma sapevo che era troppo presto e che dovevo accontentarmi di quelle oasi di tenerezza nelle quali il destino ci concedeva, a tratti, di ritrovarci; e d'altronde dovevo continuare a non sentirmi coinvolto più di tanto, scacciare questo tipo di pensieri, perché solo così avrei saputo aspettare ancora. E ciò appariva ogni giorno più difficile. Infatti non mi era facile ignorare che, proprio grazie a lei, già in quel primo mese, avevo ripreso a frequentare, un po' alla volta, la Sezione, tornando a scavare nella sinistra, in cerca d'una definizione più precisa del mio slancio politico, e i vecchi amici, le riunioni, i ricordi del tempo in cui eravamo stati le ultime propaggini d'un movimento studentesco in via d'estinzione, le birrerie dove si parla di politica e letteratura; con lei avevo ripreso a lavorare, con nuova fiducia, alla mia raccolta di prose e liriche dallo stile sconosciuto e troppo, troppo quotidiano; per lei leggevo, scrivevo, studiavo e lavoravo con un ordine mai conosciuto prima, e senza drammi tornavo, un po' alla volta, a ricercare intorno a me un valore che andasse oltre quell'ambizione che oggi si insegna alle elementari, e nelle case, al posto dell'educazione civica. Per lei, e con lei, m'accontentavo, e stavo bene ed al sicuro, col mio cinismo in tasca, da tirare fuori non appena un moto di ribellione superasse il livello di guardia. Sereni insieme; a volte inquieto, io, da solo; triste e preoccupata di non poter resistere in quell'equilibrio fondato sulla doppiezza, lei, da sola. E in quest'altalena di umori e stati d'animo, che pure aveva un senso e mai si spezzava, e poteva durare a lungo, se fossi rimasto capace di amministrare il rollio, riuscii a dare l'esame, e cominciai, con rinnovato entusiasmo, a preparare l'ultimo.

L'inverno era cominciato tardi e all'improvviso: i pomeriggi sempre più corti, sembrava tuttavia che non finissero mai, incollato ai libri, la sera al ristorante e in sezione, qualche notte da Daniela. Accadeva sempre e soltanto quando Paolo era di servizio, e sebbene tutto ciò non fosse piacevole, fingevo di non capire che per Daniela lui contava ancora, e molto. Non pensavo alla precarietà di quella situazione nella quale procedeva la mia storia con Daniela, da più di un mese, e se lo facevo, mi ripetevo che, nonostante tutto, il nostro stare insieme aveva un senso se davvero dovevo a lei la mia serenità, e non capivo, e fingevo di non capire, che quella piccola fetta della sua esistenza che mi concedeva, presto non mi sarebbe più bastata. Ma tanto c'erano sempre un migliaio di cose in cui perdersi, e se mi capitava di pensare, ciò avveniva magari di notte, accanto al suo corpo nudo e semiavvolto nelle lenzuola, con la stanza ferma e troppo grande da riempirla tutta con una sigaretta, di ritorno dalla Sezione o dal ristorante, quando le parole dei poeti erano lontane, intrappolate, incollate su ognuna di quelle stelle che la notte dopo non sai più ritrovare, e tutto ormai tace.

Così mentre infilavo la chiave nel portone, mi sentivo improvvisamente solo e indifeso, e guardando quella periferia sterminata che s'allungava nel buio, sentivo il cuore ed il pensiero addormentarsi, spauriti nella morsa del gelo e di tristezza che mi calva addosso a tradimento, dopo tanto correre.

Ricorderò sempre quelle sere nelle quali, aprendo la porta di casa, scoprivo mio padre, mezzo addormentato tra radio e televisori spenti, voltarsi in un cenno di saluto, e poi seguirmi lungo il corridoio, spegnendo le stufette elettriche mentre mi cambiavo, ché ormai ero tornato e l'avevo trovata calda la casa. Quanto bene sentivo di volergli mentre lo spiavo infilarsi leggero nel lettone nel quale, da bambini, giocavamo ad assalirlo a cuscinate con i miei fratelli, e mia madre rideva ed urlava, insieme, di smetterla. Quanto bene sentivo per quelle due anime, e il loro tenero accompagnarsi tra le insidie del giorno, fino a trovarsi ancora insieme, a sera, in salvo dalle coltellate; e un tepore ingenuo mi coccolava, mentre ascoltavo la notte ed il riposo piombarmi addosso all'improvviso, stanco e deserto d'altre sensazioni. Precipitavo nel sonno, ed era come se di lì a domani trascorresse un'intera esistenza.

Poi di giorno tutto ricominciava, i libri, il ristorante e niente più, per giorni interi, fin quando lei non chiamava, perso tra mille ansie di laurearmi in fretta, e chiudere gli occhi su quel futuro che, prima o poi, nel bene e nel male, mi avrebbe raggiunto: come erano già lontane le mie intenzioni estetiche, di godermi la vita ed il presente e non avere più ideali, storie importanti e angosce sul domani, mentre cresceva, via via più fondata, la paura di stare per innamorarmi di Daniela, della sua amicizia, del suo corpo e dei suoi occhi sottili come una lingua di gatto!

Non sempre nei periodi anche intensi in cui ci vedevamo, facevamo l'amore: a volte ce ne stavamo a parlare per delle ore, senza neanche provare desiderio.

Altre volte, invece, mi era sufficiente vederla spogliata al risveglio: il busto seminascosto dai seni tondi e grandi, il ventre ritrattato in una contrazione improvvisa, proteggersi ora il viso tra le ginocchia, per noi distenderlo alla luce pallida del giorno assieme alla sua nudità, chinando il capo all'indietro. Quando m'appariva così, il viso, solitamente colorato d'una ridente malizia, le si cambiava in un’espressione muta e lontana, d'una purezza quasi angelica, eppure adulta, vissuta e incontaminata allo stesso tempo. Avvolta in quella catarsi improvvisa, ne osservavo il profilo sottile e delicato, le ciglia lunghe, i capelli neri e morbidi, e il corpo forte e modellato come una statua greca, e c'era in lei un che di fidiaco.

D'un tratto credevo che, proprio come dea, avrei dovuto soltanto ammirarla, e mai contaminare il fascino assorto di quell'immagine che fioriva al mio sguardo, e tacevo, ammirato, avanti alla pelle chiara, da antica greca, di quella donna che in un solo istante si staccava al di sopra d'ogni senso. Ed era lei, allora, che chiedendomi una sigaretta, e tornando a chinarsi oltre le ginocchia, e semplicemente parlando nel suo accento chiuso ed arrogante, come volesse ridiscendere tra i mortali, chiedeva che mi avvicinassi.

Così non era una dea, e sorridevo, come tuttora mi capita, per averla trasfigurata in un'atmosfera così tanto elegiaca, che ai più potrà sembrare una menzogna; sorridevo, perché essa stessa, quell'immagine pura, lontana ed assorta quanto un marmo pregiato, si faceva di nuovo pelle, sangue, istinto e desiderio, attraendomi con improvvisa e violenta sensualità sul suo corpo. Tornavo sicuro, e padrone di quella bellezza che, quasi senza più pudori, ella m'offriva; e in questa altalena d'emozioni, di cui Daniela non sapeva mai stancarmi, ci amavamo.

In tutto questo, Paolo era come se non esistesse, benché io sapessi che altra era la realtà: in effetti si vedevano ancora, e non potevo impedirlo. Né, d'altronde, ne sentivo il bisogno, rimanendo totalmente confinata al di fuori dei nostri incontri, la sua immagine viva, soltanto, attraverso i racconti sporadici che di lui, a volte, Daniela mi rendeva.

E qualche notte che restavo a casa sua, dormivamo abbracciati come bambini, io, lei, Grazia e "cuore di panna": fumavo meno, non bevevo quasi più, ed ero sul punto di dare l'ultimo esame. Mi scordavo spesso che a casa i soldi non bastavano mai: vivevo e studiavo con calma, come se non ci fosse nulla da sfuggire, come se intorno a me non ci fosse più nulla di precario. Erano attimi di sollievo, che duravano poco, ma era pur sempre vero che quasi del tutto dipendevano dalla fiducia e la tenerezza, che la storia con Daniela stava, un po' alla volta, risvegliando in me. Insomma, m'accontentavo di brevi profondissime oasi di dolcezza, ignaro, volutamente ignaro di come davvero stavano le cose, e come la città sconfitta eppure viva ogni mattino, affogata nei ritmi angusti e innaturali, portavo avanti quella relazione, morendo e tornando in vita cento volte ogni ora. "Tira a campare" diceva Bennato alla sua città, "e tira a campare", giorno dopo giorno, finite le scuole, avevo cominciato a ripetermi anch'io, e così facevo, ormai, senza ribellione alcuna già da prima d'incontrare Daniela.

E non m'era più chiaro, a volte, il senso di quel sentimento vivo e profondo di contentezza che m'invadeva quasi di nascosto, ambiguo e ricolmo d'immaginarie fantasie dell'adolescenza, così presenti, in certi momenti, ma rare e isolate, nel grigiore intorno, l'isolamento politico e ideologico, l'assenza d'una vera prospettiva, una qualunque, che m'apparisse durevole e solida, impossibile a perdersi nel rotolio continuo e disordinato degli attimi. Vivevo così con Daniela.

Senza un motivo preciso per tornare a vivere, ma almeno esteriormente, per certi piccoli atteggiamenti, mi pareva di ricreare con lei certi miti dell'adolescenza, sentivo in lei e nel suo modo così sfrontato e liberale di affrontare tutto, quel po' che restava in ciascuno di noi del respiro violento dell'adolescenza e dei suoi ideali, prima che la crescita ci investisse di altre diversissime esigenze e ideali. M'ero costruito, su di lei, un piccolo mondo di fantasmi e sensazioni difficili da raggiungere appieno, ma comunque di non facile equilibrio. Insomma sapevo che tutto intorno era diverso, e avere finalmente una ragazza che parlasse anche di politica, e degli anni passati, non era che l'illusione passeggera d'essere ancora vivo.

Cosciente come ero, di ciò, solo a tratti la finzione riusciva a carpirmi con convincente realismo, e dal contrasto con la realtà che subito dopo m'appariva e che si rivelava l'unica cosa incapace di sgretolarsi al peso della quotidianità, vivevo o, meglio, tiravo a sopravvivere non sapendo, soprattutto e fortissimamente, non sapendo quanto sarebbe durato quel copione.

Cristina era una ragazza stupenda, dolcissima e sicura, all'apparenza, e andarci in giro tutti ti guardavano, e si chiedevano cosa mai avessi in più di loro.

Era soltanto che mi voleva bene, ed io a lei, così simili da saperci anche scontrare, proprio come due fratelli: io e lei, l'amico e l'amica e niente, mai, da volere di più l'uno dall'altra.

Non so come successe che cominciai a parlarle di Daniela. Era una sera fredda, con la città intontita dal gelo ed il silenzio, le due di notte sotto casa sua. Se ne stava raggomitolata a fianco a me, nella Golf, piangendo come una bimba, con le scarpette da tennis sul cruscotto, i calzoni neri e corti alle caviglie. Così vestita, quel suo corpicino esile e proporzionato esprimeva gioia e tenerezza, insieme, e c'era da restare incantati a quello sguardo isterico e assassino, d'una femminilità crudele e lacerata, con cui rimescolava nella sua tristezza, in cerca d'una soluzione. Era incantevole, nera di capelli, e gli occhi sottili un po' a mandorla, le guance magre e pallide, le labbra rosso vivo.

Cercava una soluzione a quella tristezza, sperduta nella paura d'un mondo che non è più facile come la scuola, e si può anche morire di tristezza a vederlo in faccia tutto insieme, da un giorno all'altro. L'ansia e il dinamismo esasperato l'avevano portata, in tre anni e mezzo di Università, a bruciare ogni tappa, a consumare ogni energia tra gli studi, le lezioni private al pomeriggio, ed i suoi viaggi a Milano. S'era laureata, in netto anticipo su tutti noi, con 110 e Lode, ed era stanca. Era stanca adesso, aveva dato e chiesto troppo a sé stessa e a Marcello, era stanca, e vuota, e piangeva, sola in macchina, con me vicino, l'odore forte e immobile della morte su di noi.

Anche io sapevo cos'è un amore che sta finendo, ti muore dentro un po' alla volta, e tu lo guardi agitarsi e ne ascolti le frustate dentro l'anima, lo guardi e ascolti, ma non puoi fare niente altro. Sola e disarmata avanti alla lotta che le si parava davanti, dopo la Laurea, non riusciva più a sentirsi coraggiosa, e tutto in lei si spegneva piano. Moriva l'amore per Marcello, biondo come un tedesco, prigioniero d'un altra vita, in un'altra città, non le bastavano per più di un'ora le carezze deboli e furtive di Giorgio, che l'amava da un anno circa, e il lungotevere s'era ormai spento sulle nostre risa, e sull'ebbrezza: non aveva il coraggio di scegliere tra l'uno, l'altro e la solitudine, e così viveva, ignara ed infelice senza sapere perché.

Io fumavo, e non sapevo come parlarle, fermo e ambiguo come una parte di buio, guardandola con atroce indifferenza. Ma fu lei a parlarmi: – Tu non ce la fai più – mi disse scrutandomi con lo sguardo improvvisamente lucido, e affilato come una lametta che ti attraversa la carne – ...proprio come me. Stai come me... però non piangi mai –.

– Ti prego dottoressa... – cercavo d'interromperla, non volevo pensare, avevo troppa birra in corpo, e Daniela era a casa sua con Paolo; tra i suoi ricordi, dimentica, probabilmente, di ognuna delle mie carezze – ...ti prego dottoressa, non ho voglia di parlare di me –.

Mi guardava come se non avessi detto nulla, come se non avesse ascoltato:

– Ti prego Cristina – e scuotevo il capo, e lo sguardo mi sfuggiva nella notte – ...ti prego, non farmi parlare... –

– Credi di amarla? – mi fece a bruciapelo, ed io non me lo ero mai chiesto. Non mi ero mai chiesto veramente se amavo Daniela, così convinto di poter soffocare quel dubbio per molto ancora.

Tacevo, e dovette vedermi turbato, come non le era mai successo, e solo a quella mia implicita ammissione, pentita e appagata allo stesso tempo, si avvicinò, posando il capo sul mio petto. Io le carezzavo i capelli, guardando fisso avanti, e muto, i sacchetti della spazzatura traboccanti dai cassoni di ferro.

Mi chiese scusa, con la sua vocina di quando è ubriaca – ...scusami, ti voglio bene – aggiunse poi con un tono subito più deciso, e mi prese una mano tra le sue, come a volerla scaldare. – Starò zitta, se vuoi... Starò zitta... ti voglio bene... – ripeté ancora.

Ma ormai mi aveva colpito al centro di tutta la mia costruzione, aveva ferito a morte il mio cinismo, con la domanda più semplice, banale, ma diretta e veloce come una freccia, e nell'istante stesso che mi aveva chiesto "Tu la ami?", la passione, in me, aveva straripato oltre quell'argine inconsistente di sicurezza nel quale tentavo ancora, e invano, di confinarla.

Così per la prima volta, dopo oltre tre mesi, ero lì, trafitto dall'amarezza, che parlavo senza più fingere, con me e Cristina, di Daniela e di tutto quanto il resto, e avvertivo crescere in me un bisogno infinito, inutile e soffocante di piangere e di sentirmi male, un bisogno assurdo e sconosciuto di lasciare che tutto avvenisse senza più oppormi. Ma le lacrime neanche mi bagnavano il viso, eravamo lì fermi, muti e abbracciati come due amanti stanchi, sperduti in una tenerezza inutile anch'essa, sbiadita e precaria. Era domenica notte, ormai, per le vie deserte corremmo ancora un po', con la macchina, ignari, forse davvero, che tra poche ore tutto ricominciava.

Il resto è ormai facile da raccontare. Tenni duro per altre due o tre settimane, e già la vedevo Daniela indispettirsi alla mia invadenza, ora sfuggirmi, per poi perdonarmi sempre più a fatica. Allora ero preso dai rimorsi e la paura, e mi era cento volte più difficile ottenere che si riavvicinasse, ché ormai si spegneva sempre più spesso nei suoi sguardi pallidi e senza ragione sul calendario, contando i giorni dall'esame e mille altre incertezze; ed io credevo di potere ancora sfuggire a tutto quanto, tornando ad isolarmi dagli amici, la Sezione e le poesie: pensando solo alla mia laurea a pieni voti, credevo di potermi rifugiare, ancora, in quel cinismo che si dissolveva tra le mani tanto più tornavo a cercarlo. In realtà, così, non facevo altro che sprofondare sempre più nella debolezza e la solitudine di chi si dà per vinto.

L'incanto era spezzato, io non potevo più accontentarmi come prima, non dopo che quella sera con Cristina avevo capito che tutto il mio cinismo aveva solo potuto ritardare la passione, non cancellarla dal mio esistere. Consumammo in fretta, e quasi senza piacere, gli ultimi amplessi, poca voglia, ormai di baciarci o di sorriderci, e gli abbracci, forti e interminabili, sempre più frequenti, inutili e deserti.

Andammo avanti così, fin quando tutto non fu troppo chiaro e grande, da non sapere più come nascondersi: non era più possibile fuggire, insieme, da noi stessi, dal mio bisogno acceso e disperato di non sentirmi solo, dal suo terrore folle di rinunciare, d'improvviso, a 4 anni di ricordi e di momenti vissuti con Paolo. Eravamo ormai tesi e inquieti da non saperci sopportare, a volte, così finimmo per parlarne, una sera. Mi disse che non ne poteva più, non ci saremmo sentiti per un po' di tempo, io avrei dato l'esame e lei, nel frattempo, avrebbe riflettuto, e probabilmente avrebbe raccontato tutto a Paolo, ché ormai non poteva più nascondergli la mia esistenza.

Ci trovammo d'accordo, e prima che me ne andassi facemmo l'amore, con la stessa voglia ed eccitazione della prima volta. Rassicurati da quel patto cui affidavamo la salvezza della nostra relazione, fu facile sorriderci e baciarci con entusiasmo, prima di salutarci sulla soglia di casa.

Scesi in strada, mi accesi una sigaretta, attendevo di vederla affacciarsi alla finestra, come le altre volte, ma non fu così, aspettai invano guardando su, per qualche istante. Tuttavia non diedi importanza a questo particolare, anzi è solo adesso che mi torna alla mente. Gettai la sigaretta che era ancora a metà, e m'affrettai a infilarmi in quella notte che sembrava avere aspettato solo me, per andarsene finalmente a dormire.

Tornai a casa dopo l'esame, e mentre ne annunciavo il buon esito e provavo una lieve soddisfazione per essermi saputo imporre, nonostante tutto, di sotterrarmi tra i libri per un'intera settimana, senza mai uscire né essere triste, mi dissero che Daniela aveva chiamato.

Pranzai in fretta, poi uscii senza dir niente, sotto lo sguardo cieco ed ammirato dei miei genitori: l'anno accademico stava terminando, e mi sarei laureato con appena una sessione di ritardo.

Girai a lungo con la Golf, lo stereo buttato al massimo. Me l'ero comprata da solo quella macchina, a mille lire su mille lire al ristorante, non come tanti figli di papà che hanno tutto e subito. Ma, in fondo, questo discorso lo avevo già fatto tremila volte col principale, sì da rinnovare quella stima che sentiva per me così, a pelle d'istinto, rara cosa la spontaneità per un commerciante.

Guidavo a lungo, senza una cognizione precisa del tempo, e né una meta, lo sguardo fermo e lucido oltre il parabrezza appannato, poi bloccavo l'auto in un angoletto, fumavo, scendevo, passeggiavo e sopportavo tutta quella gente così stupidamente felice di andare a far compere al centro, il benzinaio più o meno della mia età, che avrei rivisto, forse soltanto un po' più stanco, fra trent'anni, a quella stessa pompa, e i discorsi nei bar su Falcao, la Roma, e quel giovane portierino della Lazio, una vera promessa del calcio, mio ex-compagno di classe, futuro avvocato, sereno forte e intelligente come pochi.

Ero lì, inchiodato tra bar e strade percorse da migliaia di vite e passi, e cuori al volante. Ero lì, fermo e indifferente e sapevo, capivo ormai che non avevo neanche più una scelta da compiere, ché tutto avveniva da sé. Avevo sbagliato, dopo Sandra, a credere, illudermi ma soprattutto desiderare di potermi cambiare in qualcosa di più cauto e razionale. Il fatto stesso di aver dovuto comunque combattere, negli ultimi mesi, contro una passione da amministrare, dirigere e regolare, come non fosse altro che una massa d'acqua incapace di straripare alla pioggia dell'emozione, non era stato altro che uno sbaglio, un tentativo inutile d'apparirmi diverso da come ero, come anche Claudio dice sempre mimando la canzone "quelli come noi non cambiano anche se si fanno schifo".

E forse in questo anche Daniela era ed è come noi. La lezione che imparavo da lei era questa: che si può rinnegare il passato perché in realtà ero e sono io uguale agli altri, bisognoso di certezze, di speranza di amore. Bisogno d'amore insopprimibile che nasce nuovo su di un pretesto quando il vecchio non è ancora finito del tutto, bisogno di qualcosa, un'idea, un sogno, una donna, che riempia il vuoto. Perché lei in realtà pur volendolo, non sapeva rinunciare a Paolo e tutto ciò che lui aveva significato. Proprio nel momento in cui avevo cominciato a chiederle, col mio comportamento più assillante e possessivo, che ella si desse totalmente alla nostra storia, proprio allora s'era resa conto d'essere fatta, come tutti noi, di frammenti di vita, forse non più attuali né capaci di gioia, ma parte comunque di sé stessa, del suo pensare, agire perfino amare. Paolo era in lei, nel bene e nel male, e negli ultimi incontri la sua presenza s'era insinuata sempre più forte e prepotente, tra i nostri sguardi e discorsi, soffocando entusiasmo e serenità. Proprio come in me, nonostante le intenzioni di pochi mesi prima, la passione tornava ad imperare. Né d'altronde, adesso lo capivo, avevo mai rinunciato davvero al desiderio – bisogno d'un ideale per cui vivere, ed una storia importante cui dare tutto me stesso. Così da domani, pensavo, tutto sarebbe stato come prima, con o senza di lei, tutto sarebbe continuato, come un gioco dalle regole già fissate ed immutabili. Tutto ciò che può cambiare, capivo, non sono le aspirazioni e i desideri di un uomo, perché sarebbe come voler forzare l'impronta indelebile che esiste, dal primo vagito, in quella carne di cui è fatto, e che non muterà, se non all'apparenza, fino alla fine, tutto ciò che può cambiare, e che cambia, è soltanto il senso maggiore o minore di vuoto che egli può provare, nella vita, cercando, fra gli altri, se c'è qualcuno che sia un po' meno diverso da lui, cui raccontare la propria solitudine, in cerca d'una comprensione che sia, anche, un po' tenerezza.

Così, senza più emozioni, pensavo a cuore di panna, che sarebbe andata avanti per chissà quanto, ancora, nella sua incosciente spensieratezza, a Sandra, gli amici, ed a mio nonno, baffetti piccoli d'un altro tempo, avvocato in pensione, che avrei abbracciato, presto, uscendo dalla sala delle lauree. Tutto irreale, ed abbrutito stanco e vuoto, più cinico che mai, arrivai da lei, che era già buio, dopo un pomeriggio intero perso nel traffico, come una foglia al vento.

Non volevo salire, così le chiesi di scendere. Uscendo mi abbracciò, e mi accontentai di soffocare, chino sulla sua spalla, il desiderio inutile e stanco di lasciarmi andare. Parlò a lungo, era bellissima, e non capivo che provasse, non lo capivo però sapevo che era bellissima e che non l'avrei più baciata. Disse che era cambiato qualcosa, che non ne poteva più, doveva scegliere e non sopportava di perdermi ma doveva scegliere, e 4 anni non si buttano via così. Piangeva, così la feci entrare in macchina ma ne volle uscire quasi subito, e passeggiammo fino alla cabina del telefono in fondo alla via, la città moriva nel traffico e presto tutto avrebbe taciuto.

Come potevo spiegarle che 4 anni si buttano via da soli, che il tempo passa, trasforma e cancella il bene e il male, e nasce un bisogno nuovo e indistinto di ricominciare? Come potevo dirle ciò, se io stesso sentivo che accettarlo costava troppo, bisognava essere cento volte più cresciuti di come eravamo; se la mia stessa vita era stata uno spegnersi e riaccendersi, tra volti e sorrisi diversi, della stessa immutata passione? Come potevo sperare in tutto questo, se Paolo l'aveva implorata in lacrime di tentare ancora, e prometteva di saperla convincere che c'era ancora, tra loro due, qualcosa per cui lottare, un sentimento da sopravvivere. Sandra mi aveva lasciato solo, e soltanto per questo, forse adesso amavo Daniela. Ma per lei c'era ancora Paolo, disperato e sicuro, che chiedeva solo del tempo per ritornarle altro entusiasmo. Così ero sconfitto, senza alcuna possibilità, dopo tre mesi e mezzo di carezze, affetto, passione e tenerezza, di amplessi mai uguali ed ogni volta un tono nuovo e più vivo al telefono; solo e sconfitto, nel ricordo lacerante e prezioso di quel suo sguardo forte, dei nostri scherzi, e quelle lunghe veglie spente dal sonno sulla sua pelle morbida.

Non potevo dirle nulla, non potevo fare nulla, se non vederla perdersi in quell'occasione disperata che Paolo le offriva, in ultimo, di credere ancora in sé stessa ed a 4 anni della sua vita, a quella storia di cui non saprò mai se fui una parte inevitabile, o l'unico possibile antagonista.

Così – puoi andare, – le dissi appoggiato ad un portone, schivando il peso del suo sguardo sulla mia tristezza, – puoi andartene... io non ho bisogno di te! –.

Avevo parlato senza capire ciò che dicevo, ignaro del male che sentivo crescermi dentro e poi sarebbe esploso. Così facendo, le avevo offerto una soluzione e poi tacevo.

Mi guardò con gli occhi appannati di tristezza, e già un barlume di speranza o di sollievo le fermava l'ultima lacrima. Mi guardò con odio e gratitudine, insieme, perché riuscivo a farmi disprezzare così d'un tratto. S'intenerì in un sorriso, il trucco guastato dalle lacrime, era come un Pierrot smarrito che torna a sognare: mi carezzò le labbra semichiuse con due dita, se le portò alla bocca, poi, tirandomi a sé come un manichino, e andò via senza dir niente, come se veramente io non ci fossi e non ci fossi mai stato. La guardai morire lungo il marciapiede vuoto, e poi infilarsi nel buio fino a non esistere più.

Ero stretto nel giaccone di pelle, e avevo ancora freddo, come quella notte a casa di Daniela, dopo che c'eravamo amati per la prima volta. Cercai un gettone in tasca, volevo telefonare a Claudio, saremmo andati in Sezione, oppure al bigliardo, ne sarebbe stato contento, era un pezzo che non mi facevo vedere: i secondi continuavano a muoversi nell'infinito, e mi avrebbero inghiottito, presto, passando per quell'angolo di giovinezza nel quale Daniela non era più con me. Tutto, esattamente, come le altre volte.

M'avvicinai alla cabina della SIP, e stetti immobile per un istante senza aprire la porta, le mani intontite dal gelo. Protetto dal cinismo, o esposto alla passione, tutto comunque, doveva continuare, come lo spettacolo assurdo di cui ero parte, e non si può uscire dal palcoscenico, soltanto starsene un po' da parte fin quando non tocca ancora a noi.

Mi accesi una sigaretta, ma non riuscii a finirla: piegato in due, la testa china sul battente come un ubriaco, piansi e singhiozzai come un bambino. Un sollievo infinito mi frustava l'anima, niente poesia, nessun copione, inspiegabilmente solo nella notte come un cane abbandonato, e fuori d'ogni sguardo, nessuno avrebbe mai saputo quell'istante di abbandono: tutto era fermo, come dopo che si fa l'amore, d'improvviso tutto così fermo e banale, e scoppiai in una risata amara, isterica e silenziosa.

1985

"I migliori anni"

1)

Quando tornammo dal campeggio in Sardegna, Mario ed io ci separammo.

Lui tornò a Roma a preparare il prossimo esame, ed io raggiunsi la mia famiglia al Circeo, libero ancora dagli impegni universitari.

Avrei voluto riprendere lo studio il più tardi possibile, ed oltre che spinto dal desiderio di colmare col mio arrivo, l'unica assenza in quel ritrovo annuale, andai lì contento di prolungare quel riposo che tanto, pensavo, pareva giovarmi in quel particolare momento.

Quella seconda vacanza si aggiungeva alla prima, fondendosi ed integrandosi con essa, come, arrivando, pensavo osservando dal finestrino dell'automobile il mare d'un azzurro intenso, le meravigliose scogliere a picco di punta rossa, luccicanti sotto il sole cocente che dava l'idea d'una stagione ancora in pieno vigore, tutt'altro che esaurita.

Due vacanze che si fondevano in una sola, la prima vissuta all'insegna della libertà più assoluta, ricca di incontri ed esperienze, in un ambiente favorevole e dinamico come quello del campeggio, la seconda, invece, più ritirata e tranquilla, vissuta a metà tra una perfetta integrazione con la famiglia, e momenti di solitudine a tu per tu con le mie preoccupazioni circa il futuro. Eppure, durante quella permanenza, un inconsueto ottimismo si fece strada in me che, come mi pareva di ricordare, ero sempre stato vittima di una fin troppo evidente paura del futuro: ero sempre stato un razionale, e come tale costretto da un'intima inclinazione a calcolare, prima di imbarcarmi in qualche impresa, le probabilità di riuscita, e le conseguenze d'un eventuale insuccesso; ero sempre stato così, o, almeno, lo ero diventato troppo presto, anche se in realtà avrei desiderato lasciare più spazio all'improvvisazione e al caso, sebbene qualcosa di fin troppo radicato in me lo impedisse, costringendomi in una logica tanto forte, quanto estranea, che esasperava le più piccole responsabilità, ponendomi in continuazione davanti a scelte che, viste in modo così preoccupante, non ero, o non mi sentivo mai in grado di affrontare. Uscito di scuola un anno prima, il futuro mi si era spalancato davanti come una voragine, con possibilità che erano apparse al mio sguardo come strade senza uscita che, una volta intraprese, avrebbero dato alla mia vita un'impronta irreversibile.

Dunque in ciò, ed in ciò soltanto, la ragione concedeva spazio all'impulso, lasciando che i dubbi che la logica imponeva, divenissero, sempre, il solo sbocco del mio ragionare, trascinando ogni più piccola certezza nella strettoia di siffatta contraddizione.

Ecco dunque cosa ero andato a cercare in Sardegna, lontano dagli obblighi quotidiani, e da quella famiglia che vedeva sempre oltre il ristretto orizzonte che le solite angosce mi concedevano, sostituendomi, con logica oculatezza, chi può negarlo?, laddove rivelavo indecisione di fronte a scelte cui, all'evidenza, non ero ancora pronto. Avevo ammucchiato frettolosamente, nello zaino, in po' della consueta tristezza, e una voglia immensa di evadere dalle solite angustie, per riflettere, in lontananza, su quanto di buono avesse portato quell'anno e su quanto, soprattutto, ci fosse da cambiare nella mia vita: perché, ne ero certo, al ritorno avrei dovuto cambiare, scegliendo di persona, foss'anche nel rischio di fare qualche sbaglio: l'importante sarebbe stato scegliere, e, per una volta, imporre la mia scelta, giusta o sbagliata.

Ero come un bambino che, stufo d'essere troppo consigliato, decida d'impuntarsi, e lo faccia con tutta la testardaggine di cui è capace; questo mi ripetevo mentre la nave scivolava via dal molo di Civitavecchia: "Sono come un bambino…" Al ritorno non lo ero più. Lo capii stando al Circeo, dove, tra le mattinate trascorse a pesca con mio padre, ed i lunghi pomeriggi monotoni, spezzati di tanto da veloci corse in moto lungo i tortuosi saliscendi che feriscono la roccia bianca di Punta Rossa, dando a tratti l'impressione quasi di volersi tuffare giù nell'azzurro puro e rabbioso di quel mare, soffocato da un cielo arioso carico di brezza, ebbi modo, in un gradevole oziare, di riflettere a lungo sui cambiamenti che avvertivo ancora svolgersi dentro di me, ed in un certo senso accompagnare la crescita graduale di quel timido ottimismo di cui parlavo.

Quando, infine, si partì alla volta di Roma, non potevo certo dire di essere stanco, ed infatti non lo ero. Un po' triste, oltre che impaziente, questo sì.

Ora al pensiero di rivedere le stesse mura, le stesse strade, tutti quegli ambienti di cui per lunghi anni mi ero sentito prigioniero, capivo che tornare, e non smarrirsi ancora nella solita inerzia, nella stessa assenza di idee e povertà di entusiasmi, sarebbe stato molto difficile. Davvero molto. Eppure era una battaglia importante quella che mi accingevo a combattere, e tra tutte, l'unica che non avrei dovuto assolutamente perdere. Avrei dovuto fare appello a tutto me stesso, per oltrepassare i limiti e le angustie quotidiani, vedendo oltre essi qualcosa di nuovo e raggiungibile. Certo non avevo ancora un progetto vero e proprio, eppure sentivo che quella sarebbe stata la parte più accessoria del mio piano: ciò che importava era di non lasciarsi vincere dal solito pessimismo, di non addormentarsi nella consueta inattività, ma darsi da fare, ancora non sapevo come, e prepararmi in qualche modo all'occasione che certo sarebbe venuta, prima o dopo, e per la quale ogni sforzo non sarebbe parso ingiustificato.

Ancora oggi spreco una miriade di parole, per spiegare qualcosa che molti usano riassumere in piccole formule, non esaurienti, ma certo utili alla comprensione; ancora oggi non so dipingere quell'incertezza, connotata perfino di risvolti esistenziali, che faceva, allora, di me, un ragazzo alla ricerca di se stesso, di un qualcosa, un'attività, un mestiere od un affetto, che riempisse le giornate, fugando la noia e quell'abbattimento che procura il sentirsi inutili e, di conseguenza, soli.

Allora mi sentivo inutile, ma avvertivo che il problema non era solo mio; molti altri ragazzi, come me, frugavano nel mucchio dei giorni alla ricerca di un'idea, un suggerimento, il più delle volte senza cavarne un granché. E molti ragazzi, come me e Mario, aspettavano l'estate per andare lontano, tutti investiti da una smania febbrile di fuggire, di lasciare tutto in una stazione, o su un molo, per ritrovarsi poi soli e senza altra preoccupazione che quella di cercare situazioni nuove, e fare tutto ciò che durante l'anno non si può fare. Divertirsi, insomma.

E ripensando a tutte queste cose, provavo ancora più nostalgia di quelle persone che avrei desiderato avere vicine nella vita di tutti i giorni, e che invece il corso del sole, senza altro motivo, tornava a sparpagliare per tutto il continente.

Ricordavo Gianluca, il nostro compagno preferito, quello con cui bastava un cenno per intendersi e, come spinti da chissà che diavoleria, improvvisare scherzi e situazioni con una lucidità insospettabile, quasi premeditata. E di Gianluca, mio coetaneo, ricordavo, oltre che l'allegria, anche l'opacità che a tratti ne oscurava lo sguardo, perdendolo in oscuri labirinti di tristezza, a confermare quella mia impressione secondo la quale, dietro tanta leggerezza che appariva nei giorni del campeggio, ben diversa era la realtà che ciascuno di noi, compresi quegli assurdi trentenni di Bologna con le loro mogli, che si scambiavano ogni notte, viveva nelle lontane città d'origine. Nessuno di noi avrebbe potuto dire se ciò che eravamo in realtà si rivelasse nei pomeriggi trascorsi a intonare stornelli e osterie, se fosse davvero spontanea quella freschezza di cui allora ci sentivamo invasi, e che ci portava, a sera, sulla spiaggia, a cantare sottovoce, dinanzi ad un mare appiattito sotto la luce argentea della luna, con una chitarraccia scordata e stridula, dolcissime canzoni d'amore.

Davvero non sapevamo dirlo, o forse temevamo una risposta che ci avvertisse dell'incompletezza d'ogni nostra ipotesi?

Gianluca aveva avuto successo con le ragazze, e forse l'aver conosciuto una della sua stessa città, così graziosa e spontanea, gli avrebbe permesso, tornando a Sassari, di conservare parte della sua estate. E Friedrich, di Stoccarda, innamorato dei riccioli neri di Leda, così lontana da casa sua, e Mario stesso, rassegnatosi con una sottile tristezza a voler bene a colei che, lontana dall'Italia, probabilmente neanche sapeva. Come lo avrei trovato, tornando a Roma?

Almeno a questa, di domanda, sapevo che il tempo avrebbe risposto.

2)

Infatti lo rividi, a casa sua, il giorno dopo che tornai.

La madre mi condusse nella stanza dove Mario si trovava, assieme a Maurizio e Giovanni. Questi abbronzato come l'altro, aveva i capelli ancora più chiari a causa del sole, e sedeva in terra, sulla moquette, sorridendo, e come annunciando molte cose da raccontare. Maurizio, più contenuto, fece un gesto di saluto, senza uscire dal solito mutismo. "No, mi dissi, non è cambiato affatto", ed infatti continuava a sfoggiare quella sua aria di superiorità, da gran viveur: "Gran chiacchierone, pensai, chissà cosa avrà da raccontare, adesso?". Non che fosse cattivo, né in fondo era mal visto, tra di noi, soltanto, non faceva che vantarsi di improbabili conquiste in cui, a voler essere pignoli, c'era sì e no la metà di ciò che raccontava. Per il resto, quando voleva, sapeva essere di buona compagnia, e proprio non capivamo il senso di tante bugie, tra persone che, come noi, non avevamo mai chiesto a lui, né tantomeno ad altri, referenze di tal genere.

Comunque risposi al saluto, e mi sedetti alla scrivania di Mario, proprio di fronte a Giovanni. Questi continuava a tradire un'insolita irrequietezza, come impaziente di riprendere un discorso interrotto, probabilmente, al mio arrivo.

Lo capii perché continuava a fissarmi col suo riso sfrontato dipinto in viso; così, guardandolo dall'alto dentro i suoi occhi chiari, lo invitai a parlare: "..ma dall'inizio!..", mi raccomandai, ed egli non si fece pregare.

E raccontò di come si fosse trovato nella situazione, davvero divertente, di procurare egli stesso le ragazze per gli altri due. E mise più volte in risalto, nella narrazione, questo aspetto della cosa che, me ne rendevo conto, doveva inorgoglirlo molto. Maurizio, che oltre ad essere un chiacchierone, con le ragazze ci sapeva fare, mi pareva strano fosse dovuto ricorrere all'aiuto di Giovanni, certo più timido ed impacciato, così chiesi spiegazioni, ad un certo punto.

Fu lì che Maurizio parve scuotersi, e mentre Mario, evidentemente già al corrente di come erano andate le cose, si produceva in una risata alquanto divertita, l'altro parlò: "Erano italiane, queste della tenda accanto, ma non ci avevano mai parlato, anche se ci avevano più volte puntato con gli occhi: puntato è proprio il caso di dire, e con molta insistenza. Credo non ci avessero mai sentiti parlare, se non con gli inglesi dell'igloo, e non avevano fatto altro che guardarci da lontano.

Lo interruppi chiedendo che età avessero:

"Erano grandi", rispose Giovanni fissandomi in tono eloquente, con non poca malizia.

"E stupide", aggiunge Maurizio, rompendo il suo silenzio.

Mi parve esagerato un tale commento, ma come capii più tardi, lo scherzo era stato davvero bello, e le ragazze, in fondo, davvero sciocche a cascarci: "Stiamo facendo la doccia", continuò Giovanni, quando ci si avvicinano, anzi, mi si avvicinano queste che, guarda caso, sono tre come noi; una mi chiede lo shampoo". Io tacevo e Giovanni precisò: "Me lo chiede in inglese!". Scoppiai a ridere, avendo ormai capito: si trattava di tre ragazze che vedendo Giovanni così biondo, e con gli occhi chiari, li avevano agganciati credendoli stranieri, quindi vittime anche loro di quel gusto per l'esotico che, d'estate, pareva colpirci tutti quanti, in forme più o meno diverse. Quest'ultimo pensiero lo formulai vinto da una malinconia che dovette apparirmi anche in viso, perché ad un tratto mi sentii osservato dagli occhi di tutti: "Pensa che faccia hanno fatto, proruppe Mario, in una subitanea intuizione, quando gli hanno raccontato tutto!" Mi parve divertente, e mi ritrovai, come gli altri, immerso in una lunga risata, come se la scena si svolgesse, ancora, sotto i nostri occhi.

Quella battuta mi fece ricordare i tanti scherzi fatti al campeggio, e le risate e il buonumore che, in quei giorni, erano stati parte integrante della vacanza, e scoprivo di aver dentro tante cose da raccontare anch'io, e persone e affetti cui esser grato. A tutto questo facevo appello con ogni mia forza, per non scivolare nel solito sbiadito annoiamento, in quella stanza dove, sotto la stessa luce giallognola, io e Mario avevamo trascorso, per anni, interi pomeriggi, lunghi e monotoni, ripetendoci in continuazione discorsi e speranze, confessandoci, troppo spesso, amare sconfitte. Soltanto ora riesco a scorgere, in quei lunghi attimi di riflessione i tratti più evidenti di quell'oscuro processo che molti usano chiamare maturazione: un processo fatto di progressivo realismo, disinganno, ed una serie interminabile di ridimensionamenti recante, acre, l'odore del tradimento. In quella stanza aleggiavano da tempo ormai, le idee, le speranze, le constatazioni, e le amare disillusioni che erano state, come per tutti gli uomini, anche per noi, una parte inevitabile e dolorosa di quel processo interiore che, assurdo e dubbio, è la crescita.

Adesso eravamo di nuovo lì, dopo una vacanza, e forse, come cercavo di convincermi, quei pochi giorni erano stati più d'una semplice pausa estiva. Non fosse altro per la libertà da vincoli e programmi che ci aveva permesso di ritrovarci con noi stessi senza niente da dovere a nessuno, né costretti a progetti a lunga scadenza: avevamo vissuto alla giornata e, per noi di 19 e 20 anni, benché a molti potrà sembrare strano, era stata davvero una cosa insolita, rara ed, appunto per questo, preziosa. Facevo appello ai miei ricordi per non scivolare, e soprattutto, tra i visi, s'imponeva quello di Eleonora, cui facevo di tutto per pensare.

Adesso è strano pensare a come tutto ciò avvenisse in maniera quasi forzosa, perfino ricordare un amore vissuto pochi giorni addietro. Ma meno strano appare, osservando con maggiore attenzione quello stato, e scoprendovi, celata, quella enorme paura di ritrovarci soli, seguita ai ritorni di tutti noi, che adesso cercavamo di soffocare aggrappandoci, più di quanto fosse lecito, alle belle cose che, nel corso dell'estate, avevano riempito i nostri petti di un ottimismo, forse, davvero non immotivato del tutto. Ecco ciò che avveniva: che sentendoci risucchiati dalla normalità, noi si dava a quegli avvenimenti di cui s'era arricchito il ricordo, una dimensione sproporzionata a quella che avevano avuto in campeggio, e pur consapevoli dei rischi che una tale artificiosità comportava, continuavamo a sentirci legati a quanto quei giorni avevano promesso, sforzandoci di credere a promesse che non sapevamo ancora se destinate a compiersi, fossero, oppure no.

3)

Nei giorni che seguirono, lo spettro dell'estate continuava a danzare per la città cocente, in un settembre più forte e luminoso di quello dell'anno precedente. Ed un po' per volta cominciammo a riprendere contatto con i soliti impegni, ci informammo sulla più vicina sessione d'esame che ci riguardasse, e riprendemmo a studiare. Continuammo a farlo ciascuno per conto proprio, occupando in ciò soltanto la mattinata, e cercando poi di riempire il pomeriggio in vari modi.

Nei primi tempi facemmo visita a parecchi conoscenti, con molti dei quali, al tempo della scuola, avevamo avuto rapporti più stretti. In fondo il clima di questi incontri era sempre lo stesso: una gran cagnara all'inizio, molte effusioni, in un esasperato clima di cordialità, e poi ben poco da dirsi. Troppo diverse erano ormai le vite, e perfino da Maria Grazia, cui un sentimento come di fratellanza ci aveva uniti al tempo della scuola, andavamo ormai, più che per vero interesse a quelle conversazioni formali e distratte, spinti da un'antica nostalgia di giorni che non sarebbero tornati. Erano ormai poche le persone che frequentavamo abitualmente, e le giornate trascorrevano senza grandi entusiasmi, tra lo studio ed un confuso ammonticchiarsi di progetti, come nell'ultimo anno: tutto in superficie era come prima, e soltanto un labile filo, nel pensiero, riconduceva a quel senso di vitalità sempre più affievolito, che svaniva un po' per volta nei giorni, perdendo i nostri orizzonti nella stessa nebbiosa insoddisfazione.

Molte volte io e Mario uscivamo a cenare da soli, a Ponte Milvio, finendo poi a passeggiare per il lungotevere, sotto il luccichio dei lampioni giallognoli, parlando di quei stati d'animo, che il vino e la compagnia rendevano più vicini, o standocene per ore seduti sul parapetto, a guardare il fiume senza fiatare, affogati nella tristezza.

Altre volte però, al sabato specialmente, ci trovavamo in quattro o cinque dei soliti, ed andavamo a casa di Giovanni a mangiare.

A quel tempo lui abitava proprio in cima a Monte Mario, in una casa molto grande, solo con la madre, divorziata da undici anni, che aveva visto crescere molti di noi. Conoscevamo infatti Giovanni, da lungo tempo, e casa sua era sempre stata, d'inverno, la nostra meta preferita, quando il gruppo esisteva ancora, e c'erano anche delle ragazze.

Ricordo d'aver provato, in quelle sere, una sgradevole sensazione di solitudine, nel passare in quegli stessi ambienti già testimoni, anni addietro, degli sforzi e le difficoltà sostenuti per mantenere in piedi una comitiva numerosa ed agitata da diverse volontà, come era stata la nostra. Avevamo vissuto in modo sofferto quella esperienza, mal sopportando i paternalistici elogi, provenienti da genitori e professori, per quella "invidiabile" aggregazione di cui, all'apparenza, davano prova.

Eppure adesso, volgendomi da un'ottica meno esigente, a quella esperienza da cui ci eravamo sentiti traditi allorché, in ultimo, ognuno aveva preso la sua strada, scoprivo di preferirla a quei lunghi vuoti che, a tratti, ci si aprivano; ed il mio punto di vista si avvicinava sempre più a quello degli adulti che, ignari dei contrasti o forse valutando i pro e i contro alla luce di un maggiore realismo, avevano tanto lodato la nostra comitiva. Ed era vero, a quanto ricordavo, che gli unici a "reggere" fin quasi alla fine della scuola, seppure attraverso un tunnel di pomeriggi non immuni da discordie, eravamo stati noi, sempre seduti in circolo attorno ad una chitarra, o sdraiati su un prato a dire sciocchezze o, meglio ancora, ad organizzare "seghe" collettive, non appena se ne presentasse l'occasione.

Appare sciocco a pensarlo, eppure ero un ragazzo sulla via di diventare un uomo che, per intraprenderla con più decisione, s'affidava a ricordi vicini, come quelli del campeggio, e più lontani, come appunto quelli relativi agli anni del liceo, quasi trattenuto dal passato, invece di proiettarsi senza esitazione in un futuro che, ancora, non voleva lasciarsi indovinare.

Unico filo che mi allacciasse ai giorni successivi, era il desiderio di rivedere Eleonora.

E pensavo sempre a lei per sentirmi vivo, poiché neanche la paura sapeva ispirare un sì forte sentimento, quando tornando da casa di Giovanni, correvamo in pochi minuti la strada che, in una lunga serie di curve, casca giù da Monte Mario, nella parte bassa della città.

A volte, ancora, dopo quelle corse riempite di grida e schiamazzi a spezzare il silenzio di quel cielo troppo fermo, che la notte stendeva sulle case, andavamo a prenderci un gelato ai Parioli, e ce lo finivamo seduti in auto, con lo stereo al massimo, parlando di donne: ma io e Mario raccontavamo solo avventure: di Eleonora e Corinne non dicemmo mai niente, anche se gli altri, in un modo o nell'altro, sapevano.

In fondo stavamo bene, benché non tutti legati allo stesso modo, e vedendoci di tanto, una specie di solidarietà si creava in quelle sere, nelle quali ci tuffavamo come tanti altri ragazzi, a respirare per la città vuota chissà che libertà.

Non che regnasse l'accordo più assoluto; ciascuno di noi, d'altronde, avrebbe avuto da ridire sugli altri, e non se ne faceva mistero; eppure, in questa strana e quasi coattiva compagnia, in quella leggerezza che tanto era necessaria, in fondo alla giornata, si creò tra noi un legame forse meno stabile, ma certo più vero delle tanto appariscenti quanto infondate amicizie, di cui s'era nutrita l'adolescenza.

Finita l'età degli abbagli e le grandi passioni, un asciutto realismo si offriva a dare un senso alle nostre giovinezze, ed in luogo delle grandi certezze poi crollate, imparammo a nutrirci dei tanti piccoli misteri che le giornate scaricavano per l'aria, tersa e silenziosa, della notte. Una volta, poi, portammo anche la chitarra, e ci mettemmo a suonarla dopo esserci inoltrati per molto, in un prato dinanzi casa mia, sulla Flaminia Nuova: spiagge non ce ne erano, ma pareva ugualmente di scomparire in quel mare lontano.

Rientrammo che erano le due, come la sera precedente, e credo non fui il solo a ricevere una ramanzina dai genitori. Avevano anche ragione: mio padre non riusciva ad addormentarsi fin quando non mi sentiva rientrare, e mia madre si svegliava, invece, per il rumore che ogni volta, in un modo o nell'altro, non riuscivo ad evitare.

Ma quella sera, nonostante il rimprovero, rimasi contento, e stetti con mio padre a parlare un altro po', un'oretta circa, seduto in fondo al letto, dalla parte di mamma.

Sentivo come un presagio, una di quelle meravigliose sensazioni che si provano poche volte, nella vita: ed infatti avvenne, e mi parve davvero speciale, sebbene aspettassi, ormai, da quasi un mese.

4)

Perché quasi un mese, era trascorso, nell'attesa della lettera che ricevetti il giorno dopo; un mese che non era bastato a diminuire il sentimento che, quasi assopito, attendeva in me di potersi rivelare, con maggior violenza.

Eppure non avevo ben chiaro il senso di quelle ore trascorse con Eleonora, poco prima che partisse.

Eravamo rimasti soli sulla spiaggia semideserta, dopo che tutti se ne erano andati, e quasi certo di piacerle, per una serie di piccoli indizi, mi ero avvicinato a lei, e, preso a carezzarla, avevo poi tentato di baciarla, in quel silenzio nel quale ero precipitato un po' per volta, spinto da una sempre più forte attrazione, il cui sapore già appariva ben lontano da quella distesa avventura che, in principio, mi ero figurato. Lei, ostinandosi dapprima in un improvviso mutismo, il viso rivolto al sole, adagiata in un finto sonno, non s'era opposta alle mie intenzioni, come attendendo, in un fatalistico abbandono, quel bacio che già un silenzio, cullato dallo sciabordio delle onde, aveva presagito in un'imminente dolcezza.

Eppure nel momento in cui nulla pareva dover impedire quel gesto, lei s'era voltata, fuggendo il tocco delle mie labbra.

Non credo l'amassi davvero, eppure sebbene guidato in quell'atmosfera da un originario distacco, e volto soltanto ad un'avventura, rimasi colpito dal rifiuto di lei, e mi ritrassi istintivamente. Allora, nell'arco di pochi secondi, ella aveva socchiuso gli occhi, fondi e taglienti, in un'espressione di abbandono e sofferto controllo insieme, e mi aveva chiamato nell'abbraccio, mormorando: "Scusami", e senza dire altro.

Non ricordo bene le parole che seguirono, né sono molto bravo a rendere con una certa vivacità conversazioni o dialoghi; ma in fondo non è importante ciò che mi disse, quanto ciò che intuii dietro quel rifiuto che, ancora oggi, credo le costasse non poco. Dunque, come avviene quasi sempre nei film, e più spesso ancora nella mia vita, c'era un altro, e non potei capire, poiché lei fu evasiva in tal senso, se per amore o soltanto per rispetto, non volesse stare con me.

Ciò nonostante, rimanemmo abbracciati per lungo tempo, affondati l'uno nello sguardo dell'altra, invasi fino al fondo dell'anima, da un'indicibile malinconia.

Parlammo, come ho detto, ed ebbi modo, facendolo, di rimpiangere sempre quel bacio che non c'era stato, convincendomi un po' per volta, del valore di quella ragazza di diciassette anni che affogava di singhiozzi, tra le mie braccia.

Se un giorno imparerò a dipingere, farò un quadro di noi due, stesi l'uno, di traverso, sopra l'altra, a metà tra l'azzurro sbiadito, e lucente insieme, di quel mare interminabile, e le tinte accese della vegetazione che, a tratti, rompeva la scarna efficacia delle colline che, alla mia sinistra, parevano sorgere, all'improvviso, dalla sabbia grigia, di identico colore. Un cielo terso sopra a tutto, e gli occhi dilatati dalle lacrime.

Il vento soffiava su di noi dalla direzione del mare, di diverse gradazioni a secondo del fondale, ed uno spettacolo sconfinato di dolcezza, struggente e amara al contempo, assorbiva le nostre voci che, risuonando nel silenzio assorto di quell'oasi, non spezzavano l'incantesimo, ad anzi crescevano in esso, quasi a braccetto con lo spirare del vento, ed il tremolio dei risciacqui lungo la riva. Tutto c'era, compreso quel bacio che non ci eravamo scambiati, su quella spiaggia della Sardegna, così lontana da qui, e da ogni altro posto. Eppure non soffrivo, pur capendo quanto prezioso sarebbe stato per me baciarla, pur capendo che con lei accanto, avrei avuto tanto di più, ed il futuro si sarebbe riempito di una sicurezza.

"Ecco pensavo, averla accanto vorrebbe dire aver risolto la mia solitudine, avere un punto di riferimento, ed altri momenti di tenerezza". Anche un affetto, capivo, un sentimento certo come il suo, sarebbe bastato, al di là di lauree o grandiosi progetti, a dare un senso a tutto, senza dovere in continuazione rincorrere i giorni. "Potrei fermarmi, pensavo, e vivere sempre ogni attimo per quel che dà, senza dover pensare a quelli successivi".

Che sciocchezza potrà sembrare: anni e anni di crisi esistenziali, e quella recente e fin troppo amara incertezza nei riguardi del futuro; discussioni e discussioni su un domani da costruire, da realizzare in grandiose carriere, e scalate al successo, e tutti quei grandiosi progetti, le abitazioni su cui tutto il mondo pareva doversi fondare; ed i problemi religiosi, i dubbi sull'esistenza di Dio, sul senso ed il valore della vita stessa, e quel continuo fingere di non vedere, intorno, un mare di compromessi; il mio stesso egoismo, ed il continuo timore di non varcarlo mai a sufficienza; tutto questo sarebbe svanito in un attimo, lo sentivo, grazie a quel bacio che, unendoci in una promessa di sincerità e di reciproco aiuto, avrebbe smosso gli indugi, di tanto dubbioso ragionare, da sempre costretto in un'arida ed ingenerosa, quanto inevitabile, diffidenza.

Lei mi era vicina, lo sentivo, e capivo, come spesso avevo immaginato, che un amore corrisposto, o qualcosa di molto vicino all'amore, benché privo di quell'assolutezza propria della passione, che rende l'attrazione tanto simile ad un profondo affetto, può dare un senso alla vita. Ora, forse non era amore quello che schiacciava il mio corpo sul suo, né tantomeno c'erano state, né sarebbero venute, delle promesse; ma un'attrazione, consolidata da un'immediata fiducia, permetteva di non porre limitazioni di alcun genere, alla lunga serie delle ipotesi che avrebbero potuto seguire, come infatti avvenne, quel misterioso insieme di attimi, che, legati da un'oscura quanto affascinante logica, avevano gettato quel pomeriggio sulle nostre strade.

Che sciocchezza potrà sembrare tutto questo, e forse lo è: ma quante sciocchezze, spesso meno degne di tanta devozione, tengono in piedi le miriadi di corpi animati che riempiono le strade di questa città? Di quante sciocchezze è fatta la vita: l'amore è forse la più grande, ed insieme la meno sciocca.

Era passato un mese da quel giorno, e dalla promessa di scriverci, che in ultimo ci eravamo scambiati io ed Eleonora. Per tutti quei lunghissimi giorni, nell'arco interminabile del mio soggiorno al Circeo, e del ritorno a Roma, avevo atteso quel momento nel quale, interminabile anch'esso, mi accingevo ad aprire la busta. E mentre lo facevo, mi ripetevo i buoni propositi di non aspettarmi più di quanto la logica consentisse: un affetto saldo, sicuro, ma niente di più. Eppure una sottile speranza aleggiava nella mia mente, pur senza soverchiare la resistenza: era degno, l'altro di tanto rispetto, di una tanto costosa rinuncia? Sapevo che, nei primi tempi, egli aveva ora lasciato, ora ripreso Eleonora, ma sapevo che, ormai da un anno, tutto, tra loro, andava bene. O meglio, lo avevo immaginato, perché lei, pur senza grande entusiasmo, aveva parlato di un, seppur tardivo, miglioramento.

Non me ne aveva detto molto, e non ero in grado di valutare quanto egli contasse nel rifiuto di lei: soprattutto in che modo, se, cioè, un'intima risoluzione alla lealtà, od un amore irresistibile avesse frenato le sue labbra, nel momento in cui più nulla pareva doverle dividere dalle mie.

Comunque, ora avevo qualcosa da sperare, ed una gradita commozione mi avvolgeva, scorrendo tra le righe la stessa devozione che avevo immaginato; una sincera amicizia che spingeva Eleonora ad invitarmi a Lucca, per incontrarla,… e qualcos'altro: "Vorrei rivederti, e spero potrai raggiungermi presto. Più presto che potrai". Questo diceva quella ragazza, tradendo anch'essa un moto interiore più irresistibile d'un affetto, incapace, quindi, di appagarsi, per un semplice: "Ti rivedrò".

Più presto che potrai, diceva Eleonora, ed io ero più che mai impaziente di superare l'esame di Economia Politica. Qualcosa d'altro poteva avvenire, qualcosa che avrebbe smosso i consueti ristagni, nei quali già potevo tenermi a galla, grazie al ricordo di lei, ed alla certezza di rivederla, foss'anche soltanto come amica. Entrava un po' per volta nella mia vita, e mi sentivo felice e sereno, sebbene temessi di dovere esclusivamente a lei quella mutata disposizione interiore che mi dava forza, e mi faceva sentire meno sbandato. Se davvero fosse stata il mio unico punto di riferimento, cosa sarebbe avvenuto nell'eventualità che mi sbagliassi? Non volevo pensarci; ancora una volta, e ne ringraziavo Dio, ero accecato dall'istinto, e vedevo tutto sotto una più lucida immediatezza; avrei dato l'esame, e sarei partito per Lucca. E così feci.

5)

Nei giorni immediatamente successivi alla sua partenza solo ora me ne rendevo conto, avevo inconsciamente cercato di mimetizzare il sentimento che provavo per Eleonora. Ricordo che quando ne parlavo a Mario, nelle ore in cui il ritmo incessante del campeggio concedeva un po' di respiro, la chiamavo semplicemente "la lucchese", per illudermi, probabilmente, che fosse soltanto una delle tante occasioni, che quell'ambiente così propizio mi offriva; davvero non ne ricordavo il nome, se non dopo uno sforzo di memoria, eppure presagivo che ad un certo punto, dissoltasi quell'atmosfera di leggerezza in cui la vacanza ci immergeva, nel tirare le somme, Eleonora avrebbe avuto un posto non indifferente, nel gradino dei ricordi. E, soprattutto, delle speranze.

A Roma ed al Circeo, e fino ad un attimo dalla partenza, lei era stata soltanto un qualcosa tra me e l'orizzonte, come una tappa di quella strada, che mi avrebbe dovuto portare lontano dai soliti giri di cose e di persone; una tappa obbligata, sì, ma non la meta unica del mio cammino.

Appena il treno si mosse, tutta questa sicurezza scomparve; mi accorsi di andare a Lucca, non per compiere una semplice visita di cortesia: andavo per vincere la mia battaglia, per offrire qualcosa che lei, nelle mie aspettazioni, avrebbe dovuto preferire. Solo l'averla con me, capivo sempre più lucidamente, eppure senza paura, avrebbe dato un senso a quell'inutile faticare che mi portava, ogni settimana, a considerare i miei aridi studi, come l'unica possibile soluzione, a quel senso di ristagno, che mi opprimeva: una donna da amare è quanto di più possa volere un uomo, per essere importante, per non sentire inutile il tran tran dei giorni, ammucchiati tra loro senza altra logica che quella del dovere, sia esso lo studio, un lavoro o altro; questo pensavo, e cresceva in me un attaccamento per quella ragazza, o forse si rivelava, in realtà, dopo che, stupidamente, avevo cercato d'ignorarlo. Dunque tutto, o quasi, poggiava su lei, e dava a quell'incontro un senso nuovo ed irripetibile, caricando gli attimi d'una irresistibile vitalità: "Comunque si risolva la faccenda, pensavo, ora mi sento vivo davvero, e sto andando incontro ad un'incognita che può riservarmi soltanto grandi cose: una grande gioia, o un grande dolore. niente di mediocre, dunque, e perciò preferibile ai labirinti grigi, dove mi sono aggirato senza meta, come una mosca cieca, per tutti questi anni".

Ancora non ne intuivo le ragioni, né le proporzioni, ma ero ad una svolta, una svolta che avrebbe inciso non poco sulla mia crescita, aiutandomi a compiere quel salto nel vuoto, che già un anno prima, uscendo da scuola, avevo evitato, lasciandomi soppiantare nelle decisioni più importanti: mi sentivo crescere, in maniera evidente e continua, come se qualcosa di inarrestabile lavorasse nel mio petto, ed avevo sempre meno paura di ciò: crescevo e non avevo paura, ed in più avvertivo sensibilmente questa crescita, come soltanto da giovani è possibile, osservandola e sentendosi coinvolto in essa. A poco a poco, il ragazzo era sempre meno insicuro, ed ora correva, impaziente, verso un incontro, non privo di rischi: il vuoto, la noia, ed una solitudine più fonda ed incolmabile di quelle precedenti, oppure la sicurezza di offrire molto, e di ricevere altrettanto: amare ed essere apprezzato, quello che da sempre avevo inseguito, sentendomi, poi, tradito da risultati sempre inferiori agli sforzi compiuti, tanto da precipitare in un'inerzia che scansasse ogni altro sforzo, ogni altra scelta. Ecco, cominciavo a capirmi, ed Eleonora mi aiutava, prima ancora di reincontrarla.

Il viaggio fu lungo, ma non mi annoiai, perso in immagini che, per la prima volta, mi parevano più lontane dai soliti fantasmi, meno illusorie: le sentivo, accanto a me, le sentivo quasi vere, con un'intensità che, stupendomi, mi riempiva di coraggio, di calore. Avevo, tra le mani, il destino di una parte importante della mia vita, e, per una volta almeno, non mi sentivo destinato a fallire.

Sarebbe potuta succedere ogni cosa, perfino la logica lo consentiva, benché non su di essa, soltanto, riposasse la mia fiducia.

6)

Eleonora era bella, me lo ricordavo. Aveva dei lunghi capelli biondi, ed un viso ovale, col nasino piccolo: sembrava una pittura del '500, nei tratti somatici. Lo stesso corpo era grazioso, proporzionato, eppure dava un'impressione di saldezza, la stessa impressione che fuggiva dagli occhi d'un castano chiaro, rigati di riflessi verdi. Sembrava una pittura classica, come ho detto, a vederla nell'insieme: in realtà, non appena si muoveva, o parlava, dai gesti, gli sguardi, le parole, s'intuiva una maturità femminile, niente affatto precoce, nonostante avesse diciassette anni, un'età che, in molti casi, impedisce ancora ogni chiarezza interiore, e quella stessa coerenza di cui s'era rivelata capace, Eleonora, anche nei miei confronti.

Era bella, specie ora che le labbra rosee non apparivano più screpolate dal sole, e la pelle chiara, non più offuscata dalla salsedine. Era bella, una bella ragazza, e mi piaceva più di quanto ricordassi.

Quando aprì la porta di casa, una bella abitazione di campagna, con l'entrata raggiungibile da una breve scalinata, che terminava in un terrazzo ampio, me la trovai davanti, che era una donna. Subito mi abbracciò, senza dire nulla, e, stringendola anch'io, la baciai sul collo. Immediatamente ci staccammo, avendo intuito l'imbarazzo di Mario, e Gianluca che, in ultimo, eravamo riusciti a portare con noi.

Salutò anche loro, e ci fece entrare. Io gettai ancora un'occhiata, su quella campagna lucchese, ad un passo della città, e, per un attimo, ebbi come l'impressione di scomparire in quel verde sterminato che si apriva, oltre la strada, sotto al terrazzo di casa Baldizzoni. Ella mi chiamò: "Marco, non vuoi entrare?". Risposi che avrei preferito restare lì fuori, ma acconsentii a seguirla; immaginando la sorpresa cui saremmo andati incontro.

Infatti, passando per un corridoio stretto, dalle pareti bianche, privo quasi di mobilio, che s'affacciava su stanze ampie, arredate in stile rustico, giungemmo davanti a una porta chiusa, che riconobbi come quella della camera di lei, prima ancora che vi si fermasse: "E' bellissimo, qui", pronunciava divertito Gianluca, nella sua parlata stretta che, unica nella sua inflessione, rilevava l'origine sarda.

"E' bellino davvero", lo mimavo io, mentre nessuno apriva la porta.

Eleonora ci guardava sorridendo, mascherando una finta ingenuità, e Mario, forse davvero senza aver capito, si accinse ad aprire. Mentre lo faceva, io e Gianluca, guardandoci e capendoci al volo, prendemmo a fischiettare una canzone che gaia, soprattutto, ma anche le altre "lucchesi", gettonavano in continuazione al jukebox del bar, sulla spiaggia di S. Teodoro.

Mario, capendo allora che le avremmo trovate nella stanza, aprì di scatto, e noi tutti entrammo saltellando e canticchiando quel motivetto, una canzone di discoteca.

Una risata fragorosa ci accolse, e subito ci trovammo nella stanza spaziosa, assaliti dalle 5 "lucchesi" che, nel clima disteso della vacanza, avevamo abbordato in maniera divertente, accattivandoci, a tal punto, la loro simpatia. Ero davvero contento, e così anche Mario, Gianluca, e le ragazze, come vedevo. Simpatia divertimento, ed insieme profondità di sentimenti si intrecciavano, in quell'attimo, come ad annunciare una lunga giornata, densa di novità. Mentre la caciara continuava, io respirai a fondo quell'aria fresca, e sentii i polmoni riempirsi di sollievo, e così la mente.

Era quasi ora di pranzo, e Mario, io e Manuela, la sorella di Gaia, raggiungemmo Eleonora in cucina, mentre Gianluca restava di là, brillante come sempre, intrattenendosi con le altre ragazze.

I genitori di Eleonora sarebbero rientrati a sera, cosicché la casa, poco fuori dalla città, ma già immersa nei colori splendidi della campagna toscana, era a nostra completa disposizione. E facemmo di tutto, per sfruttare quell'occasione.

Le ragazze ci stimavano, perché più volte, discorrendo, si era rivelata l'importanza di quei 2-3 anni che ci separavano da loro. Ma questo era accaduto raramente: in realtà i nostri incontri, vissuti molto sullo scherzo, si erano sempre svolti in un clima amichevole di serenità, quasi mai turbato da problemi più seri. Quelli ce li tenevamo per noi, ci sembrava già molto bello il fatto di trovarci, con ragazze più piccole, in una dimensione distesa, e pulita, come pulite erano tutte loro.

Erano di una semplicità ed una spontaneità di cui, già da troppo, avevamo perso notizia, stando a contatto con una gioventù più artificiosa, ambiziosa e sofisticata. Il merito era anche, oltre che dell'età, dell'ambiente in cui le ragazze vivevano, quello tranquillo di una cittadina come Lucca, dove tutto aveva una dimensione più raccolta. Davvero parevano capaci di soli sentimenti puliti, di sola sincerità.

E ricordavamo, e stando insieme era come riviverle, quelle serate sulla spiaggia, trascorse nella stessa compagnia, a cantare, accompagnandoci con una chitarraccia, vecchia e scordata, che Gianluca stesso, che ne era il proprietario, definiva come "un pezzaccio di legno". In fondo bastava stare insieme, senza cercare cose difficili, né grandi: ed un angolo vuoto di spiaggia, colpito dal chiarore lunare, un falò intorno al quale disporsi in circolo, ed "un pezzaccio di legno", si erano rivelati sufficienti.

E così, quella mattina, fu bello tirarsi cuscinate, cucinare insieme, giocare all'"uomo nero", e, perfino, lavare i piatti. Svaniva ogni residuo di angosce, timori od annoiamento, dentro me: e, certo, anche dentro Mario e Gianluca. Le ragazze, poi, nella loro freschezza, mi pareva impossibile che conoscessero la noia e la paura, di cui noi eravamo capaci. Ma, forse, sbagliavo.

7)

Pranzammo.

Dopo quel primo abbraccio, sia io che Eleonora eravamo stati assorbiti, forse non del tutto a caso, dalla compagnia che, dopo più di un mese, si ricomponeva e non ci eravamo più trovati soli.

Finalmente, dopo pranzo, questo poté avvenire.

Avevamo iniziato a lavare i piatti tutti insieme, creando una gran confusione, nella piccola cucina. Quando, poi, avevamo rotto un piatto, Eleonora aveva chiesto che uscissimo, per evitare altri guai.

Mentre anche io mi avviavo, Mario, opportunamente, mi aveva, con un cenno, suggerito di restare, ed io avevo convenuto: era l'occasione buona, per capire come stessero le cose.

Dunque, ci trovammo soli, come un mese prima, ed un nuovo silenzio calò, rotto solo dalle risa provenienti dalla stanza da pranzo, e qualche rumore di piatti.
Eleonora stava china sul lavandino, gli occhi seminascosti dietro le lunghe sopracciglia, intenta ad insaponare, e poi riporre, i piatti. Io la guardavo, senza parlare, compiere, con una fretta ingiustificata, quelle operazioni, e continuai a farlo, fin quando non le scivolò di mano una stoviglia che, invano, aveva cercato di porre in un frettoloso equilibrio, passandomi davanti, chinata verso il piano del lavello.

"Se mi passi le cose insaponate, io le risciacquo", le dissi, cercando di usare il tono più normale che mi fosse possibile, nonostante il nervosismo che, lentamente, mi assaliva, suscitato, forse, dall'impazienza di capire.

Ella mi passò, allora, la stessa stoviglia, e, nel farlo, mi sorrise in quel suo modo profondo, inquieto, ed insieme carico di certezze, di forza.

Tornò a fissarsi nella sua occupazione: dopo pochi attimi, voltandosi ancora: "Sono stati lunghi, questi giorni," pronunciò come se quel pensiero fosse frutto di una lunga riflessione. A questo punto ero ancora più indeciso, e ne capivo meno di prima.

Ero venuto con l'intenzione di non forzarla in alcun modo, senza aspettarmi una situazione così ambigua: pensavo che, in ogni caso, mi avrebbe fatto capire lei, quale fosse il suo stato d'animo, se avesse, o meno, fatto una scelta, se tutto fosse ancora come un mese prima.

Sapevo di piacerle, e capivo che era stato importante, per lei, che fossi giunto al più presto. Però, al di là di questo, e di piccoli segni, come l'imbarazzo appena mostrato, ella non parlava, e non spiegava il perché di quel nervosismo.

D'un tratto, come dal nulla, immaginai che la risposta dovesse essere quella più ovvia: Eleonora non capiva, pur sentendosi attratta, che parte avrei dovuto avere, nella sua vita; soprattutto, se dovessi soppiantare l'altro, od, in qualche modo, integrarne l'affetto, con qualcosa di simile ad un'amicizia. Dunque, non sapeva, e come me, aveva atteso a lungo che arrivassi, perché l'aiutassi a capire. Mi voleva bene, ma ne voleva anche all'altro. Ora, non poteva sapere se stare con me potesse essere più importante, per il solo fatto di non esserci stata: non poteva valutare un rapporto con me, senza prima averlo vissuto: il gioco, allora, si rivelava estremamente rischioso, davvero l'avrei avuta, o persa del tutto: bisognava dare spazio a quel sentimento che ci investiva, per valutarlo con esattezza.

Istintivamente, a questo pensiero, posi la mano, ancora bagnata di acqua calda, sulla sua guancia. Ella si voltò.

Mi parve affatto stupita, e mentre, poi, mi ritraevo piano piano, il viso seguiva il mio movimento. Dunque continuai a carezzarla, mentre lei ruotava il viso, fino a baciare il palmo della mia mano. Poi, come fosse indecisa, tornò ad insaponare, senza più la stessa foga nervosa, di prima. Forse quel gesto era bastato ad appagarla, ed a farle capire che provavo ancora lo stesso di un mese prima? E, soprattutto, a dire quel che lei provava?

Non pensai a lungo, mosso da quello che, più d'un pensiero, era stato un impulso a fatica trattenuto per tutti quei giorni, nel tentativo di non illudermi: ero certo che non avrebbe rifiutato una seconda volta, di baciarmi, pur sapendo il dolore che avrebbe potuto ricavarne, e mi sembrava, ormai, chiaro, lei aveva sempre aspettato che la forzassi in una tale responsabilità, ed ora, forse, se ne rendeva cosciente.

Quando le cinsi la vita, da dietro le spalle, e scivolai, con le labbra, lungo il collo, la guancia, e fino alla bocca, questa si aprì, ed affondai in una dolcezza che sapeva, anche, nel suo calore, d'una languida disperazione.

Non pensai, neanche un momento, che avesse rinunciato alla coerenza di cui aveva dato prova in Sardegna: ora, più che verso l'altro, era importante che fosse leale nei confronti miei, ché anche io ne soffrivo, e, soprattutto, verso se stessa: dunque mi baciò a lungo, aggrappandosi con forza alle mie spalle, come temendo che potessi scomparire all'improvviso, negandole il sapore, acre e violento, di quella verità che, quasi senza preavviso, si imponeva alle nostre coscienze.

8)

I genitori di Eleonora possedevano un terreno di medie dimensioni, che si stendeva in varie coltivazioni, tutto intorno alla casa. Erano le prime ore del pomeriggio: Gianluca s'era assopito sul divano, Mario conversava con le ragazze, per la casa regnava una quiete immota.

Eleonora avvertì che uscivamo a fare una passeggiata, e lessi negli occhi di Gaia, una furbesca malizia, peraltro affatto nuova, in lei, come di chi, nonostante assenta, lascia intendere di capire bene cosa c'è dietro le parole. Era un atteggiamento infantile, ma divertente, che più volte le avevo notato, al campeggio, quando, ad esempio, con accenno di civetteria, si misurava in ardite proposizioni in inglese, rivolgendosi a Friedrich, contenta di attirare l'attenzione di tutti noi.

Comunque, non era affatto stupida, né cattiva, e questi suoi atteggiamenti sapevano destare in me, e gli altri due, una tenera simpatia, un affetto che nutrivamo per lei, come per una sorella minore.

Eleonora parve non avvedersi di quell'espressione, e dunque, presa la mia mano, mi precedette sul balconcino; indi, scendemmo le scale.

Fuori, un'aria tranquilla rinfrescava l'ora assolata, e la vegetazione circostante mormorava, nel vento, una dolcezza senza riposo.

Mi parve come se tutto il mondo si fosse fermato soltanto per noi, in quell'oasi di lontananza, una seconda volta, dopo quel pomeriggio in Sardegna. Eppure sapevo che, dietro quell'atmosfera, ben altro si celava, negli altri: Mario, forse, pur trovandosi bene, doveva certo essere mosso da impazienza, desideroso di proseguire per Monza, e, soprattutto, ultima tappa di quel viaggio, per Nizza, dove avrebbe rivisto colei cui doveva il fiorire d'un nuovo sentimento, anche esso destatosi, in lui, con non poche incertezze, non pochi dubbi, ma con la mia stessa voglia di vincere, almeno una volta. Delle ragazze, poi, non sapevamo quasi nulla, ma certo, ricordavo, avere diciassette anni non era stato facile per nessuno di noi, e così, pensavo, non doveva esserlo neanche per loro; ed in Gianluca, prima ancora di parlarci, avevo già avvertito una malinconia, così stranamente legata all'allegria, che dipingeva sul volto un po' fanciullesco, espressioni ora giocose ed entusiastiche, ora assorte ed allarmanti.

Ma tutto questo, scomparve totalmente, appena Eleonora spalancò la porta di un magazzino, dove i genitori tenevano i frutti del terreno, gli utensili da lavoro, e, distribuite in scaffali, conserve e barattoli d'altro tipo.

Dunque, mi erano bastate 5 ore di treno, per essere in una cittadina, all'apparenza tranquilla, come Lucca, quasi assopita; ed un quarto d'ora di pullman per raggiungere, oltre ad Eleonora, quel posto che rivelava, dietro un'errata impressione di ristagno, il sapore ignoto d'un ambiente semplice ed assorto, che emanava dagli stessi barattoli poggiati sulle mensole, e quegli attrezzi fabbricati a mano, che ora, come un bambino, frugavo, studiando in essi nuove curiosità.

Tutto aveva un valore nuovo, più raccolto, in quelle meravigliose voragini di silenzio che s'aprivano, a tratti; e la fretta, il caos, le paure e il disordine, morivano lontano, laddove, per anni, nella trappola di giorni lunghi ed oziosi, ero morto io, e tutti gli altri come me, stanchi di false mete, di troppo costose artificiosità. Anche il bacio che lei mi rese, scambiato nella penombra di quell'alcova, avrebbe potuto sgominare eserciti di pomeriggi, bagnati di tristezza, e le lunghe notti di ripensamenti, di cui era fatta la vita della città, con i suoi clamori, le violenze e gli inganni, appostati ad ogni angolo. Eleonora era tra le mie braccia, e tutto scompariva un po' per volta, compresa la preoccupazione di spiegarci, di parlare del futuro. Ancora una volta, come e più che in Sardegna, il presente sapeva rapirmi nella sua essenza, sciogliendo i suoi attimi da ogni pensiero passato, e futuro.

Eleonora non parlò mai, né io la pregai di farlo. Chiudevo gli occhi, ed ogni suo gesto esprimeva ciò che aveva dentro, come un liquore che, versato piano dal tempo, cambi colore al bicchiere, sostituendo la propria sostanza ai mille riflessi illusori, che la luce crea sul vetro.

Mentre eravamo stesi, in un angolo, abbracciati, la scostai con delicatezza; mi alzai, ed andai alla porta: affacciandomi, riconobbi sul terrazzo, la figura di Gaia, sovrastata dalla mole di Mario: sembrava come se questi, in rammaricato imbarazzo, le parlasse.

Sentii, in qualche modo, di essere come un intruso, in quella pittura che splendeva, anch'essa nel silenzio, stagliandosi su un indefinito orizzonte, fatto di lontananze: mi ritrassi, accostando il pesante legno, e lo spazio, intorno a me, scivolò nel buio. Mi voltai, richiamato da un indistinto chiarore: soltanto un lucernario gettava un fascio obliquo di luce rutilante, spandendolo, calmo e leggero, nell'angolo da dove Eleonora mi guardava, con espressione decisa, e suadente, insieme: tornai da lei, che mi attendeva.

9)

Era stata la prima volta, che avevo fatto l'amore. Non credevo se ne sarebbe accorta, comunque, glielo dissi ugualmente; mi confessò d'averlo immaginato, trattenendo negli occhi, a stento, una timida malizia.

Ora, avevo la schiena poggiata sulla parete, e così seduto potevo, da quell'angolo, il più generoso, forse che mi abbia mai accolto, osservare nella sua interezza quell'ampio magazzino. utensili, e scaffali, i piccoli armadietti a vetro, dove erano custodite le conserve, e vari sacchi, probabilmente di grano, ammucchiati sopra lo stesso fieno, sul quale giacevamo noi; Eleonora, stesa su una coperta, teneva il capo sul mio stomaco. Come compiendo una specie di giro, attraverso la penombra che il soffitto rovesciava sul pavimento, adesso tagliata di traverso, avanti al mio sguardo, dal fascio proveniente dal lucernario, i miei occhi tornarono a posarsi su lei, scrutando, senza imbarazzo, quell'inattesa espressione. Eppure, essa rivelava, in modo ancor più profondo, quanto Eleonora fosse capace di costringere, dentro di sé, sensazioni ed impulsi, a volte slegati e diversi, come diversa era, quella malizia, dalla calma ed esperta attenzione con cui, poco prima, mi aveva guidato nell'amore. Ed ancora una volta, non rimasi stupito, soltanto infinitamente grato alla vita, per come tanta varietà si potesse fondere, in quella ragazza, con tanta adulta compostezza, senza mai imbattersi in contrasti fin troppo probabili.

Mentre continuavo queste riflessioni, guardandola, forse, incupito, come spesso mi avveniva, quando qualcosa risucchiava la mia attenzione, la sua espressione si era venuta lentamente mitigando in una più indulgente tenerezza, forse preoccupata dall'idea di avermi messo in difficoltà: "Comunque, sei stato bravissimo", disse, quindi, portando la sua mano a carezzarmi il collo, e poi, salendo, il viso.

"Ed io?, aggiunse sotto voce, con un filo di civetteria; ma, le leggevo, non di vanità si trattava, bensì, come meglio apparve dopo la mia risposta, della contentezza d'avermi lasciato qualcosa di prezioso, con quel gesto, nel breve spazio di un'interminabile dolcezza.

Ora, le carezzavo i seni, grandi e sodi, con la mano, non più impaziente, protesa sotto il sottile velo, della sua camicetta sbottonata. Ma se c'era una cosa in lei, che colpiva più delle altre erano i capelli: ed essi erano adesso sparpagliati, gialli e ondulati, sul mio ventre, come petali dal gambo in comune: un breve ciuffo docile alle mie carezze, le cadde su una guancia, mentre gli occhi piano piano, si chiudevano nello stesso tono sommesso, con cui le labbra m'invitavano. Ci baciammo, e ci baciammo a lungo, come due amanti esausti, avvolti insieme da struggente passione, e tenera comprensione, dimentichi d'ogni altra cosa che varchi la soglia del loro abbandono. Per una volta ancora, fu bello.

Dunque, per due volte avevamo cercato nel silenzio, un riparo da altri pensieri, e, per due volte, futuro e passato erano scomparsi. Avevamo bisogno di star bene di non pensare ad altro che a lasciarci il più possibile, in quelle ore che, all'indomani, avremmo soltanto potuto trascinarci dentro, per le nostre strade, in attesa di ricomporne l'armonia che, ora, ci avvolgeva. Ed il desiderio, o meglio, la necessità di prendere da quei momenti quanto più fosse possibile, soltanto questo, al di fuori d'ogni parola, schiacciava con violenza le mie labbra, sulle sue. Avrei creduto, sotto certi aspetti senza errore, che non finisse più quell'amore, tanto era capace di rovesciarmi in petto.

E quando finì, nessun dolore pose fine a quella tregua. Parlavamo, in ultimo, come affacciati ad una finestra, e vedendo, dal fondo dei baci appena scambiati, un mondo che girava senza aver bisogno di noi, persi, assieme, in quell'assenza indolore.

Non cercai di parlarle del nostro futuro, di come sarebbe stato possibile andare avanti, poiché neanche ero certo che sarebbe continuata. La vita mi aveva insegnato che bisogna accontentarsi, di ciò che si ha, strappare al presente ogni più piccolo sapore, ma mai ritenersi in diritto, perché qualcosa esiste, di credere, sperarne od illudersi che continuerà ad esistere. Dio solo sa se avrei voluto indagare, capire, sapere cosa avrei incontrato l'indomani eppure mi lasciavo vincere dalla tentazione di quel silenzio che m'appagava e riempiva anche lei, frenando la nostra immaginazione dal proporre illazioni di qualsiasi genere.

Solo, ad un certo momento, ella mi chiese quando ci saremmo rivisti.

– Forse tu lo sai? – le rivoltai la domanda, ed ella tacque, come vinta, da un improvviso smarrimento. Cercai allora di oppormi a quei pensieri che, adesso, volgevano lontano i suoi occhi, verso giorni nei quali, probabilmente, la mia lontananza sarebbe stata l'unica padrona di quel tempo, che adesso era nostro.

– Non pensare – mormorai in tono suadente – non chiedere nulla, ma prendi ciò che abbiamo. Oggi potrei giurarti la mia vita intera… – ella si volse, allora, ed affondò il suo sguardo appannato dalle lacrime dentro i miei occhi, che sentivo vibrare d'una crescente dolorosa commozione – potrei farlo – le dissi – se qualcuno mi garantisse che essa è mia. Ma fuori da quella porta c'è un mondo che ha bisogno anche di me, come di te, ed una famiglia che progetta di instradarmi dove ritiene più conveniente e degli amici che mi aspettano, ed una convivenza, soprattutto, che non fa che chiedere –.

Ella, che fino ad allora mi aveva ascoltato stando seduta attenta ai miei occhi e a ciò che dicevo, si abbandonò nuovamente sul mio stomaco, fissandomi senza espressione alcuna, gli occhi arrossati ma forti, vibranti di quella sconosciuta decisione che mai s'arrendeva, mentre io, carezzandola senza posa, continuavo a parlare:

– chiede sacrifici, rinunce, e dà poco in cambio, e ti riempie di dubbi. E' già alto il prezzo che pago per restare al mondo, che almeno queste ore, e la speranza di viverne altre così, non mi sfuggano –. La carezzavo con violenza, ed ella singhiozzò, mentre adesso il mio tono di voce, forse rassicurato dal gesto con cui, ella, aveva sfiorato i miei capelli arruffati, si imponeva, calmo, con una decisione a me sconosciuta:

– Non farò il magistrato, né la carriera diplomatica, né m'interessa fare i soldi –. Poi, come cadendo ad un dubbio, invano trattenuto:

– Pensi sia importante – le chiesi – avere molti soldi? – ella negò, con un semplice cenno, e le asciugavo il viso mentre taceva assorta osservandomi.

– Ma perché? – ripresi allora – perché non lo capisco no? – e comprendevo in quell'invettiva l'intero mondo degli adulti che arrivava, a poco a poco, a comprendermi, in quegli anni, ingoiandosi senza pietà ogni mio ideale. Entravo in quel mondo, come un barbone alla mensa dei ricchi, chiuso in un silenzio orgoglioso, col mio pezzo di pane, senza desiderare nulla di quanto è sulla tavola: Eleonora mi bastava, per non dover invidiare nessuno.

– Perché non lo capiscono, che non mi importa di essere famoso, di avere quello che chiamano successo? E perché non capiscono che la vera serenità te la costruisci dentro, e nessuna posizione economica, o sociale, varrà a riempirti, se non hai già qualcosa di tuo? – Tacqui, e ripresi, poi, finalmente calmo.

– Sai – dissi, prendendo il suo capo tra le mani, vorrei lasciare tutto, l'università i corsi di lingua, e le ambizioni che mi scaricano addosso, perché non voglio arrivare lontano, ma restare il più vicino possibile a come sono ora! – Ella approvò con un sorriso – Vorrei un lavoro, per avere una casa, e forse, più in là, potrei volere dei figli da educare alla libertà, senza fare gli stessi sbagli che tutti riflettendosi in essi fanno nei confronti dei figli, caricandoli dei propri insuccessi, quasi a chiedere vendetta. E la sera, vorrei cenare con gli amici, e poi fare l'amore con mia moglie. Questo vorrei, non altro e non potrei affogarmi nel lavoro, se non per necessità perché amo respirare questa libertà, e cacciarla giù nei polmoni, e suonare la chitarra. Mi ci vedi – chiesi senza, però darle modo di rispondere – avvocato, in blue jeans, che scrivo poesie, e suono la chitarra? – Eleonora si mise a ridere, poi, sedendosi volle che mi adagiassi sul suo ventre.

– Forse – propose, quindi – tu accumuli i problemi, e credi di doverli risolvere tutti insieme. La laurea, il lavoro, i parenti e le loro ambizioni. E poi, ciò che ti consigliano è anche nel tuo interesse. Adesso non ti importa della laurea, ma forse i tuoi te la impongono perché sanno cosa ha significato per loro, farne a meno, e forse tra un po'….

– quanti forse – la interruppi, ma ormai la discussione era più pacata, davvero eravamo vicini, per aiutarci il più possibile – vedi, Eleonora, mio padre si è sposato a 21 anni, senza neanche un diploma. Poi, visto che gli serviva, se lo è preso sebbene studiando la sera, quando tornava dal lavoro. Ancora ricordo, da bambino, che si metteva a tavolino, stanco, fino a sera tardi, senza mai lamentarsi –.

– Ha faticato molto – precisò lei.

– Ha scelto, ed ha sopportato da sé la sua scelta. Evidentemente, gli importava, allora, di quel diploma, non prima ma quando l'ha fatta, la sua scelta, nessuno lo ha incoraggiato, e tutti gli davano addosso, dicevano che era un pazzo, e, secondo logica, lo era ma io ammiro ciò che ha fatto, ed il coraggio con cui si è scrollato di dosso i giudizi ed i consigli altrui. Eppure adesso non mi capisce, non capisce che dovrei scegliere, che lo studio non fa per me e che da solo, probabilmente, non saprò mai impormi, proprio come lui, l'unico in famiglia, che potrebbe aiutarmi –.

Lei parve allarmata, eppure non fiatò. Io mi chiesi se davvero, in quegli attimi, Eleonora mi avesse aiutato ad avere più sicurezza, mi avesse contaminato del suo coraggio. E mentre parlavo tenendo le sue mani, capivo di sì:

– Fino a ieri, l'unico da oggi, dopo di oggi, deciderò … credo che deciderò –.

Ci alzammo, e prima d'incamminarci gettai un'occhiata a quel posto che, aperta la porta, tornava ad essere quello di sempre, ed immediatamente pensai che anche la vita, sarebbe stata ancora la stessa. Lo pensai senza ragione, come folgorato da un improvviso timore, dall'irrazionale paura di perdere, con quel giorno ormai al tramonto, tutto ciò che mi aveva portato. Così strinsi forte la mano che Eleonora teneva nella mia, ed ella mi guardò forse, intuendo, o forse provando, quei dubbi che, agitandosi in me, rivoltando tutte le improvvise, sconosciute certezze, germogliate da ognuno dei nostri baci. Indi ci incamminammo, attraverso il fresco del giardino verso le scale.

Quando rientrammo, erano circa le 18, e Gaia stava suonando la chitarra. Al campeggio non aveva mai mostrato di saperlo fare, o forse, in quelle serate vibranti sotto la luce lunare, aveva preferito ascoltare me e Gianluca, che ci alternavano col "pezzaccio di legno". Ora, invece, aveva tra le mani una signora chitarra, e ne tirava fuori delle stupende melodie da alcuni spartiti classici: ero incantato, e così gli altri due, come me, piacevolmente stupiti.

Dunque non la conoscevo completamente, come era logico e c'era qualcosa di più profondo nel viso assorto che si rivelava, ora attraverso i lineamenti semplici, in una espressione più adulta ma sempre schietta. Ci salutò con un cenno, scomparsa dal suo viso ogni malizia, ed era bella, e fioriva negli occhi fondi e scuri, nei capelli raccolti sotto la nuca, a scoprire il collo magro, nel corpo i seni e l'intera espressione, una ignota, sensuale matura femminilità. Chissà perché, nell'immaginarla, mi ero lasciato troppo deviare da certi suoi atteggiamenti, che vedendola ora, ed avendola vista, ancora prima, sul balcone, con Mario, non era certo una ragazzina: non soltanto, una bambina.

Eppure questa nuova dimensione, in cui la collocavo, non si opponeva, ed anzi si mescolava in un'affascinante completezza, con la Gaia che credevo, erroneamente, di aver conosciuto prima di quel giorno.

Comunque ci sedemmo nel circolo di persone che l'ascoltavano, rapiti dalle melodie che vedevo forse non a torto, pervase di malinconica dolcezza ed insieme gratitudine.

Trascorremmo bene il resto del pomeriggio, fin quando Patrizia, Silvana e Giovanna dovettero andarsene: le salutammo, e promettemmo di tornare a trovarle. Rimasero Gaia e Manuela, che avrebbero atteso i propri genitori, assieme a quelli di Eleonora, per cenare insieme. – Comunque – avvertì lei – arriveranno tardi –. Restammo tutti e cinque a conversare sul terrazzo. Come Eleonora aveva avvertito, quando ce ne andammo i genitori non erano ancora giunti, sebbene fosse ormai buio; le ragazze ci accompagnarono alla fermata, a pochi passi da casa Baldizzoni e ci fecero compagnia nell'attesa del pullman.

Arrivò e salimmo: era vuoto, così ci mettemmo davanti al vetro posteriore a salutare quell'attimo che s'allontanava, con i visi di loro tre, compresa Manuela che, più piccola, avevo sempre visto sorridere, puntati, come inespressivi, verso di noi, oltre quel domani che ci portava via.

Io pensavo, mentre piano piano ci avvicinavamo a Lucca, per le strade assorte in un buio silenzioso, a Gaia, e ricordavo di come, averla vista con Mario sul balcone, e poi mentre suonava la chitarra, avesse destato, in me, stupore e piacere, nello stesso tempo: come chi si accorge che la sorella minore sta crescendo, comincia a dare un senso maggiore alle cose. Ci aveva abbracciati, prima che salissimo sul pullman, ed avevo scoperto, in quel suo gesto, la stessa malinconia che, ora, vestiva noi tre, appesi ai maniglioni per non cadere: qualcosa di bello era accaduto, tra me ed Eleonora, tra tutti noi, e forse, anche dentro Gaia, la bambina che tanta tenerezza aveva destato, nel nostro ricordo, ed il cui viso avevo appena visto nella distanza, coprirsi di un indicibile tristezza. Guardavo Mario ed avrei voluto domandargli conferma ma i suoi occhi, affondati nell'ombra, fuggivano lontano «se fosse possibile, avrà pensato, innamorarsi di chi già ci ama». E, invece Corinne era lontana, e non sapeva: Gaia restava lì, a chiedersi perché.

A poco a poco, in quelle poche ore, il clima piacevole della rimpatriata s'era diradato lasciando il posto ad un più intenso desiderio d'intimità, di vicinanza, e, proprio quando tutto era più bello, e vero allo stesso tempo, il tramonto aveva richiamato, ciascuno di noi, al programma prefissato alla partenza: l'indomani, alle 17, eravamo attesi a Monza.

Credo che un po' tutte, le ragazze, avessero afferrato il valore unico, prezioso, di quel breve incontro, e la coscienza, appunto, della sua brevità, dopo la prima allegria, aveva contaminato quella visita: un'oncia di rimpianto, mostrava, ora che l'aver lavato i piatti assieme, la sorpresa nella stanza di Eleonora, ed un altro milione di sciocchezze, erano ormai lontane immagini, come sorprese, tra il vero ed il sogno. Non le conoscevamo a fondo tutte quante, ma sarebbe stato bello vivere con loro nella stessa città. Proprio mentre lo formulavo dentro me Gianluca tradusse in parole quel pensiero, e restammo a guardarci in faccia come tre scemi, incapaci di aggiungere altro.

10)

Quella notte la trascorremmo quasi tutta a passeggio per la città, gustando quell'aria fatta di piccoli piaceri, che, seguiva la giornata appena trascorsa, come una serena vecchiaia, dopo la giovinezza, può seguire, rattristata soltanto da oscure preoccupazioni su cosa c'è oltre quel sole, dopo quei giorni: il nostro dopo era domani, e lo temevamo già, pur sentendoci in grado di affrontarlo e camminavamo, scherzando e prendendoci a spintoni, immaginando di potere allungare, a nostro piacimento, quella quiete che, pure accompagnandoci, svaniva lentamente: all'alba rientrammo in pensione stanchi davvero, e ci stendemmo sui letti senza spogliarci. Ci fu un breve silenzio, durante il quale io, e credo anche gli altri due, cercavamo di raccogliere, da quel giorno, quanto più fosse possibile, sicuri che troppo sarebbe dovuto trascorrere, per provare ancora le stesse sensazioni. Poi Mario si rivolse a me: – Come sei rimasto, con Eleonora? – pronunciò serio. Era un discorso lungo, e non volevo farlo in quel momento, temendo di inquinare quegli sgoccioli di dolcezza che mi piovevano in petto, così: – lo saprò al ritorno – sintetizzai, e lui capì, ed anche Gianluca.

Poi, dopo poco, mentre i due continuavano a parlottare, mi addormentai.

Il viaggio che avevamo atteso, ed organizzato, per più di un mese, doveva portarci, oltre che a Lucca, a Monza ed a Nizza. Il tutto in pochi giorni, poiché anche Gianluca, iscritto come noi a giurisprudenza, doveva riprendere a studiare.

Partimmo a mezzogiorno, e fummo a Monza nel pomeriggio. Lì, ci incontrammo con una coppia di giovani fidanzati, con cui avevamo trascorso i primi giorni del campeggio, e due amici di Gianluca, anch'essi del campeggio.

Cenammo tutti insieme, e si fece una gran caciara, in una deliziosa osteria, nascosta in una silenziosa viuzza del centro, tanto simile ad una di Campo de' Fiori, dove spesso, a Roma, finivamo a mangiare le fettuccine ed ubriacarci, col vino dei colli.

Quella sera, l'unico ad ubriacarsi fu Giancarlo, il quale reggeva pochissimo ogni tipo di alcolico, e venne abbondantemente preso in giro da tutti noi, compresa Cristina. Giancarlo, 23 anni, era biondo, ed aveva gli occhi azzurri: sembrava un tedesco, con quei capelli corti corti, e le sue spalle larghe. Ma, non appena apriva bocca, gli si disegnava in viso una spontaneità fanciullesca, che si rivelava poi, in battutine semplici e fin troppo ovvie, che, nonostante tutto, facevano ridere forse, più per il modo in cui venivano raccontate, che per l'effettiva consistenza. Cristina sebbene più grande di lui, aveva più o meno lo stesso carattere, forse, con una briciola in più di malizia, celata negli occhi neri vivaci.

Mario, una volta parlando di loro, si era servito di un detto famoso, pure usandolo senza alcuna intenzione di offendere: – Dio li fa, e poi li accoppia –, aveva detto, e noi tutti eravamo scoppiati a ridere.

Ed ora, mentre lei carezzava il viso a Giancarlo, come ad un bimbo, sventata ogni ironia, pensavo che dovevano star bene, insieme, quei due: e leggevo, negli occhi di tutti noi, sfortunati giocatori al tavolo dell'amore, la stessa docile contentezza, ed una punta di invidia.

La sera dopo, eravamo a Nizza.

Corinne ci accolse con entusiasmo alla stazione, ci abbracciò e volle a tutti i costi ospitarci in casa sua. Noi, che eravamo stanchi, e contenti per quell'iniziativa che, in fondo ci eravamo aspettati, accettammo.

Corinne alloggiava con una sua collega, insegnante alla stessa scuola, che un po' le somigliava, oltre che nel fisico, anche per carattere: si mostrò per niente infastidita dal nostro arrivo a quell'ora tarda, e si offrì di prepararci un buon caffè.

Corinne, la osservavo mentre arrangiava alla meglio dei giacigli sul pavimento, con i cuscini del divano, e due sacchi a pelo, era più bella di come la ricordassi. In effetti, in quell'estate, pensavo, io e Mario ci eravamo trovati a frequentare tutte ragazze carine, o comunque interessanti. Aveva gli occhi sottili, d'un verde insolito, mai visto prima, ed il viso ovale, disegnato dai tratti taglienti, decisi ed aggraziati insieme; i capelli, castano chiari, erano lisci, e lunghi fino alle spalle. Nel corpo, è poco dirlo, era perfetta, con le gambe lunghe e tornite, il seno giusto e alto, le spalle larghe, i fianchi morbidi ma asciutti. Era quasi una dea, e piaceva anche a me, come piacque subito a Gianluca, che la aveva vista, quella sera, per la prima volta. Ma Mario la amava, e questo era più che una semplice attrazione, motivo sufficiente per non farsi avanti: inoltre le ero affezionato e la stimavo, e lei stimava noi: era quel tipo di ragazza, con la quale qualsiasi tipo di rapporto può procedere soltanto bene. E mi fece piacere, molto piacere, rivederla.

Ci addormentammo molto tardi, trascorrendo le ore a ricordare, in una stentata conversazione in inglese, le serate trascorse al campeggio, con la chitarra, e le lunghe e intense giornate, riempite dalle nostre sciocchezze, mie e di Mario, che lei aveva avuto a definire, una volta "plein de vie" (pieni di vita): prima di allora, mai cosa più bella era stata detta, con quella sincerità, a noi che ci sentivamo fin troppo stanchi e disinteressati, verso ogni cosa.

Ed in fondo, se lei aveva potuto dire quelle parole, era anche merito suo, perché con lei, per un meraviglioso incantesimo di spontaneità, ci eravamo scoperti interessanti, ed interessati, capaci di costruire una bella giornata, servendoci soltanto di mille piccole sciocchezze.

Comunque, come dicevo, ci addormentammo tardi; l'indomani era domenica. Quando aprii gli occhi, sentii delle voci provenire dalla piccola cucina: mi girai senza far rumore, e riconobbi Corinne e Mario, conversare accanto al fornello, sul quale una caffettiera bolliva: non volli intromettermi.

Mi rimisi a ventre in aria, guardando verso la finestra socchiusa: tra me e questa, Gianluca dormiva ancora, stanco, forse, più di noi. O forse, meno teso.

La casa era di due stanze: in una avevano dormito Corinne e Monique, questo era il nome dell'amica; dal soggiorno, dove ci trovavamo noi, si accedeva alla cucina, lunga e stretta, e senza finestre, il bagno era accanto alla stanza da letto.

Gianluca dormiva, Mario e Corinne parlavano, ed io mi chiedevo sempre più, quali possibilità avesse il mio amico di conquistare quella ragazza che era davvero tanto, troppo lontana, pur nella sua cortesia.

Aveva 23 anni, e stava vivendo la sua vita, lavorando, ed alloggiando con una sua amica a quel terzo piano: Mario, come me, ancora si preparava, viveva in famiglia, e non aveva le idee chiare; Corinne era entusiasta, più volte lo aveva detto, del suo lavoro, e davvero questo poteva riempirle le giornate, mentre Mario vedeva tutti i possibili programmi rimandati, nella migliore delle ipotesi, almeno di tre anni, cioè a dopo la Laurea: prima di quel momento, avrebbe potuto soltanto desiderare, una donna con cui vivere, una casa, un lavoro e la possibilità di cambiare in qualsiasi momento. Era come me, e troppi di noi, legato a quello studio, forse davvero utile, davvero importante: ma era un ragazzo, non un uomo autosufficiente, ed aveva 20 anni. Lei, a prescindere dall'età, era, proprio per la vita che conduceva, una donna. Una bella donna, con tutto ciò che può comportarne, ad un ragazzo, innamorarsi di una bella donna. Avrebbe potuto stare con lui per una notte, o con me, o chiunque le fosse piaciuto, o preferire che il rapporto continuasse in quel modo, come un'amicizia bella, profonda ma solo un'amicizia.

O forse amava qualcuno altro, o era addirittura fidanzata. No, questo non mi sembrava possibile, ma, certo, per noi, quella parte della sua vita era un mistero, un'incognita tutt'altro che facilmente risolvibile. Anche se, a chiunque, potesse sembrare facile, e fin troppo ovvio, anziché perdersi in improbabili supposizioni, domandare che lei stessa ne parlasse.

Ecco, pensavo, Mario doveva farsi avanti rischiare anche di compromettere quella stabilità, che rendeva piacevole l'incontro perché, a 20 anni, diventa sempre più difficile innamorarsi, ed un'altra come lei, forse, neanche esisteva.

Dunque doveva un po' forzare, rischiare anche, ma non scoprirsi del tutto: lei, d'altronde, era abbastanza grande da capire, e farsi capire, senza bisogno di parlare troppo.

Ma, in fondo di tutto ciò, a Roma, avevamo già parlato io e Mario, e non facevo che ripetere, tra me, cose già dette.

Avrei dato non so che cosa, perché quella favola si avverasse. Davvero ne sarei stato felice, benché fino a poco prima di partire fossi stato convinto che di lei mi sarei innamorato, se, invece che a Nizza, fosse stata a Lucca. Anzi, questa naturale attrazione, al di fuori di ogni malizia, mi aveva preoccupato impedendomi di capire se volessi in realtà, davvero Eleonora, o soltanto una donna da raggiungere facilmente.

Ecco perché lo sbloccarsi di tutta questa ingarbugliata situazione, che Mario aveva certo intuito, mi era sembrata solo una bella favola, in cui non poter fidare, più di tanto.

11)

La favola cominciò a sembrarmi sempre meno tale, quando mi accorsi di Gianluca e Monique. Era, quella, una buona occasione perché si creasse un'atmosfera più propizia, a quel tipo di cose.

Dunque, quella mattina, salimmo in macchina, e raggiungemmo il mare. Era il 1° Ottobre, ed il cielo offuscato da nuvole grigie: forse avrebbe piovuto, ma non ce ne preoccupammo. In auto, Monique e Gianluca non avevano mai smesso di scherzare tra loro, finendo con l'escludersi dalla conversazione. Dunque si intendevano, ma non capivo fino a che punto: si trattasse d'una semplice attrazione, o qualcosa di più serio. Non so, né so quel che avvenne, anche se posso immaginarlo: tuttavia ricordo ancora gli occhi di Gianluca farsi rossi, di fronte a me, nello scompartimento: poi, lui che si era alzato e sporto dal finestrino, come a voler fermare quel treno, quel vento che non era l'unico motivo delle sue lacrime, opponendo la sua rabbia disperata, la sua inutile ribellione a quello sferragliare che conduceva sulla via del ritorno. Non riuscii a parlargli e non ne ho più avuta notizia, da quel giorno che lo salutammo, dal molo, mentre un cielo opaco si ingoiava, forse, con crudele avidità, la sua allegria di sempre.

Ma, quella domenica, lo vidi nello stato migliore, ridere ed interessarsi, improvvisare un gioco con i fiammiferi, e poi parlare a lungo, il capo posato sul ventre di lei.

Corinne cercava di non escludermi dalla conversazione, ed io non potevo certo dirle che mi isolavo volutamente perché lei e Mario si trovassero da soli.

Era molto carina, Corinne, in tutti i sensi, e sapeva stare in compagnia, come poche persone di quelle che conoscevamo a Roma, sapevano. Comunque ad un certo punto, dopo essermi scusato, mi allontanai, sulla spiaggia.

Anche a Nizza avrei potuto fermarmi per sempre, lo pensavo camminando lungo la battigia, per la spiaggia sterminata, sotto un cielo greve che portava gli uccelli a volteggiare, quasi, ad altezza d'uomo: un vento soffice ed acre, spirava dal mare, e la mente mia si perdeva in quelle docili immensità, che per troppo avevo atteso, spiaccicato tra giorni e doveri sempre imperativi, avari e indegni, lungo il breve tunnel della mia adolescenza, di quella età che s'apriva, ormai, incapace di contenermi: mi sentivo un uomo, ed Eleonora c'entrava, ma c'entrava anche Corinne, Mario, Gianluca e Monique, Giancarlo e Cristina, e tutti gli altri amici seminati per il continente, ed anche Friedrich, che pure non vedevo da più di un mese, e che forse non avrei mai rivisto: ma soprattutto, c'entravo io, che cominciavo a capire cosa volevo, e mi sentivo meno perso nella grandezza di quella solitudine, tuttavia gradita, che, come un'amica, taceva ammirata al calore dei miei pensieri. I piedi scalzi andavano, senza una meta, ora assaliti dal tenero sciabordio, ora scansandosi il mare al loro passo continuo: l'acqua mordicchiava la mia pelle, senza ferirla, ed il tempo scivolava lentamente sul mio petto. Se fossi un artista, farei un quadro di quell'attimo, ammesso che sia possibile esprimere in qualunque modo, una tale enorme, sconfinata pienezza: pensavo ad Eleonora e pensai a lei per tutto il giorno.

12)

Tornai, più tardi.

Mangiammo in una trattoria sul lungomare, semideserta: Corinne ci spiegò che era stato un miracolo, trovarla ancora aperta, a quel punto della stagione.

Eravamo giunti nella tarda mattinata, ed io, allontanandomi da solo, avevo passeggiato a lungo. Al ritorno, mi ero scusato per quell'assenza, ed eravamo andati a pranzo: la veranda dava sul mare, ed era completamente deserta. Fosse a causa di quel paesaggio struggente ed incontaminato, fosse per un irrimediabile destino di quegli incontri autunnali, adesso un silenzio improvviso era calato, sotto la tettoia di paglia che affacciava sulla sabbia grigia, perdendosi, infine, nell'acqua d'una sconosciuta opacità.

O forse mi sbagliavo, ed esso si era creato nelle ore, durante le quali i quattro si erano trovati soli. Gianluca e Monique mangiavano senza parlare e tentavo d'indovinare quegli sguardi che si lanciavano, di sfuggita, accesi di coraggiosa intensità: del tutto smarriti, quelli di lui, compiacenti e tristi allo stesso tempo, gli occhi azzurri di Monique, così simili a quelli di Corinne.

Questa, cercava di tener viva la conversazione, chiedendo notizie sul periodo durante il quale non ci eravamo visti, rivolgendosi ora a me, ora a Mario. Gianluca non parlò mai, Monique qualche volta.

Lei aveva 21 anni, ed insegnava da appena un anno, da quando, cioè, si era diplomata. Anche lei, dunque, come Corinne, lasciata la famiglia, conduceva ormai la vita autonoma: e cresceva in me, la stessa insoddisfazione che mi confessò, poi, Mario, nel confrontarci a loro, così diverse, così coraggiose.

Non avevano un gran futuro davanti, di magistrato, o medico od ingegnere. Né soldi, né successo, né fama. Ma soddisfazione da vendere, questo s'incontrava nei loro gesti, ed un amore per il lavoro e la propria vita, che ne faceva due ragazze contente di se stesse libere e realizzate.

L'unico, lieve dubbio, sparì quando domandai a Corinne se non temesse di stancarsi, a fare la stessa cosa per tutta la vita.

– Posso cambiare in qualunque momento – rispose senza esitare – nessuno mi costringe –, e tornò a mangiare, come avesse detto la cosa più ovvia di questo mondo.

Nessuno, né alcunché la costringeva: anche Mario rimase colpito come me, a quel pensiero: nessuno può costringerti a ciò che non ti va, nessuno né alcunché ha questo diritto: solo tu, puoi decidere cosa e chi amare, a cosa e chi dedicarti. Una cosa ovvia, lineare che per noi non esisteva, a Roma, dove una Laurea era necessaria, a detta di tutti, per essere un uomo, per realizzarti in una professione. Mi ripromisi, e credo anche Mario, di non scordare quelle parole, che da esse sarebbe dipeso il mio prossimo futuro.

Si trattasse di un'illusione, non lo sapevo, ma dovevo cambiare qualcosa, magari cominciare a seguire le lezioni di quella scuola di regia, di cui mi avevano detto, o magari mettermi a fare il maestro delle elementari, o continuare a scrivere con più convinzione, o entrare in qualche giornale.

Dovevo muovermi, cercare di non ripiombare nella solitudine, tenendomi in contatto con Corinne, e tutte quelle persone che s'erano rivelate più che compagnie estive, più preziosa, perfino, della gente che a Roma conoscevamo da anni.

Questo pensavo, e probabilmente anche Mario che, su tante cose, ha sempre avuto le mie stesse opinioni. Quella era la vera ricchezza che, infine, ci offrivano le esperienze vissute fino ad allora, in quella lunga stagione di viaggi, amori, ed incontri nuovi, e quella ricchezza più d'ogni altra cosa, mi ripromisi di custodire ed investire nel mio futuro, perché generasse, finalmente, un presente più degno dei miei desideri.

Anche adesso, ricordando le discussioni fatte sulla via del ritorno, capisco il senso di quella lunga vacanza, e mi accorgo dell'esattezza di quella sensazione per la quale, in quel periodo, stava maturandosi in noi, una consapevolezza, una crescita che avrebbe lasciato indietro il fagotto immenso, dei dubbi dell'adolescenza.

Ne seguirono altri, di dubbi, ed ancora ce ne sono, e tante cose ancora, non le ho capite e non so dire, in verità, chi davvero abbia trovato ciò che cercava; ma certo è che da allora cambiarono alcune cose, e persone e gli esempi e gli affetti raccolti durante quei giorni, quella libertà di scelta che a Monique e Corinne pareva tanto ovvia, le ostinazioni di Leda e Friedrich, la serenità e la fiducia di Giancarlo e Cristina, legati dalla stessa semplicità, ci aiutarono parecchio, ed ancora oggi sanno destare affetto e dolcezza, insieme a tanta nostalgia.

Mario si è laureato da poco, e si sta preparando per un concorso in Magistratura: dunque, non ha finito di studiare, ed ancora non guadagna: comunque, per i primi tempi, andranno avanti con lo stipendio di Corinne, che ora insegna Francese in un Istituto Tecnico, qui a Roma.

E' stata dura, per loro, costruire un matrimonio su tante difficoltà, ed a tratti ho creduto che non potessero farcela. comunque ci sono riusciti, e presto si sposeranno: lo faranno in Comune, perché nessuno dei due è cattolico, anche se, in fondo, a Dio ci credono.

Da quell'estate, io ho continuato ad andare a Lucca, dove ho fatto anche il militare, ed ho mantenuto buoni rapporti con Eleonora, tanto che mi ha invitato al suo matrimonio in settembre. Non so se ci andrò, perché ancora è difficile, per me, dimenticare quella lunga giornata di 4 anni fa: ma soprattutto non si è ancora assopito il dolore provato, e la sera che la chiamai da Nizza, dal telefono della trattoria dove abbiamo anche cenato; non posso dimenticare i suoi singhiozzi, quando per la seconda volta, mi diceva "scusami".

E poi, di cosa doveva scusarsi?, so bene che ne ha sofferto anche lei: perché, lo so anche io, far soffrire qualcuno non è mai bello. Ora io insegno in una scuola elementare in periferia e la mattina devo farmi più di un’ora di macchina, attraversando la città assalita dal traffico, e passo sempre dal lungotevere vicino a quei posti dove spesso, la sera camminavamo con gli amici, parlando di donne e del futuro. Per il momento non sono ancora stanco, ma, chissà, un giorno potrei avere voglia di riprendere a studiare, e fare il magistrato anch'io: magari il penalista.

Mi piace il mio lavoro, adesso, ed in fondo sto abbastanza bene, anche se la sera si esce sempre meno spesso, ed ancora meno sarà possibile, ora che Mario si sposa, e non avremo più un futuro di cui parlare, né ragazze di cui innamorarci.

Quanto a Gianluca, di lui non ho saputo più niente, dopo quel pomeriggio che lo salutammo dal molo di Livorno. Ma un giorno voglio andare a Sassari con Mario, e lui è d'accordo, per sapere se ha dimenticato Monique, e magari farci una bella birra alla spina, tutti e tre, come ai vecchi tempi.

Come nei migliori anni.

L'ultima notte

Non avrebbe saputo dire da quanto tempo giacevano, insieme; ma le pareva, dallo specchio a fianco del letto, di riconoscere l'immensa profondità del tempo che, precipitando oltre sé stesso, li aveva uniti. Ed allora, forse, non importava se un'ora, un giorno, o pochi minuti: quel che era in lei in quel momento, lo sapeva benissimo, poteva durare una vita intera, dal giorno che era nata, fin quando avrebbe chiuso gli occhi.

Automaticamente, a quel pensiero, abbassò le palpebre, rimanendole impresso, nella mente, il soffitto crepato, e il vecchio lume, fioco e giallognolo, sotto cui s'era donata a quell'uomo che ora la stringeva. Egli le accarezzò i capelli scuri, perdendo le dita robuste nei ricci che la incorniciavano, e abbandonò le labbra sui tratti del viso, immaginandolo ad occhi chiusi: sentì ancora le guance ruvide e asciutte, il naso sottile, un po' all'insù. Ella, piegò all'infuori il mento, adagiando il capo sul cuscino morbido e basso, e ricordò, in un momento solo, tutte le volte che, ingenuamente, nella lontana adolescenza, se lo era stretto al seno, quel cuscino, immaginando le braccia forti e dure che ora la cingevano. Stette così, senza fretta, pazientemente, mentre lui le sfiorava la pelle, e accarezzava le membra nude, le cosce chiare e lunghe, le braccia sottili, il ventre piatto, esile, e i piccoli seni che si spandevano, con grazia femminea, in un'armonica delicatezza, eccitati e caldi, sotto la bocca di lui.

Tutti gli anni passati e sconfitti, in una noia senza soluzione immediata, e i giorni, i pomeriggi e i tramonti, consumati in quella stanza, nella quasi identica posizione di ora, le parevano adesso non più vuoti, anzi carichi di un'ovvia aspettazione di quell'ora infinitamente grande, in cui era giunta, e che forse, davvero non sarebbe mai finita.

E le pareva miracolosamente bello, stringere la sua mano in quella di lui, tanto grande e calda da farle male, a volte, quando perdevano assieme la misura e il limite di ciò che è bene, pur essendo dolore.

E lui mormorava, a tratti, lunghe frasi cariche d'una delicatezza strana, eppure senza sorprenderla, da quelle labbra grosse e indelicate, disegnate nel mento quadrato, appena al di sotto del naso, lungo e triangolare. Turbata, eppure rispondeva docile ai suoi inviti, ella, quando una tenerezza smisurata le pioveva addosso dalle iridi castane, a stornare il suo seppur vago timore. E allora tornava a sfiorare i capelli corti e lisci, ora arruffati, che poco prima lei stessa aveva pettinati, parlando d'amore nel suo dialetto, che pure sapeva incomprensibile a lui. Come incomprensibile, per lei, era la voce risonante, trattenuta a stento in tono basso, che le carezzava l'anima e non le faceva desiderare altro, né di capire quella lingua, lontana quasi quanto lui le era vicino.

E le sue labbra, innamorate, scendevano lungo il ventre fino alla fine, e si fermavano in attimi che credeva eterni, a donarle quel piacere mai provato, che pure aveva tanto desiderato, senza mai conoscere, e che le era giunto tutto a un tratto.

Poi prese entrambe le mani di lui, frugandolo in viso con gli occhi scavati e profondi, e con lenta misurata dolcezza, senza fretta alcuna e come fosse abituata a donarsi, pur non essendole mai accaduto questo, si aprì a lui, invitandolo senza parola alcuna.

Ed egli rispose con tatto insolito, a quel gesto che mai aveva visto compiersi con più naturale verità, e affondò in lei, penetrando un calore senza fine; e gli parve di scorgere, in ogni sussulto del ventre palpitante, un battito di quel cuore che batteva per il suo, allo stesso ritmo accelerato.

Sudava leggermente, e aveva la barba non rasata, eppure a lei pareva non potesse esserci corpo più lucido e morbido, all'infuori dell'uomo che ora, senza la minima violenza, la possedeva.

A poco a poco scomparve, per i due, la stanza intera, risucchiata in quell'amore, e la penombra invase l'ambiente, ed il loro stesso respiro, di un carezzevole tepore.

Moriva il giorno, rantolando nel buio, in un silenzio rotto solo dal fischiare delle bombe, che piovvero, testarde e crudeli, senza scampo, riducendo tutto quanto, le case, e la campagna sterposa in un immenso sterminato deserto. Cadde il soffitto, anche sulla sedia a capo del letto e la divisa verde lì posata, in una tregua che non ebbe fine. Morirono entrambi sotto le bombe, con altre decine di persone. Eppure lei avrebbe giurato, in ultimo, che erano i baci di lui, e quell'abbandono, a dissolvere le pareti e i visi ancora disegnati dal sentimento, mentre il suo uomo stringeva, e parlava piano, e le stava sopra, morendo, e continuava a parlare e a dire qualcosa che non capiva, ma che la circondava di sicurezza, sotto quel corpo tremante, forse anche per la paura, forse solo per l'amore.

Finì la notte, e per essi non venne il giorno, e qualcuno disse: "poveretti", scoprendoli al mattino. Qualcun altro imprecò sul soldato che le usava violenza, altri ancora piansero la corruzione di lei, datasi ad uno straniero.

Ma nessuno capì, né scorse la vita ancora pulsante, nei corpi sconvolti dalla guerra, eppure avvinti fortemente, così lontani dalla distruzione intorno, in un mondo a sé stante, costruito dietro una porta che né le bombe, né la guerra avevano potuto scalfire.

Non è come noi

E' difficile credere realmente che un animale abbia un'anima, e credo che tale dubbio si affacci, con la stessa insistenza, in tutti coloro che, vivendo, o avendo, anche per poco tempo, vissuto a contatto con un cane, un gatto o altra di queste creature, abbia avvertito, alla base del suo comportamento, non dico un filo ordinato di pensieri e di logica, ma un misto di sentimenti ed innati impulsi, saggiamente ordinati da quella cosa, a noi quasi sconosciuta, che è l'istinto.

Avevo dieci anni, e gli occhi accesi d'un ingenua ed eccitata fanciullezza, quel pomeriggio che, rientrando a casa dal giardino, udii un acuto lamento che, lungo e sottile, si spezzava in brevissimi silenzi. Mi avvicinai al piccolo sottoscala, affondai gli occhi in quella penombra, tra gli attrezzi e i vasi, e lo vidi: un batuffolo di pelo grigio e verde, due occhi dello stesso colore opaco, rigati di giallo, eppure invasi d'una misteriosa lucentezza.

Per la prima volta, il bambino vide qualcosa di più piccolo di lui, provando una tenerezza fino ad allora sconosciuta, di cui era stato sempre e soltanto l'oggetto.

In quel breve attimo, e fu davvero breve, sebbene il ricordo ne sia lunghissimo, un sottile gioco di voci, esitazione, timore, ed istinto mi attiravano e mi respingevano nel contempo, in quell'angolo di giardino, scuro e freddo dove, unico, non m'ero mai avventurato. Prevalse quella nuova e gradita impressione, su ogni altro senso, e salii le scale con quel pezzetto di ossa e pelo, stretto poco tra le braccia, perché non si spezzasse. Tanta era la fragilità che m'ispirò.

Quel primo giorno lo allattammo con un mio vecchio biberon, e lui, che non poteva mordere la gomma a sufficienza con la sua piccola bocca, scalciava sul vetro in continuazione, con le unghie estratte, non capii se per inclinare maggiormente, o ferire quell'insolito ed avaro recipinte. Io ero impaziente, e me ne morivo per accarezzarlo, ma mamma diceva di non toccarlo mentre mangiava, che se no gli sarebbe andato il latte di traverso. Colpito da quel pensiero, e come non fidando neanche di me stesso, portai le mani dietro la schiena, e ce le tenni, guardandolo solamente, fin quando non ebbe finito quel pasto.

Ad esso ne seguirono altri, e Ghigo (così era stato chiamato) crebbe velocemente perché, come mia madre mi spiegò, i gatti vivono meno anni di noi, e così, adesso che ne aveva uno, s'era molto avvicinato alla mia età, ed in poco tempo mi avrebbe superato.

Ora, ora già molto più intraprendente di me, e se ne andava in giro mentre io, undicenne, ancora non avevo il permesso di attraversare la strada da solo. Ogni volta, poi, il timore che non tornasse svaniva non appena mia madre lo chiamava dalla finestra: e sporgendosi dal davanzale, lo vedevo nei garages saltare da un muretto all'altro, e rientrare col suo passo snello, continuo ed indifferente. I gatti si sa, ci tengono a far vedere che non ubbidiscono a nessuno. Figuriamoci, poi, uno come lui, che divenne in poco tempo il padrone incontrastato di quel regno di mura e d'asfalto, che si estendeva sotto al mio giardino.

E mentre vedevo gatti, anche più grandi di lui, ritirarsi al suo passaggio sui muretti sottili che permettevano ad uno solo di camminarci, e gatte in amore rotolarsi ai suoi piedi, mi chiedevo perché egli non si fosse accontentato di quel giardino dove era nato, e perché dovesse essere così aggressivo, fin quasi a rasentare la cattiveria. E' la legge della strada, e del mondo, diceva mia madre cercando d'essere il meno cinica possibile, e ripiegando la mia maglietta da calciatore appena stirata: - Chi mena per primo, aggiungeva, mena due volte.

Ed io, che di botte ne avevo già prese, senza mai darle per primo, cominciai a capire che Ghigo era stato più svelto di me, ad adattarsi.

Ma a me non piaceva azzuffarmi, e se qualcuno m'insultava cercavo, finché possibile, d'evitare la lite. Amavo, invece, a quell'età, arrampicarmi sul noce, il vecchio noce dal fusto grigio e robusto, ed i rami nodosi e intricati; e mi piaceva, soprattutto in autunno, salire su quel vecchio signore che avrebbe potuto tranquillamente significare il nonno che non ho avuto, un nonno paziente, segnato dalla sua antica chioma ormai sfoltita dal vento, e schiarita dall'età; ed io salivo i rami, arrampicandomi ogni giorno un po' di più in su (poiché davvero era molto alto, quell'albero maestoso): ed ogni giorno, Ghigo mi guardava dal ramo immediatamente superiore, con i suoi larghi occhi, e se, vincendo il timore, m'avvicinavo, egli saliva ancora.

Gli piaceva essere sempre primo: era un lottatore, insomma.

Ricordo che spesso s'appostava, in casa, dietro gli angoli, o sotto le sedie, in feroci agguati, e me lo trovavo davanti all'improvviso, pronto per una furiosa battaglia.

E non risparmiava i colpi (come invece altri gatti fanno, trattenendosi dall'estrarre le unghie), cosicché dovetti diventare assai veloce, (ed ancora ho tale qualità), per evitare i suoi graffi, e beffarlo, di tanto, con lestissime pacche sul muso.

Quando ero malato, si acciambellava in fondo al letto, senza disturbarmi, e non si muoveva neanche per uscire, quando mia madre apriva la porta-finestra per stendere i panni; ed anche quando stavo bene, la sera mi veniva vicino, spesso infilandosi con discrezione sotto le coperte e stendendosi a pancia all'aria, la testa sul cuscino, proprio come un bimbo. E' incredibile, esclamava mio padre più tardi, quando rincasava, sostando davanti al mio letto: E' davvero incredibile, e poi, chinatosi, lo accarezzava. Io sorridevo con gli occhi piccoli semichiusi, e Ghigo, pure dormendo, serbava nel musetto, e quasi lungo tutto il corpicino magro, una stessa maliziosa risata di serenità.

Crebbe lui, e crebbi anch'io, ed iniziai a suonare la chitarra. Mi esercitavo in salotto, dove immancabilmente lui si rifugiava nei momenti di tregua che s'aprivano, come pozzanghere d'inedia, nel ritmo uguale e nuovo della sua intensissima vitalità.

Allora nei primi tempi, storceva il naso e si allontanava, indisturbato, con il suo passo sdegnoso, la testa e la coda tirate su in un gesto di dignitoso fastidio.

Imparai a produrre, dalla chitarra, un insieme ordinato ed istintivamente gradevole di note, niente di realmente artistico, ma comunque un risultato pregevole, che anche i compagni e le ragazze apprezzavano, quando sedevo in circolo sugli assolati prati di Villa Borghese. Ma unica era la soddisfazione che provavo in quel salotto, poiché Ghigo non solo non s'allontanava più, e restava nella poltrona accanto, ma quando smettevo s'avvicinava facendo le fusa, e con la testa premeva sulle corde perché ricominciassi.

E' incredibile, diceva mio padre, sembra una persona, ed infatti lo era, tanto che mi pareva d'avere un fratello. Un fratello che era cresciuto con me, precedendomi in tante cose, grazie ad un'innata perizia cui non trovavo una spiegazione logica.

Ricordo con che ironia, almeno ciò appariva essere nei suoi occhi, mi guardava mentre, attorcigliando le dita al filo del telefono, proferivo frasi smozzicate ed incomplete, smarrito in un timido imbarazzo, le prime volte che parlavo con Laura.

Avevo 16 anni, e m'innamorai, per la prima volta, sul serio.

Fino ad allora io e Ghigo avevamo vissuto quasi insieme, ed ero arrivato a convincermi ch'egli potesse provare ogni mio stesso sentimento, così com'era avvenuto per la chitarra, le arrampicate sul noce, l'affettuosa assistenza nei momenti di malattia.

Ma ora no, proprio non poteva capire ciò che sentivo, poiché era amore, e i gatti, si sa, non amano.

Per il lungo corso dei due anni durante i quali uscii con Laura, quasi evitavo d'incontrarlo, per casa, e lo trascuravo, finalmente trovando qualcosa, in me, che concedesse di dirmi superiore. Poi, senza un vero motivo, così com'era iniziata, con Laura finì, e mi parve di finire io stesso.

Finì, e provai una sorda infrenabile amarezza, ed uno sterminato senso d'inutilità dinanzi a tutto ciò che le avevo dato nei miei baci, nelle frasi intrise d'amore, dette a pezzetti, nei larghi e spaziosi momenti di fiducia in cui nulla mi aveva vietato di confidarle tutto me stesso, angosce e speranze comprese.

Le avevo dato qualcosa di me che più non ebbi indietro, in due anni, e ci separammo in un solo attimo, nel soffio d'un addio sparato in viso, dentro un portone, quello grande di casa sua, dove franò in terra l'ultimo bacio incompleto. Se ne andò, e non tornò più.

Come sempre accade, allora, mi crollò tutto addosso, la scuola, la famiglia, l'intero mondo che mi circondava, cui chissà perché, mi volgevo, adesso, per la prima volta con tanto bisogno. E ricominciai, poi, come sempre accade, a rimontare quel mosaico generoso d'intenzioni, che era la mia vita.

E lui Ghigo, s'era abituato a vedermi, ogni pomeriggio, raggiungerlo in salotto; e s'abituò a sentirmi cantare piano, e sentire nella mia voce una nuova nota fino allora mai detta: il dolore. Quel dolore che lui stesso, per intuito, istinto o chissà che altro, aveva subito preveduto all'inizio della sua breve vita, ed imparato ad eludere. Era di nuovo il maestro, ed io l'allievo.

Adesso, che tante idee se ne sono andate con l'adolescenza, e che ben poco resta, in me, di tanta imprudente ingenuità, ho imparato a volere, ed a volere con più addentrata perizia, soltanto dopo aver attentamente valutato le circostanze e le possibilità.

Ed ora che tutto è meno spontaneo, e più faticoso, volentieri m'accontenterei ancora d'arrampicarmi sul noce gareggiando con Ghigo, di inseguirlo lungo i muretti sbiaditi del suo regno, e sentirmi appagato, come solo la fanciullezza seppe concedermi, per un compito ben riuscito, un accordo suonato distintamente, una bella poesia od una qualunque giornata di sole.

Perché adesso, mentre suono, non c'è più lui che m'ascolta, e si alza e viene a chiedere altra musica, se m'interrompo, e non posso più verificare quell'incredibile, strana e bella sensazione per la quale, un pezzo di ossa e di pelo, con due larghe macchie verdi sul viso, ed un sorriso di maliziosa serenità, pareva capire, intuire, e quasi provare, in anticipo e con innata esperienza, ciò che io stesso sentivo dentro di me. Come una persona, un fratello od un amico molto, molto affezionato. Ed allora mi sorge il dubbio, un dubbio fortissimo che subito diviene certezza: gli animali amano, si affezionano e provano qualcosa, dentro, e non è vero che s'aggirano spinti da egoistico istinto solamente, come taluno afferma.

E mentre esso s'assopisce, un altro ne sorge, poiché credo in Dio: esiste, per gli animali, un paradiso?, una vita o qualcos'altro, dopo?

E questa voce risuona per le vie della mia giovinezza, ed è l'unico quesito che la sua istintiva saggezza non abbia provveduto a risolvere.

Noi uomini, invece, che dopo anni e anni di esistenza fatti degli stessi identici errori, ancora, non possiamo dire di averla, una vera saggezza, ci siamo subito preoccupati di risolvere l'inquietante sentimento che mai, in tutta la sua breve vita, ho visto agitarsi nel mio piccolo amico: la paura. E solo quando la paura ci strappa al rapimento di questo nostro affannoso presente, e ci avvolge di rammarico e tristezza, imbarazzando ogni certezza o ambizione, soltanto allora noi ci ricordiamo che questa vita finirà, e che Dio avrà pietà di noi e, probabilmente, ci porterà tutti con sé, in un enorme giardino di felicità.

E nessuno, e sfido chiunque a contraddirmi, s'aspetterebbe di trovarci un gatto.

Dopo tutto è solo un pezzo di pelo e ossa, agitato dall'istinto e privo, certo, d'una vera anima come la nostra. Non è come noi.

Una goccia di sera

E' il nuovo anno, il primo tramonto s'arrossa di dolore, e il vento cala senza più fiatare, mentre il cielo si tinge di sangue. La terra bagnata, molle, ingoia i tuoi passi stentati, eppure avanzi, con l'anima asciutta e gli occhi intrisi dello splendore intorno. Uno splendore inquieto, la fosca bellezza della campagna laziale, le sue grida, il suo sbiadito livore, ed i colori stessi ammistati in un solo battito che l'occhio avverte e non patisce.

Su questa terra stesa al bacio chiaro della luna, ora calata, s'avvolge madido il passato, nei suoi odorosi rigetti, colorato di voci, atroci tenerezze, morbide passioni, incanti perenni e slanci sterminati.

E, come sempre, vaporoso messaggero di svenate agonie, esso ti chiama a sé, spazzando via il rancore, la rabbia che t'uccidevano; e quel soffrire ovattato che non sai celare ridona voce al tuo momento, allontana il fondo di quell'illusione che ti rapì e poi ti respinse.

Non più sconvolge i tuoi capelli giovani, quel vento carico di fredda sofferenza, e stanco difendere cose non tue.

Non ti stupisce quel rosso che allaga il cielo, né più temi la notte dove affondi il guardo, la terra dove getti il tuo avanzare, come semente. Ogni ramo della campagna narra di sé, e dell'idea che diede linfa alla foggia sua e fusti solitari tacciono il silenzio di chi ha vissuto, un tragico ragionare fatto d'istinti, emozioni, idee. Fatto di dolore, amarezza e sconfitta, spesso. Molto spesso, di sconfitta, e sacrifici annegati d'inutilità. Ogni goccia di linfa preziosa che nel verde scorre, fu stillata da morti atroci, lentamente consumate nel giorno.

Ora, sotto il bacio candido della luna, nei campi velati di bianco, la terra fino alle caviglie, ricerchi le rade oscurità di questa notte, e quasi reclami quel buio silente, vociante su te che lo respiri. Puoi avanzare adesso, adesso che hai capito e sai che per rinascere al tuo cospetto, e di solitari angoli dell'anima, importa morire, e morire ogni giorno.

Così, pago e curioso ancora, avverti sottile un soffio di gelo penetrare nell'intimo, e la voce calma e profonda di lei diventare un respiro sempre meno accennato, teso a scomparire.

Ora sai, e sei pronto.

Ecco: tra un attimo cadrà un pezzo di te, destinato ad accompagnare la causa di questo affondante delirio, e morendo s'unirà alla terra, d'altri dolori intrisa, di grida sommesse invocanti, e d'agonie improvvise, a fecondare l'assurdo germoglio della vita.

Stillerà una goccia anche da questa fine, e sarà un fiume d'amarezza, e la serberei, orgoglioso d'aver posseduto, con coraggio e contro ogni tristezza, un attimo, un solo attimo, tra i tanti che hai perduto. E quell'attimo è qui, sotto i tuoi piedi, a fecondare nuovi passi, ancora voci e dolori. Altre gocce, prezioso inciampo del vano scivolìo.

POESIE GIOVANILI

1983

Due anni dopo

ricerco il tuo viso

su carta stampata.

Vorrei,

non più cullarti nei nostri sogni,

non più renderti l'anima in un bacio,

né accarezzare il tuo corpo

col mio, né cerco il bene

che sollevammo insieme dalla rena,

e che il vento portò via, oltre quel mare;

soltanto vorrei,

in questo momento,

lungo questo solo momento,

abbracciarti forte, più di allora

e, senza fiato, respirare il tuo silenzio.

Senza più amore, eppure, vorrei abbracciarti

forte,

e ancora,

per sentire che è vero

che esisti,

e che

non sto morendo.


24/10/85

Non voglio fumare

questa notte

il bisogno che ho

de volgati bonus.

E mentre canto

e rido

isterico

so già

che domani starò male

e non m'importa.


A cosa serve (mani di donna)

Persi in un mare

di solitudine

lontani lo spazio

che va

dalla testa alla coda

del letto

dove ci siamo amati.

Riversi, così,

stremati

coscienza inattesa del reale

condanna implacabile

a una reciproca

inavvicinabilità.

Mani di donna

ormai ferme

sazie le labbra, ed il ricordo.

La mia pelle sulla tua

sterminato il senso

d'angoscia

che cala su me

mentre ti guardo

contorcerti

sotto il ritmo uguale

e prepotente

del mio ventre

e mi domando

ridendo

a cosa serve

fare l'amore.


Afa

Luce svogliata stende a forza

per l'aria infittita

d'afosa indifferenza.

Senza pena, osservo la città immota nei suoi stenti

rantolare, grigia,

oltre l'opaco vetro, e impenetrabile.

(1982)


Afa cittadina

Luce svogliata stende a Ponza

per la camera sbiadita,

afosa indifferenza.

Osservo senza pena

la città immota nei suoi stenti

rantolare

oltre l'opaco vetro e impenetrabile.

11/3/82


Al mattino

Vivere all'alba dei sogni

che il mattino rapì alla notte,

disteso nelle coltri, vorresti.

Umido, l'amniente, accoglie il tuo volere

e torneresti a morire

nei vespri interminabili,

che poi finiscono.

1982


Amico mio

Caro ragazzo di vent'anni

sei tu che non devi chiedere

per capire quanto riesco a sentire

di ciò che il respiro pallido di questo sole

mi detta in petto.

Caro ragazzo di vent'anni, quasi coetaneo

ma un po' più grande,

sono io la tua voce e tu le parole,

io la rabbia e tu la prudenza,

io l'istinto e tu la ragione,

io l'ingenuo e tu colui che sa.

Quante volte abbiamo camminato a lungo,

attraverso la notte, inseguiti dalla mia

e la tua ombra, schiacciate dai lampioni,

sui marciapiedi sporchi degli avanzi

del breve giorno. Quante frasi

ho sputato in terra, e da esse hai tirato via

la mia anima delusa, per schiaffeggiarla

perché volasse ancora, e l'hai rimessa in piedi.

Caro ragazzo di vent'anni,

che sai tacere quando non potrei ascoltare,

che sai parlare quando non vorrei tacere,

e parlare al posto mio,

che troppe volte uccido quei pensieri

nei quali ho smesso di credere.

Caro ragazzo di vent'anni,

quante cose abbiamo fatto,

sere siamo rinati inventandoci

il futuro, dopo un pomeriggio zitto e senza promesse,

quante volte hai capito prima di me,

che era proprio lei, e non un'altra

a spezzare il mio orgoglio.

Quante volte hai soffiato sul mio

errare convulso, il caldo respiro

della comprensione, e quante volte

mi hai detto, ed io ti ho detto,

ed io ti ho detto,

ed era vero: "amico mio".


Amore

Non cercarti

né possederti

alla luce davanti agli altri.

Vorrei solo amarti

sotto la luna

e dire al mare

il grande amore

che mi farà affogare

tra le onde

d'un pensiero lontano.

Tra un po' sarò via

alle solite cose

immerse nel solito squallore.

Vorrei stare qui

vorrei essere te

per non lasciarti mai.


Amore mio

Ripenso i tuoi occhi, ed è l'ultima volta.

Stanco sono,

stanco,

stanco sono

di scansare gli attimi

che separano oggi dal nostro incontro.

Quel che ormai è soltanto un ricordo,

non più vivo in me,

e capace solo di spuntare amarezza,

rimpianto, aridità:

struggente liquore che scende a fiotti

dalla tua bocca lontana,

nella mia, e torna, e scende

ime, e risale e mi soffoca

di snodata voluttà.

Amore mio che sento finire,

ormai,

ed è pioggia che vomita stanchezza

come miele un'ape,

ebbrezza una vite,

piacere una puttana.

1983


Ariosa bellezza

Venne il dolore e schiantò,

impietoso, l'amore tuo

in polverosa indifferenza.

Alzò, nebbiosa, la rinuncia

l'immane silenzio

a soverchiar le grida tue,

e cadesti, vinto,

dall'amaro incedere

di stancante amarezza.

Per l'alma cava rombò,

vigliacco, il tempo carco d'insulti

e schiaffeggiò le risa tue,

e fu tempesta, e nave

leggera, in balia degli attimi,

il pensiero tuo,

raggomitolato all'onda.

Credesti la fine, e null'altro poi.

E poi, bonaccia, serena,

al tramonto, d'accogliente saggezza

ristora lo sguardo, e sei vivo:

rinasce, sottile, un moderato volere,

e nuovi sensi:

d'ariosa bellezza odora

il legno marcio,

e spande intorno.


Assente

Oggi non ho esistito. Riderei,

fino a non finire.


Bene

Intontito di benessere

mio e solo mio

lo getto qui sopra

privandomene oggi

perché viva ancora, domani,

domani ancora

domani.

Domani che verrà.

6/3/83: ore 13


Canzone d'autunno, per Elena

Tornai lì, in un giorno d'autunno.

Scordai le foglie cadute il giorno prima,

nel giardino di casa mia,

sotto al vecchio noce ormai spoglio,

ultimo vessillo dignitoso

della natura morente.

Spietata rassegnazione

vinceva ogni impulso.

Nulla provai

o forse un vuoto immenso

nello scorgere da lontano

il letto dove sognammo.

Nulla v'era

nulla che fosse come lo lasciammo:

il mare borbottava, ignaro,

la sua tristezza infinita, e gli uccelli volavano bassi.

Da nuvole grevi

una tenue penombra

sperdeva lo sguardo

spingendo l'anima mia

a inginocchiarsi sulla sabbia.

Lì ti amai, ti credetti mia,

e già morivo, allora:

affogavo nel vento

che a false promesse

mungeva i tuoi occhi.

Chino stupidamente

a cercare tra i detriti

e la schima,

parole che il vento, ormai,

portò lontano,

morii nel tornare,

come adesso,

stancante,

cerco invano il tuo ricordo.


Carillon

Risuona alfine un carillon...

piange un bimbo, copre il

silenzio.

Ma resta in me, tenace,

un vuoto senza fine.


Chiarore

Poche parole

portate dal vento

si spargono

su questa pagina

rubando il posto

alla polvere.

Un nuovo giorno

rischiara questo tramonto.


Crepuscolo

Il giorno mi tortura con i suoi attimi

svilenti e sbiaditi, infierendo vigliaccamente

sulla memoria, svelando inganni

che amerei tacere.

Il giorno mi consuma con le sue attese

e le mie scaramanzie,

avvolgendo il futuro con diligente

velata improbabilità, annebbiando

d'incertezza i miei occhi annoiati,

straripanti non più di rabbia,

non più tensione,

ma asciutta amarezza.

E le mie labbra tacciono il silenzio

di chi può solo attendere,

il mio cuore si limita a trattenere

nel lacero petto, un odio pronto

a dirompere intorno spietata vendetta,

spietata. Spietata.

Contro chi parlerò, domani, e parlerò?

Silenzio, ancora.

Va la penna, ma nulla muove,

e non turba il respiro immoto,

ormai slegato all'abbraccio di sperare.

Solo in camera, a vent'anni,

e silenzio, ovunque,

ovunque silenzio, e

silenzio soltanto. Fermi gli

occhi, tra poco, anche la penna.

Anche oggi, lo so,

morirà,

morirà in fondo al crepuscolo.


Domani è lontano

Trattengo l'attimo

nel palmo, e l'accarezzo, docile,

nel suo dormire.

Ora che tutto è fermo, tra oggi e domani,

e s'avvia il giorno oltre la notte,

stanco e abbandonato.

Tace l'odio e ogni rancore, e attendo,

per l'aria morbida, un dolce sonno:

domani è lontano, e non sfiora,

il mio riposo.

1982


Eterno e terreno

Rantolando brontola

l'esclusa coscienza, oltre

il muro fitto delle circostanze.

Trascinato pei metrò, l'esiguo

residuo dell'anima mia, attraversa

il giorno, fino a scomparire

nell'evanescente sera, l'oblio suo.

Nel sonno tradisce, inquieto

un volere non piego,

soffocato,

in disparte, che vomita

eterno la nausea

d'un giorno troppo breve e piccolo.


Fosti mia

Fosti donna, per me, sicura

e sincera, fidando le mie parole.

Sorella e amica, fosti anche,

nell'ascoltarmi,

ché di te, e d'altre voci

risuonava il cuore mio.

Fosti mia, non so credere altro,

né altro, desidererai, fuori di te.

In te riposo ancora la mente, stanca,

china su giorni brevi,

interminabile affronto al desiderio,

e ricordando, come molti fanno,

ingoio amara saliva,

ed essa va giù senza far male.

Fosti mia, e ancor frugando

mi sovviene, a tratti,

l'antica speranza;

e le labbra morbide,

schiacciate sulle mie,

ritrovo a sera,

quand'è più dolce scomparire

nel buio, ed esser vivo.


Fotografia

Accarezzo il tuo viso

in fotografia,

e cado nel mare che scivolò

con sé i nostri baci.

Cercavo il bene che ci unì,

ma ritrovo, in te e nei tuoi occhi,

quel che ti lasciai,

da me staccato.

Divisi dal tempo seguente l'ultimo abbraccio,

ritrovo soltanto le mie mani,

che non sanno più cosa stringere;

le mie labbra, che non sanno più

dove sputare,

l'amore che sento,

non so più per chi.


Giorno avvizzito

T'ho scitto lettere e lettere

t'ho vomitato parole d'amore,

e di dolcezza infinita, dolcezza infinita

ho riempito il tuo ricordo

sciogliendone dosi e dosi nell'anima tua.

Così ti ho amato, come sapevo,

e diversamente non avrei potuto,

perché eri me, ed io il tuo cuore,

stretti nei pochi tramonti

che ancora gonfiano in petto,

tristezza sconfinata, amaro rimpianto

ed inestinguibile, scivolosa, densa

nostalgia. Liquore impenetrabile,

lanoso e madido, che di tanto

s'ammista, vano, ai pomeriggi vuoti.

T'ho scritto lettere e lettere,

dettate da lunga e invitta solitudine

poi colmata,

e come un vento le hai strappate

alle mie labbra,

e lì ferme, su carta, in poesia,

le hai rubate.

T'ho scritto lettere e lettere,

t'ho vomitato parole d'amore, ed

ho riempito di carezze i tuoi momenti,

e lo ricorderai.

Ma nulla resta a me,

se non l'eco lenta d'un soffio di vento,

gelido tonfo

con cui rapì, il tramonto,

tutto quanto m'illusi d'aver trovato.

T'ho scritto poesie d'amore, ed ora

è rimpianto dettato da nuova solitudine:

non so, invero, davvero non so se dopo,

dopo aver rovesciato in te ogni impulso,

potrò ancora scrivere lettere

come quelle che ingialliscono

nella tua memoria.

Troppo generoso fui, in quel vento,

ed ogni seme, con tradita fiducia,

infante sprovveduto nelle braccia

d'amore, lì gettai, senza nulla

tenere, a me, da donare

ed altra. Se altra verrà,

capace d'ingannarmi ancora

in quel modo, e di svuotare

il petto mio, intriso, ormai, soltanto

di lacrime. Soltanto di lacrime,

infinita tristezza, solitudine acuta

e lancinante, che nulla toglie

e nulla dà.

Travolge i battiti uguali dello

stanco cuore, e non stordisce,

non inganna, non tradisce.

Ma nulla insegna, né regala.

Giorno avvizzito, tu muoia.


Ieri sera (S. Teodoro)

Ieri sono stato bene, con te,

perché mi eri vicina

quando si parlava,

e sentivo negli occhi tuoi

la stessa dolcezza

che ingoiavo con la birra,

guardandoti pensare a un mondo lontano,

quasi quanto il mio.

abbiamo bevuto, parlato,

scherzato e sorriso,

e in tutte queste

piccole innumerevoli cose

ci siamo capiti.

Ci siamo anche presi sottobraccio, ieri sera,

e sono stato bene con te,

persi nell'aria immensa

della sera, tra un mare di stelle

e piccole contentezze.

Vorrei accadesse ancora.


Ignota dolcezza

Schiantato dalla noia,

scivolai per il fluire dei giorni

seguendo il confine incerto

tra il vero e idea.

Lambisce le rive del pensiero,

con grazia sterminata,

baciando, la speranza, gli occhi tuoi,

virilmente accesi d'ignota dolcezza.


Il canto dell'ubriaco

Scende, nella notte, il canto

solo, e scivola tra le poche stelle,

in mezzo ai rumori indistinti,

d'un silenzio senza note, né poesia.

Morirà la sbornia, e tacerà

il poeta, accoglendo il verso

chiassoso del giorno che tutti vivono,

e finirà, con l'alcool, la follia

irrequieta di chi sa, e sa.

Tufferò i miei occhi oltre

l'incoscienza,

e morirò nel giorno, annegato

d'ingenua contentezza.

Va, nella notte, il canto ubriaco

del poeta, mentre un pazzo,

lume giallo

della vettura, gesticola, e s'agita

sofferente, gridando il suo male, e

tutti l'osservano, a distanza, e non

capiscono a chi parli, e perché pianga.


Il ricordo di me

Muta la stanza

m'accoglie, e, stanco,

il giorno m'assale

mentre fugge,

vinto, il ricordo

di me.


Immaginarti

Sovente m'è dolce

scavando nella mente

eludere quel pudore che avvolge

il ricordo di te

in una falsa commozione.

M'è dolce, sovente, immaginarti,

e immaginare frasi, a metà

tra il vero e l'idea,

e provare l'impulso di sfiorarti,

così lontana,

ma tanto viva in me, e capace di farti desiderare.

Sovente m'è dolce simulare gesti e sguardi,

ormai dispersi, annegati

dal mare che respirò, pallido,

la nostra stessa luna.

Perché tutto allora, era

possibile, così come

niente più, oggi,

fuorché immaginarti.


Inerzia

Abbisogna in petto

nuova tristezza, od altra voce.

A te mi piego, silente, imbarazzo

che non so dire,

inerte e pago.


Insieme

Ti prenderò, bambina infelice

che stenti, nell'aspro mulinello

della tua piccola infanzia.

Ti prenderò, adolescente lenta

che insegui, nei tuoi occhi accesi

ora anche di dolore, le rughe

d'una lontana vecchiaia cui

consegnare, intatto, il pacchetto esiguo

delle illusioni.

Ti prenderò, adolescente lenta

che insegui, nei tuoi occhi accesi

ora anche di dolore, le rughe

d'una lontana vecchiaia cui

consegnare, intatto, il pacchetto esiguo

delle illusioni.

Ti prenderò, ragazza e bacerò la tua pelle,

e dormirai sul mio ventre,

ascoltando il respiro secco dell'alba,

dopo la tua prima notte.

Ti prenderò, bambina infelice,

nel fondo tuo sollievo d'esser

donna, e correrai infine, a perdifiato,

lungo il mio battito,

ingoiando, avida, il cuore madido

del nostro tenero possederci.

Scivolerai, piano, sul mio petto e lì,

nell'attimo andato, cullerai il sogno tuo,

ora vero, d'esser mia.

Allora tarderà il sonno a carpirti,

e stretta a me, fuggirai il mio

sguardo, chinando il viso e pioveranno,

morbidi, i neri tuoi capelli

sul tenero lenzuolo; e

mentre il meriggio t'avvolge,

esausta, scenderà leggera,

dal moto fermo di piccole labbra,

felicità, che all'ora intera,

griderai, ed al tuo primo amante.


La noia

Tristezza senza voce,

flebile, annuncia

nuovo rimpianto, e la noia.


L'antico compagno

Tornerà un bambino

e ti vedrà, di nascosto,

che avanzi a fatica, senza fermarti.

Vedrà tua moglie, i tuoi figli,

l'automobile parcheggiata

sotto casa tua,

visiterà il posto dove lavori,

il letto dove dormi,

la donna che ami

e cercherà, di tanto

penetrando gli occhi tuoi

nel fondo, cercherà,

frugando le coltri,

e il cuscino dei pensieri tuoi coperto.

Gli parlerai, e lo seguirai

spiegando a fatica, senza fermarti.

Tace, e t'osserva ancora,

nell'alba, sfiorando il letto

dove tu dormi, e tua moglie anche,

e attendi che il morso

s'allontani, e la paura;

e il calore di quelle braccia

che ti tengono, stringendo

forte la notte, il sonno,

l'amore andato,

e tutto ciò che, mancando,

riempie l'anima tua,

d'un tratto copre un fermo pallore:

tacendo và, il bambino, oltre la notte

ed il freddo pungente e,

destando gli occhi tuoi,

in un unico sollievo

radunerai i tuoi sguardi per la stanza

vuota, ricordando a stento

il presagio notturno, e quel rimpianto

incomprensibile

che mordeva il tuo riposo.

Ma, pure attenderai, impaziente, che torni

il bimbo: nel chiaro livore

dell'alba esso dorme,

proprio in quell'angolo

dove non vedi nulla, e attende

paziente, di riincontrarti

per ritrovarsi, in te,

l'antico compagno,

quel che non torna.


Lapsus

Le musiche il sole la chitarra,

quella spiaggia le voci e i visi di tutti noi,

poggiati in riva al tramonto. E un vento

forte, simile ai nostri pensieri.

Ecco il ricordo di quei giorni:

so d'averti amata, e tu me.

Né in questa faticosa ricerca,

mi sovviene il tuo sguardo,

i tratti e le amate veglie.

Invano cerco il sapore delle tue labbra

innamorate. Solo rimpianto giace, ormai, sulle mie.


L'edificio

Vomiterei i tuoi baci sulla rena

e lì, posato, di nuovo l'ingoierei.

E manderei giù, per la gola assetata, ancora,

d'aspra dolcezza,

l'intero mare che ci vide amanti.

Berrei tutto quel sale per riincontrare,

ancora, una, una sola goccia

dell'infinito che ci unì.

Tornerei laggiù, all'abbraccio

tenero di quel primo tramonto,

e affogherei la bocca mia

nella sabbia, penetrando a lungo

l'umido bagnasciuga

in disperato cercare

le tue labbra, ancora,

e le tue labbra, sempre.

E lì finirei, se potessi tornare.

Ma sono qui, fra le mura spesse

d'una mancata speranza,

all'ombra d'un soffitto largo

e spazioso, inquieto, crudele e

forte, come il tradimento

che ti fuggì via dal mio dolore.

E se tu venissi ora, qui,

tra le mie braccia, dinanzi

alla mia fatica,

ed al male che scivolò

dai giorni vuoti in cui più non

ci fosti, se tu venissi,

amore mio,

non cercarmi: ti prenderei

a calci nel sedere, stringendo

forte, tra le mani,

la solitudine che mi lasciasti,

e lo sconforto e quel senso grave

di finire, da cui cominciò

la vita mia senza più te.

La nuova vita che vivo, e

non tradirò, e che lascerò, un giorno,

forse, per un bacio meno disperato,

una carezza più vera.

Tornerei laggiù, amore mio,

se tu venissi, e non cercarmi:

ti sbatterei fuori senza pietà,

dal mio sudato edificio di dolore

e di pazienza.


Livore quotidiano

Liquore informe d'amare consuetudini

avvelena il giorno,

ripetendo, accanito, emozioni sempre uguali.

Nasce il giorno, per poi finire,

ed ogni giorno, lancinante certezza,

sai già che finirai anche te

lasciando, sul chiaro terreno della memoria

pentimenti oscuri e dispiaceri,

e parti intere dell'anima che,

altrimenti, appesantita dal desiderio,

non seguirebbe il vano tuo scivolìo

incontro alla vecchiaia, e la fine

ultima, l'eterno oblio,

vanificante tregua, eterna,

di tanto sconcertante affanno

quotidiano.


Lontano

Lontano il vento, di te sospira

all'acquetato sole, che impallidì;

rovescia, l'onda, il suo fruscìo

alla riva tenera, che sera avvolge,

e scende, umida, l'ombra su scogli,

sabbia e antichi pensieri

offerti al secco patire dei nostri passi

ingiati dal ricordo.

Lontano andai, e lontano andrò

per nuovi posti, con altre mani nella mia.

Sempre sarà, in fondo ai polmoni, il tenue

tuo sospiro, che disse amore,

e soffierà, nel vento, lo stesso tremore

che ci vide insieme, amanti e amici,

tenendoci per mano, andar lontani:

lontana tu, oggi, e lontano io.


L'ora secca e assolata (S. Teodoro)

Il vento segue, lento

il pesante incedere dei tuoi pensieri,

mentre l'afa asciuga la mente tua

dai rimpianti appesi ciascuno al suo attimo,

come panni smessi ed ingombranti.

Il sole cuoce l'aria, e respiri

cercando, nel vuoto dove ti aggiri,

una tregua.

Lontano sei dalle solite abitudini,

come avvolto nel soffio leggero

d'un riposo privo di stenti,

mentre giace, lontano, la fatica

che non sa abbracciarti,

acquetato in un sano vagare

d'emozioni solitarie.

Eppure sai che finirà, e ti scuoti,

e attendi, impaziente, la noia

dove tufferai il corpo tuo

ristorato dalla distanza,

allorché tornerai a combattere

le mille stupide Waterloo,

dove perdi, ogni giorno, un po' della tua vita,

e s'asciuga, al tramonto,

la forza tua che evapora

in un ozio doloroso,

così diverso dall'ora di oggi che,

secca ed assolata,

pure detta poesie.


Lunghe ore di finto esistere

Ore ore e sigarette, in solitudine,

per inventare altre bugie da mettere in tasca

quando dovrò uscire ancora. E,

forte,

il senso di spegnersi ogni attimo un po' di più.


Lunghi momenti di buio

Un triste rifugio di solitudine

voglia di niente assenza totale...

totale indifferenza totale buio.

Né illusioni né ricordi.

Dolore continuato

e una stanchezza, infinita.


Mi manchi

In uno sterminato silenzio,

precipitò quell'amarsi,

le risa, i tramonti ed i baci.

Finì tutto,

e ancora giace, oggi,

nell'immoto silenzio

che veglia il mio affannoso vagare

dietro la tua immagine, forse, non più vera:

è tutto quanto rompe, a tratti,

un'ostinata penombra. Mi manchi.

Mi manchi senza pietà.


Nelle pagine di nessuno

Quell'uomo attraversava le strade,

calpestando un dolore che più cammina,

e più lo assale, bruscamente sfiorato

dalla morte, sempre ad un passo,

per ricordare che esiste.

Quell'uomo inseguito, che attraversa

gli antri fumosi del suo destino,

ha paura, ma non lo dice,

e continua a cercare, pur sapendo

che è quasi impossibile trovare

una donna che lo prenda per mano,

e attraversi con lui le strade

che bruciano ceneri arse d'amore,

e stia con lui, come donna e uomo

da sempre, volendolo,

possono stare in pace, a scordare

un'alba che, forse, non verrà

ed un sole che più non spaventa,

cullati dal fresco germoglio

che tenebra, dolcemente,

rovescia sui giacigli sudati, bagnati,

impregnati d'amore.

E sperando scrive, scrive anche, quell'uomo,

e scrivendo semina pensieri, emozioni,

tragicamente sparsi nelle righe di nessuno,

mentre intorno si muore,

ed un giorno toccherà a lui.

1983


Niente. Solo

Solo.

La mente vomita consigli

di non uccidere il giorno,

di non lasciarlo morire, prima

che sia finito: ma è già finito.

Lo attraverserò, stanco,

fino al crepuscolo. Nuovo

ed ennesimo della

mia giovane storia.

Dio, che male,

che male, tra i miei vent'anni.


Non volere

Oscuramente attendo una forza

che possa unirmi

agli oggetti incapaci

vuoti di sé.

E d'altre passioni

scrivo e scrivo per celare,

e sentirmi battuto,

in grandi battaglie.

Illuso e annoiato,

perché non svelarne

il tedioso abbandono?

Non so più volere,

e tutto mi sfugge.

Né voglio incontrare

il reale d'intorno

soltanto restare

a compiangermi, vile.


Nostalgia

Ho nostalgia di te

in quest'attimo che

mi scioglie dentro l'anima

il ricordo breve del tuo sorriso.

Amore mio che hai avuto dieci nomi,

e volti,

e capelli scuri da accarezzare,

e risa e lacrime

da consolare

ed ore ed ore lunghe in cui annegare.

Affranto stanco

ma vivo ancora

vivo

vivo

vivo so

che domani o fra cent'anni

ti bacerò di nuovo, e fermerai,

come già allora,

la corsa amara

e vana

lungo i tramonti.

19/9/85


Notte avanti al fuoco

Bianca pupilla, apparì la luna,

e ci vide.

Vide me che suonavo,

e udì la mia voce. Vide te,

stesa nella rena pallida,

il viso poggiato nei capelli,

d'oro e d'amore lucenti,

tra le fiamme crepitanti,

le mie note,

ed altri visi.

Lontani eravamo,

in un mare di sguardi,

più fondo del cielo notturno.


Oggi, 9 marzo 1983

Vivi giorno, accolora

il respiro forte che dentro

palpita, circonda il giovane petto

di carezze.

Oggi rinasco, lentamente,

nell'ennesimo innamoramento,

vado e ricerco, tra il male

che vidi, un'oncia di speranza,

di volere. Voglio lei,

mio ennesimo giorno, ti scongiuro,

non uccidermi ancora. Morirei,

morirei, senza più rinascere.


Ossessione

Tentai di fuggire. Fu inutile.

Più volte affogai nella vita

giorno per giorno, perdendosi in essa.

Un mare di sensazioni troppo forti

mi vietarono la fuga.

Più volte, fino ad ora, tornai in me.

Come ora, il canto degli uccelli

echeggiò nella mia cava testa.

Come in un vuoto recipiente,

i suoni del mondo penetrano in me

rimbombano e mi ossessionano

poi spariscono lasciando il vuoto

dove passano. Giorno dopo giorno

la vita consuma la mia forza.

Come foglia morente portata dal vento,

e ogni giorno è un passo in più.

Verso l'inverno.


Parole

Estenuato da un'opprimente sfiducia

che nulla può vincere,

padrona ingorda dei miei giorni,

più nulla chiedo alle parole.

Le verso qui sopra

perché anche di esse sono stanco.

Svuoto questo tramonto

di ciò che restava.


Passione di rimpianto

E gli occhi e la voce ed i gesti,

che soli amai,

sento mancare a me stesso, e scompaio,

rapito, nel vento che portò,

violento, i nostri baci.

1982


Paura d'invecchiare

1981

Vorrei (4 Febbraio)

Vorrei saper scrivere delle poesie

saper fermare in una sola parola

tutto ciò che provo

e forse non basterebbe la mia

intera vita a descrivere un

attimo di riflessione

così, a volte, mi abbandono

ai miei sentimenti, per sentirmi,

forse, superiore agli altri

e al di sopra del mondo,

al di fuori della mia

stessa vita, e provo una grande

voglia di scrivere… ma la

penna è muta e la pagina resta

bianca…

così torno a fissare il

vuoto, inseguendo i miei

fantasmi.

Silenzio (12 Marzo)

Silenzio quiete natura amore

uno strano vagheggiare

riempie la mia piccola anima

e mi sento sommerso dall'onda dei ricordi

e tutto ha un altro colore

c'è poco in queste parole

ma la mia ansia non si può concretizzare

realtà è un termine e un fatto da sfuggire

una luce soffusa una pagina che accompagni i miei pensieri

e un mondo da esprimere

questo è ciò che può bastarmi

la vita distrugge tutto ciò che è bello

tutte le mie speranze e i miei sogni

ma essi sono forti, e risorgono

in me come fiori nel giardino

della mia coscienza

e la solitudine mi è gradita compagna.

Giorno per giorno (13 Marzo)

Giorno per giorno

come in un gioco

tutto si annulla

la tua idea si dissolve in un'arida realtà

è un gioco

un gioco macrabo

desideri la compagnia, l'amore, la vita

la loro mancanza ti fa soffrire

ogni giorno spegne un po’

della tua vitalità

quando tempo che non rido

quando tempo che non assaporo

lo stare insieme e la taciuta

speranza di un amore vero

il mondo, nella sua pretesa

verità, ti riempie di bugie

e raggira il tuo animo

ferito, agognante,

abbattuto da peso sempre

maggiore di illusioni, crollate

come un palazzo che non può

reggersi su delle basi di polvere

la polvere dei tuoi sogni

la solitudine e la mancanza

del tutto, è ciò che può

riempirti, perché, nella sua astrattezza,

è sintomo di verità

una verità incrollabile che non

teme smentite dal mondo

perché nasce e vive per opporsi

ad esso

questo sole quest'acqua

questo cielo gli odori i sapori

le sensazioni fisiche e i rari

godimenti morali

sembra tutto falso, ingannatorio

vanamente cerchi di afferrare

un mondo che ti sfugge

ti affanni e corri

insegui ciò che vorresti

ma poi sei stanco

hai le mani vuote

e una sorda amarezza

è padrona di te

del tuo debole animo,

cerchi nel pianto una consolazione

nella poesia una fuga

nella meditazione delle risposte

in ogni cosa la sua ragione

trovi in tutto ciò un'unica risposta

una spiegazione assurda illogica

ma così freddamente reale:

nulla

e di nulla riempi i tuoi occhi stanchi

in esso riposi le tue membra

il nulla incombe sul tuo capo

e t'avvolge nel suo ladro mantello


Pentimento

Tornerei indietro, se potessi,

fuori dalla rabbia che franò i miei giorni

in una polverosa solitudine.

Ozio mi pervade, e zittisce ogni inquietudine,

spalmando una cappa di viltà,

su ogni tentativo. Finisce, un po' per volta,

anche il pensiero e s'annulla,

sperduta, la vita mia,

nella strage di rumori

che il vento consegna all'immensa

piccola insoddisfazione dei giorni.

E il tempo scivola, lontano, su me

e le pagine che osai scrivere,

e scrivere come poesie.


Per sempre

Disegnerei per sempre la vita mia

pallida e stanca, che dura, per poi finire.


Piccola poesia per Roma

2/7/1982

Passeggio per Roma

tra le mura cadenti per le strade assolate.

Amo queste fontane le scale

le piazze, e quei tanti angoli nascosti,

dove può perdersi lo sguardo, fuggendo

anche il sole, e l'affanno

che ogni giorno svuota attimi.

E attimi interi, sfocando ricordi,

baci e carezze, svanendo ogni emozione.

Amo scomparire tra le voci e i rumori,

che non coprono i miei pensieri,

ma ci carezzano con delicatezza,

fino a farmi dormire.

E a sera confondermi nel buio,

schivando il luccichio dei lampioni.

E contare i riflessi dell'aria con gli amici,

seguendo il Tevere che si allontana,

trascinando sotto i ponti e le barche

i pensieri e gli amori di tutti noi,

scorrendo lento, laggiù nel buio.

Seppure insozzato e offeso,

come le nostre anime,

a sera esso si muove

con la maestà di un vecchio signore

afflitto dalla vecchiaia,

ma libero in sé, e tanto ancora

capace di amare un giorno.

Cullati dal vino e questa

amorevole tenerezza,

i nostri sguardi si perdono nell'oscurità,

laggiù, in quel punto impenetrabile

e lontano,

dove comincia domani.

Andrea


Potrei

Mi sciaquerei la faccia

e dopo, correrei verso la notte

inventandomi un'altra serata

di compagnia.

Pulirei lo stomaco e la mente,

dal rigetto che mi brucia gli occhi,

la carezza dell'alcool

che percuote i sensi,

e non finisce.

Uscirei nell'ombra,

confuso tra la morte intorno,

vomitando sull'asfalto altre lettere,

lettere alla vita,

come un amante tradito,

un pierrot senza più note.

Ma rimango all'agonia violenta

del tenue morire, che lento

insegue il mio giorno,

e domani potrei non esistere

ancora.

Come, forse, neanche oggi

il sole mi percorre,

ed il sangue trascolora

fino alla carta,

e scolorirà l'inchiostro.

Potrei non esistere ancora,

e scolorirà l'inchiostro,

ma avrò scritto un'altra lettera,

un'altra stupida lettera

alla vita,

questa vita senza più note,

che lascia soltanto male

tra le righe,

gettato alla rinfusa nel cassetto,

tra nodose poesie

dettate dalla sbornia.


Presagio

Sarò un vecchio dal viso asciutto,

scavato dal tempo, e una barba folta,

e bianca, intorno agli occhi piccoli

assetati, ancora, di giustizia.

Guarderò i bambini correre

per i giardini della città,

infilando risa fragorose

per gli angusti spazi che le case,

ed il rumore, sputeranno sull'asfalto.

Camminerò a lungo, e a lungo respirerò

quel cielo terso, vuoto ormai d'inganni,

e attenderò il bacio freddo della morte,

ricordando una vita intera dove, all'improvviso,

gettò il fato i miei vent'anni.

Guarderò voi giovani, a distanza, e con voi sentirò,

lontano, il fruscio eccitante dell'attimo slegato,

ancora, dall'ignota fine. Ed in un solo fiato,

nell'eternità d'un respiro, correrà nella mente

quel tempo lontano, che vivo senza

saperlo e che, per oscuro destino,

rimpiangerò senza perché.

Ed in un solo respiro, l'ultimo, avrò

di me un'estrema pietà,

quel che ora non c'è. E che, fino

all'ultimo, non verrà. Ingoierò la

morte, così come feci con la vita, in un

solo battito d'amarezza.

e di paura.

1983


Prigione

Giorni sempre uguali

si succedono senza sosta,

in un faticoso lavorìo,

che tutto consuma,

e appiattisce.

Neanche la mente è più libera,

e patisce tristemente

l'oppressione continua

che ogni contorno

segna con precisione,

vietando la fuga.

1982


Prigionia

Fuori dagli occhi

libero e senza contorni

spazia il mio sognare,

tanto sterminato.

Al buio

tra strade e cemento

nelle case

appassite

dalla noia

muore ogni giorno

la mia intenzione,

generando pagine

e pagine

dove incespica

il pensiero,

carpito senza motivo,

al suo volo beato

e crudele.


Primavera 82

Penetra a fondo nella carne,

l'attimo accecante e lacera

l'odiata indifferenza di giorni

intessuti d'amara saggezza.

Crolla il soffitto e s'apre,

alfine, la stanza.

Sperde il vento ogni sapere

e t'invischia

l'ora

d'acre impazienza,

e un colloso volere

s'affaccia, avido,

per gli occhi tuoi.


Quante volte

Quante volte la notte

ha vinto la luce

quante sere ho camminato

al luccichìo dei lampioni

dimentico del cielo e delle stelle

prigioniero di me stesso?

Quanti soli hanno accolto

il riproporsi di nuove speranze

poi annegate tra la pioggia

o precipitate in un abisso

senza fine

come quei pomeriggi oscuri

indegni di tanto desiderio?

quante altre parole verserò

in un fiume di rabbiosa amarezza

prima di rassegnarmi,

di cedere la mia vita al Tempo

perché la ingoii, vorace,

insieme con le altre vili prede

raccolte sul suo cammino?


Rabbia d'autore

Ho due occhi fondi,

che a riempirli non basta

una vita di miraggi.

Ho un cuore capace d'amare,

fino a riempire l'anima della donna

più grande che esista,

e stanchezza tanta, che solo il desiderio

che reco in me, di vivere,

può ucciderla un momento.

Ho una vita, che non è niente,

ma a cui cerco di dare ogni giorno

un senso maggiore,

e una stanza con la radio, il posacenere,

e poesie, e poesie

da scivolare fuori in un respiro,

lungo tutto il tempo che mi è concesso.

E ho due palle, soprattutto, due grandissime palle

che sono piene degli insulti,

gli schiaffi, le prese in giro

di ogni mio giorno,

e un giorno, queste mie palle,

le sbatterò in faccia al

mondo intero, e sarà tale la

botta, che esso vacillerà

fino a cadere.

E vana, sarà ogni scusa, e

vano il pentimento.

Chi parte dopo aver deciso a lungo,

non torna indietro. Cazzi vostri!


Ricordo

Pietre consumate

svilite dal tempo,

e polvere sulle scale,

appiccicata al marmo freddo

dell'acqua caduta.

Tiepida la stanza

e la coperta umida,

grigio il cielo

sui vetri appannati.

Campagna viva, tra le case antiche,

e vecchi visi

ammutoliti, stanchi, corrosi

dal tempo,

poggiati a riscaldarsi

al tepore d'un'osteria,

tra il vino e le carte.

Precoce inverno, dentro di me,

prima e dopo d'incontrarti, e dopo.

Lungo i tuoi occhi

un sorriso tenero,

mentre accarezzi

spogliata

l'acerbo amante,

poi schiudi le labbra

gridando felice.

Fredda la notte

sul nostro amore, ed io,

per non sentirla,

t'ho stretta forte.

Dal vetro una lama opaca, sbiadita,

pallida luna

ferma, vuota, greve come un presagio:

sapeva di morte.

1984


Ripensamento

Amai te, o forse il tuo amore

per me, o soltanto quel primo bacio

che ci regalammo, o soltanto uno

di quei tardi pomeriggi

che videro l'anima mia piegarsi sulle tue labbra,

e scivolarle baci e poesie che il vento rapì,

all'indomani assieme ai tuoi occhi

caldi, la tua voce insicura

che, lieve, respirava amore, nella mia.

Amai te, o forse una di queste cose,

o nulla di tutto ciò;

e m'uccido di disperazione, annegato nel silenzio

d'amare, più d'ogni altra cosa, il tuo ricordo. E sentirne la mancanza,

ché morì nel tempo, di più m'uccide

e non un attimo

o una parola o un tuo pensiero ho,

che mi salvi. Ti amai, profondamente,

come tu chiedevi, e ti scrissi poesie

e attimi interi di dolcezza posai laggiù, nella tua anima zitta.

Ché taceva, allora, e così oggi,

senza nulla rendere al mio cuore

gonfio d'ansiosa aspettazione.

M'hai amato, e non l'hai mai detto. E ti ripenso,

senza pietà né desiderio.

Mi manchi, e non so perché.


Schiavo e padrone

Senza soffrire attendo ormai

di ritornare al bacio tiepido,

di bollente aspettazione,

che stordisce la morte e l'accantona

nell'angolo più buio della muta coscienza.

Senza soffrire osservo ormai,

nel mezzo del cuore,

invischiato d'acre rantolio,

il respiro livido del sapere:

s'alternano e mutano

gli attimi, e scivola in silente

altalena con la morte, la speranza vana,

ma incollato ad entrambe domina,

tiranno, il bagaglio oscuro della certezza,

e non verrà la favola,

né la buona fatina,

a sciogliere nei giorni

l'eterno padrone dell'anima tua:

immota coscienza, che nulla cresci,

ma mai scompari.

Solo, a sera, nel vino t'addormenti,

e lì insegui la vita,

e attendi, pazzamente,

l'ingordo annegarsi

d'ignota libertà, ed effimera.

Invano; svanisce fugace il piacere,

e torna padrone, il sapere

sul trono immenso

del povero suo regno.


Scusa se t'ho rubato qualche fotografia (1987)

Per un istante

interminabile

ho riso senza sapere

temuto senza capire

dormito al fondo tenero e infelice

dell'acerba età che m'ha donato il tempo.

Non ho lasciato, né un paio, né una sola

delle mie paure,

e non ho mai riso di nuovo

perché mai, incosciente, smisi di farlo.

Non c'è un inizio

né una fine in tutto questo

soltanto il senso, forte,

di non tirarsi indietro,

e un giorno, forse oggi,

potrei gridare la vittoria, a quel suo viso,

dolce e dispettoso, sereno e un po’ fanciullo

al centro

adesso

del mio sguardo acceso

sulle solite paure

e quel solito, incosciente, ridere di tutto

incontrata, anch'io per caso,

e fermo, un giorno, certo oggi

sul desiderio forte che lei

per me come per te

mia cara amica

continui a correre sul nastro

che il tempo svolge

inarrestabile

verso l'inutile declino

ed io, come te mia cara amica,

nei tuoi capelli,

prigionieri del cielo che sembrano volare,

non si tema il vuoto

che attende

freddo e solitario

in fondo alla via.


Sera d'inverno

Gli amici vanno via

lo sento.

O forse è solo il tempo

o i fatti d'ogni giorno

che ci fanno più lontani.

Non so più dirti

amico

quanto l'ho amata

e dei suoi occhi fermi

sul mio sguardo

scintillante

ancora

di rabbia e desiderio.

Non so più dirti

donna

di restar qui

tra queste note

sveglie

nella penombra

di qualche dialogo sommesso.

Il bicchiere è ancora pieno

e non vincerà, lo sento,

non stanotte, né mai più.

E questa voce, quando canto,

non è più la stessa,

è come ascoltarsi in playback,

inutile pensiero

gridato a voce spenta

non so più per chi.

Tu va via

come le altre

e non parlerò di te

ai miei amici

che sanno dove porta

quel gusto pieno che t'assale

d'esser sola

perché non sai

la libertà

quant'è ingiusta

se non l'hai scelta.

Rimango qui

suonando una canzone un po’ più vecchia

che tu non sai o non vuoi ascoltare

e tu va via

perché hai vent'anni

e la notte ti appartiene.

Gli amici vanno via

la notte non è

di quelli come loro

e come me,

classe 63,

due anni appena

un eterno sterminato ci divide ricolmo

solo

di stanchezza.

24/12/86


Stanchezza

Più non temi l'alma indolente,

da te staccata,

che

distratta

osserva

il cavo tuo pensiero.

E tace, e più non dice,

stanca, e più non trema,

alla sferza calante

d'angoscia,

sempre più

nel giorno vano.

Silente, rinchiusa, nel morso tiepido

d'alba e tramonto,

più non dorme,

più non si desta.

E notte scompare, dall'orizzonte tuo,

e l'immagini calde svaniscono,

nelle pozze di buio;

e veglie, senz'affanno,

più non temi;

e sogni, senza voglia,

più non osi.


Stanco

Vorrei tornare indietro

quando s'apriva la porta

ed io saltavo

cingendolo al collo

mio padre

quando mia madre

lavando i piatti

m'ascoltava raccontarle

il disegno

che avevo fatto a scuola

vorrei tornare indietro

al primo vero amico

la prima vera donna

cui ho detto

ti amo

senza ancora sapere

com'è l'amore

cos'è la vita:

un sorriso che sbiadisce

un po' alla volta

ed una lacrima

svelta, intrisa

troppo

di malinconia.

febbraio 85


Stasi creativa

Si muove per via, l'immagine sbiadita

e si vale, incapace, d'armi spuntate

e corrose, dal tempo e l'uso.

Solo t'aggiri per viottoli angusti,

sfiorando, decrepito, percorsi antichi.


Tracce di vita

Vuote parole vuoti pensieri

raccolti a fatica

tutto ciò che ho.

Parole parole, forse poesia.

Forse un po'.

Tracce di vita sulla strada,

confuse dal tempo.


Un attimo

Affondo sempre più nella chiazza fetida

dell'attimo sputato sull'esistenza mia,

ignaro d'altre vite.

E mondi infiniti si chiudono all'astio

infrenabile

dell'inappagata coscienza,

che tutto svuota, eppure attraversa,

china, sferzata dal cupo vento

di lanosa indifferenza che tutto insegue,

eppur non vuole.


Un cane

Vorrei essere un cane, a volte.

Sempre zitto a cuccia e,

pago degli avanzi,

vivere delle rare prove

che indicano l'affetto

del padrone.

Vorrei essere un cane,

per amare la vita

e accontentarmi. Senza

mai volere di più.


Vento di mare

Barbara il tuo nome,

chiaro il tuo viso,

vissuti gli occhi tuoi, e fondi.

T'amerò, se vorrai, e sarò

per te un vento di mare,

dolce e salato,

ad ogni tuo sorriso.


Via Cristoforo Colombo

Occhi persi

sulla Colombo attraversata

da milioni

di vite colorate

che sfecciano di notte

a casa

pensando, già al film

su retequattro.

Ed io non parlo

non parlo più e consumo

in un solo tiro

l'ultimo mozzicone.

Accanto

lei

che si riavvia i capelli

e osserva, muta,

sperando che mi stanchi presto

di dirle

quant'è lontano

il Tevere di qui

sembra di stare a Milano.

La luce pallida

dei lampioni

sulla via percossa

dal traffico

ed io fermo in auto

con lei che no

non cambierà

non ho più voglia

neanche

d'avere paura.

Fuori

il buio,

e dentro.

Dicembre 86


Vuoto

Occhi stanchi di guardarti

dentro i tuoi occhi che sfuggono

mani stanche di tenerti

mentre fuggi via

e m'allontano solo

fuori dal tuo viso,

e l'anima mia stringe forte

il vuoto fondo

di non averti più